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Autore: A.S. Twinblack
Titolo: Gioco carnale
Genere Romanzo Erotico
Lettori 109
Gioco carnale

Sull'uscio, la donna a piedi nudi si sollevò sulle punte e si avvinghiò all'uomo, baciandolo appassionatamente. Per alcuni secondi le loro lingue s'incontrarono, assaporandosi prima di lasciarsi.
Lui le afferrò le natiche e l'attirò a sé, forse per farle sentire ancora una volta il vigore con cui l'aveva posseduta poco prima.
- Ti è piaciuto vero? Ti piace sempre quando ti scopo. Godi, lo sento - le disse Alberto con eccessiva sicurezza.
Cristal abbozzò un debole sorriso, ma non rispose. Se gli avesse detto la verità di certo si sarebbe offeso. Lei non apprezzava i modi rozzi e sbrigativi con cui il marito la faceva sua, non gradiva i suoi approcci, li trovava grossolani.
Quella mattina era in bagno, china a lavarsi il viso, quando lui si era avvicinato e, apertosi l'accappatoio, aveva iniziato a strusciare il membro turgido contro i suoi glutei nudi. Poi l'aveva afferrata per i fianchi tirandola indietro e costringendola a chinarsi con il busto, e glielo aveva messo dentro senza tanti preamboli.
Lei si era lasciata andare a quell'assalto animale e aveva inarcato il bacino, come una gatta, per consentirgli di penetrarla con maggiore facilità.
L'amplesso era durato pochi minuti e Cristal era stata brava a fargli credere che lui fosse un amante eccellente. Con finto entusiasmo era andata incontro alle sue stoccate. Il rumore dei corpi che sbattevano l'uno contro l'altro si era mescolato ai suoi gemiti ansanti che si alzavano di tono, man mano che lui spingeva con più vigore.
- Ti piace? Ti piace il mio cazzo? -
Lei non aveva risposto, e allora il tono di lui era divenuto più brusco. - Dimmelo... dimmi che ti piace - .
Cristal aveva continuato a tacere lasciandosi sfuggire soltanto dei sommessi mugolii. Allora lui le aveva afferrato i capelli con una mano, costringendola a girare la faccia e a guardarlo.
Lei sapeva che finché non gli avesse risposto, Alberto non avrebbe mollato la presa, e le stava facendo male.
- Sì, mi piace! Sìììì... aaahhh... godooo... sììì - .
Lo aveva detto con un tono voluttuoso e andando incontro alle sue spinte con entusiasmo. Le sue parole avevano sortito l'effetto voluto da entrambi. Alberto le aveva lasciato i capelli, e arpionandola con forza sui fianchi, si era svuotato dentro di lei dopo poche spinte.
Tutto era finito.
Lui si era infilato di nuovo sotto la doccia, mentre lei era tornata in cucina, eccitata ma insoddisfatta. Tanto c'era abituata. Avrebbe fatto da sola, più tardi.

Dal lunedì al venerdì - tranne nei periodi di ferie o di vacanze - ogni mattina Cristal si alzava, preparava il caffè mentre Alberto si faceva la doccia, e poi lo beveva insieme a lui seduta sullo sgabello della penisola, in cucina, prima di accompagnarlo alla porta e salutarlo.
Era un rito che compiva ormai da quasi due anni, da quando lui l'aveva portata via da quell'ambiente soffocante, dagli sguardi compassionevoli e accusatori di quella gente ipocrita e bacchettona che bisbigliava quando la vedeva passare per strada. Lei se n'era accorta, non era una sciocca come molti credevano. Sapeva benissimo cosa dicessero. Cercava di non farci caso, ma era impossibile. Con la coda dell'occhio coglieva sempre le loro teste che si voltavano a guardarla, ammiccando alla sua persona.
Aveva dodici anni quando aveva scoperto il motivo di quei mormorii che le scarnificavano l'anima.
Una pia donna, una di quelle che andava tutte le domeniche in chiesa a battersi la mano sul petto recitando il Confesso, aveva fatto visita alla nonna, un sabato pomeriggio. Si era presentata a casa con la scusa di doverle portare un'ambasciata importante da parte del parroco e, con atteggiamento confabulante, aveva costretto la signora Adelaide ad ascoltare tutti i pettegolezzi che la comunità parrocchiale riferiva sulla sua unica nipote.
