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Autore: Cristian Vitali - Maurizio Targa
Titolo: UndiciMetri. Storie di Rigore
Genere Saggio Sportivo
Lettori 85
UndiciMetri. Storie di Rigore

Il massimo del rigore. Cristian Vitali e Maurizio Targa, con uno studio (quasi) leopardiano, ci portano dentro la storia e le storie del momento fatale del calcio: il tiro dagli undici metri, dove si consuma il tutto o il niente, il buio o il miele. Ci sono, inevitabilmente, delle “assenze”: ma non siamo all'enciclopedia, bensì a una scelta, a volte anche originale, di racconti. Gli autori partono dal primo, epico penalty per arrivare ai giorni nostri: una lunga, infinita collana di gioie e dolori, di errori madornali o di parate strepitose, di coppe e mondiali vinti o sfumati in quell'istante che tutto, nel bene e nel male, avvolge o stravolge. Un libro, decisamente, indispensabile per gli appassionati del pallone. Il rigore, già. Una metafora della vita, la sfida tra due giocatori, uno contro l'altro, l'incaricato del tiro e il portiere, ritornano Achille e Ettore. Un fenomeno persino letterario, come ci hanno narrato, ad esempio, Osvaldo Soriano e Peter Handke. Per molti anche un riverbero giovanile. Per me il ricordo (maledizione!) di un penalty sbagliato nella semifinale di un torneo studentesco: tentai di imitare il modo di calciare dal dischetto del mio idolo Pietro Anastasi, il centravanti dalla rovesciata proletaria, ma il risultato fu catastrofico, con l'estremo difensore che, addirittura, bloccò a terra il mio goffo destro. Tutto il mondo mi crollò addosso: mi sentivo smarrito, incredulo, perduto. Perché proprio io? Perché? Non riuscivo a darmi pace. E fu così per giorni. Riuscimmo, comunque, grazie alla partita di ritorno, ad andare in finale. Finale che vincemmo 1-0. Su rigore. Calciato dal nostro capitano, Marcello. Nella mia carriera, da inviato speciale del quotidiano “Tuttosport”, ho avuto modo di assistere a numerosi match decisi ai penalties. L'archetipo rimane la conclusione terminata alta sopra la traversa di Roberto Baggio a Pasadena, in California, mondiale del 1994, contro il Brasile di Romario e Bebeto. Il nostro fuoriclasse (tra l'altro una splendida persona, che ha saputo vestire la gloria con umiltà) restò fermo, le mani sui fianchi, sembrava una statua, preso da chissà quali pensieri, mentre Taffarel e gli altri giocatori della seleçao festeggiavano ormai liberati dalla tensione e dalla passione la conquista della coppa. Lo rivedo, Baggio: orgoglioso anche nelle lacrime, nella consapevolezza della caduta. Un eroe omerico colpito dal fato avverso: ma quel rigore fallito non lo ha reso meno grande. Resterà, sempre e per sempre, uno dei fantasisti più forti della storia del football, un numero 10 per volontà e rappresentazione. Tra le pagine, ho ritrovato uno dei miei calciatori preferiti: il brasiliano Djalminha (ex del Palmeiras, la mia squadra del cuore nelle stagioni della mia infanzia a San Paolo), un altro campione dotato di estro e fantasia. Vitali e Targa, adesso tocca a loro. Dagli undici metri della memoria e della letteratura.

