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Autore: Michele Zoppardo
Titolo: Chi uccide a Borghetto
Genere Thriller Paranormale
Lettori 131
Chi uccide a Borghetto

Due donne coraggiose.
13 gennaio 1976 - martedì
Don Mario, il parroco anziano ma sempre vispo, aveva organizzato, per i ragazzi dell'oratorio, una gita - pellegrinaggio di quattro giorni, per visitare Santiago di Compostela, dove si crede che riposino le spoglie dell'apostolo Giacomo, il santuario della Madonna di Fatima, con i luoghi dell'apparizione, la città di Coimbra, con la storica università comprendente la meravigliosa biblioteca Joanina e, infine, gli splendidi monasteri di Bathala, nell'omonima località, e dos Jerònimos, a Lisbona. Alle cinque e trenta di quella mattina, piovosa e insolitamente fredda, stava assegnando i posti a una ventina di ragazzi assonnati, sul pullman granturismo messo a disposizione dall'agenzia di viaggi Pitrè.
Faceva ancora buio e i lampioni delle strade erano sempre accesi quando, alle sei in punto, come da programma, il parroco disse all'autista che si poteva partire e sedette sul primo sedile a destra, il posto solitamente occupato dagli accompagnatori delle gite turistiche; ruolo che aveva voluto assumere, unitamente a quello di guida spirituale, perché conosceva bene i luoghi che andavano a visitare per esserci stato più volte.
Alle ore sei e trenta seguenti, Agatina Vetrano, la ragazza delle pulizie, entrò nel bar per fare colazione. L'aspettava una mattinata densa d'impegni; perciò doveva cominciare presto.
- Ma chi caristi dal letto stamatina? - le chiese Teresa, la cinquantenne titolare dell'esercizio.
- Haiu un saccu di chiffari, perciò mi debbo spicciare. Il cappuccino fammillu bello caldo, ca stamatina fa friddu. -
Consumata la colazione, Agatina si avviò verso il vicino ambulatorio medico sito al piano terreno, da dove iniziava sempre il suo lavoro, data la vicinanza al bar. Infilò la chiave nella toppa della porta con chiusura a scatto. Il dottor Calabrese ci aveva fatto mettere la molla perché “certi pazienti maleducati” gliela lasciavano aperta, facendogli gelare tutto l'ambiente d'inverno o facendogli entrare la soffocante afa estiva. Stranamente, la porta non era chiusa a chiave.
“Ma chi fa, se lo scordò?” si chiese la ragazza. “Con l'età, u dutturi accumincia a essere anticchia stunatu.”
Entrata, Agatina attraversò la sala d'aspetto e raggiunse il ripostiglio. S'infilò i guanti di gomma, prese scopa, spazzolone, secchio con l'acqua e detersivo e, mentre si accingeva a entrare nello studio, notò una seconda stranezza. La porta da cui si accedeva, che il dottore chiudeva sempre alla fine delle visite, era socchiusa. Agatina pensò che forse il dottore, la sera prima, aveva dimenticato qualcosa e ora era passato a prenderla. Così, chiamò timidamente: - Dottore? Che c'è lei? - Nessuno rispose. La ragazza cominciò ad aver paura. “ Ma chi ci su i latri?” si chiese. Posò a terra il secchio e gli altri attrezzi e impugnò lo spazzolone a mo' di arma. Si avvicinò piano e infilò cautamente il naso dentro. Subito dopo, cacciò un urlo e svenne.
Teresa, che stava preparando un caffè per un cliente, udì quell'urlo. “Ma chi fu Agatina?” si domandò. Immediatamente corse all'ambulatorio, lasciando che il caffè continuasse a fluire dalla macchina, traboccando dalla tazzina. Spalancò il portoncino d'ingresso, che Agatina aveva lasciato accostato, attraversò la sala d'aspetto e trovò la ragazza lunga distesa davanti alla porta dello studio.
- Agatina, ma chi fu? Bedda matri! Ma chi ti sintisti male? -
Cercando di sollevare la ragazza per metterla a sedere, Teresa, inavvertitamente, con un'ancata spalancò la porta rimasta socchiusa e a vedere lo spettacolo che le si presentò: - Madonna mia benedetta! - esclamò solamente e svenne anche lei, rischiando di crollare addosso alla ragazza in soccorso della quale era accorsa. Agatina fu la prima a riprendersi e aiutò Teresa a tornare in sensi e a rialzarsi.
