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Autore: Patrizia Poli
Titolo: Una casa di vento
Genere Narrativa Contemporanea
Lettori 213
Una casa di vento

Francesco

Sale la scala a piedi, senza accendere la luce. Gli par di sentire Michela: - Hai tanto insistito per l'ascensore e ora non lo prendi? - . Gira la chiave ed entra, lo accoglie la vampa dei termosifoni, s'infila in camera di suo figlio, subito sulla destra, con la porta spalancata perché devono averlo a portata d'orecchio anche mentre dorme. Si lascia cadere ai piedi del letto, il respiro pesante di Loris dà spessore al buio.
- Babbo. -
- Dormi, ciccio. -
- Perché ci hai messo tanto a tornare? -
- Ho fatto un giro, si sta bene fuori. -
- Volevo salutare il nonno. -
- Poi un giorno ti ci porto, ora dormi, è quasi l'alba. Cazzo, hai di nuovo la tosse. - Gli sistema il lenzuolo sotto il mento, poggia le labbra sulla fronte che è appiccicaticcia, sgradevole, calda. - Buonanotte, per quel che ne resta. -
- Buonanotte, babbo. -
Spera che si riaddormenti, che non stia sveglio nei suoi laghi di sudore, nelle sue tossi convulse che grattano la gola. Va in camera sua, si spoglia, lascia cadere gli abiti sul parquet, tutti in un mucchio solo, sa che domani Michela si arrabbierà anche per questo, ma adesso non importa, adesso è così e basta. Si stende accanto a lei. Odori e scricchiolii prendono corpo dall'oscurità. Il ticchettio della sveglia, il puzzo dei calzini che ha tenuto su tutto il giorno, la tosse di Loris, secca e raschiante, il gatto che russa fra le gambe di sua moglie. Non saprebbe dire se lei dorme o fa finta, in ogni caso è molto tardi, è stanco e non gli va di parlare. Gli occhi, però, rimangono aperti e si adattano pian piano all'oscurità della camera. Comincia a intravedere il profilo di Michela. La frangia liscia arriva fino al naso, che è grosso, la bocca è come un taglio nella faccia, solo il labbro inferiore è carnoso, l'altro è sottile, lungo. Ha un accenno di doppio mento che s'intensifica non appena ingrassa. La conosce a palmo a palmo, anni fa la percorreva con la lingua dalla fronte alle dita dei piedi, imparando il sapore dei suoi orifizi, dei suoi umori nascosti, della sua pelle, delle prime increspature che non erano ancora rughe. Ora lei non ha più un odore suo, sa di bagnoschiuma, di candeggina, di gatto. Un piede lo sfiora poi si ritrae, è freddo, con le unghie che tagliano.
Lei sente il suo sospiro e si gira nel letto, si è svegliata o forse non dormiva. Non apre bocca, però, non lo consola. Lui avrebbe tante cose da dire, le parlerebbe di come suo padre gli metteva una mano sulla spalla solo per farsi fotografare, di quando gli strappò la maglietta di dosso per punirlo, di come non era mai contento dei voti che portava a casa, di quella volta che lo sgridò perché, colorando l'album, era andato fuori dai contorni. Parlerebbe anche volentieri di tutti quei silenzi a cena, della mano di sua madre che stringeva la padella così forte da far cadere la frittata. E pure del famoso materasso, sì, che suo padre insisteva per portarlo giù, nel fondo dove trascorreva tutte quelle ore di pomeriggio dopo il lavoro, e sua madre a chiedergli perché non lo butti e perché ti fai sempre la barba dopo mangiato. Parlerebbe di tutte queste cose per vedere se quel blocco di pietra che ha sul cuore potrebbe spostarsi un pochino. Prima lei lo avrebbe anche ascoltato, pure tenendolo abbracciato, a quei tempi là, quelli della Uno. Ora gli direbbe solo: - Me l'hai già detto, che ci vuoi fare, è così. -
