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Autore: Laura C.
Titolo: Se poi me ne pento?
Genere Autobiografico Rosa Umoristico
Lettori 99
Se poi me ne pento?

La mia vita a trent'anni.

Il sabato era il giorno che mi agitava di più: quello in cui facevo la spesa settimanale. Il mio progetto di avere non solo un lavoro, ma una vita senza contatto con il pubblico, si sospendeva per qualche ora. Dovevo uscire senza che ci fossero i Power Rangers a farmi da scudo contro nemici indesiderati. Dovevo interagire con la gente in carne e ossa, con i compratori che sfrecciavano tra le corsie del supermercato come fossero stati alla guida di autoscontro imbizzarrite. Dovevo subire la pressione alla cassa, mentre sistemavo l'immensa spesa in quello che Ginevra chiamava il “carrello da vecchia” posto al mio seguito, aspettando che la signora in fila dietro di me smettesse di sbuffare. Ma quel sabato avevo sottovalutato che l'uscita mi sarebbe risultata stressante fin dal tragitto. In città stava per cominciare una partita di calcio e nel quartiere in cui vivevo era collocato lo stadio, il che significava soltanto una cosa: delirio generale.
Lungo il viale segnato dalla pista ciclabile e da palme più o meno mozze, orde di motorini quasi mi investirono facendomi maledire l'universo, comitive di ragazzini avanzavano prendendosi fin troppo spazio, con la pancia all'aria gonfia di prematura fierezza. Sembrava poco materno ammetterlo – e da donna a volte desistevo dal ribadirlo – ma proprio non li sopportavo i ragazzini a quell'età, li chiamavo sempre “mocciosi” o “marmocchi”. Si muovevano in branco spingendosi tra loro, esprimendosi in un linguaggio che non sarebbe riuscito a tradurre nemmeno un interprete, si atteggiavano a ometti vissuti con fare spavaldo e strafottente e guardavano sfacciatamente i sederi delle donne. “Fossero figli miei, li prenderei tutti a schiaffi” mi dicevo come se avessi avuto cinquant'anni, poi quando me li ritrovavo di fronte cambiavo marciapiede per evitarli.
Quel giorno la spesa mi provò particolarmente. L'obiettivo di fare in fretta e di fingere di non vedere le persone chiacchierone che conoscevo, mi rese piuttosto sbadata. Mentre trascinavo il carrello da vecchia guardandomi intorno con diffidenza, mi resi conto che invece di comprare il deodorante intimo avevo acquistato quello per respingere gli insetti. Perfetto, ora le mie ascelle sarebbero state repellenti! Ma ero quasi sotto casa e non mi andava di ritentare la missione. Mi scappò soltanto un'affermazione ad alta voce.
- Lo dico sempre che devo mettermi a registrare dei video-tutorial con le istruzioni su come fare tutto male! - esclamai.
Sì, immaginavo di riprendermi mentre non ne azzeccavo una, di aprire un bel canale su YouTube in cui, con l'intento opposto a quello dei miei competitor, istruivo i follower su come agire per sbagliare a fare ogni cosa. “Nel video tutorial di oggi, ecco a voi: la spesa malfatta. Domani invece parleremo di come non rendere riuscito un dolce e chiuderemo la settimana spiegando come asciugare male i capelli, in modo da farli assomigliare a una scopa di paglia”.
Con mia immensa sorpresa, però, qualcuno mi aveva ascoltato.
- Io ti seguirei, sarebbe divertente - udii alle mie spalle mentre cercavo la chiave del portone.
Mi voltai.
Nello scorgere il mio interlocutore mollai il carrello, che piombò a terra cospargendo la spesa. Rimasi come ipnotizzata, le labbra spalancate e gli occhi increduli. Dinanzi al mio sguardo se ne stava proprio lui: Geb, il mio cantautore preferito, il ragazzo dagli occhi blu con la faccia pulita, il chitarrista appassionato, la voce di quei versi che sentivo così miei. Non era possibile. Si trattava senza dubbio di un sosia, del resto aveva parlato in italiano. Trovai necessario giustificare il mio viso inebetito.
- Scusami, non ho un tic alla faccia ma adoro Geb. Te lo avranno detto mille volte che gli somigli, in più porti una camicia di jeans uguale a quella che ha indossato durante il suo ultimo concerto, siete praticamente identici! -
- Siamo identici, certo, io sono Geb - rispose lui con un sorriso ampio e tranquillo. I suoi denti bianchissimi brillavano oltre le labbra carnose.
D'accordo, il tipo carino era in vena di scherzare, ma se – come Geb – anche lui aveva quattro anni in meno di me, non poteva certo pensare di darmela a bere. Avrei voluto chiedergli: “Chi credi di prendere in giro, bel bamboccio biondo? Sei abituato a sfruttare questa somiglianza fortunata?”. Invece, non riuscivo a fare a meno di sorridere imbarazzata, distogliendo lo sguardo.
