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Autore: Alice Kindl
Titolo: Canzone per due
Genere Commedia Romantica
Lettori 248
Canzone per due
Gina dreams of running away / When she cries in the night

Corse al cellulare. Spento. PIN. PIN? Perché cazzo Marco impostava il PIN sul cellulare? Di fronte a lei c'era un telefono con il filo, accompagnato da un gentile biglietto che spiegava agli ospiti come prendere la linea. Poteva telefonare a casa! Dovette ripetere il numero, le lunghe dita tremavano e premevano i tasti sbagliati. Si asciugò il sudore sulla fronte con un lembo del pigiama, faceva davvero troppo caldo.
Se lei era nel corpo di lui, lui era nel suo, vero? A casa con i ragazzi, vero? Silvia e Oscar non erano soli, vero?
Cadde la linea senza che nessuno rispondesse. Con la gola secca, ricompose il numero. Aggiunse una preghiera a ogni squillo.
Finalmente risposero. Silvia. Seria, con il broncio e la voce di bambina. La sua bambina.
- Tesoro, state bene, Oscar? Papà è con voi? -
- Papà? Sei tu? -
Sua figlia l'aveva scambiata per Marco, per forza, Claudia aveva non solo l'aspetto, ma anche la voce di suo marito. Cazzo, cos'era successo?
- Sì, sì, sono io, tesoro. State bene? -
- Certo, che domande fai? -
- La, ehm, la mamma? -
- In garage, sta mettendo in moto la macchina. -
- Sta... sta bene? -
- Boh, sì - mugugnò Silvia sempre più perplessa. - Fa un po' più la matta del solito, ha messo le scarpe da ginnastica, forse ha la febbre. -
Le ginocchia si sciolsero come cioccolato sulla fiamma. Meno male, i ragazzi non erano a casa da soli, Marco era con loro. Erano... - Ancora a casa? Farete tardi a scuola! -
- Colpa della mamma, stamattina ha dormito fino a tardi e bruciato il latte. Ho dovuto vestire io Oscar! -
Divertente, Marco che preparava la colazione. - Vai in macchina, tesoro, o farai tardi. -
- Ok. -
- Dì a papà, a mamma, che chiamo più tardi. -
Claudia riagganciò. Di colpo la stanza sembrava più bella e più grande. Si sedette sul bordo del letto, morbido, rimbalzò un paio di volte e sorrise.
Era nei panni di suo marito e suo marito nei suoi. Un segno del destino, o magari una prova? Doveva desumere qualcosa vestendo gli abiti di suo marito? Erano comunissimi completi giacca e pantaloni, eccone spiegati un paio nell'armadio, quello blu scuro e il gessato. Formali, eleganti, niente di speciale. Aveva sempre sostenuto che il grigio cenere avrebbe messo in risalto le iridi di suo marito, il viola spezzato la monotonia, oppure il nero aumentato il fascino, invece lui si ostinava a restare nella piatta normalità. Ora che toccava a lei vestirlo, avrebbe soddisfatto la propria curiosità comprando un completo che gli si addiceva. Marco l'avrebbe ringraziata.
Magari non era lei a dover apprendere qualcosa nei panni di lui, bensì lui vestendo i suoi. Aveva molto più senso.
Entro poche ore, al massimo quella notte, tutto sarebbe andato a posto. Tanto valeva aspettare e andare un po' in giro nell'attesa. Non era mai stata a Roma, non era mai stata da nessuna parte se si eccettuava il viaggio di nozze di una manciata di giorni ai Caraibi e le vacanze da adolescente a Lignano Sabbiadoro. Se era davvero dove al posto di Marco, e la vista mozzafiato oltre le tende lo confermava, si trovava nella capitale. Aprì la finestra e la città entrò nella stanza, allegra, elettrizzante. La luce calda del sole autunnale, lo scintillio del Tevere sonnacchioso. Richiami dalla cadenza allegra, auto in movimento, profumo di caffè, saracinesche che si aprivano pigre, Claudia li inspirò tutti a pieni polmoni. Roma la aspettava.
