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Autore: A.S. Twinblack
Titolo: Sotto il ponte del diavolo
Genere Thriller
Lettori 303
Sotto il ponte del diavolo
“Ancora nessuna notizia della quindicenne scomparsa a Poggio Castano nella serata dell'8 luglio. La giovane aveva detto a sua madre che sarebbe andata a casa di un'amica, dove però non è mai giunta.”
Bea scosse la testa. Aveva atteso con ansia il notiziario regionale delle diciannove, con la speranza che i giornalisti fornissero maggiori dettagli su come fossero andati veramente i fatti, invece l'uomo fece da parte i fogli che aveva davanti a sé, e passò a parlare della notizia successiva.
C'era stato un incidente in un cantiere dove una gru si era ribaltata, e l'operaio era stato travolto perdendo la vita. A quella di notizia il giornalista dedicò più tempo, forse proprio perché il povero operaio era deceduto dopo tre giorni di agonia.
Melissa, invece, era solo scomparsa anche se, i più pessimisti in paese, iniziavano a insinuare che fosse morta.
Bea si alzò dal divano e uscì sul balcone. Non che facesse molta differenza tra la temperatura che c'era in casa e quella fuori, ma almeno tirava un po' di vento.
Passando davanti al buffet, si era soffermata a guardare l'immagine di sua nonna Olga, racchiusa in una cornice d'argento. Se n'era andata da due anni ed era stato un gran dolore per Bea - il primo dolore vero nella sua giovane vita - ma a volte avvertiva la sua presenza. Forse dipendeva dal suo intenso desiderio di vederla, di abbracciarla ancora, di sentirla raccontare. O forse no, forse Olga c'era davvero, lì con lei.
- Non è dei morti che devi aver paura, ma dei vivi. -
Con queste parole la tranquillizzava sua nonna quando, da ragazzina, attratta dal mistero e dall'invisibile, Bea la invitava a raccontarle le storie sui fantasmi. Storie - a suo dire - realmente accadute, non a lei in prima persona, ma a sua madre e ad altri parenti della cui sanità mentale non si poteva dubitare. Uomini e donne che non si erano bevuti il cervello insieme ai quarti di vino annacquato che abbondava sulle loro umili tavole, ma che si alzavano alle tre del mattino per andare a zappare nei campi, e al buio incontravano figure evanescenti che bloccavano loro il passaggio, oppure nani dall'aspetto orribile che, avvicinandosi veloci come fulmini, li pizzicavano sulle cosce. Oppure udivano rumori di catene pesanti trascinate sul terreno, che neppure l'uomo più possente avrebbe potuto trasportare.
- Alcuni di loro, poi, incontravano il Diavolo. -
Bea la guardava con la paura che iniziava a salire e gli occhi spalancati sulle meraviglie di un mondo oscuro e affascinante.
- Perché il Diavolo non ci aspetta all'Inferno - continuava sua nonna. - Il Diavolo è qui tra noi. Accende la musica e ci invita a ballare. Per molti è difficile resistere al suo ritmo travolgente. Qualcuno muove solo alcuni passi, altri si scatenano con lui fino alla fine della danza. -
A quel punto Bea si sistemava sulla sedia e, con i gomiti sul tavolo e il mento appoggiato sui palmi, si preparava a volare con la fantasia, non tra sontuosi castelli abitati da Principi e Principesse, ma su boschi e verdi vallate, dove le streghe ballavano a piedi nudi e passavano la notte a intrecciare i crini dei cavalli, e attraverso i quali correvano i lupi mannari, illuminati dalla luna piena, alla ricerca di una fonte d'acqua dove spegnere il fuoco che li consumava. O su antichi cimiteri, dove i morti riposavano di giorno e col calar delle tenebre iniziavano a stiracchiarsi, preparandosi a uscire dalle tombe.
A Bea non piacevano le favole, le piacevano gli incubi. Lei non era attratta da Principi e Principesse, era attratta da mostri e spiriti.
Aveva otto anni quando in Tv aveva visto L'esorcista, e per mesi aveva dormito con la luce accesa per il terrore che il Diavolo sbucasse fuori dal buio e si impossessasse di lei. E prima di coricarsi, controllava sotto il letto per accertarsi che non ci fosse qualche creatura mostruosa. Ma non serviva a niente. La paura che una mano grossa e deforme spuntasse dal pavimento e l'afferrasse per i piedi, trascinandola negli abissi, era sempre presente.
