Writer Officina Magazine
Home
Magazine
Writer Officina
Autore: Susanna Hawkwood
Titolo: Come Polvere nel Deserto
Genere Storico Archeologia Proibita
Lettori 163
Come Polvere nel Deserto

...I primi giorni feci in modo di entrare dall'ingresso all'estremità opposta, ignorando i continui scarti verso il viale del chioschetto e i guaiti sofferenti, poi vidi qualcosa che mi colpì profondamente: su una panchina ombrosa, poco lontana dal chiosco, ogni pomeriggio, era una donna dall'aspetto raffinato che, a distanza, mi parve molto giovane. E molto sola.
Arrivava camminando lentamente, persa in chissà quali pensieri, con passo elegante e il portamento naturalmente nobile, sedeva con un sospiro e prendeva a sbocconcellare un panino guardando il viale, come in attesa di qualcuno che non arrivava mai. Mi diede un senso di solitudine così profonda, che desiderai poterla avvicinare. Così, permisi a Grigno di prendere il viale centrale e deviare verso il chiosco.

Mentre venivo trascinata dalla furia assatanata del famelico canide, le passai proprio di fianco e mi resi conto che poteva avere almeno trent'anni, come quaranta, o perfino cinquanta... mi ricordava, in modo preoccupante, una Creatura incantata, di quelle esistenti solo nelle favole, fuori dal tempo e dallo spazio, che dimostrano vent'anni, ma forse ne hanno duemila.

La sbirciavo, basita, quando uno strattone che quasi mi gettò a terra mi riportò alla realtà proprio di fronte al bancone. Presi un panino per me, giusto per non approfittare troppo, e Grigno ottenne due salsicce calde, tutte per lui.
Non c'erano altre panchine libere, così mi avvicinai a quella occupata dalla donna, che ci osservava divertita, e feci il gesto di sedermi al capo opposto: - Posso? - Lei annuì, guardando Grigno con simpatia.

Lui divorò le salsicce, ma continuava a tenere gli occhi sulla donna: - Non tentare di fare l'invadente con la signorina, pozzo senza fondo! - sibilai tra i denti.
Non mi sentì nemmeno, inghiottì rumorosamente l'ultimo boccone, quindi si lasciò cadere ai piedi della poveretta. - Grigno! - lo rimproverai.
Lei rise.
Una risata strana, morbida e vellutata, che pareva arrivare da lontano, come portata da un vento inesistente, in quel giorno di giugno.

Scrollai la testa cercando di mantenere il senso della realtà, ma quell'istante, quel breve istante in cui la donna aveva riso, mi aveva scossa fin sotto le suole.
Per un secondo, avevo avuto la visione di un grande fiume, di palme cullate dalla brezza, dune rosate nel sole nascente e, in tutto questo, la sua risata arrivava come il vento nel quale ondeggiavano i palmizi, avvolta dal profumo di gelsomino.
Un attimo. E la realtà era cambiata.
Non so se fosse un effetto che faceva a chiunque, se sia successo soltanto a me o che altro... avevo la sensazione che non fosse visibile a tutti, e non a tutti nello stesso modo, come spesso sono le Creature magiche.

- Sei molto carino, sembri uno sciacallo, sai? - disse con voce ammaliatrice. Aveva uno strano accento, pur leggero, che non riuscii a riconoscere.
Lunghi capelli castano caldo, occhi ambrati, grandi, lontani, come non guardassero questo mondo ma oltre, e da un qualche “oltre” venissero.
Antichi. Saggi. Sconfinatamente tristi.
Ebbi un brivido, anche se il clima era più che tiepido ed ero piuttosto abituata alle stranezze. Il profilo era elegante, la carnagione chiara, ma di un caldo dorato che ricordava la sabbia di alcune zone del Sahara.

- Uno sciacallo, nel senso che si dedica allo sciacallaggio? - tentai di scherzare.
Lei sorrise, accarezzandogli la testa affilata: - No, nel senso che ricorda un po' il dio Anubi, no? -
Ecco. Io vedevo il deserto mentre rideva e lei si metteva a parlare di Egitto! Forse avrei dovuto evitare di avvicinarmi...
- Beh, il suo umano gli ha messo nome Champagne, ma io lo chiamo Grignolino. Nessuno, a quanto pare, ha pensato ad Anubi, qui. -
Grignolino la fece ridere ancora e poi tossì leggermente, come se a ridere fosse poco abituata.

Ci presentammo, mi disse di chiamarsi Marabel. - Amara bellezza... - commentai tra me. Lei annuì: - Una strana fantasia di mio padre - disse. - Quando nacqui, passò tutto il tempo nella sala d'attesa in maternità, a scrivere nomi particolari, interessanti, storici o mitici, poi mi vide e disse: “Marabel!”. Quando mia madre gli chiese perché, rispose che aveva sentito così. Era il suo modo di essere. Mia mamma non impazziva per quel nome, ma lo accettò - .
Pensai dovessero essere una famiglia piuttosto originale, ma mi limitai a sorridere.

