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Autore: Elena Magnani
Titolo: Come il cielo di Belfast
Genere Narrativa contemporanea romance
Lettori 93
Come il cielo di Belfast

31 Agosto

A chi è in guerra e ama,
a chi è in guerra e spera,
a chi è in guerra e sogna.

The Falls

Belfast esulta. La gente si riversa in strada inscenando numerosi cortei. L'Ira, in un comunicato letto alla televisione di Dublino, ha appena annunciato la cessazione delle ostilità, unilateralmente e incondizionatamente.
Dopo venticinque anni la città scende in piazza e si ferma per strada, sorridente festeggia la possibilità di una vita di pace, senza più camionette dell'esercito agli angoli delle strade, senza più la paura di attentati e ritorsioni.
La gente di Belfast vuole camminare per le vie dei Troubles a testa alta, lentamente, senza doversi guardare sempre le spalle, e forse dopo oggi, dopo questo annuncio, si aprirà la strada del dialogo e potranno farlo.
Intere scolaresche escono dalle aule urlando slogan da adulti e per un po', in mezzo a loro, mi faccio prendere anch'io da questa tanto attesa euforia ma la realtà, come sempre, non tarda a colpirmi allo stomaco facendomi tornare alla mente le sue minacce.
Qualcuno urla: - L'Ira ha vinto! -
Mi volto cercando di capire chi sia stato. Scruto i volti sorridenti. Non ci sono vincitori né vinti in questa guerra. Restano solo le lacrime versate sulle tombe e non ha importanza da che parte stai. Una madre piange il figlio, una moglie il marito, una figlia il padre, che importanza può avere in quale strada siano nati?
Sto pregando Dio come non l'ho mai fatto, lo prego di fermare la mano di un uomo, lo prego di soffiargli via dal cuore la sua vendetta.
Attorno a me urla di gioia e lacrime si mescolano in un crescendo d'euforia.
Continuo a farmi trascinare dalla folla per vie che non conosco, non ho paura di perdermi perché mi sono già persa in un uomo che si nutre di rabbia e di rancore.
Quando sono arrivata a Belfast non mi importava niente di questa gente e di quello che accadeva qui, ma ora guardo questi volti con occhi nuovi e desidero che finalmente riescano ad avere una vita diversa, un'esistenza pacifica.
Lentamente la gente si ferma, si improvvisa un comizio. Mi fermo anch'io, ho bisogno di respirare, di convincermi che sto facendo la cosa giusta, di raccontarmi che posso prendermi qualche altro minuto prima di fuggire via da qui.
Un coro si innalza verso un uomo che, con gesti misurati, cerca di calmare gli animi.
- Gerry Adams! - Urla l'Irlanda del Nord. - Gerry Adams! -
Nell'aria calda di questo ultimo giorno di agosto del ‘94, le grida si fanno bisbigli e poi silenzio. Continuo a guardarmi attorno, cercandolo tra la folla. Spero ancora nella sua presenza per evitare una strage, perché se portasse avanti il suo intento, se decidesse di far scoppiare quella bomba, non ci sarebbero più speranze, per nessuno.
Mentre guardo questa gente che fa il gesto di vittoria, prego che i suoi occhi non siano più cupi e che abbia cambiato idea.
Una signora mi chiede se sto bene.
- Sei così pallida - dice.
- È l'emozione - balbetto.
Lei mi strizza l'occhio e con sguardo solare si volta verso Adams che inizia a parlare:
- Amici e compagni... -
Chiudo lentamente gli occhi, mentre uno scoppio improvviso copre la sua voce...










Cinque giorni prima

26 Agosto






























The Falls

- Avrò chiuso il gas? -
La bambina, seduta una fila davanti alla mia, sta dicendo alla madre che dietro c'è una pazza che parla da sola.
Temo proprio di essermelo scordato. Avevo programmato tutto così bene, poi come al solito mi sono ridotta a preparare la valigia in fretta e furia. Ancora mi chiedo che fine abbia fatto il maglione bianco di cotone, è l'unico che mi stia veramente bene.