In una notte come questa, la notte che hanno appena tumulato tuo padre in quello schifo di loculo di cemento, Cristo santo, non dovresti fissare il soffitto, dovresti stare fra le braccia di tua moglie che ti dice - piangi amore mio sfogati - , come si vede nelle fiction. A quel tempo là parlavano, quando fermavano la macchina sulla strada del Castellaccio - e la macchina non era quella di adesso e nemmeno quella prima, era la vecchia Uno - in quel posto dove di notte si vedono tutte le luci della città e delle navi in rada. Allora stavano mano nella mano per tutto il tempo, si guardavano la bocca, si baciavano. La lingua di lei cercava la sua, prima come un guizzo sulla punta, poi a fondo, fino alla gola, fino al palato, e lui rispondeva subito, la stringeva, la stritolava. E si raccontavano ogni cosa, parlavano fitto, le lucciole entravano dal finestrino, accendevano l'abitacolo d'estate, i fiati appannavano i vetri d'inverno, in macchina c'era odore del vino che avevano bevuto, del profumo di marca che lei si metteva, di sudore buono. - Chissà come saranno i nostri figli, chissà dove saremo noi fra qualche anno - gli diceva lei. Qui siamo, cazzo, qui, in questa stanza che hai arredato tu e ora non ti piace, con te che smani per le caldane e Loris che si gratta e respira male. A quei tempi lo avrebbe consolato, lo avrebbe stretto al cuore, magari avrebbe anche pianto con lui. Di piangere, lei, ha smesso da tanto. La musica si è spenta, l'amore evaporato come acqua di mare rimasta fra gli scogli. Quando l'acqua se ne va, rimangono cristalli aguzzi e amari, rimangono denti di cane che, se ti ci siedi sopra, strappano il costume, rimangono erbe marine che bucano, forse non sono erbe ma bestie con le chele, rimane il sale, proprio preciso a quello che lasciano le lacrime sulla pelle.
Dentro si sente come se avesse attraversato il deserto dimenticando a casa la borraccia. Il viso s'inumidisce, suda ghiaccio nella camera surriscaldata. Sono costretti a tenere quella temperatura per Loris, ma l'autunno è mite, un novembre che sta per diventare dicembre senza che nessuno se ne accorga, dicono che il freddo, però, quello vero, sia in arrivo a giorni. A suo padre il freddo dava parecchio fastidio negli ultimi tempi, stava ingobbito nella poltrona, non si voleva lavare. Francesco si annusa le mani, ci sente l'odore dell'olio con cui hanno lucidato le panche della chiesa e anche la bara. Forse usano lo stesso prodotto per tutto quello che è collegato alla morte. La bara è entrata nel loculo con una traiettoria sicura, forse l'unica certa della vita. Lui ha guardato Michela, sperando di vedere qualcosa, di cogliere uno di quei tic che indicano turbamento, magari anche solo la gola che deglutisce, ma lei aveva la solita espressione di sempre. Michela fa tutto quello che deve fare ma poi te lo rinfaccia, con gli occhi, con la postura del corpo. E lì lui si è spaventato, ha capito che si muore, che un giorno ti svegli ma non vai a letto la sera, apri il diario ma non ci scrivi, apri bocca ma non respiri, come suo padre all'ospedale che spalancava la gola e si sentiva il rumore attraverso la laringe. Ha capito che toccherà anche a Loris, che succederà presto, e che loro non possono farci nulla. Lui è padre ma non può proteggere suo figlio, non può difenderlo, può solo aspettarne la morte, che è innaturale, fuori dall'ordine normale delle cose. Ma stanotte deve accantonare per un momento persino il pensiero di Loris e concentrarsi solo sul proprio padre, congedarsi da lui come si deve. Di parole fra loro ce ne sono sempre state poche. Suo padre era quello che montava in silenzio le ruote del triciclo e poi stava a guardare mentre lui andava su e giù ai giardinetti spelacchiati della Questura. Quando si voltava, lo vedeva distratto che si fissava le scarpe.
Si gira nel letto, dà la schiena a sua moglie, prova a dormire. Lei soffia nel buio, forse sospira o forse è stato il gatto, o il primo inizio di vento dietro la tapparella.