- Quindi, il cane non è tuo? - disse, passando a un “tu” amichevole.
In genere non amo dare del lei alle persone che mi piacciono, ma, per quanto quella donna mi sembrasse fantastica e desiderassi fare amicizia, mi sentivo schiacciata da un senso di soggezione. D'altra parte, continuare con “signora” sarebbe stato molto scortese, per cui mi sforzai di adattarmi.
- No, è del mio padrone di casa, beh, è anche il mio migliore amico, comunque. Ora è a Parigi, uno dei suoi appartamentini è allagato, dice che pare ci sia stata una piena e ci sono parecchi lavori da fare. -
- Parigi! Ci sono nata, sai? -
- Davvero? - domandai, forse eccessivamente stupita.
- Oh sì, mio padre lavorava presso il Louvre come antropologo. Si occupava dei reperti provenienti da popoli arcaici, indigeni, sai, come Siberiani, Australiani e Nordamericani e anche di alcuni del centro Africa. In particolare era affascinato dai Dogon, molto prima che la loro storia fosse nota al grande pubblico. -
- Fooorte! - esclamai.

- Mia madre, invece, insegnava tedesco alle superiori ed era più teutonica di una tedesca d'annata. A volte mi chiedo cosa davvero unisse due persone così diverse: lui sognatore, quasi sempre scollegato dalla realtà quotidiana, molto più a suo agio in una sorta di “Tempo di Sogno” personale, lei così pragmatica. Eppure sicuramente si amavano e ancor più certamente si rispettavano.
Nella loro vita hanno litigato rare volte, dimenticando i dissapori nel volgere di pochi momenti. Lei era la sua àncora al mondo fenomenico, sosteneva lui, e lui era la sua porta sull'Oltre. Se ne sono andati tenendosi per mano, superando insieme una soglia cui lui era certo ben più preparato di lei e, per una volta, il più forte. -

Provai una sorta di invidia per quei due sconosciuti che avevano, in poche frasi, rivelato una vita che la maggior parte della gente non sogna se non nell'adolescenza, quando si pensa di incontrare un amore per sempre, che sappia superare ogni avversità. Io avevo smesso di sognare tardi, rispetto ai miei amici, forse per questo ero single, mentre gli altri erano tutti sposati e molti già separati.
E, riflettendo, mi resi conto che Marabel aveva usato, nel parlare dei suoi, un tono distante e malinconico. Era sola, e dovevano mancarle molto.

- Niente fratelli? - indagai. Lei scosse la testa: - Che vuoi, fatta me, presumo mia mamma abbia buttato lo stampo, per evitare altre grane! - rispose divertita.
Non mi pareva bello ciò che diceva di se stessa, ma non osai chiedere altro.
Era raffinata, profumava di mirra e qualcosa di pungente, forse incenso e qualche essenza legnosa, ma in modo discreto, non eccessivo, né pesante.
Delicato, come il vento misterioso che trasportava la sua voce.

Parlammo d'altro, le spiegai che avevo un mezzo siberiano grande quasi quanto Grigno, lei aveva sempre avuto Egyptian Mau, disse facendomi venire un'altra volta i brividi. Prima Anubi, poi Parigi, ora gli Egyptian... e poi?
Mi raccontò che viveva da sola, con un Mau ultimo di una lunga serie di cucciolate, e mi meravigliai: era così bella, così elegante, intelligente, colta, che non potevo capire come non avesse uno stuolo di ammiratori, amanti, amici, mariti o aspiranti tali. Non parlò di fidanzati, né di ex, né di figli.
Parlammo di gatti, di montagna, di musei, di antropologia, di paesi.

Scoprii che aveva vissuto a Parigi, Londra, Torino, Il Cairo e New York e non potei mentalmente non segnarmi che si trattava delle città con i Musei Egizi più importanti al mondo. Non ne feci cenno, in quel momento, ma la cosa mi rese stranamente inquieta, senza che ne capissi la ragione.

Le spiegai che lavoravo nell'editoria, ma che il mio desiderio era di dedicarmi completamente al mondo dei minerali: - Anzi, spero che Franco si spicci a tornare perché dobbiamo preparare Sainte Marie aux Mines... la fiera, intendo, è alla fine del mese! - Lei sgranò gli occhi: - Oh, è meraviglioso! Ci sono stata una volta, diversi anni fa. C'è veramente da perdersi e la cosa che più mi piace è la gente: gente che proviene da ogni parte del mondo, con vecchi furgoni scalcinati pieni di tesori, che si mescola, parlando in qualche modo, e in qualche modo ci si riesce sempre a capire. I colori, lo scintillio, sembra di entrare in un mondo incantato, no? -
Non avrei saputo descriverlo meglio, le risposi.
Pensai che, prima di partire, le avrei chiesto se voleva raggiungerci, o comunque l'avrei invitata. Ora no, la conoscevo appena e non volevo sembrare invadente, anche se mi dava l'idea di avere molto bisogno di qualcosa che colmasse la sua solitudine.