Il primo ostacolo si rivelò la cravatta. Marco si ostinava a stringerla come un cappio al suo bel collo, lei però sapeva come fare meglio, andava portata allentata, alla stregua di un artista bohémien che si goda infine la vita.
Non riuscì ad annodarla in nessun modo, né stretta né lenta, quelle dita lunghe e sconosciute rifiutavano di obbedire. Rinunciò con una scrollata di spalle. Che importava la cravatta a un turista!
Il secondo ostacolo fu il rasoio, che spuntava dalla borsa del bagno. Si depilava da trent'anni il corpo intero, la barba sarebbe stato uno scherzo. Invece scoprì che il viso di un uomo ha più curve e avvallamenti di una caviglia. Che palle, e suo marito si impegnava in quell'assurdo lavoro ogni mattina. Nessuna sorpresa che fosse un uomo così noioso. Zittì il rasoio e lo gettò in valigia con un centro perfetto. Dallo specchio suo marito la fissava, un po' deluso.
Via, nessuno avrebbe notato la barba di un giorno, e poi chi diavolo doveva vederla se non una massa di sconosciuti? Strizzò l'occhio a suo marito allo specchio. Era ancora un bell'uomo, e con quell'aria un po' sbarazzina e informale che lei gli aveva appena conferito diventava irresistibile.
Claudia lo sapeva, fin dal giorno in cui l'aveva conosciuto al pub che Marco doveva smettere di essere così serioso e snob. Se n'era stato in un angolo a sorseggiare birra e giudicare tutti, a cominciare dal suo ex Davide che sul palco imitava Bon Jovi. Per fortuna nella sua vita era entrata lei.
Un tiepido deciso bussare la fece sussultare.
Si strinse nel pigiama e andò alla porta con il cuore in gola.

CAPITOLO 19
He's down on his luck / It's tough, so tough

Avrebbe preferito usare la sua cara Audi, però l'assicurazione autorizzava soltanto Marco Benvisi come guidatore. Nessun vigile gli avrebbe creduto se avesse negato di essere sua moglie.
A malincuore tradì la confortevole amica per la ristretta, antiquata e odiata Citroën di Claudia, il cui orologio decretava che erano ufficialmente in ritardo. Richiuse la portiera con un colpo secco e cercò le chiavi nel bailamme della borsa.
Spuntava da sotto il sedile del passeggero una scarpa scura di camoscio, che Claudia definiva “per le emergenze” e si ostinava a lasciarla nel disordine dell'auto. Marco si era sempre chiesto quali potessero essere emergenze tali da costringere una donna a tenere un paio di scarpe nella propria automobile. Ignorò la scarpa, chissà poi dov'era l'altra, avviò il motore con un ruggito che fece tremare le vecchie lamiere, premette la frizione e affondò il cambio soprappensiero. La leva si rifiutò di innestarsi con fragore, tentò allora con più delicatezza. La marcia non entrò. Silvia e Oscar salirono in auto come se quel frastuono fosse normale e continuarono tranquillamente a bisticciare.
Sua moglie aveva detto che l'auto dava noie, ma non aveva chiarito che si trattava di un vero e proprio problema, non era mai precisa!
Di nuovo l'auto rifiutò di obbedire. Contro le proprie abitudini, la propria natura, le proprie credenze, Marco picchiò il volante con un pugno. Il clacson esplose nel garage come una fragorosa risata di scherno.
- Mamma, quand'è che fai riparare questa macchina? - Silvia premeva i palmi sulle orecchie assordate.
- Ottima domanda, quando sento mamma, cioè papà, glielo chiedo. -
- Ha telefonato adesso. -
- Chi? -
- Papà. -
Marco ruotò come durante un testacoda. - Dove? - ruggì, spaventando per primo se stesso.