- Bedda matri, u dutturi ammazzaru! - esclamò la ragazza, visibilmente scossa.
- Maria che impressione! A testa fracassati avi! E tuttu quel sangue! - replicò la barista.
- Ma tu com'è ca ti attrovi ccà? - chiese Agatina.
- Picchì ti ho sentita gridare e mi scantai. Pinsai ca avevi bisogno d'aiuto e currivu. -
- Mih! E accussì m'aiutasti, ca pi picca non mi scafazzavi, se mi cadevi di sopra? -
- E chi ci pozzu fari? M'impressionavi e svenni. Tutto mi potevo aspittari ma no di vedere sta carneficina. Ma perché, tu che hai fatto? Non sei svenuta macari tu? E poi, invece di ringraziari ca lassavi tutti cosi per venire a aiutarti, ti lamenti puru! -
- Hai ragione; scusami Terè, ma arristai un pocu stunata, comu si m'avissiru datu una botta in testa. A stu momento, mi pari ca non saccio quello che dico. Però - senti - la Polizia dobbiamo chiamare, subito! - affermò Agatina.
- Vado a telefonare io dal bar, accussì mi pigghiu pure un cafè doppio, ca mi veni di svenire un'altra volta. E poi lassavi Franchino senza cafè, perché ce lo stavo facendo quando ti mittisti a vuciari. -
- Aspetta, Terè! Vegnu cu tia, picchì ccà m'impressiono. -

Il commissario Sanfilippo si era appena alzato e, come ogni mattima, in bagno, si stava guardando allo specchio, per verificare se si fosse avverato il sogno che sapeva assurdo ma che, in cuor suo, continuava a credere possibile: addormentarsi brutto anatroccolo e svegliarsi incantevole cigno, come nella fiaba che la sua mamma gli raccontava da bambino. E invece lo specchio gli rifletté ancora l'immagine di un uomo che dimostrava più anni di quelli che realmente aveva, con una capigliatura agonizzante, specie sulle tempie e nella parte centrale del cranio, e con due occhi miopi, mobilissimi. Queste caratteristiche, unite alla bassa statura e a una corporatura non certo atletica, ne facevano un uomo se non proprio brutto, come riteneva di essere, certamente insignificante.
“Neppure stanotte” si disse, “sono diventato Marlon Brando e manco Paul Newman. Rospo mi sono coricato e rospo mi sono svegliato. Almeno fossi come Antony Quinn, per esempio, che bello non lo è davvero, però è un brutto fascinoso. Io, invece, brutto e basta. E dove la trovo una principessa disposta a baciare questo rospo per farlo diventare un bellissimo principe?”
In quel momento squillò il telefono.
- Dottore, c'è un morto ammazzato - lo informò il centralinista del Commissariato.
- Ma sei sicuro che il delitto è avvenuto proprio là? - chiese il commissario, stupito, quando sentì il nome del borgo dove il fatto era accaduto.
- Sicurissimo come la morte, commissario. -
- E chi è la vittima, si sa? -
- Sissi, il medico è. -
- Ma chi, il dottor Calabrese? - chiese Sanfilippo, incredulo.
- Commissà, là uno solo ce n'è medico! -
- Avverti Giannuzzi e Ferretti e fammi venire a prendere. -
- Dottò, il maresciallo da ieri è in ferie. Chi fa, se lo scordò? E il brigadiere è già partito per venirla a pigliare. -

- Ma chi può avere ammazzato il dottor Calabrese che era conosciuto e stimato da tutti? - chiese Sanfilippo, discutendo con il brigadiere Ferretti, durante il tragitto che li portava verso quel borgo dove non accadeva mai niente.
Giunti sul posto, i due furono chiamati da una donna alta e robusta, con i capelli rossi, sulla cinquantina, affacciata sulla soglia del bar.
- È Teresa, la titolare del bar - spiegò il brigadiere. - Mi conosce perché ogni tanto, quando sono di pattuglia, vengo qua a prendere il caffè. -
- Questo è il commissario Sanfilippo - disse Ferretti, presentando il funzionario alla donna.
