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Autore: Patrizia Poli
Titolo: Signora dei filtri
Genere Romanzo Mitologico
Lettori 107
Signora dei filtri

Un tempo facevo dei segni sulla corteccia degli alberi. Ho smesso quando ancora le mie gambe non erano storte, i seni non somigliavano a due frutti vizzi e i capelli non avevano il colore della sabbia.
Adesso conosco tutte le voci del mare.
D'estate, con la bonaccia, le onde respirano. Vado sugli scogli, guardo i pesci nuotare nelle buche e sfioro con le dita i molluschi che aprono le valve al ritmo dell'acqua. D'inverno, quando fa così freddo che la pelle mi si spacca sulle mani e sui piedi, non posso avvicinarmi perché sarei trascinata via. Colonne di spruzzi si levano fra scoglio e scoglio, ululando. Il vento strappa le foglie dagli alberi e si abbatte sulla mia casa. In primavera, il vento si fa dolce, i granchi escono dai forellini nella sabbia, io sento i granelli sciviolare' sull'altro e il rumore secco delle chele chiudersi con uno scatto.
Odo ogni cosa che vive e che muore su quest'isola.
Sento il rumore del ruscello che scorre, delle uova che si aprono, degli insetti che ronzano. So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi con sollievo, e si arrende. So quando il fulmine colpisce un albero e quando la pioggia disseta la terra.
Poi ci sono le voci dentro la mia testa, quelle che parlano solo per me, che parlano con me. Sei tu la lupa che azzannò i suoi cuccioli?, chiedono, Sei la Signora dei filtri?
Sono io, rispondo, sono proprio io, sono la medeià.
Ma, un tempo, ero la figlia del Sole.

Gli Argonauti

Città di Ea. Palazzo reale.

- Fammi rimanere con te, madre - . L'unico chiarore proveniva dalla fossa delle braci ma la bambina volse le spalle ai tizzoni. - Ti prego, solo questa volta - .
- No, torna da tua sorella - la voce di sua madre era affannata. - Uria, conducila via, mi dà fastidio - .
Sentì la mano grassa e ruvida della nutrice afferrarle il polso. - Figlia del Sole, non fare capricci. La regina deve riposare adesso, è molto stanca - .
La bambina puntò i piedi, cercò di liberare la mano. - Voglio stare qui - .
La stretta divenne più forte, la nutrice la guardò con occhi torvi. - Figlia del Sole, non avrai la tua cena questa sera - .
Il furore crebbe nel cuore della bambina. Se avesse potuto uccidere la stupida serva, lo avrebbe fatto. Era così arrabbiata che vide la nutrice aggrottare le sopracciglia, perplessa, quasi intimorita. Seppe di essere la più forte e questo le dette il coraggio d'insistere. Si voltò a guardare sua madre.
- Mamma... -
La regina Idia aveva l'aria davvero stanca, i capelli sudati incollati alla fronte. Ma gli occhi ridevano, pieni di luce. Scosse la testa. - Vai, - ordinò - non essere cattiva anche oggi. Non sciuparmi questa gioia - .
Tre donne intingevano dei panni di lana in una ciotola e le strofinavano cosce e polpacci striati di sangue. - Sei stata bravissima, mia signora, - dicevano con grandi sorrisi sdentati - hai perso pochissimo sangue. Al tramonto sarai già in piedi - .
Fuori della porta, la bambina s'impuntò, tirò la nutrice per la manica.
- Perché, nutrice, perché? -
- Perché è così che succede, figlia del Sole - .
- Non è giusto - .
- Certo che è giusto. I bambini devono nascere, il mondo deve andare avanti - .
La nutrice le mise una mano sulla spalla per costringerla ad avanzare lungo il corridoio. - Coraggio, vai - .
- Non toccarmi, vecchia, o ti farò frustare - .
- Dovresti essere contenta, perché è nato il figlio del sole - .
- Non lo voglio, non sono affatto contenta - .