Cristal si era trovata a passare dinanzi alla cucina e quel vocio sommesso l'aveva incuriosita. Così si era messa a orecchiare alla porta socchiusa e le lacrime avevano iniziato a rigarle il viso quando aveva capito.

La gente a volte è cattiva in maniera gratuita, senza un reale motivo, spinta o da una primordiale insoddisfazione radicata nello spirito oppure da un desiderio di ergersi a paladina di una morale fittizia. Chissà se le persone si rendono conto che è più vergognoso usare la lingua per uccidere qualcuno piuttosto che per leccargli i genitali o qualsiasi altra parte del corpo. Chissà se si rendono conto che le parole possono ferire proprio come un coltello affilato, facendo sgorgare sangue caldo dal cuore delle persone sensibili.

Cristal era diventata grande in mezzo a mille difficoltà, a causa di quella gente che non le aveva voluto dare alcuna chance di riscatto, ma per fortuna ora non doveva più rendere conto a nessuno di ciò che faceva e di come fosse. Finalmente si era sposata, aveva una casa tutta sua e molto tempo a disposizione per prendersene cura, come stava per fare in quel momento con i suoi adorati fiori.
- Ci vediamo stasera - le disse Alberto, dopo averle dato un ultimo bacio schioccante sulla fronte.
Lei continuò a sorridere. Lo seguì con lo sguardo mentre scendeva dal portico e attraversava il giardino della loro villa, ma improvvisamente un velo di tristezza le oscurò il volto.
Da qualche tempo il marito non era più lo stesso. Le sembrava che i suoi baci non avessero più lo stesso ardore, che le sue attenzioni non fossero più quelle di un tempo, oppure era lei che era cambiata. Sempre più frequentemente veniva colta da momenti di sconforto: si sentiva sola, vuota. Se avesse dovuto usare un'unica parola per riassumere i suoi stati d'animo, era infelicità il termine giusto.
Si illudeva che lui potesse tornare a essere l'uomo che aveva conosciuto: attento, gentile, galante e innamorato. Ma forse Alberto non era mai stato veramente innamorato di lei. Forse la sua era stata solo una tattica di conquista, come fanno alcuni uomini - ma anche alcune donne - che fingono il meglio di sé per poi togliersi la maschera non appena sanno di aver catturato la preda.
Lo seguì con gli occhi, finché non vide l'automobile uscire dal cancello e allontanarsi lungo la strada. Poi si guardò attorno circospetta e, accertatasi che nessuno dei vicini la stesse osservando, si fermò a controllare i vasi che decoravano il patio.
Era la fine di agosto e già a quell'ora c'era un caldo infernale. Indossava un leggero vestito di cotone senza maniche e molto scollato, che le arrivava appena sotto l'inguine, il tanto che bastava per non far vedere la sua nudità, ma se si fosse girata e si fosse chinata, la curva iniziale dei glutei sarebbe stata sotto gli occhi di chiunque fosse passato per strada.
A ventotto anni, Cristal poteva esibire con orgoglio un corpo giovane e dalle morbide curve sensuali. Tuttavia, non le piaceva mettersi troppo in mostra, tranne quando era insieme al marito oppure in casa, da sola. Allora si guardava allo specchio, a volte si toccava, ma sempre pensando alla voce di lui che le sussurrava parole di desiderio, alle sue mani che le carezzavano la pelle cercando i punti più sensibili per farla godere, alle sue labbra che sfioravano con ardore ogni parte del suo corpo...
Ma questo esisteva solo nelle sue fantasie di donna, perché in realtà Alberto non l'aveva mai presa come lei desiderava. Lui non sapeva che le volte che facevano l'amore, Cristal fingeva, urlava, si dimenava come se fosse in preda a un orgasmo travolgente, mentre in verità era solo fastidio quello che provava, per un amplesso monotono, prevedibile e troppo veloce, ma soprattutto privo d'amore. Lei non glielo aveva mai confessato e mai lo avrebbe fatto.