- Piacere commissario, io sono Teresa, la titolare. Siamo stati noi a trovare il cadavere, io e Agatina voglio dire, stamatina presto; anzi, per la precisione, fu prima Agatina. Matri schi scantu ca ci siamo prese! -
- E Agatina chi è? - domandò Sanfilippo.
- È la picciotta che fa le pulizie nell'ambulatorio. Ora è nel bar, picchì è ancora scantata. Agatì vieni, ca c'è u commissario! - .
Uscì una ragazza magra, di circa venticinque anni, con una gran massa di capelli neri e ricci raccolti a coda di cavallo.
- È stata lei a trovare il cadavere del dottor Calabrese? - chiese Sanfilippo dopo le presentazioni.
- Sì, commissario. Io fui e haiu ancora tutti i carni arrizzati. -
Agatina raccontò per filo e per segno tutto ciò che era accaduto dal momento in cui aveva varcato la soglia dell'ambulatorio medico, compresi gli svenimenti suoi e di Teresa.
Dopo che la ragazza ebbe finito il suo dettagliato racconto, Sanfilippo e Ferretti entrarono nello studio. Il dottor Calabrese, prossimo alla sessantina, era riverso sulla poltrona, con un profondo squarcio orizzontale che gli attraversava la fronte e il volto coperto da una maschera di sangue, mentre gli occhiali da vista, con una lente infranta, gli si erano storti sul naso. Il sangue, fuoriuscito a fiotti dalla ferita, aveva copiosamente imbrattato il piano della scrivania. Apparve subito evidente che il medico era stato colpito violentemente con un oggetto pesante.
- Guardi, commissario! - esclamò Ferretti, notando sul pavimento un cavallo di bronzo con la criniera al vento, i muscoli tesi, le froge allargate, le zampe anteriori sollevate a scalciare l'aria e quelle posteriori fissate su una solida base di marmo. - È stato colpito con questo. È sporco di sangue. -
- Chiama subito la Scientifica - ordinò Sanfilippo. - Io avverto il questore e il procuratore - aggiunse.
Eseguiti i rilievi tecnici, il maresciallo della Polizia scientifica informò il commissario che avrebbe portato via la statua raffigurante il cavallo, perché c'erano impresse delle impronte digitali “su cui si può lavorare, anche se sporche di sangue”.
- Speriamo che ci siano anche quelle dell'assassino - si augurò Sanfilippo.
- E che siano schedate - aggiunse il maresciallo, - altrimenti ci servono a poco. -
Mentre stava salendo in macchina per far ritorno in ufficio, Sanfilippo si sentì chiamare da un uomo alto e magro, che aveva capelli ondulati, nerissimi e abbondantemente impomatati, un paio di baffi sottili sotto il naso pronunciato, un inappuntabile vestito nero e un mozzicone di sigaretta stretto tra le dita ingiallite, tipiche dei fumatori accaniti.
- Commissà, ma che fa, se ne va e non mi dice niente? Me lo pozzo portare? -
- Ma cosa le dovrei dire? Cosa si vuole portare? E poi lei chi è? - rispose Sanfilippo.