Dovrei cercare di rilassarmi e godermi il viaggio, magari faccio finta di essere in treno. Il problema è che detesto volare. Tutta colpa di Luca, ma stavolta me la paga. Come si può incontrare una tipa in vacanza e solo dopo poco più di un mese decidere di sposarla? Conoscendolo, è sicuramente uno dei suoi soliti colpi di testa, come quando voleva farsi prete. Ma questa volta non può ripensarci il giorno dopo e dire “scusa non so che avessi per la testa, amici come prima.” Al mio prossimo compleanno, invece di desiderare di vincere una crociera, spegnerò le candeline con la speranza di trovare finalmente un amico normale.
Conobbi Luca a casa di amici, sarei dovuta correre via a gambe levate invece di farmi trascinare nei suoi casini per ben quattro anni. Ricordo che ero andata a quella cena controvoglia, la settimana era stata infernale, costellata dai rimproveri del mio datore di lavoro e da una delle mie solite delusioni sentimentali. Mi trovavo nello stato d'animo peggiore per aver voglia di socializzare, ma allo stesso tempo l'idea di trascorrere un'altra serata in casa a rimpinzarmi di patatine e a guardare la televisione mi demoralizzava. L'allegro schiamazzo dei miei amici mi aveva immediatamente infastidita, ero stufa degli stessi discorsi ripetuti all'infinito, delle stesse battute e delle stesse cattiverie contro chi in definitiva era migliore di loro. Stavo per vomitargli addosso tutto il mio disprezzo quando mi tornò alla mente che in altre occasioni erano stati carini, e soprattutto che erano gli unici amici che avessi. Per un po' avevo cercato di resistere, stampandomi in faccia un bel sorriso del tipo “mi sto divertendo un mondo”, poi mi ero eclissata, rifugiandomi in cucina.
Luca era entrato con uno sguardo da ebete. Eravamo rimasti in silenzio tentando di ignorarci. Il solito amico di amici che volevano farmi conoscere, era il secondo o il terzo del mese. Sfortunatamente non avevo voglia di piacergli, né di dover essere per forza spiritosa e interessante. Apprezzavo sinceramente la premura con la quale i miei amici cercavano di trovarmi un ragazzo, ma come dicevo loro solitamente, volevo essere io a trovare l'uomo che mi avrebbe rovinato la vita. L'uomo per il quale avrei fatto delle scelte sbagliate e con cui avrei trascorso il resto della mia esistenza pentendomi di averlo incontrato.
- Mi annoio - aveva detto con tono di voce opaco.
L'avevo guardato senza rispondere.
- Ti va di uscire in giardino? - Se ci stava provando, non si stava impegnando poi molto. - Potremmo scappare e andare a cena da qualche parte, o magari tornarcene ognuno a casa propria - mi aveva proposto strizzando l'occhio.
Iniziava a essermi simpatico, era ovvio che si trovasse nella mia stessa situazione.
- E che scusa gli inventeresti? - Avevo chiesto in tono di sfida.
- Se te ne vuoi andare, avviati alla porta, al resto penso io. -
Un uomo che prendeva in mano la situazione, per me era una novità. Avevo trovato un modo per andarmene senza dover dare spiegazioni, ma non potevo certo immaginare quali sarebbero state le conseguenze.
Da com'era iniziata la serata niente presagiva che un giorno, Luca ed io, saremmo diventati inseparabili. Infatti, in pochi mesi, diventammo quel genere di amici che si raccontano ogni dettaglio senza mentire, senza arrossire, e confidarsi con lui era un po' come parlare a me stessa nel buio della notte.
Alla fine, però, anche lui si rivelò un coniglio, uno di quelli nani che si tengono in appartamento, buoni, docili e puliti. Di quelli che lasci liberi per casa, tanto cosa vuoi che possano combinare? Poi un bel giorno, tornando dal supermercato, trovi tutti i mobili rosicchiati da cima a fondo. Pazienza, è sempre il tuo coniglietto dagli occhi dolci.
La voce della hostess, attraverso l'altoparlante, sta annunciando l'imminente atterraggio all'aeroporto di Belfast e ringrazia per aver scelto questa particolare linea aerea. Allaccio la cintura di sicurezza e lancio uno sguardo poco socievole alla bambina che continua a voltarsi.
Sono arrivata, finalmente. L'aereo sta atterrando, scivola in un cielo tanto azzurro e compatto da sembrare irreale.
Esco dall'aeroporto e vedo Luca venirmi incontro. Dall'emozione inciampo e per poco non finisco lunga per terra.
- Come stai? - Gli chiedo stringendomi nel suo abbraccio.
- Bene - risponde, ridendo per la mia quasi caduta.