"Le donne non chiedono. Le donne non manifestano le proprie voglie. Le donne non rivelano i propri desideri in camera da letto, non sta bene, solo le puttane lo fanno", questo le aveva insegnato la nonna. E Cristal ce l'aveva messa tutta per essere una brava ragazza, ma non era servito a nulla. Per gli abitanti del piccolo paese che le aveva dato i natali, lei aveva il marchio della peccatrice tatuato in fronte, perché tale madre, tale figlia. Alberto, però, le aveva dato una rispettabilità e di questo gli sarebbe stata eternamente grata.
Scacciò quei brutti ricordi dedicandosi alle sue amate piante, le uniche che la facessero rilassare e in mezzo alle quali si sentiva serena.
Prese le forbici poggiate sul tavolo e, aggirandosi tra gerani e surfinie, si mise a togliere foglie morte e fiori secchi, ignara dell'uomo che dall'altra parte della strada la stava osservando attraverso le grate della recinzione.
L'auto era ferma lì già da un po', ma parcheggiata tra le altre vetture non aveva destato sospetti. Eppure avrebbe dovuto. Quella non era zona dove una Aston Martin Vanquish nero metallizzato potesse passare inosservata.
Cristal non poteva sentire l'odore della sigaretta che lui si era appena acceso e neppure poteva accorgersi del sussulto che lo sconosciuto ebbe quando lei si girò dandogli le spalle e, chinatasi per raccogliere le forbici che le erano sfuggite dalle mani, mostrò i glutei pieni e abbronzati. Furono pochi secondi, ma quell'immagine sensuale non sfuggì agli occhi che la stavano spiando.
- Mmhm... che voglia di scoparti così, mia bella Cristal - sussurrò l'uomo mentre si passava la mano sul cavallo dei pantaloni, stringendosi l'uccello già duro.
- Verrei lì e senza neppure avere il tempo di capire cosa stia succedendo, ti ritroveresti il mio cazzo nella fica. Ti prenderei su quegli scalini e tenendoti ferma per i fianchi, affonderei ripetutamente dentro di te con una lentezza estenuante, per gustarmi il tuo calore più a lungo. Non m'interessa se i vicini ci vedono, anzi, meglio. Che spiino pure da dietro le persiane, che osservino come si fa fottere e come gode la candida mogliettina di Alberto Casagrande. Ah, Cristal, Cristal... che voglia di farti impazzire, di farti gridare - .
L'uomo col vestito elegante si sbottonò i pantaloni e tirò fuori il sesso teso e pronto a schizzare, avvolgendolo con la mano. Lo strinse con decisione e si accarezzò con un movimento che a breve sarebbe divenuto più veloce.
- Ma prima o poi lo farò. Tu sarai mia. Ti porterò al limite dell'estasi orgasmica. Mi dovrai pregare per avere di più. Voglio sentirti supplicare. Ti farò piangere per la frustrazione di un piacere che t'invade ma non ti dà appagamento, perché l'appagamento sono io, è il mio cazzo che sborrerà fino a inondarti la fica. Ma prima dell'uccello voglio infilarci la mia lingua in quella preziosa fessura, voglio sentire se il tuo sapore è così dolce come racconta quel fallito di tuo marito. Allargherò le tue labbra e ti leccherò, ti succhierò fino a che il tuo miele non colerà nella mia bocca e solo dopo che sarai venuta, ti riempirò di me. Cercherai di sfuggirmi, ma ti afferrerò. Con forza stringerò i tuoi fianchi, obbligandoti a sottometterti come una femmina al suo maschio e, trattenendoti in questa posizione, godrò di te a mio piacimento. L'aria si riempirà dei tuoi gemiti incontrollabili perché, anche se non vorrai ammetterlo, il mio cazzo che inesorabilmente entra ed esce dal tuo corpo ti piacerà da impazzire. Non mi fermerò. Sarò impietoso. Mi chiederai di più, mi supplicherai di farti venire, ma sarò io a decidere quando. Smetterai di preoccuparti dei tuoi vicini, che potrebbero sentirti... vederti. Il tuo unico tormento sarà inseguire quell'orgasmo al quale ti avvicinerai tante volte ma che io ti negherò, finché non ti farò venire con un'intensità mai sperimentata prima. E questo sarà solo l'inizio... -

Jack di Picche

- Mi scusi, signore... deve spostarsi. Non ha visto la striscia del divieto? Dobbiamo tagliare gli alberi lungo il viale - .
