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Autore: Pietro Sandre
Titolo: Oltre la notte
Genere Romanzo Autobiografico
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Oltre la notte

Il tempo se ve andava sereno senza sussulti. L'unico decesso fu nel 1955 quello di mio nonno che aveva il mio stesso nome.
Nel tran tran quotidiano una mattina mi trovai di fronte ad un frate che mi fermò per parlare e disse che era il nuovo sacrestano ai Frati e che cercava chierichetti. Mi chiese informazioni su quanti ragazzi ci fossero e sulle loro famiglie. Dopo poco tempo ci reclutarono tutti sia dentro che fuori del borgo a fare i chierichetti. Ci insegnarono a dire messa in latino sia normale che solenne, a muovere il turibolo per far uscire l'incenso e tutte gli annessi e connessi delle varie cerimonie.
Il sacrestano Gerolamo era uno sportivo e facemmo un squadra di calcio tutti assieme. Eravamo parecchi e si girava spesso in altre città d'accordo con altri conventi dove andavamo a dormire in camerate e poi si facevano le visite alla chiese. A Chiampo in provincia di Vicenza c'era la copia della grotta della Madonna di Lourdes. Si giocava una partita e poi tornavamo a casa contenti e felici. Siamo stati a Cordenons dove venivano a prenderci alla stazione di Pordenone con un carro trainato da cavalli e facevamo la strada così fino al campo sportivo. Andammo pure a Trieste in una specie di pulmino che definire malridotto era fargli una grazia.
Così fra scuola, calcio chiesa e giochi che ci inventavamo scorrevano gli anni.
Per i topi ognuno aveva un gatto in casa e, se non bastava, si mettevano le trappole. Per gli scarafaggi invece di notte si preparava un catino con acqua e pezzi di pane e al mattino si trovavano morti nell'acqua. Di questi “decessi” non se ne fregava niente nessuno, erano naturali.
Non ci si si ammalava mai.
In chiesa ci insegnavano il catechismo da cui usciva il convincimento che tutti eravamo uguali poveri e ricchi senza distinzione. Io credevo a queste cose e certamente pensavo che ciò valesse anche per gli altri chierichetti ed amici con i quali, ogni anno, facevamo una gara per i migliori presepi fatti in casa e si visitavano tutti assieme. Alla fine era il sacrestano che decideva quale era quello da premiare.
Fra i chierichetti prestavano la loro opera i figli di un industriale tessile molto conosciuto. E naturalmente il primo anno il premio andò a loro. Il secondo lo stesso nonostante il mio impegno nel ricercare tecniche nuove per fare il giorno e la notte emettere a frutto quelle che mi avevavo insegnato i frati. Il tutto consisteva in una bacinella di acqua salata con i fili che si alzavano e scendevano mediante una carrucola spegnendo e accendendo lentamente le luci per dare l'impressione che scendeva la note e nasceva il giorno. Nessuno lo aveva fatto e pensavo di avere finalmente diritto al premio che consisteva allora in giocattoli e qualche leccornia. Niente da fare anche il terzo anno andò a loro.
C'era senz'altro qualcosa che non quadrava. E allora chiesi a mia madre se sapeva perché i premi li prendevano sempre loro. Mi disse in dialetto: “i xe can grossi coi schei e poi – aggiungeva con una sorta di rammarico, fanno donazioni alla chiesa.....” Capii allora che non eravamo tutti uguali come dicevano. Da quel giorno uscii dalla chiesa dei frati per l'ultima volta e sotto le scale giurai che non avrei più messo piede in una chiesa e non sarei mai diventato ricco tanto per fare donazioni alla chiesa e che sarei morto povero. Cosa che sto mantenendo da ben 60 anni.
Al decimo anno mio padre che lavorava presso una segheria dietro la caserma Gotti ricevette l'offerta del datore di lavoro di una casa senza affitto in cambio della cura dell'orto e del controllo della turbina che allora faceva corrente per far andare i macchinari nei giorni festivi. Facemmo il trasferimento quando avevo 10 anni.