- Il principe Absirto crescerà e giocherete insieme fino a quando lui non indosserà l'arco e le frecce, come tuo padre - .
Sentendo nominare il padre, la rabbia della bambina esplose. - Perché lui e non io? -
- Perché solo i maschi possono fondare città, imporre leggi e muovere guerra - .
- Chi lo dice? -
- Non so chi lo dice, ma so che è sempre stato così - .
- Se io fossi regina, non farei più la guerra. Le guerre sono stupide, fanno morire la gente e non c'è mai da mangiare durante gli assedi - .
- Adesso basta, figlia del Sole. Questi non sono discorsi adatti a una bambina. Vai da tua sorella e aiutala a lavarsi le mani, mentre io preparo i panni del fratellino. Verrò a darvi la vostra cena appena il sole calerà sotto l'orizzonte - .
- Puoi anche non venire, nutrice, meno ti vedo, meglio sto - .
La nutrice allargò le braccia. - Medea, non ho mai conosciuto una bambina cattiva come te - .
Quando la nutrice si fu allontanata, di nascosto Medea tornò a sbirciare nella stanza di sua madre. Idia era ancora distesa sul letto, avvolta nelle pelli di lupo, le sue guance avevano ripreso un po' di colore.
Ripensando alle urla spaventose che aveva udito per tutto il giorno, Medea rabbrividì.
Per ore le donne si erano succedute al capezzale di sua madre. Entravano portando panni sulle braccia e ciotole colme d'acqua fumante, e uscivano con ampolle vuote che odoravano d'olio ed essenze. Erano vecchie megere sdentate, sporche, avvolte in pelli d'animale, con amuleti, denti di lupo e penne di fagiano attorno al collo e ai polsi.
Lei aveva seguito l'inquietante andirivieni rannicchiata in un angolo del corridoio, con i pugni stretti in grembo, le labbra serrate dallo sforzo di trattenere le lacrime. Poi una sconosciuta si era fatta strada lungo il corridoio buio. Non era vecchia come le altre. I capelli avevano il colore del fuoco, sotto la sporcizia la pelle era bianca. Le era passata accanto, si era soffermata a guardarla, aveva allungato una mano per farle una carezza. - Prega la Signora - aveva mormorato con voce roca - e vedrai che tutto andrà bene - .
- Quale signora? - aveva chiesto lei.
- La dea della notte, che governa il destino delle donne. Un giorno ti parlerò di lei, se vorrai ascoltarmi, ma adesso devo aiutare tua madre - .
Con passo deciso era entrata nella stanza di Idia.
C'era stato un lungo gemito, poi si era udito il vagito di un bambino e la nutrice si era precipitata fuori, scarmigliata. - È nato, è nato! - aveva esclamato. - È nato il figlio del sole! -
- Che cosa è accaduto alla mia mamma? - aveva ansimato lei.
- Ma niente, bambina, niente - aveva riso Uria. - Togliti dai piedi! Devo dare l'annuncio al re - .
Poi dalla stanza di sua madre era uscita la sconosciuta con i capelli rossi. Si era appoggiata al muro, distrutta dalla fatica. Le sue braccia erano insanguinate fino ai gomiti, si era pulita contro l'abito lacero. Scorgendola, aveva sorriso e le aveva strizzato l'occhio. - Va tutto bene, stai tranquilla - .
Uria era tornata indietro, l'aveva afferrata per un braccio trascinandola con sé. - Vieni via, non dare confidenza agli estranei - .
Lei si era subito voltata ma la donna era già sparita. - Chi era quella persona? - aveva domandato.
- Non è nessuno. È solo una straniera che abita sul fiume - .
Medea sospirò, ricordando quei momenti di terrore. Adesso Idia sorrideva, sembrava felice, tutto era passato.
Ci fu un movimento sotto la pelle di lupo. Idia stava allattando il bambino, proprio come facevano le donne del villaggio. A Medea parve un gesto indegno di una regina. - Madre... - mormorò - madre mia, sono qui... guardami, ho avuto tanta paura - .