- I morti sono tranquilli - diceva ancora sua nonna. - A loro non interessiamo. E poi, non hanno più il corpo, quello con cui potrebbero farci del male. I vivi, sì. Loro sono interessati a noi, e hanno tutti gli strumenti per poterci ferire. -
Ma Bea era rimasta al Diavolo, figura misteriosa e affascinante più di qualsiasi altra.
- Che intendi per ballare col Diavolo? - le domandava, sporgendosi in avanti. Il suo cuore accelerava, in trepidante attesa di ricevere lo svelamento di un antico segreto.
Sua nonna non rispondeva. Cominciava, invece, a raccontare una delle storie che le aveva già narrato altre volte, ma che non perdevano mai il loro fascino.
Bea restava incantata dalla sua voce bassa e calma. Chiudeva gli occhi, e si lasciava trasportare in una dimensione dove spazio e tempo erano solo parole vuote, senza senso.
Fu nell'estate del 2015, l'estate più calda di tutte, che Bea capì le parole di sua nonna. Capì che quando gli uomini ballano col Diavolo è perché cedono alla tentazione di seguire il male. E allora non esistono più amore, né affetto, né rispetto, né comprensione, né tolleranza, né perdono, ma solo la volontà di assecondare il proprio inumano ego.
Che sia nello spirito o nel corpo, gli uomini che ballano col Diavolo feriscono e uccidono senza guardarsi dentro.

1.


Una settimana prima...

Il sole era calato da qualche ora.
L'oscurità della notte avanzava con lentezza, avvolgendo ogni cosa col suo nero mantello e gettando tutt'intorno ombre sinistre e inquietanti.
Bea si maledisse per essersi lasciata convincere a seguirlo fin lì. Avevano camminato per almeno venti minuti, prima di fermarsi in quello spiazzo erboso, che all'inizio le era sembrata una graziosa area dove fare un picnic ma, ora che stava facendo buio, le metteva solo una grande ansia. E se ci fosse stata qualche vipera acquattata nell'erba? O qualche ragno grosso e velenoso che le saliva sulle gambe?
- Hai sentito? -
- Cosa? -
Bea si irrigidì, tendendo l'orecchio. - Un rumore... -
Gigi ansimava, continuando a muoversi frenetico. Era troppo concentrato nelle sue manovre di conquista, per sentire alcunché.
- Viene da sotto il ponte. - Bea sporse la testa oltre la spalla di lui, e solo allora si accorse che, quello che avevano attraversato poco prima e che ora stava guardando con attenzione, era un ponte a schiena d'asino.
La carreggiata si presentava nella forma più o meno arcuata di saliscendi, somigliante alla schiena di un asino, appunto. Si ricordò di averne visto uno simile su un libro di sua zia, uno che parlava di miti e leggende del Medioevo. Aveva letto che alcuni di questi vengono detti anche “Ponti del diavolo”, in quanto legati a leggende secondo le quali, l'uomo incaricato della loro costruzione sarebbe venuto a patti con il maligno per poter completare un'opera così complessa.
Girò la faccia, sfuggendo alle labbra di Gigi che finì per baciarla sul collo. Lui non si perse d'animo, anzi, ne approfittò per scendere ancora più giù.
Bea gli allontanò la testa con la mano, senza smettere di fissare il ponte. Con il buio che incombeva, riusciva a vederne solo i contorni. Su un lato, una parte del parapetto aveva ceduto, e le dava un senso di angoscia, come se una forza oscura avesse potuto attirarla proprio lì, in quel punto, per poi spingerla di sotto.
- Lascia perdere. Vieni qui. - Gigi si riappropriò della sua bocca. - Non c'è nessuno. Solo tu e io. -
Bea lo lasciò fare, anche se non era affatto convinta che fossero soli. Il rumore era cessato, ma era certa di averlo sentito. Una specie di fruscio costante che si era interrotto non appena lei aveva parlato. E non era neppure convinta delle manovre che Gigi stava facendo sotto la sua gonna. Perciò strinse le gambe, determinata a fargli togliere quella dannata mano.
- E dai, Bea. Me lo avevi promesso. -
Gigi cercava di intrufolarsi tra le sue cosce. Non c'era verso di farlo desistere.
- No. Smettila! - Bea si arrabbiò.
Ci voleva tanto a capire che le era passata la voglia? Quel rumore aveva rotto l'atmosfera tra loro, e non si sentiva più tranquilla.
Gli prese la mano e la scostò con decisione.
- Ma me lo avevi promesso. - Gigi lo disse con un tono petulante che la fece sorridere. Poi mise il broncio, cosa che faceva ogni volta che lei si rifiutava di assecondarlo. Sarebbe scoppiata a ridergli in faccia, se fosse stata sicura di poterlo fare sottovoce.