Le raccontai di come cercavamo i minerali e di quanto la Valdombra ne fosse ricca, lei mi fece molte domande sul quarzo e i minerali cristallini.
- Sei mai stata a Giza? - mi chiese a bruciapelo, mentre le raccontavo le strane caratteristiche di alcuni cristalli trovati dalle mie parti. La fissai a bocca aperta: - G... Gi? -
- Giza, in Egitto, alle Piramidi! - Feci no-no con la testa.
- Peccato! - esclamò: - Dovresti andarci, una volta o l'altra. E cercare di entrare senza troppi turisti caciaroni al seguito. Prendere una guida è la cosa migliore, poi si allunga una mancia bella sostanziosa per rimanere un po' di più - .
- Beh, se sostanziosa è una sostanza che posso permettermi... -
- Dipende dalla guida, bisogna contrattare - rispose, strizzandomi l'occhio.
Mi parve che non stimasse molto le guide locali, o le guide in generale.

- Ma che c'entra la piramide con i quarzi? - domandai.
- Molto. Per secoli le piramidi, almeno quelle serie, erano ricoperte di calcare bianco, che rifletteva la luce solare come neve. Doveva essere un'immagine fantastica, non credi? -

Annuii, cercando di immaginare che pugno negli occhi dovesse essere trovarsi davanti quei tre catarifrangenti sotto il sole del tropico. Le immaginai sotto la luce lunare e mi sentii rinfrancata.
- In ogni caso, all'interno della Camera del Re, si possono avere delle esperienze particolari, molto intense, a volte. Molti pensano sia magia, e può darsi che sia vero, ma esiste una spiegazione logica. -
Storsi il naso: la parte del mio cervello da formazione scientifica era in solluchero, l'altra metà, quella che voleva a tutti i costi che la Magia fosse la vera forza motrice dell'Universo, era profondamente contrariata.

- Le rocce con cui sono edificate le piramidi di Giza hanno un'altissima concentrazione di quarzo e, per come sono costruite, le proporzioni, le proiezioni e posizione lungo le linee telluriche, le corrispondenze astronomiche, delle quali la cosiddetta scienza ufficiale non vuole saperne di tener conto, creano delle basse frequenze, le stesse emesse dalla Terra, magnificate proprio dalla presenza del quarzo, che le rifrange e amplifica, mentre la struttura fa da cassa di risonanza. Questo provoca effetti sulle percezioni e, in generale, sull'attività neurale. Effetti che andrebbero studiati, invece che negati, ma... - sbuffò, delusa.

Immaginai fosse normale che facesse discorsi di quel tipo, avendo vissuto al Cairo con un padre perennemente infilato nel Tempo di Sogno, ma continuavo a sentirmi inquieta. Eppure avevo sempre trovato interessante l'antico Egitto...
- Dovresti provare a usare delle basse frequenze in una gabbia a piramide di cristalli di quarzo e vedere cosa succede. Emissioni sonore particolari potrebbero avere effetti molto singolari, usate con cautela, naturalmente. -
Ehi, questo sì era interessante!
- E che effetti si possono produrre? - esclamai. - Dipende dalle frequenze che usi e da come le fai risuonare con le tue pietre - rispose: - L'ideale sarebbe provare diversi suoni e diverse disposizioni. -
Estrasse dalla borsa un notes e prese a schizzare schemi con appunti a bordo pagina tanto rapidamente che non riuscivo a starle dietro, quindi mi affibbiò una dozzina di fogli che mi fecero pensare a una via di mezzo tra i codici di Leonardo e gli studi di Tesla. Avevo l'acquolina in bocca, ma dubitavo di riuscire a capirci qualcosa.
- Wow, grazie! Non so cosa riuscirò a cavarne fuori, ma... sembra fantastico! Queste cose le hai studiate quando vivevi in Egitto? -
Lei mi guardò, sorpresa: - Studiate? Oh, io... immagino di no, veramente. Mi sono venute in mente adesso, dai tuoi discorsi - .
Ecco.

- E suppongo che non siano mai state studiate da nessuno, almeno in questi termini, eh? - indagai.
- Non che io sappia, anzi, ti suggerirei di non mostrarli in giro, quelli. E di tenere per te i tuoi progressi. Ho scoperto che gli avvoltoi abbondano! - mi confidò, spalancando gli occhi in un'espressione innocente, che le faceva dimostrare non più di vent'anni, benché, da come parlava e dalle esperienze che aveva, dovessero essere come minimo il doppio.

Ci salutammo quando Grigno emise un sonoro sbadiglio, un paio d'ore dopo. Non ci promettemmo di rivederci, né ci scambiammo indirizzi o numeri di telefono, ma io sapevo che l'indomani l'avrei trovata ad aspettarmi. Sicuramente non ero io la persona che pareva attendere dall'alba dell'Universo ma, almeno, io sarei arrivata!
Fosse pure cascato il mondo, io sarei arrivata!

Susanna Hawkwood
Biblioteca
Acquista
Contatto