Silvia si ritrasse sul sedile, schiacciandolo quasi potesse nascondercisi. - Al telefono, mamma, dove vuoi che abbia telefonato? -
Prese fiato, si promise di affrontare più tardi la ribellione adolescenziale, e chiese svelto, così svelto che sua figlia non intese e lui dovette ripetere:
- Era a Roma? -
- Uffa, non so. -
- Cosa ha detto? -
- Ha chiesto se stessi bene. Le ho detto di sì. - La figlia lo guardò dallo specchietto retrovisore come cercando una conferma.
- Poi? - Marco riversava sulla leva del cambio le proprie frustrazioni. - Sta andando alla Mida, c'è Lia, ha trovato la borsa, il mio computer, i documenti? - Finalmente l'auto obbedì e con la prima inserita si lasciò guidare verso la scuola.
- Poi niente - disse Silvia guardando fuori dal finestrino i pochi ritardatari che li superavano.
- Impossibile, non può non aver detto niente! - esclamò tentando di inserire la seconda senza successo.
- Spicciati, mamma, odio essere l'ultima, non lo sono mai stata. -
- Prenditela con questa stupida auto. -
- Mamma, fai le tagliatelle stasera? - si intromise Oscar mangiucchiando il colletto della giacca.
- Spero di non arrivarci a stasera, e togliti quella roba dalla bocca - minacciò dallo specchietto retrovisore.
Oscar obbedì con gli occhi lucidi.
Sant'Iddio, era proprio un pessimo padre. Madre. Padre! - Silvia, allora, che altro ha detto? -
Ecco, ora sbraitava pure.
- Che ne so, ti richiama più tardi. -
Strinse le dita sul volante, rallentò senza accorgersene. Più tardi? Cos'altro aveva da fare a Roma, oh, conoscendola si stava perfino divertendo in quella chiassosa sporca incasinata città, ma avrebbe smesso di burlarsi appena si fosse trovata in audit, eccome, avrebbe riso lui, ah, ah!
Sudore gelido fulminò lungo la schiena, facendogli premere il freno. Un clacson urlò, Silvia si lagnò più forte, Oscar quasi venne strozzato dalla cintura. Marco era sordo.
Claudia all'audit, alla Mida, al suo posto, avrebbe fatto un disastro!
- Mamma, guarda che quello dietro di noi sta scendendo, muoviti a partire. -
Marco obbedì come un automa, riprese a scorrere nel lento fiume di auto verso le scuole.
- Mamma. - Di nuovo Silvia. - Mi servono i glitter per lo spettacolo. -
- Hai detto a papà di prenderli - replicò, di nuovo padrone di sé. Se li era ricordati eccome quei maledetti glitter! Tentò un sorpasso, ma cambiò idea quando nello specchietto retrovisore intravide l'auto dietro fare altrettanto.
- Sai che non mi fido di lui, mamma, quante volte te lo devo dire. -
Per poco andò a sbattere contro la macchina di fronte. Nello specchietto retrovisore guardò sua figlia, che aveva ripreso a battibeccare con suo fratello.
Le lamentele montarono presto in un noioso sottofondo che rendeva impossibile perfino pensare. Le auto davanti non ne volevano sapere di muoversi, inchiodate all'asfalto, a cento metri dal cancello. Marco frenò di colpo e si voltò.
- Ora basta, in punizione per una settimana, tutti e due! Scendi, Silvia. -
- Oh, uffa, mamma, sei sempre sclerata. - Se ne andò sbattendo la portiera senza salutare,
Oscar scoppiò a piangere e impiegò i cinquecento metri successivi per ricoprire sua madre con suppliche, lagne e minacce a ritrattare sulla punizione. Tutte tecniche che alla lunga logoravano i nervi di Claudia al punto da farla cedere, però quel giorno non riuscivano a scalfire l'imperturbabilità distratta della mamma. Si rassegnò a scendere dall'auto e unirsi ai ragazzini che fluivano oltre i cancelli della scuola primaria, con un vago cenno diretto all'interno dell'auto.