Ormai è giorno, c'è una luce grigia che sporca la camera. Si alza, va in bagno a urinare, si prepara un caffè con la macchinetta a capsule compatibili. Michela si è alzata prima di lui e ora gli dà le spalle, con i polsi affondati nella schiuma del lavello.
- Il bimbo? -
- Dorme, meno male. -
- E allora lascialo dormire, non fare tutto quel casino. Perché non dai la via alla lavastoviglie invece di rigovernare? -
- Per due piatti? Non c'eri ieri sera a cena. Non ci sei mai. -
- È morto mio padre, te lo sei scordato? Avevo bisogno di un po' d'aria, di schiarirmi le idee, di stare da solo. -
- Se eri da solo, non lo so. -
- Sempre gli stessi discorsi del cazzo. -
Lei si volta per metà: - Stare insieme a te è come lanciarsi tutti i giorni a testa bassa contro un istrice. E io sono stufa, stufa, stufa di dissanguarmi. Voglio un po' di pace. Non mi va di litigare sempre. -
- Nemmeno a me, ma siamo quello che siamo. -
Vederla dibattersi come una farfalla intrappolata sotto il bicchiere della sua indifferenza gli procura una certa soddisfazione sadica, deve ammetterlo. - Io vado. -
- Sì, è meglio. -
Esce senza nemmeno radersi. Il gatto si piazza accanto alla porta e lo fissa, come per chiedergli dove vai così presto, dove cazzo vai tutti i giorni a quest'ora, che bisogno c'è di uscire all'alba se l'ambulatorio apre alle dieci? Ma non ce la fa a rimanere, non ce la fa vedere Loris che si sveglia e comincia subito a sudare e tossire, che lo guarda con quegli occhi imploranti. E non ce la fa a rimanere con lei, perché dovrebbe trovare parole diverse, parole morbide che non gli escono più di bocca da tanto tempo, dovrebbe avere il coraggio di toccarla, di stringerla fra le braccia e chiederle: - Com'è che ci siamo ridotti così? Siamo noi, cazzo, siamo ancora noi, Francesco e Michela, siamo tu ed io. -
Casa di suo padre è vicina a dove stavano prima, suo padre ha affittato quell'appartamento per dare una mano a lui e alla nuora, quando sua madre è morta e si è saputo come sarebbero andate le cose per Loris. Via San Carlo è un budello di case umide e sudice, abitato da extracomunitari e anziani con la badante. I giovani ci vivono solo qualche periodo, poi cambiano casa. Non è più come un tempo, quando Borgo era Borgo, come dice Michela, che c'è nata. Fino all'anno prima ci hanno vissuto tutti senza entusiasmo. Poi c'è stata quella che lui chiama la diaspora: sua suocera al ricovero, suo padre da solo sempre lì all'angolo con via Verdi, e loro tre ad Antignano, nella casa battuta dal vento di mare che serve da aerosol a Loris. L'appartamento di suo padre ha scale consumate al centro, travi a vista, un corridoio stretto e mattoni rossi sul pavimento. Suo padre manca appena tre giorni, giusto il tempo di morire in ospedale. È la casa di un vecchio che possedeva solo l'indispensabile. Pochi elettrodomestici puliti come se non fossero stati nemmeno usati. A volte cenava in trattoria, raramente da loro.