Poi, vidi che il ragazzo si affrettava a raccogliere la spesa disseminata sull'asfalto. Me la porse man mano, per far sì che la risistemassi nel carrello.
- Che gentile! - lo ringraziai.
Impuntai di nuovo la chiave per ritirami nel palazzo e sfuggire a quell'incontro piacevole ma destabilizzante. Dovevo rientrare a casa, nel mio rifugio asettico, privo di simili sbalzi emotivi. Ma lo sconosciuto mi fermò.
- Aspetta! Laura Conchi, vero? Vorrei parlarti. -
Mi rivoltai di scatto. Quel finto Geb conosceva il mio nome, il mio cognome e dove abitavo. Era lì appositamente per dirmi qualcosa. Mi turbò.
- Come mai sai chi sono? Mi seguivi? -
- Non nel senso che credi tu, tranquilla, lascia che ti spieghi. Lavoro presso il centro Free Mind, per i disturbi di ansia sociale. Monitoriamo costantemente le ricerche che i cittadini effettuano in rete su questo argomento. Dalle tue, Laura, abbiamo riscontrato che sarebbe opportuno aprire un dialogo e fornirti la consulenza di esperti come noi. Possiamo guidarti in un percorso che curi il tuo disturbo, se appurato. Sono stato selezionato per garantirti una corretta diagnosi e un trattamento efficace, se vorrai sarò il tuo physical coach. Non preoccuparti, nessun costo è a tuo carico. Per chi aderisce entro la fine dell'anno offriamo la nostra assistenza gratuitamente. -
Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Quel bambolotto dai tratti delicati mi stava dicendo con estrema disinvoltura che avevo bisogno di uno strizzacervelli e che lui era la persona giusta per risolvere i miei problemi.
- Sembri il supporto psicologico appena uscito dal film Vanilla Sky, vuoi propormi anche tu un sogno lucido? -
- Carina questa... la risposta è: non proprio. -
- Quello che fate è comunque disonesto, il concetto di rispetto della privacy non vi appartiene! -
- Mi dispiace, Laura, ma sei tu che non sai proteggere la tua privacy. Potresti navigare in incognito e invece non lo fai. -
Che indisponente... con garbo mi stava dando anche della svampita.
- Ascolta, sosia di Geb, ho capito che in alto se ne sta qualcuno che sa tutto di noi e che costui non è Dio, ma Google, però così non si rispetta il GDPR. Io sono a casa mia a fare i fatti miei, ma mi sento braccata come se qualcuno, nascosto dietro il vetro, mi stesse spiando e sfruttando. È assurdo! -
- Hai ragione. L'assurdo oggi è quello che accade; il normale si verifica un po' meno. A questo punto, però, potresti cogliere il risvolto positivo di tutta la faccenda. -
- Cosa potrei cogliere esattamente? -
- L'opportunità di stare bene, perché negarsela? -
- Ma vi formano tutti così al centro? -
- Così come? -
- Come se aveste un cilindro in una mano e poteste compiere una magia in grado di cambiare la vita delle persone. Ti avverto, ho già il coniglio magico a casa: è una lampada pazza che si illumina senza che sia io ad accenderla. -
- Interessante, magari un segnale. -
- Dalla psicologia all'esoterismo? -
- No, restiamo sul campo. Ti va di farmi salire? Ti spiego meglio tutto. -
Avrei voluto dirgli: calma, finto Geb, la mia buona fede non è un pozzo senza fondo; non è frutta scontata, venduta al mercato con un cartello su cui c'è scritto Approfittate pure! Ma diedi un'altra risposta.
- Non vorrei che mia madre si stranisse, è in casa. -
- Sei sicura? -
Rimasi contrariata. Mia mamma, come tutti i sabati, era al circolo con zia Cloe a giocare a burraco, ma lui non poteva sapere anche questo. Alla fine, feci quello che ai bambini si pone come un netto divieto: accogliere gli sconosciuti in casa; però io, oltre ad avere trent'anni, forse avevo anche la voglia di ascoltare quel ragazzo. Ero confusa. Il finto Geb assomigliava realmente al vero Geb e questa somiglianza andava oltre l'aspetto fisico. Anche lui sembrava un giovane educato, dai modi gentili, predisposto a una certa sensibilità. Mi aprì la porta dell'ascensore e mi fece accomodare dentro per prima. Durante la salita, notò il mio imbarazzo e si voltò di spalle allo specchio per far sì che non ci riflettessimo entrambi con le facce sul vetro. Uscì per primo dalla cabina e mi tenne nuovamente la porta. Soltanto il mio vicino, tra tutti gli abitanti del condominio, era solito fare lo stesso.

Laura C.
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