I rapporti tra noi giovincelli non era sempre idilliaco e la parola “monellacci” penso calzasse spesso a pennello.
Quando si giocava al mercato vecchio, poi demolito con nostro grande dispiacere, si faceva un gran casino col pallone ed era sempre di pomeriggio quando una signorina anziana, “la zitella”, come la chiamavamo gli abitanti vicini all'osteria di via Rivetta, si faceva magari un sacrosanto pisolino. Noi facevamo apposta per farla arrabbiare e per farla uscire di casa a rimproverarci, a mandarci via. Ma non l'ascoltavamo per nulla così un giorno chiamò i vigili che arrivarono in due col galletto, una moto dell'epoca, e ci circondarono dentro il mercato ma fuggivamo da tutte le parti e non ci presero, o non lo vollero fare.
Anche allora, come succede oggi in maniera più accentuata, c'erano i bulletti a scuola, a cominciare dalle elementari. Due gemelli di Meschio rompevano le scatole a tutti. Volevano merendine, soldini e minacciavano botte a chi si opponeva alle loro “necessità”. Figurarsi se un ribelle come già mi sentivo allora poteva accettare una situazione del genere. Si instaurò pertanto un clima di sfida che non si limitava alla scuola, ma usciva nella vita di tutti i giorni. Li incontravo per strada, loro cercavano la lite ma non ero mai da solo per cui come tutti i bulli si facevano la cacca sotto e tiravano dritto. Noi, la nostra combriccola, non restavamo con le mani in mano. Ci davano fastidio. Un giorno nel nostro gruppo si discusse di fare una spedizione punitiva. Poi ci mancò l'occasione o, forse, il coraggio. Perchè in quelle situazioni le botte si danno, ma anche si prendono.
Un giorno stavo andando a casa con Bruno, un caro amico che sarebbe mancato a 19 anni, e all' altezza della casa del calzolaio incontrammo uno dei gemelli terribili che mi spinse a terra. Il mio amico che era più alto e robusto lo prese per il collo lo stirò a terra e stava per riempirlo di pugni dicendo che se si permetteva ancora di mettermi le mani addosso lo avrebbe massacrato. Io, in vena di placare gli animi, invitai Bruno a lasciarlo stare.
Il giorno dopo nel cortile della scuola elementare Crispi di via Diaz, all'ora di refezione, stavo chiacchierando con alcuni compagni e “il gemello”, evidentemente non soddisfatto dell'esito della vicenda del giorno prima, mi si avvicinò minaccioso dicendo che mi avrebbe menato. Io presi un sasso e lo lanciai colpendolo proprio alla testa. Tutto sanguinante si mise ad urlare finchè intervennero i maestri. Naturalmente come succede oggi nel nostro paese le vittime sono colpevoli e i colpevoli vittime per cui io fui sospeso per qualche giorno e preso a scapaccioni a casa e fu tutto inutile che raccontassi i fatti come in effetti erano andati. Già da allora compresi che la stupidità umana non aveva confini e che la giustizia non era di questo mondo. Del resto che il mondo fosse in parte dei furbi lo compresi quando cercavamo di entrare al cinema Verdi gratis, distraendo il bigliettaio. Ci riuscivamo molto spesso. Devo però ammettere che molte volte, uno per volta, ci faceva entrare, ma solo quando era di buon umore. Altrimenti dovevamo trovare altri modi distraendolo con qualcuno che pagava il biglietto facendolo girare dall'altra parte e noi sgattalavamo dentro.
Una perturbazione non da poco fu la scoperta del sesso che si affacciava ai nostri pensieri e non solo. La “vampata desiderosa” era data dalla figlia del fornaio che aveva tredici anni e giocava spesso con noi al mercato.
C'era sempre qualcuno più sveglio ed un bel giorno si mise a dirle in dialetto “dai fàmea vèder” (dai fammela vedere).

Pietro Sandre
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