Gira la chiave nell'uscio, la serratura sente la mano estranea e non si apre subito. C'è silenzio, odore di wc net, un poco di polvere in controluce sul mobiletto dell'ingresso. (Non è uscito, è morto.) Poi vede sulla sedia il tubo aperto della ceretta per scarpe e qualcosa gli si tronca dentro. Suo padre portava solo scarpe di cuoio marrone e le lucidava con la ceretta. Anche quando si lavava poco, quando non si sbarbava più, le scarpe le teneva lustre. Deve per forza chiudere il tubetto, è fondamentale che il lucido non si secchi. Quell'oggetto posato lì conserva ancora il gesto di chi l'ha usato fino a tre giorni prima, fino a quando gli ha telefonato dicendo: - Francesco, guarda che stavolta non va. Troppa tosse, troppa. - Non voleva mai dar fastidio, suo padre, se lo aveva chiamato era perché stava davvero male, perché l'influenza aveva attaccato i polmoni. Lo aveva trovato in un bagno di sudore, con la pressione sotto i piedi, la tosse convulsa. E ora ogni volta che sentirà tossire Loris, collegherà quel rumore a suo padre, a quei tre giorni al suo capezzale, a quel paravento davanti al suo letto per nascondere la morte come una vergogna. Getta il tubo nella spazzatura. Dovrà disdire l'affitto, staccare le utenze, vuotare la casa, farà da solo, Michela non lo aiuterà.
Va in camera. Lì l'odore è più forte, siamo bestie nelle tane. Non apre la finestra, si guarda intorno, ogni oggetto è familiare e, allo stesso tempo, improvvisamente estraneo, tutto assume significato, anche il più piccolo dettaglio, anche la giacca del pigiama appesa dietro la porta, anche la ciabatta orfana che spunta da sotto il letto, anche il tagliaunghie sul comodino. Sopra il cassettone c'è la carta d'identità che suo padre ha rinnovato da pochi mesi. Amedeo Torrisi, nato nel 1930, altezza 1,78. La foto è recente. Sulla fronte è stempiato, dietro, invece, negli ultimi tempi, aveva quei capelli trascurati e stopposi dei vecchi, quelli che al parrucchiere fa un po' schifo tagliare e solo una moglie rade con la lametta. Ma lui una moglie non ce l'aveva più, era morta senza rumore com'era vissuta.
Apre i cassetti del comò. Nel primo in alto ci sono le cose che tutti abbiamo. Bollette, puntine da disegno, penne, graffe, ritagli, foto, elastici, santini. Scorre le bollette, tutte pagate e spillate con la ricevuta. Comincia a frugare nel cassetto, prima con una certa soggezione, poi più convinto. La mano s'incunea sul fondo, il dorso urta contro il piano superiore, una scheggia di legno penetra sottopelle, lui impreca: - Ahi, vaffanculo. -
Ecco un pacco di lettere, tutte simili, mantrugiate, sporche, evidentemente lette e rilette. Ne prende in mano una a caso, la prima che gli capita. Ha un vago sentore di cipria, di spigo stantio, di roba da donna vecchia. Succhia via la scheggia e il sangue dalla mano, poi infila l'unghia sotto il lembo della busta, gli sembra che il rumore dello sfregamento, seppur impercettibile, rimbombi nella camera vuota. Sta violando uno spazio, sta entrando in un mondo che non è suo ma che, comunque, fa parte di lui, del suo passato. Quando moriamo perdiamo il diritto a noi stessi, ai nostri segreti, ai nostri pensieri privati. Quando moriamo diventiamo di dominio pubblico.
Ora ha in mano una pagina vergata con una calligrafia strana, che ricorda quella antica che hanno tutti i vecchi, ma pende verso destra e sembra scritta da qualcuno ubriaco o malato.

Non mi sono fatta più viva dall'ultima lettera, quella nella quale ti ho mandato la fotografia di me coi fiori, scattata quando ero giovane e ci siamo conosciuti, ma la mia mente se ne va e ti scrivo prima che si oscuri di nuovo e torni il buio. Stanotte c'era Mosè sul muro e avevo sete. Loro intorno parlavano della mia morte. Mi sono alzata e mi scendeva la pipì lungo le gambe, lo so, lo so che non è questo che conoscevi di me. C'è Mosè, Amedeo, c'è di nuovo Mosè, amore mio, mio unico amore, e loro dicono che devo morire e io ho paura perché non so più chi sono e allora vado a imbucare la lettera prima di dimenticare dov'è la cassetta della posta.
Tua Ida. Sì, è il mio nome, questo lo so, mi chiamo Ida.

Patrizia Poli
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