- Sei proprio un ragazzino lagnoso - gli sussurrò.
- Non sono un ragazzino - gridò lui.
- Sshhhh, abbassa la voce. -
Chiunque fosse stato a fare quel rumore, forse stava ascoltando i loro discorsi.
Gigi drizzò le spalle e la guardò corrucciato. Era evidente che sentirsi dare del ragazzino lo avesse infastidito, ma sapeva che lei aveva ragione. Solo i ragazzini hanno difficoltà ad accettare i “no”.
- Dimostramelo, allora, che non lo sei. Possibile che ogni volta che usciamo è sempre la stessa storia? È proprio un chiodo fisso, il tuo. -
Sembrava mortificato, e come dargli torto visto che lo stava accusando, in maniera non troppo velata, di essere una specie di maniaco sessuale?
- Scusa, ma allora perché hai accettato di venire qui? - Con un gesto della mano la invitò a rendersi conto di dove fossero.
Bea fece una smorfia. Infatti, il problema era proprio quello, averlo seguito in mezzo alla boscaglia.
- Siamo lontani da tutti. Nessuno verrà a disturbarci. Sono le dieci di sera. Avrai capito che avevo intenzione di fare l'amore con te, no? -
Che noia! Certo che l'aveva capito, e come poteva essere altrimenti? Stavano insieme da tre settimane e già dal terzo giorno lui aveva iniziato a forzarle la mano con la storia del voler fare sesso.
Qualche ora prima, quando erano in piazza insieme agli altri, a un certo punto lui le aveva sussurrato qualcosa nell'orecchio. Bea non aveva capito, perché si era trattato poco più di un respiro. Subito dopo l'aveva presa per mano, annunciando a tutti che se ne sarebbero tornati a casa. Qualcuno gli aveva fatto notare che erano appena le venti e trenta. Era troppo presto per andare a dormire.
- Domani non devi mica andare a scuola. Puoi restare a letto fino a mezzogiorno - gli aveva detto Omar.
Gigi, però, la stava già trascinando via, impaziente di attuare il suo piano.
Da certi sghignazzi che si erano levati in mezzo al gruppo, Bea aveva dedotto che alcuni dei loro amici immaginassero già che intenzioni avesse lui.
- Sì, sì, come no. Diritti a casa se ne vanno - aveva detto qualcuno con un evidente accento ironico.
- Sempre a impicciarvi di cose che non vi riguardano. Ma pensate un po' agli affari vostri. -
Bea aveva riconosciuto la voce di Melissa. Si era voltata e le aveva fatto un sorriso. Lei più di tutti era a conoscenza del piano di Gigi. Infatti, proprio quella mattina, al telefono, Bea le aveva confidato che lui stava diventando sempre più pressante con la smania di voler fare l'amore.
- Penso che cederò per sfinimento - le aveva confessato Bea, e Melissa era scoppiata a ridere.
Erano partiti sul motorino di lui, con il sole che stava scomparendo all'orizzonte. Luglio era appena iniziato e si annunciava bollente come l'inferno. La gente aspettava la sera per aver un po' di refrigerio, invece non cambiava niente. L'umidità e l'afa erano soffocanti anche di notte.
Il top di cotone leggero che aveva indosso le si incollava sulla pelle, mentre le zanzare banchettavano sulle sue gambe già devastate dai ponfi pruriginosi dei giorni prima.
Avevano parcheggiato dietro la piccola chiesa di san Rocco. In tempi molto remoti l'edificio aveva ospitato le vittime dell'epidemia della peste del 1656, oggi era un luogo di culto chiuso per la maggior parte dell'anno, salvo per i festeggiamenti del santo e per la recita giornaliera del rosario durante il mese di maggio.
- Dove mi stai portando? - gli aveva domandato.
- In un posto. -
- Sì, ma che posto? -
- Vedrai, ti piacerà. È una vecchia mulattiera. -
Bea aveva fatto una smorfia. Dubitava che una vecchia mulattiera potesse piacerle. L'unica cosa certa era che si sarebbe ricoperta di ponfi, dato che non aveva con sé il repellente per le zanzare.
Avevano proseguito a piedi, lungo la Provinciale, per una quarantina di metri. Lì avevano incontrato Francy, il fratello di Omar. Portava Mefisto al guinzaglio, fumando una sigaretta, e quando le era passato vicino le aveva sorriso in modo allusivo. Di sicuro anche lui aveva immaginato cosa stessero andando a fare.
Così Bea aveva strattonato il braccio di Gigi, e col capo gli aveva fatto cenno di tornare indietro.