- Il viaggio è andato bene? -
- Sì, anche se mi è sembrato interminabile. -
L'aria è fresca e piacevolmente frizzante.
- Vieni, c'è un taxi che ci aspetta. Piccola, mi sembri cresciuta - insinua accarezzandomi la testa e facendomi sentire un cucciolo peloso, di quelli che sembrano degli spazzoloni per lavare i pavimenti.
- E dai - replico stizzita - sempre a burlarti della mia altezza. -
- Della tua bassezza vorrai dire, vostra altezza - incalza lui.
- Ora basta - lo zittisco, voltando la testa da una parte e fingendomi offesa.
In fondo non sono poi così bassa, però rispetto al suo metro e novantadue sono decisamente un tappo, lo so.
- Dai Gaia, non prendertela, scherzavo... -
Mi abbraccia maldestramente, sbattendomi il borsone contro una gamba. Salgo nel taxi zoppicando, con lui che sghignazza divertito.
- Torniamo a Falls Road - comunica Luca all'autista.
- Allora, com'è lei, sei sempre sicuro che sia la persona che fa per te? -
Forse non è il momento giusto e dovrei usare un po' più di diplomazia, ma non voglio perdere tempo, non ho intenzione di sprecare tutte le mie ferie per una delle sue innumerevoli storie d'amore senza futuro.
- Molto di più Gaia, molto di più - mi risponde respirando a fondo. - È la donna della mia vita, l'ho trovata, ne sono sicuro. -
- Sicuro? - Non riesco a mascherare la mia perplessità. - La conosci da così poco. -
Riconosco quello sguardo, vuol dire che tra poco mi troverò trascinata in uno dei suoi soliti cicloni.
- È lei, ne sono certo. -
Ancora quel guizzo negli occhi, presagisco già una catastrofe. Il taxi si ferma.
- Siamo arrivati? -
- No - risponde Luca irrigidendosi. - C'è un posto di blocco. -
- Documenti - ordina un militare in assetto anti sommossa. Dopo aver guardato scrupolosamente i nostri documenti ci ordina di scendere.
- Problemi? - Domando perplessa.
Non risponde, e neppure gli altri militari lo fanno. Noto che uno di loro ci punta il mitra addosso tenendo il dito sul grilletto.
- Non ti preoccupare - cerca di tranquillizzarmi Luca - è la prassi, soprattutto su un Black Taxi diretto verso West Belfast. -
Aggrotto la fronte e lo fisso confusa, ma Luca non fiata, sembra una statua di cera.
- Apri il borsone - mi intima il militare.
Anche se riluttante, obbedisco e, mentre quello fruga tra le mie cose, un altro, con un cane poliziotto, entra nel taxi e svuota il mio zainetto.
Scatto in avanti pronta a protestare, ma Luca mi ferma afferrandomi per un braccio.
- È meglio di no - bisbiglia a denti stretti.
I militari ci restituiscono i documenti facendo segno al taxista di ripartire subito. Cerco di rimettere i vestiti nel borsone ma ci rinuncio; piegati ordinatamente c'erano entrati tutti, dopo la perquisizione non c'è verso di richiuderlo. Risaliamo sul taxi e partiamo.
Recupero le mie cose sparse sul sedile e le butto nello zainetto.
- Che cosa stavano cercando? Hai visto che modi? -
- Qui è sempre così - precisa Luca in tono pacato - avvengono molti attentati. -
- Che intendevi prima, a proposito del taxi? - Mi informo, incrociando lo sguardo dell'autista nello specchietto retrovisore.
- Ne parliamo dopo - taglia corto Luca.
Ha un'aria strana, e io non ho voglia di insistere.
Guardo fuori dal finestrino, se non fosse per i militari agli angoli delle strade, sembrerebbe una città come tante. Il taxi svolta, dirigendosi verso un enorme spiazzo dove c'è un altro posto di blocco. Penso che basterà dirgli che ci hanno già fermato al precedente. Invece no, la solita trafila con armi spianate, le solite domande e gli stessi sguardi, poi finalmente il via libera. La mia valigia sembra esplosa.
- Ma è sempre così o è per festeggiare il mio arrivo? - Polemizzo inviperita, abbandonandomi pesantemente sul sedile e richiudendo stizzita la portiera.
- A volte è anche peggio - ribatte Luca, e nella sua voce c'è una triste rassegnazione.
Finalmente ripartiamo fiancheggiando un'enorme torre tozza con un lato senza finestre sul quale è dipinta una gigantesca bandiera irlandese.