Mentre genitori e bambini scorrevano intorno e più di uno alle sue spalle suonava ferocemente il clacson perché si spostasse, Marco prese il cellulare. Compose un numero. Il suo stesso nome lampeggiò sullo schermo, tre secondi, quattro, dieci, di nuovo la segreteria. Perché aveva spento il cellulare dopo la chiamata a casa? Perché...?
Sorrise. Salutò allegro il genitore che lo superava imprecando. Ovvio, Claudia non aveva spento il telefono, non lo aveva mai acceso, come poteva, non conosceva il codice con cui avviarlo! Doveva aver usato un altro apparecchio per telefonare a casa, forse dall'albergo. Se Lia era stata fedele alla tabella di marcia, a quest'ora si trovava con sua moglie sul taxi per la Mida, momento ideale per parlare al telefono con il capo, se il capo la chiamava.
Claudia però non aveva il numero di telefono di Lia sul proprio cellulare, così rimase fermo davanti al cancello della scuola ignorando gli automobilisti imbufaliti, cercava su internet il sito della Gabi Group e la pagina dei contatti.
Alla centralinista tentò di spiegare la situazione, per quanto possibile. La prima volta fu vago e chiese che gli passassero Lia.
La collega era in trasferta, impossibile, gli riattaccarono in faccia.
Un clacson più forte degli altri, la sagoma di un'auto bianca e verde. Un'ombra accanto a lui. A malincuore Marco abbassò il finestrino.
- Sì? - Intanto componeva di nuovo il numero della Gabi Group.
Il vigile era Tommaso Pontecchia. Il bidone secchione, come lo chiamavano a scuola, insopportabilmente ligio in classe e ora tutore dell'ordine votato alla lotta contro ogni offesa al buon costume del paese. Il suo fisico appesantito dall'amore per la buona tavola lo avrebbe messo in difficoltà contro ladri allenati nella corsa, ma lo rendeva perfetto per multare padroni di cani sporcaccioni, ragazzini con motorini truccati, coppie in camporella e genitori stressati.
Al secondo anno Marco lo aveva difeso quando quel nullafacente di Corrado Colantuomo aveva rubato il registro e aveva cercato di far ricadere la colpa su Tommaso, diventando l'idolo del futuro vigile. Trent'anni fa. Se lo ricordava ancora Tommaso, vero?
Il vigile sistemò la cintura intorno al largo girovita, non si degnò di guardare nell'auto. Guardava intorno, faceva cenni magnanimi per calmare gli animi, disse all'aria:
- Su, su, signora, si tolga di qui. Non vede che sta bloccando il traffico? -
Marco mostrò il cellulare alla pancia davanti al suo naso. - Un minuto solo, devo fare una telefonata. -
La pancia tremò, si abbassò, comparvero occhialini rotondi sulla punta di un naso schiacciato come un mastino. - Signora, non si può usare il cellulare alla guida. Dovrei fare una bella contravvenzione, sa? -
Marco cercò una cravatta da allentare. Non era l'amico di Tommaso, non era Marco, era Claudia, maledizione, una donna al volante che bloccava la strada e litigava con un vigile. Lanciò il cellulare nel portaoggetti e bofonchiò una scusa. - Me ne vado subito. -
La marcia gracchiò senza ritegno. Giurò di aver sentito delle risatine mischiarsi alle imprecazioni oltre i vetri chiusi delle auto. Certo sentì quelle di Tommaso.
- Signora, ogni tanto va fatto un tagliando, sa? Alle auto. Le si porta dal meccanico, all'officina, chieda a suo marito come si fa. Aspetti, la aiuto. -
Si ritrovò il vigile accomodato sul sedile del passeggero, che lo istruiva con magnanima pazienza su come si inserisse una marcia. La maledetta Citroën obbedì immediatamente.
- Ha visto? Oh, signora Benvisi, è lei! - si illuminò Tommaso, appendendosi alla maniglia per uscire. - Mi saluti suo marito, eravamo compagni di scuola, sa? Adesso si sposti da qui. -
Non se lo fece ripetere.