Ma Idia non poteva udirla. Teneva il capo reclinato, le labbra vicine alla testa del bambino, tozza e rotonda, coperta di peli sottili. Allattava, con la veste slacciata che lasciava scoperti i seni bianchi ed enormi, fissava il figlio con le sopracciglia accostate, intente, le palpebre socchiuse. Medea non aveva mai visto sua madre guardare qualcuno così dolcemente. Per lei e per Calciope aveva sempre un lampo severo, imperioso.
Indietreggiò, turbata. Si allontanò in punta di piedi, strisciò lungo i muri, origliando. - È nato, è nato - sentì ripetere dietro tutte le porte - è nato il figlio del re - .
Grida di giubilo si levavano in tutto il palazzo ed echeggiavano nel cortile.
Si affacciò a una finestra. Vide la doppia cinta di mura pullulare di guardie in uniforme con le lance levate in segno di gioia. Vide due uomini arrampicati sulla statua del dio. L'avevano lucidata a tal punto che sembrava emanare luce.
All'improvviso, un gruppo di uomini irruppe dalla Sala del Consiglio, in fondo al corridoio. Medea si appiattì dietro una colonna.
- Lunga vita al figlio del sole! - esclamò il luogotenente di suo padre.
Il re apparve dietro di lui. - Sì, Alkur, lunga vita a mio figlio, il mio erede! -
Eeta, suo padre, era un uomo imponente, alto come gli alberi più alti. Portava l'arco con la doppia curvatura sulle spalle muscolose. Quel giorno i suoi uomini lo circondavano, compiaciuti, lo incitavano a brindare insieme a loro. Le passarono vicini senza vederla. Emanavano un odore di vino e di sudore, un afrore di maschio che lei odiava, come odiava il passo di suo padre, la sua voce, la sua risata.
Camminando nell'ombra, raggiunse la camera che divideva con la sorella. Calciope era accosciata sul pavimento e giocava con una bambola imbottita con lana di pecora. Alzò la testa e le sorrise con i suoi dentini di latte appena un po' radi sul davanti. - Ciao, ciao - fece, agitando la manina grassoccia. Aveva due anni meno di Medea e lasciava che la nutrice le annodasse i capelli sulla testa in stupide trecce.
Lei non lo aveva mai permesso. Durante le cerimonie ufficiali aveva morso a sangue la mano che tentava di pettinarla. I capelli scendevano liberi e dritti sulle spalle, sciolti nel vento.
- Sai che cosa è successo, Calciope? - esordì.
- Sì, la nutrice ha detto che oggi la mamma ha avuto un altro bambino - .
Medea si lasciò cadere in terra, vicino alla sorella. - Oh, Calciope, non ho mai visto un bimbo brutto come quello! -
Calciope la fissò con i suoi occhi castani, accostò le sopracciglia come faceva sempre quando rifletteva, nel gesto che la rendeva più simile che mai alla madre. - Ma la nutrice ha detto che è il nostro fratellino, che dobbiamo volergli bene. Io ci sto provando - .
- Io non gli vorrò mai bene, mai! -
- Uria dice che diventerà re, un giorno - .
Medea afferrò la bambola di Calciope e la scagliò con rabbia contro il muro. - Non è vero! - gridò.
Le labbra della sorellina cominciarono a tremare. Andò a raccogliere la bambola ferita. Il dente di cinghiale che rappresentava una gamba era volato via. Tirando su col naso, Calciope radunò tutti i pezzi, poi strinse al petto la sua protetta. - Perché l'hai fatto? Era la mia bambola - .
Una punta di rimorso s'insinuò nel cuore di Medea. Calciope era piccola e non poteva capire. - Smetti di piangere - ordinò. Aiutò la sorellina a rimettere insieme i pezzi, poi passò un brandello di lana attraverso il foro alla base del collo della bambola. - Guarda - disse - è di nuovo intera. Ora le metto in testa il mio braccialetto, come una corona - .