- Andiamocene. Ci ha visti. -
- E allora? Fregatene. -
E certo! Che problemi aveva lui? Mica aveva un padre geloso, lui.
- Tanto, sta' certa che Francy non andrà a dirlo al maresciallo - , aveva aggiunto Gigi. E si era messo a ridere.
- Cretino! -
Se il maresciallo avesse saputo cosa intendeva fare con sua figlia lo avrebbe portato in caserma con un pretesto e lo avrebbe convinto, con le buone o con le cattive, a dare sfogo alle sue fregole altrove, ma non sulla sua “piccolina”. Il maresciallo Sordello tollerava che Bea avesse dei fidanzatini - grazie a dio - ma non voleva nella maniera più assoluta che applicasse la pratica alla teoria. Per lui il massimo che ci sarebbe dovuto essere tra Bea e i suoi probabili fidanzati erano dei casti baci, non troppo intensi.
- Altrimenti, poi, le cose potrebbero sfuggirvi di mano - , le aveva spiegato una volta che aveva improvvisato un minicorso di educazione sessuale, in cui l'oggetto principale era dissuaderla dal fare sesso prima della maggiore età.
- Francy no. Ma lui sì, potrebbe farlo. - Con un'occhiata Bea gli aveva indicato Enea, il patrigno di Melissa, che stava passando con la sua vecchia Ford Focus, grigio scuro.
L'uomo rallentò e si sporse dal finestrino.
- Salve ragazzi, come vi capisco. È proprio la serata giusta per darsi da fare. Il caldo, l'afa... i corpi sudati. -
Bea fumava di rabbia, mentre si fissava le punte delle scarpe. Aveva dato una gomitata a Gigi, incitandolo a dire qualcosa che mettesse a posto quel rompiscatole, invece lui era rimasto silenzioso.
Il patrigno di Melissa era scoppiato in una risata da pazzo ed era ripartito, facendo stridere le ruote dell'auto.
- Povera Melissa. Convivere con uno stronzo simile non deve essere per niente facile. -
- Lascialo perdere. Andiamo. - Gigi le aveva afferrato la mano e, sempre più impaziente, l'aveva trascinata verso l'imbocco della mulattiera.
Si trovavano a circa un chilometro dall'abitazione di Melissa. Quella era una zona di periferia. Le case iniziavano a farsi più rade, assumendo un aspetto di pacifica tranquillità. Non come in centro, in cui erano ammassate una all'altra, e si poteva sentire il vicino che azionava lo scarico quando andava in bagno.
Bea non conosceva quel posto, e neppure ne aveva mai sentito parlare. Non che fosse una patita delle camminate nei boschi, anzi, a lei non piaceva proprio camminare. Prendeva la bici anche per andare dal fornaio che distava appena trecento metri da casa. Farli a piedi, invece, le avrebbe fatto un gran bene, dal momento che era sempre in lotta con i chili di troppo.
Dopo aver percorso pochi metri, la mulattiera si era ristretta fino a somigliare a poco più di un sentiero, e si addentrava in una boscaglia rada e irregolare, dove un concerto di grilli e cicale iniziò ad accompagnarli lungo tutto il tragitto.
Alla luce del crepuscolo era difficoltoso vedere dove mettevano i piedi, ma Gigi era andato attrezzato. Dallo zainetto che portava sulla spalla, aveva tirato fuori una grossa torcia con la quale si erano fatti strada fino a una modesta radura adiacente un vecchio ponte di pietra.
Anche se Bea avesse voluto osservare il paesaggio, sarebbe stato piuttosto difficile dal momento che lui si fermava ogni dieci passi per baciarla e per allungare le mani.
Un polipo nel corpo di un ragazzo, ecco cos'era Gigi.
Giunti sullo spiazzo erboso, lui le aveva fatto l'occhiolino, prima di tirare fuori un plaid a scacchi rosso e blu, e distenderlo a terra. Infine l'aveva invitata a prendere posto con un gesto eloquente della mano.
Già da quello Bea avrebbe dovuto capire le sue intenzioni. E pensare che per tutto il tragitto, si era immaginata che dentro quello zainetto ci fosse un telescopio per osservare le stelle. Sarebbe stato così romantico.
- Io non ti ho promesso proprio niente - gli rispose con cipiglio. - Ho accettato di venire qui per stare un po' con te, da soli, senza avere gli altri intorno. Solo per questo. -
- A fare che? A guardarci negli occhi e ad ascoltare grilli e cicale? Ah, se siamo fortunati, può darsi che si faccia sentire anche qualche gufo o... -
Manco a farlo apposta, proprio in quel momento una civetta interruppe le sue parole cariche di sarcasmo.