Richiamò la Gabi Group quando arrivò al sicuro in fondo alla strada. Dichiarò con tutta l'onestà possibile di essere la moglie di Marco Benvisi e di aver bisogno di suo marito, il cellulare era spento, forse scarico, potevano darle il numero di Lia per favore?
La politica aziendale proibiva la divulgazione dei numeri di cellulare dei dipendenti, la signora poteva lasciare un messaggio, l'avrebbero ricontattata.
Riagganciò sconfitto da una pratica che fino al giorno prima aveva trovato corretta. Non restava che aspettare la telefonata di Claudia. Da un momento all'altro. Meglio tenere il cellulare a portata di mano. Intanto, ferie.
Niente impegni e scarse responsabilità. Il massimo della difficoltà: aprire la porta al tecnico del frigorifero, per il resto a casa, caffè, pennichella, film. Si meritava un po' di riposo.
Avrebbe pensato più tardi alla bizzarra situazione in cui si trovava, a cosa l'aveva innescata e soprattutto a come tornare indietro. Il cavallo dei jeans da donna era davvero troppo scomodo.

CAPITOLO 20
Like a Phoenix, from the ashes / Welcome to the future it's a new day

Era la collega di Marco, Lia, che, preoccupata per il suo ritardo, si presentava di persona e gli ricordava che dovevano andare.
Andare dove?
- Alla Mida, per l'audit - rispose Lia sulla soglia, in spalla una borsa portadocumenti dall'aria impeccabile e addosso un cappottino adorabile su chi pesava meno di cinquanta chili. - Marco, ti senti bene? -
- Certo - assicurò Claudia con la gola stretta. Strinse la maniglia della porta tanto forte che le rimasero i segni. Lei, a un audit? Che ne sapeva del lavoro di suo marito?
- Siamo in ritardo. -
Col cavolo, fuori non ci metteva piede.
Lia indicò il corridoio, fece perfino un sorriso. - Per cortesia, andiamo. -
Aveva letto l'animo di quella accalappia-uomini fin da subito. Alla festa di Natale della Gabi Group, quando lui l'aveva presentata come junior-qualcosa e Claudia aveva subito intuito. Come non arrivarci alla prima occhiata? Quel corpo da fotomodella refrattario al grasso quanto aceto aspro nell'olio, l'aria colta e determinata: impossibile resisterle, celibi o sposati, scapoli o padri di famiglia.
Quella ragazza se la faceva con suo marito. Lui non l'aveva mai ammesso, figuriamoci, e lei non aveva trovato prove finora. Finora però non aveva indossato i panni di suo marito.
Spalancò la porta, che le sfuggì di mano e sbatté più forte di quanto volesse. Il colpo riecheggiò nel corridoio, attirò lo sguardo incuriosito di un inserviente. Lia sussultò, forse per il rumore, forse per le parole del capo:
- Visto che sono in ritardo, entra pure - .
- In ritardo? - ripeté Lia.
- Tranquilla, sono vestito. Peccato. - Abbassò la voce in un sussurro rauco e sensuale. Certo suo marito parlava così all'amante, proprio come faceva con sua moglie all'inizio.
- Non sei pronto? -
- Scommetto che mi preferivi nudo a letto. - Si morse la lingua, trattenne i pugni e cercò di sembrare allettante.
- La... la cravatta - balbettò Lia pietrificata sulla soglia.
- Ah, non la metto. - Fece l'occhiolino e accennò alla striscia di seta che giaceva scomposta sulla valigia spalancata in un angolo della stanza.