Calciope osservò con gravità la bambola risanata. - Sembra proprio la mamma - decretò. Guardò Medea con occhi all'improvviso raggianti.
- Grazie - .
Medea soppesò la bambola fra le dita prima di restituirla alla sorella. - Dimmi, Calciope, - domandò - quando tu e io saremo grandi, chi sarà la regina? - .
- Tu - rispose Calciope, convinta.



La regina Idia baciò il suo piccolo sul capo. Trovava irresistibile la lanugine color fiamma che lo ricopriva e la pelle nivea e trasparente, sotto la quale spiccavano sottilissime vene azzurrine. Il corpo del suo bambino la incantava. Era robusto, ben formato, già muscoloso come quello del padre.
La nutrice le sorrise. - Devi riposare, adesso, signora. Hai lottato come una lupa per far uscire questo cucciolo - .
- È vero, Uria, ma ne è valsa la pena. Guardalo, succhia come un torello - .
Non aveva mai passato tutto quel tempo insieme alle due bambine. Alla loro nascita aveva delegato l'allattamento alle balie chiamate dal villaggio, per non rovinarsi il seno. Quando piangevano se ne liberava, infastidita.
Ma questo era Absirto, il primogenito del re, e il suo cuore si stava già struggendo per lui di tenerezza e d'orgoglio. Sembrava che ridesse, con le gengive sdentate e i piccoli pugni serrati.
Idia depose il bambino nelle braccia della nutrice con rammarico. - Abbi cura del figlio del re, Uria - .
- Non temere, signora - .
La nutrice si allontanò col bambino.
Faticosamente, Idia mise i piedi fuori dal letto. Il parto era stato doloroso e per muoversi dovette tenere le gambe un poco larghe. Ma sapeva che il fastidio sarebbe passato in fretta. Era giovane e sana e partoriva con facilità. La straniera del fiume l'aveva solo aiutata a girare la testa del bambino, ma aveva fatto tutto da sola. Quella donna non le era simpatica, le sue mani erano troppo calde e i suoi occhi avevano uno strano colore. L'aveva fatta chiamare di nascosto da suo marito, che mostrava una crescente antipatia verso tutti gli stranieri. Era per via dell'oro, stava diventando una fissazione per lui.
Scacciò quel pensiero fastidioso e tornò a concentrarsi sul bambino appena nato. Non si era mai sentita così felice in vita sua. L'avevano allevata per quel preciso fine. Le avevano spiegato come piacere a un uomo, come nutrirsi durante le gravidanze, come sgravarsi in fretta. Le due femmine erano servite a imparare come si allevano i bambini, in vista del primogenito di Eeta. Il piccolo sarebbe stato l'orgoglio del padre, l'avrebbe distolto dalla sua idea fissa, avrebbe allontanato da lui l'influenza nefasta del luogotenente Alkur.
Afferrò una lastra di bronzo e si specchiò, emozionata. Non soffriva di malattie del respiro o delle ossa, conservava ancora tutti i denti e fra i suoi capelli non c'era nemmeno un filo bianco. Sapeva di piacere.
Suo marito l'aveva preferita alle concubine fino al termine della gravidanza. Rideva al ricordo di com'era stato scomodo, negli ultimi tempi, farsi penetrare di fianco per via del pancione. Eeta amava stringerle i seni gonfi e dolenti, che a ogni bambino raddoppiavano di volume.
Con un pettine d'osso, ravviò i capelli sudati. Forse, quella stessa sera, il re l'avrebbe di nuovo chiamata nel suo letto. Le lacerazioni del parto erano ancora aperte e avrebbe provato dolore, ma niente contava più del favore del re.