A volte basta un piccolo gesto, giusto o sbagliato che sia, per cambiare il corso della nostra esistenza. Il destino, spesso e volentieri, si presenta alle persone sotto forma di fortuna o di sfiga, a seconda delle fattispecie: ci mette di fronte ad un bivio, in cui entrambe le strade da scegliere sono buie. Dentro o fuori, testa o croce, destra o sinistra. Sappiamo solo che una porta alla gloria, l'altra all'oblio. Quindi è il caso a decidere quale sarà la nostra sorte. Sono le circostanze a definire se ergerci a campioni, oppure semplicemente farsi gioco di noi, in maniera beffarda. Questo è ciò che accade nel calcio quando, nel corso di un match qualsiasi, il direttore di gara prende la decisione – sia essa equa o scorretta – di assegnare un calcio di rigore, oppure quando si arriva alla fatidica “lotteria dei rigori”, una definizione, forse, troppo superficiale. È la linea sottile che divide la festa dal dramma, il trionfo dal baratro, la morte dalla vita. È il rito della ghigliottina in piazza – per dirla alla Gianni Mura, che l'aveva così efficacemente descritta –, anche se rotolano palloni, non teste. Si attende il colpevole, colui a cui addossare la responsabilità, quello che verrà marchiato d'infamia. Quello che sbaglierà, e in alcuni casi sarà bollato per sempre. Il momento del tentativo di trasformazione è a dir poco sacro: tutti restano col fiato sospeso, a partire dai diretti protagonisti, il portiere e il rigorista di turno. Due antagonisti che hanno obiettivi diversi, ma ovviamente legati tra loro: l'incaricato per la trasformazione che ha il preciso compito di “gonfiare la rete” e quindi realizzare il fatidico gol e che, nella quasi totalità dei casi, ha in mano la chiave della svolta, e l'estremo difensore che, invece, ha l'ingrato compito di impedire che la sfera varchi la fatidica linea bianca. Quest'ultimo è chiamato a compiere un vero miracolo, visto che le statistiche ci dicono che la probabilità di realizzare una rete è, per la squadra che ne usufruisce, decisamente molto alta (circa l'85%). E la storia ci insegna che il tentativo di trasformazione di un penalty, che solitamente si consuma in pochissimi secondi, può decidere le sorti di una squadra, addirittura di un intero torneo, ma anche segnare in positivo o in negativo un'intera carriera. Li hanno falliti tutti i “grandi”, specie nei momenti topici. Ha fatto padella Maradona, hanno lisciato Platini, Zico, Messi, Ronaldo, hanno sparacchiato Baggio e Beckham. Campioni come Falcao e Gullit non ne hanno mai voluto sapere, mentre operai e faticatori del pallone (vedi Brio, Strunz, Pessotto, Ferrara), hanno invece regalato esecuzioni magistrali. Altri ancora, come Caraballo o il povero Toffoli, hanno incarnato con i loro errori la loro modesta carriera. La ricetta giusta ce l'aveva sicuramente Eric Cantona, che riteneva di conoscere un modo infallibile per calciare i rigori: mettendoli dentro. Ma neanche lui era veramente infallibile. Un tiro dal dischetto può avere il potere di “macchiare” un'onesta carriera di calciatore discreto. Può segnare in maniera indelebile un giocatore, nei ricordi dei tifosi, che può venir ricordato ai posteri solo per un semplice ma decisivo errore, più che per tanti anni ad alto livello di sonore sgroppate sulle fasce oppure di interventi puliti e precisi, o ancora di copiosi tiri al fulmicotone. Paura di tirarli non ne aveva certamente Giampiero Testa, alzi la mano chi lo conosce. Attaccante nelle serie minori italiane tra gli anni 60 e 70, vanta un singolare ed invidiato record: zero errori. E ne ha tirati oltre trecento, mica due o tre.
Il penalty è il momento supremo del dramma calcistico, attaccante ed estremo difensore che si sfidano in nome di tutti gli altri, Orazi e Curiazi ridotti all'osso, specie da quando si ricorre ad essi per decidere l'esito di un incontro terminato in parità. Noi, unici al mondo, ci siamo giocati ben due Mondiali così. Sei solo contro tutti, perché l'universo intero ti guarda: i picchi d'ascolto televisivo si toccano proprio in quei cinque interminabili minuti. Ogni sequenza ha una storia e da quei fatidici UndiciMetri è possibile fotografare un'era: il cucchiaio di Totti è la cantera del 2000, il missile lanciato da Baggio nell'orbita di Pasadena è lo specchio del ‘94, l'errore di Pearce elimina l'Inghilterra da Italia '90 e lui dà fuori di matto e diventa per tutti – e per sempre –, “Psyco”, mentre, sempre dal dischetto, Donadoni e Serena uccidono le Notti Magiche di Totò Schillaci. Helmut Duckadam, sconosciuto estremo difensore rumeno, para quattro rigori e regala un'inopinata Coppa dei Campioni alla Steaua Bucarest. È l'eroe nazionale, ma il figlio di Ceaucescu, ingelosito – si dice –, gli fa spezzare le mani. Francesco Toldo da Padova compie un'impresa simile al portiere balcanico, in un Italia-Olanda in cui scippiamo agli orange la finale del “loro” Europeo. Se la squadra perde non è quasi mai colpa del portiere, quelli sono quasi amici tra loro, si abbracciano prima del rito, sorridono. Non hanno nulla da perdere, non c'entrano: possono al massimo trasformarsi da carneadi a immortali. Ci sono stati tantissimi episodi in chiave di rigore che hanno più o meno influenzato il prosieguo del cammino nel mondo professionistico di un giocatore. In alcuni casi, gli errori ne hanno troncato l'ascesa nel calcio che conta. In altri hanno addirittura provocato forti ripercussioni nelle scelte tecniche di una squadra. In altri ancora, paradossalmente, hanno rappresentato una chiave di svolta positiva. Altri rigori invece, sono rimasti nei ricordi dei tifosi solo perché hanno una “storia” particolare, che si è tramandata nel tempo. È proprio sbagliato chiamarla lotteria: ai rigori non vince il più fortunato ma il più abile, il più preciso, o il meno stanco, chi ha meno paura, chi non ha fretta. Ci siamo prefissati di raccontarne alcuni pescando in ogni tempo, sulla base delle cronache di allora, dal passaparola dei tifosi più attempati, degli articoli di giornali, dei ricordi personali.
Storie, liti, drammi, atmosfere e leggende raccontate da un punto di osservazione molto particolare: quei fatidici e interminabili UndiciMetri.

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