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Autore: Claudio Lei
Titolo: Tu chi uccideresti?
Genere Giallo Poliziesco
Lettori 102
Tu chi uccideresti?

Errori senza assoluzione.

L'assassino, 31 ottobre.

Si respira il fetore della vergogna negli anfratti della notte, scorci periferici dove si apre il cassonetto al posto del frigorifero, momenti da dimenticare cercando di passare inosservati. Una comunità con il marchio dell'indigenza, che preclude i suoi membri dalle cosiddette attività normali, di quelle restano solo ricordi con cui torturarsi prima di fuggire nel sonno.
Sarebbe facile prendermi una sbornia di consensi, se pubblicassi su Facebook le foto di quello che mi circonda, le persone prenderebbero il numerino per scrivere quanto sia intollerabile e penosa la situazione. E poi? Poi tornerebbero nel bozzolo di quotidianità in cui si nascondono, accumulando impegni serrati per sovrastare le urla della coscienza, che mettono in discussione la convinzione di essere migliori di tanti altri.
L'ho fatto anch'io. Per anni. Passati a sbraitare la mia frustrazione, pregando bastasse per estinguere il rogo che mi consumava le budella, invece serviva solo a farlo tornare più rovente di prima. Diventiamo molto creativi quando dobbiamo negare una verità scomoda, ce n'era una che rifiutavo di ammettere, nonostante fosse ovvia. Volevo fare giustizia, quella vera, di tutti i colpevoli.
Uno lo conosco, lo conoscono tutti Ivan Martinelli, molti vorrebbero essere al suo posto nei patinati selfie che pubblica sui social network. Ricevo la notifica da Facebook che ne ha caricato un altro, subito dopo perdo il segnale. Sono passate le diciannove da mezz'ora, immagino di cosa si tratti, ma devo controllare. Ho sempre compatito i rabdomanti della connessione, con lo smartphone proteso in pugno davanti a loro, mentre zigzagano speranzosi a destra e sinistra. Divento uno di loro, che cammina guardando lo schermo al posto della strada. Le tacche in successione della linea dati pulsano, aumentano da zero a due, poi ci ripensano, rischio di sbattere contro un'auto parcheggiata quando arrivano a tre.
Riesco a evitarla, nonostante sbuchi all'improvviso dalla penombra, ed è una fortuna, perché all'interno non c'è un passeggero ma un inquilino. Il tettuccio di lamiera e stoffa è tutto quello che ha sopra la testa, al posto del termosifone c'è un cane raggomitolato al suo fianco, spuntano sotto la trapunta stesa per riparli dal freddo e gli sguardi indiscreti. Gli riconosco il diritto alla privacy, metto tra di noi un po' più distanza, che diventa enorme quando sullo schermo si caricano le immagini che aspettavo. Basta osservarle per farsi proiettare all'altro capo dell'esistenza, dove la notorietà svolge il ruolo di valuta corrente, usata per dare un prezzo al pudore.
Sto camminando in due realtà parallele, la prima scricchiola sotto le suole delle scarpe mentre ne calpesto le strade. Nell'altra non c'è niente che si possa toccare, gustare o annusare, ma solo invidiare. In questo Ivan Martinelli è un maestro, il suo flûte tintinna contro la fotocamera del telefono, sceglie l'inquadratura per esaltare gli status symbol: lo champagne bevuto nel locale esclusivo, insieme alle bellezze di turno. Peccato si debbano sporgere in avanti per entrare nella foto, invitando l'obbiettivo a frugare nella scollatura, oltre che risalire qualche centimetro sotto la minigonna.
“Vivi ogni giorno al top o non vivere affatto” recita il testo del post.
“Impossibile fare di meglio” commento, cliccando poi sull'icona con il pollice alzato.
“Non mi piacciono i limiti,” risponde “dopo: cena da Mikele!”
I suoi discepoli digitali gli tributano un diluvio di “like”, con l'arroganza è facile ammaestrare i deboli, soprattutto quelli che mendicano la protezione dei più forti. Io volevo un'altra cosa: una conferma. Insieme a tutto il resto ha condiviso il luogo in cui si trova, l'ora e, non contento, ha perfino scritto dove andrà. Informazioni che i miei strumenti di sorveglianza mi avevano già fornito, ma volevo verificarne l'attendibilità, ho avuto la mia conferma!