- Cos'è? - Chiedo indicando l'edificio.
- Sono i Divis Flats. Sono stati costruiti per dare un tetto ai cattolici rimasti senza casa dopo la pulizia etnica. Segnano l'inizio di Falls Road, la zona repubblicana e cattolica di Belfast, la nostra meta, siamo quasi arrivati. -
Imbocchiamo una strada larga, dai marciapiedi bassi e dipinti di arancione, bianco e verde, i tre colori della bandiera irlandese. Ai lati della strada ci sono dei massi enormi. Luca me li indica. - Quelli li mettono per impedire il parcheggio di autobombe. -
Questo quartiere, così vicino al centro con i suoi bei palazzi e i viali alberati, eppure così lontano per degrado e miseria, mi lascia senza fiato. Mentre ci avviciniamo a un incrocio noto che la fila di casette a schiera è interrotta, le macerie di un'abitazione stanno lì, in piedi, grazie a chissà quale forza fisica, a indicare che un tempo in quel luogo ci viveva qualcuno. Devo andarmene al più presto e trascinare Luca via con me.
- Non puoi pensare seriamente di venire a vivere qui - osservo, non riuscendo a nascondere una certa agitazione. - Questa sembra una città sotto assedio. -
- Roisin non vuole lasciare i suoi - mi spiega. - Ho provato a convincerli a venire in Italia, ma non credo che accetteranno mai di andarsene da Belfast. -
- Non vorrà di certo che tu corra il rischio di essere ucciso - sbotto con il tatto di un elefante. - Per amore si muove il mondo, lei deve solo trasferirsi in un posto più sicuro, non mi sembra poi un grande sacrificio. Certo, bisogna vedere se ti ama veramente. - Pronuncio l'ultima frase sottovoce, ma consapevole che lui mi abbia sentito.
Luca non commenta. Fisso i suoi capelli castani cortissimi, la pelle chiara, gli occhi scuri leggermente sporgenti. Ha sempre un'aria da bravo bambino mai cresciuto, con quel suo modo di sorridere con un lato della bocca, quando è preoccupato.
Questa situazione mi agita, la sua rassegnazione mi paralizza; ho il timore che non sia come le altre volte, ho paura per lui, seriamente.
- Ti troverai bene con loro, sono persone semplici, sincere. - Dichiara infervorato, ignorando completamente ciò che gli ho appena detto. - Erano eccitati all'idea di conoscerti, non vedevano l'ora che tu arrivassi. Gli ho parlato tanto di te, Roisin era così impaziente del tuo arrivo, sono sicuro che andrete d'accordo. -
Guardo fuori, ho la sensazione di essere già passata per questa strada, qui si potrebbe girovagare per giorni prima di capire dove ci si trovi; ogni stradina, ogni casa, sono uguali le une alle altre.
Il taxi si ferma davanti a un'anonima palazzina di due piani, la parte bassa rivestita di mattoni rossi, e il sopra un tempo doveva essere stato di un bel verde smeraldo. I muri sono scrostati e martoriati, sembra che stia in piedi grazie al sostegno delle case adiacenti. Al piano terra c'è un bar con l'insegna appena leggibile.
- Eccoci arrivati - afferma Luca dopo aver pagato il taxi.
Saliamo le scale esterne, mi chiedo cosa lo abbia portato qui. Non riesco proprio a immaginare la sua vita in un luogo così grigio e spoglio, con la paura di attentati che incombono ad ogni angolo.
Luca mi fa entrare in un piccolo ingresso semibuio, arredato da un attaccapanni appeso alla parete e da una mensola per il telefono. C'è uno strano odore, un misto d'incenso e di tabacco, un odore pungente e inaspettatamente piacevole.
L'aroma di questa casa mi piace, ma mi turba allo stesso tempo.
Dall'ingresso si entra in una stanza più grande, illuminata da due finestre. Mi guardo attorno, un divano, un tavolo, due poltrone e un tavolino da fumo; per essere una sala è molto spoglia, considerando che l'unico soprammobile è un vaso di vetro giallo sul tavolino.
- Qui c'è la cucina - mi informa Luca indicandomi l'arco a sinistra. - E di qua ci sono le camere. -
La porta a destra dà su un piccolo corridoio con tre porte, due camere e un bagno.
- Qui dormono i Devine e Roisin. Quest'altra è dove starai tu. -
- Mi dispiace che Roisin debba dormire con i suoi a causa mia, io preferirei andare in un albergo - suggerisco.
