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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Eleonora Zaupa
Titolo: Giallo Come Il Cielo
Genere Fantascienza
Lettori 772 10 5
Giallo Come Il Cielo
Avevo recuperato quei dannati fogli che di lì a poco su costrizione avrei riempito di cose inutili. In quell'inferno avevo corso contro il tempo e in gioco c'era la mia vita.
Ma adesso il nascondiglio di fortuna non era più sicuro: mi avevano trovato, stavano venendo a prendermi. Nella mia testa, i loro passi m'inseguivano ancora e non mi davano tregua nemmeno per un momento, le immagini che mi tempestavano la mente erano ancora vivide: disgustosi, correvano tra le vie deserte e le macerie degli edifici. Quella cavalcatura raccapricciante era saltata su una parete di cemento, facendola crollare. Nemmeno l'orrenda bestia nera era stata in grado di stargli dietro.
Sarei sopravvissuta a un'altra fuga?

--

Uno di loro aveva sparato nella mia direzione. Il proiettile era volato tagliando l'aria. In quell'attimo
avevo pensato che mi avrebbe mancato, perché non potevo morire così. Non poteva finire in quel modo. Avevo rischiato la vita così tante volte, perché morire adesso?
Il proiettile era entrato nella mia carne. Gridai e finii in ginocchio, solo le mani m'impedirono di sbattere la faccia al suolo. Con la vista sfuocata e testa che girava, vidi il sangue che usciva copioso.
Ero stata colpita.

--

Mi guardai indietro, temendo di vedere uno di quei
mostri.
Erano degli imbecilli! Non ero sicura che si potesse spegnere un incendio di tali dimensioni. Una pioggia
probabilmente sarebbe servita solo a peggiorare la situazione, dal momento che doveva essere acida e
piena di chissà quali sostanze. Sparo dopo sparo, la strada diventava sempre più dissestata. Si creavano buche, crepe, l'asfalto veniva alzato e lanciato in aria. Questo, però, era servito a rallentarli.
Sembrano stupidi!, era stato il mio pensiero.
Le fiamme stavano ingombrando anche la strada che avevo davanti e avevo accelerato per superare quello che stava per diventare un muro di fuoco: un corridoio ardente e mi sentivo incenerire. Il metallo del flyscooter era diventato incandescente. Non potevo tornare indietro, ma solo proseguire, sperando che le pareti di quel corridoio rovente non si chiudessero su di me.
Ancora poco e sarei uscita da quel cunicolo infernale. Non potevo accelerare di più, ero già al massimo: abbassai la schiena cercando di essere più veloce.
Il muro si era unito.
Mi trovavo tra le fiamme.
Sentii il fuoco lambirmi le carni.
Ero atterrita, il cuore scoppiava, quel momento pareva eterno. Le lingue color dell'inferno, in qualche assurdo modo, assunsero una forma nel turbine di emozioni che mi travolgevano. C'erano esseri, umanoidi, individui alti e bassi che mi guardavano, danzavano violente come facevano le fiamme. Cambiavano forma, scomparivano e comparivano. Il crepitio, le esplosioni, e tutti i rumori delle vampate divennero lamenti; alcuni sembravano avvertirmi, altri accusarmi.
Doveva essere l'ultimo delirio della mia mente prima di morire. Le fiamme riscaldavano la mia pelle, mi dissi che era la fine.
Sentivo l'odore dei cadaveri che stavano
ardendo.

--

— L'aria stessa era infetta — le avevo spiegato.
— È un miracolo che tu sia ancora viva.
Nessuno credeva più alla chiesa, né ai miracoli. I culti come noi li intendiamo si erano estinti dagli anni ‘70 in poi, quando l'inquinamento procurava ogni giorno milioni di morti. Non si raggiungeva più la vecchiaia. Le preghiere non servivano, e i preti stessi si resero conto che, per vivere, era necessario agire, non c'era più tempo per riflettere, per pregare. L'ultima chiesa era rimasta in piedi fino al 2090.
Era sorta una nuova coscienza nelle persone: “Se un dio c'è, ci ha voltato le spalle, ci ha abbandonato. Così faremo noi con lui.” Nessuno poteva più credere a un dio che lasciava estinguere le proprie creature. Più recentemente, una trentina di anni fa, alcuni culti erano risorti. Molte persone si erano persuase che le preghiere erano state esaudite e che i propri dèi erano tornati o non se n'erano mai andati: avevano solo avuto bisogno di tempo. Nacquero nuovi fedi, nuove chiese e nuove fedeli. “Le divinità ci hanno misericordiosamente salvato da noi stessi”, sostenevano. Avevo assistito a una messa, una volta, spinta solo dalla curiosità di capire di cosa si trattasse. Avevo ascoltato il predicatore che parlava della “seconda possibilità che aveva ricevuto in dono il genere umano per vivere e trionfare nel bene”, e ringraziava Dio per aver eliminato il male e l'inquinamento. Io credevo in Dio, ma non lo collocavo nel cielo. Lo trovavo nelle persone e nella natura. Negli scienziati della Sansettobīchi che avevano sviluppato i NewLife. Dio era stato in Elara Riverlay, quando mi aveva salvato dal bosco. Era stato nella squadra che mi aveva appena salvato. Dio era nell'acqua che noi avevamo inquinato. Dio era negli alberi che noi avevamo tagliato. Non c'era nessun invisibile supremo da venerare, ma delle persone in carne e ossa e degli elementi che ci permettevano di vivere... erano loro che avremmo dovuto ringraziare.
Ero svenuta sul lettino.