Proprio come Marco, Lia inorridì alla vista degli abiti appallottolati. - Dobbiamo fare buona impressione, ricordi? Seri e professionali, inattaccabili, così dicevi. La cravatta è indispensabile. Potrai toglierla dopo la riunione, come al solito. -
Quella ragazza si permetteva di dire a suo marito come vestirsi! La fissò tra palpebre strette e la invitò di nuovo a entrare. - Mi tolgo anche altro, di solito, dopo le riunioni? -
Lia scattò nella stanza il tempo sufficiente per piazzarle in mano la cravatta, poi rinculò in corridoio. - Lo sai cosa c'è in gioco oggi, non possiamo commettere errori. -
Fece passare la cravatta dietro al collo, non accennò minimamente ad allacciarla. - Cosa vuoi che sia, un audit come un altro. Ne abbiamo fatti così tanti insieme - “e ogni volta io me ne stavo sola a casa con i nostri figli.” - Ascoltami, facciamo i bambini cattivi, restiamo in albergo anziché lavorare. -
Niente, la giovane cinese rifiutava di trascorrere la giornata con l'amante, al contrario, lo spronava perché finisse di prepararsi. La classica tecnica della ritrosa: cercava di stimolare l'appetito di un uomo, era furba.
- Marco, andiamo. Il taxi aspetta. Prendi la giacca e il computer. Non metti l'orologio, oggi? -
Claudia indietreggiò ancora più nella stanza. - Detesto gli orologi, mi dicono sempre che sono in ritardo. - Con un sospiro a metà tra un ruggito e un'imprecazione spalancò il minibar, trovò due mini bottiglie di vino, ne stappò una e bevve a canna.
- Prosecco, il mio preferito. Vuoi? -
Lia scosse la testa, quasi avesse messo le dita nella corrente elettrica.
Possibile che volesse davvero portarla all'audit e non a letto? Il vino scese lungo la gola, rinfrescò il palato, riempì lo stomaco vuoto, placò la mente.
Claudia decise. Non si sarebbe chiusa in chissà quale palazzo a fare un lavoro che non conosceva quando poteva girare per Roma. Una giornata da “Vacanze romane”, ecco cosa voleva, un pranzo sul Tevere, una passeggiata al Colosseo, una moneta nella fontana di Trevi e un desiderio che le avrebbe cambiato la vita. Serviva un'idea brillante. Stappò la seconda bottiglia, la finì in un sorso.
- Perché non vai da sola, Lia. Sei bravissima, preparatissima, non hai bisogno di me. Io ti aspetto in albergo. -
- Non puoi! Non voglio, non posso andare da sola. -
Tutto si era aspettata nella voce di Lia, tranne il terrore. Le iridi verdi solitamente altere brillavano di spavento, strizzava la borsa fino a far scricchiolare il contenuto.
- Scherzavo, scherzavo - assicurò in fretta sfilando la cravatta. - Sembra che stamattina abbia un vuoto di memoria, forse la tensione. Dovrai aiutarmi ad annodarla. -
Lia deglutì. - Quindi vieni? -
Claudia si detestò. Anche nei panni di suo marito, aveva un cuore troppo buono. - Sì. Facciamo in fretta. -
Si riferiva all'audit, non ai preparativi per rendersi presentabile, Lia però con dita piccole e abili fece un irreprensibile nodo alla cravatta.
Mentre lasciava l'albergo ingessata in un austero completo da uomo e strangolata da una cravatta a pallini, al seguito della di nuovo composta Lia, Claudia ebbe paura. Prendere il posto di suo marito? Stando a quello che sosteneva Marco, il suo lavoro era carico di responsabilità e tensione.
A proposito, non era mai degnato di spiegarle il perché.
Il taxi aspettava già da un po' davanti all'albergo e l'autista brontolava parolacce in romano. L'apparizione di Lia gli fece cascare la mascella e accorse verso la portiera. Claudia grugnì un insulto che andò perso nel cortile.
Salì sul taxi, sedendo il più lontano possibile dalla nuova collega e il viso incollato al finestrino. Non aveva intenzione di rivolgerle la parola e perdere qualche prezioso particolare del viaggio. Presto il traffico di Roma, i colori, i suoni, l'accento cordiale e contagioso del tassista la persuasero che c'era tempo per preoccuparsi, più tardi, quando avrebbe chiesto in prestito il cellulare di Lia per telefonare di nuovo a casa. Forse.