- Questa camera è dei cugini, lei ha sempre dormito con i suoi. Non mi va di saperti sola in un albergo, e poi loro si offenderebbero. -
- Ma tu dove stai? -
- Qui, dormo sul divano - dice voltandosi di nuovo verso la stanza e indicandolo con la mano.
- Sul divano? E i cugini? -
- Hanno trovato un'altra sistemazione, finché rimarrai qui. -
- No, senti - protesto un po' seccata - preferisco andare in albergo. -
- Si sono offerti loro, capisci che persone sono? - Ribatte preoccupato. - Se non rimani li offenderai. Ti prego, fallo per me. -
- Va bene - accetto, ma non nascondo il mio disappunto.
Mi chiedo se lo stiano incastrando. In fondo Luca ha un buon lavoro, un'ottima istruzione e soprattutto genitori ricchi sfondati.
Mi siedo sul letto, Luca mi imita, sorridendomi, quasi imbarazzato.
Scuoto la testa. - Sei sicuro di tutto questo? -
Lui si volta verso la finestra e per un attimo non risponde. Vorrei solo che aprisse gli occhi e che fuggisse da questo posto con me.
- Che cosa intendi dire? - Mi guarda fingendosi sorpreso.
- Del matrimonio, della situazione che c'è qui. Sei sempre stato un eroe d'altri tempi, un cavaliere che salva le damigelle dai temibili draghi, un sognatore romantico, ma questa è la vita reale e di vita ne abbiamo una sola da vivere. Sai benissimo come possa essere difficile sopportare questo genere di errori. -
- Io sto bene, non devi preoccuparti, sono totalmente consapevole di ogni rischio, di ogni mia azione. Vorrei tanto che tu fossi felice per me, perché io finalmente lo sono. -
- Sono contenta che tu sia felice, ma se non fossi tua amica non mi preoccuperei. È che questa situazione mi sembra così strana, dai ammettilo, qualcosa qui non va. -
- Tranquilla, sembra che la questione religiosa sia ad una svolta - mi informa ignorando ciò che realmente intendevo. - Ci sono voci che l'Ira voglia deporre le armi. Se fosse veramente così, tutti potrebbero tirare un sospiro di sollievo, anche io ovviamente. -
Avrei preferito parlarne subito e chiudere qui la faccenda, ma credo che ci vorrà più tempo del previsto. Ho l'impressione che ci sia sotto qualcosa. Starò al suo gioco per un po', ma il tempo a sua disposizione è poco. Voglio tornare presto a casa e se lui continuerà a far finta di non capire, stavolta dovrà cavarsela da solo.
- Che cosa intendevi dire prima, a proposito del taxi? -
- Dei Black Taxi? È un servizio di taxi gestito dalla minoranza cattolica, ovvia il rifiuto degli autisti d'autobus di passare per West Belfast. Figurati che per ogni corsa chiedono poco più di un biglietto d'autobus. Non sono ben visti dalla polizia e dai militari perché fanno servizio in questa zona, e poi ci sono voci che una parte dei proventi serva per finanziare l'Ira. È una fortuna che abbiano messo su una società del genere, altrimenti le persone che non possono permettersi una macchina, e ti assicuro che qui sono molte, sarebbero completamente tagliate fuori e costrette a non vedere altro che questa miseria. -
- Deve essere terribile vivere così - incalzo.
Non me ne importa niente se la gente di questa città si scanna ad ogni angolo per una stupida guerra religiosa, non me ne frega niente se non hanno abbastanza soldi per una macchina, voglio solo andarmene, con Luca possibilmente.
- Questo è niente, in questi giorni ti renderai conto da sola delle ingiustizie e delle barbarie che subisce questa povera gente. -
- Comunque credo che la ragione non stia mai da una sola parte - dichiaro - e che nessuno sia totalmente buono o totalmente cattivo. Lo so che tu sei un puro sognatore, troppo idealista per accettare la mia visione della vita, la visione umana non quella divina, ma non credi di esserti preso troppo a cuore questa gente? -
Luca mi guarda come se mi vedesse per la prima volta, ho l'impressione di aver esagerato.
- Devo andare un attimo al pub qui sotto, intanto tu disfa i bagagli. Non ti dispiace, vero, se ti lascio sola? - Poi, guardando l'orologio aggiunge:
- Bernadette dovrebbe essere qui tra poco. Ci vediamo dopo - si alza e se ne va.