Giulio guardò dallo specchietto laterale dell'auto l'uomo in tuta da lavoro, che gridava e gesticolava cercando di richiamare la sua attenzione.
- Fanculo - disse a denti stretti, mentre allentava la presa sul membro ingrossato.
Lanciò un'ultima occhiata a Cristal che, assorta tra i fiori, non si era accorta di nulla. Gli operai stavano facendo un gran baccano per posteggiare i due camion e sistemare gli attrezzi da lavoro, ma lei non si era neppure girata a vedere cosa stesse accadendo. Giulio cominciava a intuire perché la donna non si fosse ancora resa conto di che bastardo fosse il maritino. Sembrava vivere in un mondo tutto suo, relegata in una dimensione fantastica in cui aspettava il rientro a casa del principe azzurro, ignara dei tradimenti che lui le perpetrava alle spalle.
Non pareva che avesse ventott'anni, piuttosto sembrava una bambina pura e innocente, chiusa in un sensuale corpo di donna.
Cazzo... e che donna! Proprio come quelle che piacevano a lui: carne da afferrare con forza, da mordere, da segnare con le mani, da far ardere con la sua passionalità. Il suo pensiero volò di nuovo verso immagini di irrefrenabile desiderio. Non voleva staccare gli occhi da quel corpo sinuoso, non prima di aver raggiunto il proprio piacere.
- Io non sono certo il prototipo dell'uomo romantico - disse Giulio a voce alta, - ma saprei di sicuro come farti godere, piccola. La mattina non avresti la forza di alzarti. Rimarresti a dormire nel letto fino a tardi, soddisfatta e appagata, dopo che il mio cazzo... -
- Ehi! Ha sentito cosa le ho detto? -
La voce si era fatta più vicina e lo riscosse dalla fantasia porca e perversa che stava prendendo forma nella sua mente.
- Deve spostarsi. Dobbiamo lavorare - .
Mentre l'uomo continuava ad ammonirlo a voce alta, dallo specchietto Giulio lo vide avanzare lesto verso l'automobile. Era quasi vicino, pochi passi ancora e lo avrebbe raggiunto, ma il gesto della mano con cui gli fece cenno di aver capito, raggiunse lo scopo: l'uomo si fermò. Quindi, con la zip ancora aperta, si sbrigò a mettere in moto e a liberare la strada, prima che l'altro ci ripensasse e si avvicinasse al finestrino sorprendendolo con l'uccello fuori dai pantaloni, come un volgare maniaco. Non che si vergognasse, ma non voleva di certo beccarsi una denuncia.
Mentre guidava, continuò a pensare alla giovane donna. Non si capacitava come caspita facesse a stare con quell'arrogante e borioso di Casagrande. Forse a lei interessavano i soldi, pensò, o almeno quelli che lui le faceva credere di possedere, perché Giulio, invece, dubitava fortemente che Alberto fosse un uomo facoltoso.
Lo aveva conosciuto qualche mese prima a casa di Carlo, dove si erano riuniti per la solita partita a poker. Gli erano bastati una manciata di minuti per inquadrarlo: un piccolo borghese arricchito che aveva la presunzione di accompagnarsi con la nobiltà, ma che di nobile non aveva neppure il cuore.
Appena lo aveva visto, si era subito messo sulla difensiva. Non gli era piaciuto. Il suo amico Carlo se n'era accorto e si era affrettato a fare le presentazioni.
- Giulio, questo è Alberto. Da stasera sarà lui il nostro quarto. Rodolfo è partito per quell'incarico negli Stati Uniti, lo sai, no? -
- Sì, lo so - .