I ragazzi erano al sicuro e non poteva occuparsi di loro, né della casa, né di Federica, della spesa, del tecnico del frigorifero. Sarebbe toccato a lui, per una volta. Perché suo marito non aveva scampo, si trovava nei suoi panni. Mentre lei andava in giro in taxi, pranzava fuori, dormiva in albergo.
Dopotutto, era nei panni di Marco, e aveva intenzione di goderne.

CAPITOLO 21
It's a full time job, the work's never done / Twenty-four-seven, it's a labor of love

Mentre il cancello automatico si apriva placido verso i box, il cellulare squillò. Il viso e il nome di Antonella, una collega di sua moglie, rimasero insistenti sullo schermo nonostante Marco li ignorasse.
Alla seconda chiamata, con l'auto in bilico sulla rampa per scendere, rispose convinto di sbrigarsela in fretta.
- Claudia! Quando arrivi? - lo investì una voce squillante e concitata.
- Stavo per informarvi, Antonella, prendo ferie oggi. -
Silenzio assordante. Poi...
- Ferie? No, no, non puoi! - La donna dall'altro capo sembrava nel mezzo di un collasso. - Federica ti ucciderà, non hai visto le e-mail? -
Sì, l'icona sullo schermo del cellulare di sua moglie. Per quale motivo al mondo Claudia impostava il cellulare in modo da leggere la posta del lavoro? Al contrario di lui, non la pagavano per essere reperibile, non aveva un telefono aziendale, in ufficio potevano fare a meno di lei.
- Guarda subito le e-mail! - strillò Antonella trapanandogli un timpano. - La riunione, l'hanno anticipata a oggi! Oggi! Claudia, ci sei? Come fai a essere tanto indifferente? - Un frenetico masticare, forse di una cicca. - Zante Milani viene oggi, vuole un aggiornamento sul progetto, e Federica scrive e-mail da due ore, senza senso, sta arrivando in ufficio, vuole una riunione d'emergenza, se prendi ferie oggi ti uccide, ti impala alla macchinetta del caffè! -
Antonella prese fiato, lasciandogli uno spiraglio per intromettersi nel monologo:
- Non esagerare - .
La situazione non poteva essere così grave. Com'è che dicevano i manager che avevano prima comprato e poi demolito la Gabi Group? - Siete un ottimo team, professionale e preparato a ogni evenienza. Ve la caverete anche senza di me per un giorno. Federica, in quanto vostra responsabile, saprà cosa fare - .
Gestiva riunioni e crisi aziendali, ispezioni e amministratori delegati, con perfetta calma. C'era soltanto una cosa in grado di farlo vacillare: il pianto isterico di una donna. Come quello in cui era scoppiata Antonella.
- Mi lasci con quella pazza? Chi può presentare il tuo progetto, se non tu? Perché parli come se non la cosa non ti toccasse, mi abbandoni anche tu dunque, non basta mio marito? -
- Calma, Antonella, una crisi di nervi è inutile. Come puoi dare della pazza alla responsabile di... alla mia responsabile, non ti stai comportando meglio di lei. Basta lacrime o riattacco. -
Tirando su col naso, Antonella smise di singhiozzare. - Cedi dopo il lavoro, la fatica che hai fatto? Speravi nella promozione grazie al Progetto Zante, come farai a chiederla se non sarai nemmeno presente alla riunione? -
Il piede scivolò dal pedale, Marco si trovò immobile su un'auto che non andava né su né giù dalla rampa dei garage.
Claudia, una promozione?
Un momento, qualche sera fa gli aveva detto qualcosa, aveva usato l'espressione “fare colpo”, ma lui, beh, stava controllando le e-mail del lavoro sul divano in attesa degli orari del volo per Roma, neanche ricordava cosa le aveva risposto. Ah, sì, le aveva chiesto se parlasse di un amante. Avevano bisticciato, accadeva spesso ormai, quindi lui non se n'era preoccupato.
Dunque le interessava una promozione?
Avrebbe potuto dirglielo chiaro e tondo invece di arrabbiarsi sempre!