Ho ottenuto anche un'altra cosa: un appuntamento, finita la sua cena mi troverà ad aspettarlo, nel frattempo assorbo l'essenza del budello suburbano in cui mi trovo. Qui non c'è niente di cui vantarsi in rete. Bisogna strisciare ai bordi della civiltà, nutrirsi dei suoi avanzi, guardare a distanza lo shopping altrui senza disturbarlo. C'è di più: un potere occulto, sconosciuto alla maggior parte delle persone, che sto facendo mio. L'occasione di metterlo alla prova compare sulla soglia di un bar, da cui esce una coppia. I nostri occhi condividono un contatto fugace, che loro si affrettano a sciogliere, prima di incamminarsi sul marciapiedi. Facciamo due strade parallele, anche se procedono affiancate non si incontreranno mai, perché hanno deciso di erigere una frontiera invisibile tra me e loro. Era quello che volevo.
Non mi hanno evitato per disgusto o indifferenza, ma per paura. Sono il loro incubo peggiore, rappresento le perversioni del caso, pronte a rovinare chiunque. E preferiscono rifiutare la realtà; se non mi vedono non saranno turbati, se non mi vedono non sono responsabili, se non mi vedono non esisto e non potrò fargli del male. Il paradosso di sentirsi sicuri voltando le spalle alle minacce.
Ho il repellente contro gli sguardi, devio le attenzioni sgradite, rendo le persone testimoni inutili di fatti che hanno preferito ignorare. Il potere che volevo controllare. Scivolo oltre senza che nessuno dei due se ne accorga, raggiungo l'esterno del ristorante, ma resto fuori dalla portata delle telecamere. Queste strade sono vecchie amiche, non mi negano nessuna confidenza, conosco la posizione di ogni possibile insidia. Ne approfitto per filmarle, mentre controllo la posizione del cellulare di Martinelli: sempre all'interno del locale. Avevo lasciato un solo posto libero e lui ci ha parcheggiato la sua BMW . Riprendo anche quella con il telefono, spezzoni che monterò in seguito, insieme agli estratti del suo profilo Facebook. La sua vetrina digitale serve a ricordare cosa possiede a differenza dei visitatori: le auto sportive che popolano i sogni ricorrenti dell'italiano medio, la confidenza con cheff da reality immortalata in foto plastiche e, naturalmente, donne smaniose di mostrare più pelle che la stoffa dei vestiti. Il semplice possesso è insufficiente a soddisfarne le ambizioni, ci vuole la sconfitta di qualcun altro a condire una vittoria, altrimenti risulta un po' insipida. È la “fallo-equivalenza del trionfo”: ogni successo dev'essere conseguito fottendo gli altri. E lui ne ha fottuti tanti, solo che non erano suoi nemici, ma suoi dipendenti.
Lavoravano nel reparto di un suo concorrente, qualcosa per cui investire notti insonni ad architettare strategie, finché ci ha affondato gli artigli. L'ha mantenuto in funzione quanto bastava per carpirne i segreti, poi, sfruttando la crisi economica come pretesto e violando tutte le garanzie fornite, l'ha liquidato da un giorno all'altro. Allora le istituzioni hanno invitato i sindacati a duettare, uniti per un giro di valzer intitolato ipocrisia, in cui fingevano di ignorare l'ultima strofa, nonostante avessero capito tutti che sarebbe terminata con la parola: realpolitik . Un termine altisonante che si usa quando non si ha il coraggio di chiamare il cinismo per quello che è. Decine di persone senza un piano “b”, finite nell'incubo da cui provengo a disputarsi gli avanzi, nell'indifferenza di chi avrebbe dovuto tutelarli. Disperati senza santi in paradiso, a cui non è rimasto nemmeno un angelo custode, solo quello di un altro tipo: il vendicatore.
Il volto di Martinelli fa capolino davanti all'ingresso del locale, riceve i saluti del proprietario, poi si immerge nella notte, dove nuoto io. Apro l'app sul mio cellulare, è ora di premere il grande pulsante rosso. Occorrono alcuni istanti prima di vederne gli effetti, quelli che servono al mio bersaglio per sgranare il rosario delle bestemmie, perché un furgone osa bloccare la sua X6. Arrogante com'è aggira il veicolo, cerca il conducente con i pugni contratti, pregustando la prepotenza con cui gingillarsi bevendo il bicchierino della staffa. Non trova nessuno su cui sfogare la sua rabbia, va a sbattere contro un buio impenetrabile.
Le luci del ristornate sono state rubate, insieme a quelle dei lampioni e di qualunque altra fonte nel raggio di centinaia di metri. Ne compare una sola, che va a trafiggergli gli occhi, anche se tenta di schermarli con la mano protesa.
- Mi tolga quella torcia dalla faccia! - ordina, con voce roca.
Non è una torcia, è un riflettore, squarcia un pertugio per la telecamera del mio smartphone
- Ma lei è il famoso industriale Ivan Martinelli? -
- Sì? - conferma, a metà via tra il lusingato e il perplesso, quanto basta affinché non si accorga di essere spalle al furgone.

Claudio Lei
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