- Ma come chi sono? Concetto Migliavacca, l'impresario delle pompe funebri. Qua tutti mi conoscono! Ci chiedevo se il morto me lo pozzo portare a Palermo. -
- Ma lei che ne sa che la salma deve essere trasferita a Palermo? -
- Ma comu che ne so? Allura, non mi spiegavo bene. Io Concetto Migliavacca, l'impresario di pompe funebri sono e avi trent'anni ca faccio questo mestiere. Lo saprò o no ca, quannu c'è un morto ammazzato o che non si capisce picchì è morto, l'autorità ordina di purtarlu alla Medicina Legale, a Palermo? E cu ci l'avi a purtari, uno di Palermo? Nossignori! Uno del posto; come dice la legge. -
- E qual è l'articolo di legge che stabilirebbe questo? -
- Commissario bello, ma quale articolo e pronome! Non è ca c'è proprio una legge scritta. C'è l'usanza che, come lei m'insegna, fa legge. -
- E, in questo caso, l'usanza non ha fatto legge perché, purtroppo per lei, il procuratore, con cui ho parlato pochi minuti fa, ha incaricato del trasporto l'impresa Sciortino di Palermo. -
- Commissario, ma questo un abuso è! Non si fa accussì. Se vengono chiddi di fuori a occuparisi dei nostri morti, noi del territorio chi facemu, passeggiamo le vacche? Ma almeno, quando il cadavere lo riportano a Borghetto, il funerale lo pozzo fare io? -
- E che ne so, Migliavacca! Questo, di solito, lo decidono i parenti ma, visto che il dottor Calabrese parenti non ne ha, ritengo che deciderà il procuratore e la cosa più logica è che l'impresa che ha provveduto al trasporto di andata e ritorno si occupi anche del funerale. -
- E come volete voialtri! Che ci debbo dire? Il coltello dalla parte del manico lo tenete voi e i poveri cristiani hannu a subire sempre. -

Alle ore dieci seguenti, Sanfilippo, che già aveva informato dettagliatamente il questore in merito al sopralluogo, si presentò nell'ufficio del sostituto procuratore Puntel il quale - da quando il commissario aveva provveduto a correggere parzialmente un grave difetto di pronuncia della erre, che lo portava a spruzzare goccioline di saliva sulle cose e sugli interlocutori che gli capitavano a tiro - non era più costretto a ricorrere ad imbarazzanti precauzioni difensive che in precedenza, vergognandosene un po', aveva messo in atto, sia pure con scarsi risultati.
- È un delitto apparentemente inspiegabile - lo informò il commissario. - Il dottor Calabrese, che io conoscevo personalmente, era una persona stimata da tutti, sia professionalmente sia come uomo. Non aveva vizi e, per voce unanime, non aveva nemici. -
- Eppure, almeno un nemico doveva averlo - lo interruppe il magistrato, - visto che lo hanno ucciso e non certo per rapina. -
- Già! Se c'è una cosa sicura in questa faccenda, è proprio il fatto che non si è trattato di una rapina. Certamente, se lo avessero voluto rapinare, sarebbero andati a casa e non in ambulatorio. Piuttosto, tutto lascia supporre che sia stato ammazzato in un impeto d'ira, probabilmente durante una discussione degenerata. Infatti, la statua di bronzo che l'ha colpito gli è stata scagliata contro con forza e, quindi, con rabbia. Ad ogni modo, i colleghi della Scientifica stanno lavorando sulle impronte rinvenute sulla statuetta e ci sono buone probabilità che ne ricavino qualcosa. Comunque procuratore, la terrò informato di ogni interessante sviluppo. -
Rientrato in ufficio, Sanfilippo chiamò Ferretti.
- Senti Ferretti, io sul dottor Calabrese ci potrei mettere la mano sul fuoco ma, come mi diceva sempre il dottor Prestigiacomo - che è stato il mio capo quando ero in servizio a Roma - nel momento in cui si conduce un'indagine, è bene non fidarsi di nessuno. Perciò, dobbiamo scavare a fondo nella sua vita. Parenti, in paese, non ne aveva; la moglie e l'unica sorella sono morte qualche hanno fa. L'unico figlio, a quanto ne so, vive a Zurigo e bisognerà informarlo. Quindi, mettiti in contatto con gli amici più intimi - non dovrebbero essere tanti perché il dottore era persona riservata - e cerca di sapere se Calabrese ultimamente appariva preoccupato o comunque diverso dal solito... strano va; se per un motivo o per un altro sia venuto a contatto con personaggi pericolosi o se, magari, aveva allacciato qualche relazione sentimentale a rischio. Certo, mi pare impossibile, perché era tutto casa e lavoro e fedele alla memoria della moglie. Però, non si sa mai cosa può passare nella mente di un uomo che si vede sfuggire di mano la giovinezza e sa di dovere trascorrere in solitudine l'ultimo scampolo di vita; diventa magari capace di fare pazzie per scacciare i fantasmi della vecchiaia e della solitudine ed ecco che si rende vulnerabile e può diventare preda di gente senza scrupoli. Fatti dare pure l'elenco dei suoi pazienti così, dopo, valutiamo se è il caso di fare accertamenti approfonditi su qualcuno.

Michele Zoppardo
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