“Pazienza, usiamo la logica.”
Quanto mai poteva essere difficile inserire qualche grafico su una presentazione, ne aveva fatte centinaia nella sua vita lavorativa. Un'ora, niente di più, e avrebbe risparmiato a sua moglie una lavata di capo.
Impossibile ottenere una promozione soltanto con una presentazione, per mettersi in mostra con quel progetto, qualunque fosse, sua moglie aveva bisogno di ben altro. Tranquillità, serenità, padronanza di sé: qualità di cui scarseggiava da sempre.
Lui poteva darle una mano. Un'oretta, un PowerPoint, un bel discorso con la responsabile, facile, no? Sua moglie lo avrebbe ringraziato, sarebbe stata contenta una buona volta.
Che fosse la ragione di quell'assurdo cambio di posto?
Cercò il cronografo al polso per assegnarsi un paio d'ore, non di più. Claudia però non portava orologi, quindi avrebbe dovuto fare senza. Il polso leggero senza cronografo d'acciaio dava una sgradevole sensazione, come se mancasse una briglia.
Mezz'ora dopo parcheggiava con fluida sicurezza nel cortile riservato ai dipendenti della NovaCom.
La scarpa di camoscio spuntava sempre da sotto il sedile. Infilata la mano nell'ignoto sottofondo dell'auto, Marco ripescò cartine di caramelle, una bottiglietta d'acqua con due dita di liquido non più trasparente, e infine la seconda scarpa. Spolverò con l'avambraccio la coppia di calzature, ne soppesò il tacco lucido.
Ridicolo.
I suoi colleghi si presentavano in riunione con camicie hawaiane o inguardabili T-shirt ed erano dirigenti di importanza considerevole. Nessuno avrebbe più notato i jeans appena avesse sfoggiato le sue nuove qualità; le sneakers ai piedi sarebbero state soltanto ciò che erano: comode, pratiche, funzionali.
Sarebbe stato lui a essere diverso, cioè, Claudia. Più organizzata, pacata e sicura di quanto non fosse mai stata in dieci anni. Una novità sufficiente per i colleghi e Federica.
Sfilò le scarpe da tennis, il camoscio morbido calzò perfetto sul piede piccolo. Ripeté la prova, questa volta senza le calze di spugna.
Scese dall'auto, punzecchiato dall'aria fredda di ottobre.
Aveva pochi metri per prendere confidenza con le calzature. Si mise in piedi con cautela, guardandosi intorno sperando che nessuno lo vedesse, già abbastanza imbarazzato nei panni di una donna.
A proposito, quante tragedie le donne fanno per i tacchi, ne parlavano come una tortura.
Prese la borsa e la appese al braccio, come sua moglie.
La spostò un po' più verso il gomito. Un po' più verso il polso. Sulla spalla. No, c'era un limite a tutto. Meglio semplicemente in mano.
Puntò la porta di vetro della NovaCom, chiuse la portiera e fece un passo. Ondeggiò pericolosamente, trovando goffo sostegno sul cofano dell'auto.
Maledetti tacchi. Il camoscio in apparenza accogliente già schiacciava le dita in angoli impensabili per quelle morbide punte di cuoio.
Marco pensava in fretta. Aveva una laurea, sant'Iddio, era un auditor, un dirigente, un uomo, e quelli soltanto tacchi!
Riesumò ricordi di pattinaggio vecchi di decenni, leggi della fisica su baricentro e perimetro d'appoggio. A gambe leggermente divaricate e facendo passi più piccoli, riuscì ad attraversare il cortile, con meno grazia e più fastidio ai piedi del previsto.
All'ingresso, sbarrato, suonò il citofono della “NovaCom, comunicazione e advertising”, o meglio ci si appoggiò sfilando un piede dalla scarpa.
Non sapeva di avere le chiavi dell'ufficio sul fondo della borsa.
- Sì? - gracchiò una voce all'interfono.
Marco si erse in tutta la sua altezza. I giochi stavano per avere inizio.
Alice Kindl
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