Credo di averlo fatto innervosire. Ho la terribile sensazione che non riuscirò a salvarlo dal cappio che si è messo al collo.
Mi guardo intorno, la camera è piccola e arredata semplicemente, sulla parete di fronte sono appese delle foto un po' ingiallite. Una sola è recente, ritrae due ragazzi con le canne da pesca in mano, sorridono mostrando due grosse trote. Sono diversi nei colori, uno è biondo e l'altro ha i capelli scuri, ma hanno entrambi lo stesso sguardo azzurro e un po' triste, nonostante sorridano. Presumo che siano i cugini di Roisin. Le altre sono foto di famiglia, come si facevano una volta: i nonni seduti, i figli dietro di loro e i nipoti ai piedi dei nonni. Tutti con il vestito buono della domenica e con quella dignità tipica della gente povera ma onesta.
Le altre pareti della stanza sono spoglie, alla finestra c'è una piccola tendina di pizzo, fatta all'uncinetto, composta da due tralci di rose. Di fronte al letto c'è un armadio a tre ante alto fino al soffitto, di lato un altro letto e un cassettone con sopra un centrino candido che riprende il motivo della tenda, non c'è altro.
Comincio a tirare fuori le mie cose dal borsone anche se una vocina mi dice di non farlo e di darmela a gambe, ma la situazione Luca non sarà sicuramente risolta prima di domani, sempre che ci sia ancora una possibilità.
Nell'armadio ci sono dei vestiti maschili, ma solo nelle prime due ante, la terza è vuota, sicuramente hanno fatto spazio perché la potessi utilizzare io.
Non ho portato molto, la mia idea era di trattenermi il tempo necessario per farlo ragionare e poi prendere insieme il primo volo per l'Italia.
Sento aprire la porta d'entrata e ascolto le voci provenire dalle altre stanze. Mi passo le mani nei capelli e con un certo nervosismo attraverso la sala e mi affaccio in cucina.
- Salve - saluto.
Una donna corpulenta sta tirando fuori dal frigo alcune pentole; nell'angolo opposto ci sono due giovani uomini. Riconosco in loro gli stessi tratti della foto appesa in camera. Si assomigliano molto, lo stesso sguardo azzurro limpido, la stessa bocca. Uno è castano chiaro con i capelli lunghi fino al collo, l'altro è moro, con i ricci sulla fronte.
La donna si asciuga le mani nel grembiule a fiori e mi viene incontro.
- Tu devi essere Gaia, vero? - Chiede tirandomi a sé e abbracciandomi.
- Sì - le rispondo in imbarazzo per la sua manifestazione di familiarità così esagerata.
- Io sono Bernadette, la mamma di Roisin, Luca ci ha raccontato meraviglie di te, ti è molto affezionato. -
- Lo adoro anch'io - sostengo stando sulle mie - non lo avrei raggiunto se non fosse così. -
Devono capire al volo che non sono una stupida e che non mi faccio abbindolare da due sorrisi e un abbraccio.
Lei rimane un po' in silenzio, poi aggiunge:
- Questi sono i miei nipoti, lui è Michael - mi sfiora il braccio indicandomi il giovane dai ricci scuri. L'uomo appoggiato al tavolo, che si trova al centro della stanza, si muove lentamente venendomi incontro. Allunga la mano.
- È un piacere - sorrido stringendogliela.
- Questo è mio fratello Liam - me lo presenta, allentando subito la presa.
Giro intorno al tavolo e mi allungo stringendo la mano al fratello di Michael che, seduto sul piano di legno vicino all'acquaio, mangia una pesca. I nostri occhi si agganciano e per pochi secondi ho l'impressione che mi manchi il fiato.
E come in un sogno, la pesca nelle sue mani assume per me un'importanza enorme. La buccia vellutata, la polpa profumata e succosa, i segni dei suoi denti, delle sue labbra sul frutto maturo. È come se ne sentissi il sapore dolce e pastoso, ne ho la sensazione sulle labbra, in bocca. Una goccia di succo gli scivola lenta lungo la mano, una mano grande e forte, con dita affusolate. Distolgo lo sguardo sentendomi impacciata e goffa.
- Allora, Michael - chiede Bernadette - credi che verranno? -
Lui le risponde con un'alzata di spalle.
- È un piacere - riesco, alla fine, a balbettare a Liam.
- Failte - dice lui.
Lo fisso perplessa. Liam sorride, io mi sento intontita, frastornata.

Elena Magnani
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