Ricordava la delusione alla nascita delle femmine. Nove mesi di fatica sprecata e insopportabili doglie inutili. Ricordava che il re non si era neppure dato la pena di venire a trovarla, dopo. Ma questa volta non l'aveva deluso. Non c'era più motivo d'ingelosirsi quando lo vedeva andare a caccia di fagiani con i maschi avuti dalle concubine. Ora lei era la madre del futuro re, la donna più onorata del regno. Si sentiva ben disposta persino verso le bambine, adesso. Percorse a fatica il corridoio, si fermò davanti alla porta della loro stanza e le osservò in silenzio, con occhi indulgenti.
Medea e Calciope erano inginocchiate sul pavimento di pietra e giocavano con un finto riccio, montato sopra un supporto con le ruote. Calciope lo faceva camminare avanti e indietro e gli parlava con dolcezza.
Calciope era piccola e tenera, con le trecce castane annodate in cima alla testa. I suoi occhi mansueti brillavano e le guance erano ancora bagnate di un pianto di cui forse si era già dimenticata. A parte un lieve difetto nella dentatura, prometteva di diventare una bellezza. Era una bambina ubbidiente, ne avrebbero fatto una splendida sposa, capace di procurare a suo padre alleanze preziose.
Anche gli occhi di Medea rilucevano, ma non di pianto. Medea non piangeva mai, a volte stringeva i pugni e diventava paonazza a forza di trattenere le lacrime.
Guardarla, le provocò un sottile disagio.
Per avere solo sette anni, era alta. I capelli neri ricadevano dritti e incolti, sulla pelle bianca spiccavano gli occhi grandi e selvaggi e le sopracciglia arroganti. Non era bella come Calciope e non somigliava a nessuno. Fissava la gente con un'intensità che metteva paura.
Idia capì di non provare affetto per la sua primogenita. Pazienza, si disse, il destino di una regina era generare molti figli al suo re, non amarli. E poi i bambini morivano facilmente, era meglio non attaccarsi troppo a nessuno di loro. Ne avrebbe avuti ancora, se il dio del sole la proteggeva e se il re non le toglieva il suo favore.
Pensando al letto del re, provò un calore umido nel ventre. Non sapeva se amava Eeta, ma le piaceva il suo corpo.
- Vieni, Idia - le diceva lui la notte. Lei ubbidiva, avvicinandosi turbata al suo giaciglio. Eeta era nudo, sopra la pelle di lupo. Protendeva le mani e le strizzava i capezzoli, che s'indurivano per il dolore, per l'attesa. La trascinava giù, accanto a lui. Il suo corpo era peloso e segnato di cicatrici. Il suo sesso sembrava un bastone eretto, con la punta che toccava l'ombelico e i peli rossicci tutto intorno. Emanava un odore forte, che le restava attaccato addosso. Con le mani ruvide, lui la liberava della veste e le montava sopra. Quando la penetrava, lei soffocava sempre un grido di dolore, di sorpresa. Eeta la mordeva sul collo e sulle spalle, le stritolava i seni. Lei era felice di sentirsi in balia dell'uomo più potente del regno. Con le gambe gli cingeva i fianchi e assecondava le sue spinte potenti fino a che non raggiungeva il piacere insieme allo sposo.
Quando lui si ritirava, la lasciava vuota e fredda. Idia sentiva l'odore salato e marino del suo liquido e stringeva le cosce per non perdere il seme del re. Le pulci, che infestavano la pelliccia di lupo, aggredivano la sua pelle indifesa e arrossata dall'amore.
Dopo restava sveglia, mentre lui accanto russava, a guardare il gioco delle ombre sul soffitto. Sorrideva, sperando di essere gravida, di non deluderlo. A volte provava a immaginarsi sfiorita, incapace di generare ancora, bandita per sempre dal letto del re. Rabbrividiva, accostandosi al fianco di lui, sfiorandolo con la mano, delicatamente, per non svegliarlo.
Tornando a guardare le bambine, Idia pensò che quello era il giorno più felice della sua vita e che non voleva sciuparlo con cattivi pensieri. Il futuro faceva paura a tutti, non solo a lei, e una figlia come Calciope avrebbe potuto dimostrarsi una consolazione nei giorni a venire.
Non altrettanto Medea.

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