--

I miei occhi avrebbero dovuto abituarsi presto, ma cominciavo a pensare che mi sarei dovuta affidare agli altri sensi. Sapevo solo che non ero più nel deserto: l'aria era ferma e pungente, tanto da farmi bruciare gola e narici. Avevo iniziato a tossire e, più lo facevo, più quella schifosa aria bianca mi riempiva la gola. Avevo vomitato, e quando gli schizzi avevano rimbalzato sul mio viso compresi che, davanti a me, c'era qualcosa. Un secondo conato stava per arrivare ma, prima di sentire ancora il gusto acido del pollo che avevo mangiato, avevo indossato la maschera d'ossigeno, attivandola per
permetterle di rendere l'aria respirabile per i miei polmoni e isolarmi da quell'odore pungente. Grazie, Garret. Non ti ringrazierò mai abbastanza. Nessun rumore intorno, solo un senso di ovattato; mi ero accucciata sperando che quella roba che avevo davanti mi potesse coprire da qualsiasi cosa avesse ammazzato il drone. E se invece fosse stata proprio quella a distruggere la telecamera volante?
Se fosse stato davvero così, ragionai, probabilmente dovevo già essere morta. Speravo che la mia teoria fosse corretta. L'umidità e un caldo asfissiante mi appiccicavano i vestiti addosso, non mi ero mai sentita così spossata. Qualcosa mutò senza un vero motivo; la visuale, prima di tutto. Scorgevo i contorni di qualcosa di metallico e sporco, di un bianco diverso; a terra intravedevo un pavimento coperto di polvere e sopra la mia testa notai un soffitto scrostato in cui i fili elettrici emergevano dal cemento rovinato: davanti a me, infine, emerse un NeoLife con la vernice mangiucchiata dal
tempo e con graffi che sembravano un codice ermetico.
Okay: non era stato quell'oggetto ad aver atterrato il drone. Era sporco di fango; un lato sembrava sciolto, come se mancasse qualcosa, per qualche motivo mi ricordava il suo gemello nel deserto di Abbingard. Era possibile che fosse giunto fino a lì assieme a me?
Il suo display era illuminato: funzionava ancora malgrado le condizioni in cui era. Guardandomi attorno, questa era stata la prima domanda: Perché un NeoLife ozia nell'atrio della sede Neo Explorer? E la seconda: Che cazzo è successo?!

--

C'erano gabbie con animali di diverso tipo e di diverse provenienze geografiche. Alec mi aveva spiegato che servivano per
gli incroci genetici. Proseguimmo guardando dentro a ogni infisso di vetro, fino a trovarli.
Gli embrioni.
Al di là di una vetrata scorgemmo delle cisterne verticali con decine di bestie alimentate da tubi di gomma che uscivano dal soffitto, venivano giù come rampicanti. Le bestie erano incoscienti, si stavano ancora formando. Riconoscevo qualcosa di simile agli slang e ai groobeé. Erano spaventosi. I loro nervi a tratti si muovevano, ma sembravano dormire. Gli sarebbe
bastato poco per spaccare il vetro.
— Eccoli.
— Sono mostruosi, vero? Se solo avessero un'indole docile...
— I Creator m'inseguivano sopra queste bestie, che erano più alti di una persona.
Nelle vasche con l'acqua amniotica, rossa, non superavano l'altezza di un braccio. C'era una luce che li illuminava dal basso, all'interno, forse per riscaldare l'acqua come si fa con le tartarughine nel terrario.
Erano luci inquietanti.
Eleonora Zaupa
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