Rodolfo Albizzi discendeva da una famiglia nobiliare di origine tedesca e come loro, non avrebbe avuto bisogno di lavorare. Tuttavia, non è sempre vero che i nobili siano dei fannulloni. A Rodolfo era sempre piaciuta la carriera diplomatica e da marzo era stato nominato ambasciatore. Se ne sarebbe rimasto a San José, in Costa Rica, per almeno cinque anni, ma loro avrebbero seguitato comunque a giocare il poker in quattro, grazie a questa new entry.
- Avremmo anche potuto andare avanti in tre, non era necessario rimpiazzarlo. Meglio pochi ma buoni - aveva aggiunto Giulio.
Il suo tono era stato piuttosto seccato. Non si era preoccupato di poter essere offensivo. Era uno con pochi peli sulla lingua, lui. Ciò che aveva dentro traspariva fuori e quell'Alberto gli stava proprio sui coglioni.
Carlo aveva sorriso imbarazzato. Poi aveva gettato un'occhiata all'uomo seduto alla sua destra, per accertarsi della sua reazione, e subito dopo aveva riportato lo sguardo sull'amico. - Possiamo stare tranquilli. È un grosso imprenditore col portafoglio gonfio. Contribuirà a riempire le nostre tasche - aveva ribattuto in tono lievemente beffardo.
Il nuovo non aveva fatto una piega, non un gesto, non un segno di fastidio o di offesa era apparso sul suo volto. Aveva continuato a starsene seduto, con le gambe larghe, nella tipica posizione che assumono gli uomini oppressi da un ventre prominente.
Giulio era in grado di riconoscere le persone di cui non ci si poteva fidare ed erano quelli che bluffavano al gioco come nella vita. - Staremo a vedere - aveva risposto a voce alta e con un ghigno di scetticismo.
Non aveva di certo bisogno di riempirsi le tasche con il denaro degli altri, lui, né tanto meno con quello di un pezzente. Aveva ereditato un discreto patrimonio e avrebbe potuto tranquillamente vivere di rendita, tanto più che non c'era nessuno con cui spartirlo.
Era sua madre la nobile della famiglia. Discendeva da una delle più antiche casate dell'aristocrazia romana e aveva sposato, contro il consenso dei genitori, un ricco commerciante di diamanti e pietre preziose, suo padre, quel grandissimo figlio di puttana.
Quando era morta, dieci anni prima, Giulio aveva ereditato la metà dei suoi averi. Se avesse potuto, la donna avrebbe lasciato tutto a lui, ma non essendo ancora definitiva la sentenza di divorzio, quel bastardo del padre si era avvalso della quota legittima. Per tale motivo ora si trovava a dover spartire l'antica e sontuosa villa di famiglia con quell'essere ignobile. Per fortuna non si incontravano quasi mai, ognuno occupato nei propri affari e, per questo, spesso fuori casa.
Se fosse dipeso da Giulio, se ne sarebbe andato a vivere da solo in un appartamento, ma in punto di morte aveva fatto una promessa a sua madre: non avrebbe lasciato l'abitazione dei nonni nelle mani del padre. Quel debosciato l'avrebbe di sicuro mandata in malora oppure persa al gioco. Da lui non ci si poteva aspettare nulla di buono, era un puttaniere incallito e pieno di debiti a causa dell'ossessione per le belle donne e la passione per il poker. Era da lui che Giulio aveva imparato a giocare e sapeva farlo molto bene, ma non era diventato dipendente. Sapeva perfettamente che certi vizi potevano portarlo anche alla rovina. Lui era appassionato di altri giochi...
- E comunque in quattro è sempre meglio. Dai, non fare il guastafeste - aveva continuato Carlo, dandogli una pacca sulle spalle e stingendolo in un abbraccio goliardico.
Carlo, gli voleva bene. Era il terzo figlio della famiglia Valenti Gonzaga, e uno dei pochissimi amici di Giulio, anzi, forse l'unico che si potesse definire tale, che lo conoscesse bene e lo accettasse per il bastardo senza cuore che era diventato. Era il solo a conoscere la sua storia, ma non sapeva proprio tutto. La verità completa Giulio non l'aveva mai raccontata a nessuno, era al sicuro dentro di lui, anzi sarebbe stato meglio dire che gli si annidava dentro come un male incurabile, e ogni tanto emergeva provocandogli un dolore vivo e lacerante.

A.S. Twinblack
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