Bea sussultò per lo spavento. Il verso di quei rapaci notturni le metteva sempre un certo nervosismo addosso. Lo trovava lugubre e sinistro, forse perché aveva nelle orecchie le parole di sua nonna Olga: “La civetta, quando canta tre volte, porta disgrazia. Porta il morto.”
Bea prestò attenzione. Il rapace si limitò a un solo verso, per cui poté rilassarsi. Non ci sarebbe stato nessun morto. Ma sì, erano sciocchezze, però quel verso nella notte faceva davvero impressione.
- Uffa! Sei impossibile. - Con una manata, Bea spinse Gigi che, colto di sorpresa, ricadde su un fianco. - Non possiamo restare qui abbracciati a guardare la luna e a baciarci, e basta? -
Si stava bene, lì. Un venticello leggero le carezzava la pelle, dandole una gradevole sensazione, e cancellando il ricordo del caldo afoso che in quei giorni stava estenuando tutti. C'era un solo problema: si era fatto buio e all'improvviso tutto ciò che li circondava aveva un aspetto spaventoso. Il cinguettio degli uccelli, sistemati nei nidi per la notte, sembrava appartenere a strane creature che da un momento all'altro sarebbero volate sulla sua testa, aggrappandosi ai capelli. Gli alberi, alle loro spalle, che allungavano i rami maestosi verso il cielo, parevano una convention notturna di mostri senza occhi e dalle molteplici braccia.
- No. Io ho voglia di fare l'amore con te. Una voglia matta - replicò Gigi con il tono del moccioso che batte i piedi a terra nella pretesa di venire soddisfatto.
Lui fu rapido a risollevarsi. Le fu di nuovo addosso e la costrinse a distendersi ancora sul plaid. Non le diede tempo di fare o dire nulla. Con i suoi baci prepotenti, bloccò qualsiasi sua possibile iniziativa.
La lingua di lui che duellava con la sua, cancellò in maniera definitiva il proposito di Bea di farlo aspettare.
Sì, perché con Gigi si era data un tempo, come con gli altri due fidanzati, prima di lui. Li aveva fatti aspettare tre mesi, prima di cedere alla loro richiesta di qualcosa più sostanzioso di un misero petting.
Gigi, però, stava mettendo a dura prova quella regola. Pur avendo diciassette anni, appena due anni e mezzo più di lei, ci sapeva fare parecchio con la bocca e con le mani.
A Bea formicolava la pancia se solo lui la sfiorava. Aveva una forte sensazione di calore tra le gambe. Come in quel momento, per esempio. Una sensazione che non aveva provato con gli altri due.
Bea aveva iniziato a fare sesso a quattordici anni, il giorno del suo compleanno. Era stato una sorta di regalo che si era fatta. Anche Silvia, Ester, Rosita e Naomi avevano fatto lo stesso. Insomma, tutte le sue amiche tranne una: Melissa. Lei non faceva altro che ripetere che lo avrebbe fatto solo con chi le piaceva sul serio, e che finora non aveva conosciuto nessuno che le facesse perdere la testa. Perciò era rimasta l'unica vergine della comitiva.
Secondo Bea, però, lo sarebbe stata ancora per poco. Melissa non parlava molto di certi argomenti, ma lei si era accorta che per Cristian, l'amico di Francy, provava qualcosa. Se lo incontravano per strada, o semplicemente qualcuno lo nominava, le guance dell'amica si coloravano di un rosa acceso, e si affrettava a nascondersi, magari facendo finta di cercare qualcosa in borsa.
Comunque, c'era da dire che Cristian era nel mirino di parecchie. Non ce n'era una nella loro comitiva che non avesse una fantasia proibita su di lui.
Gigi continuava a baciarla. Bea considerò che lo faceva molto meglio degli altri, perciò le sarebbe convenuto tenerselo il più a lungo possibile.
Silvia, che aveva più esperienza perché era già stata assieme a sei ragazzi, diceva che erano tutti delle schiappe a baciare. Perciò, Bea decise in quell'istante che Gigi lo avrebbe fatto attendere più dei tre mesi di regola, nel dubbio che, una volta ottenuto ciò che voleva, la scaricasse.
Lo spinse di nuovo con forza e lui ricadde sul fianco. Riusciva ogni volta a prenderlo di sorpresa.
Lo sentì grugnire di frustrazione e le venne da ridere. Si rese conto, però, che era una risata nervosa. Aveva l'impressione che il corpo stesse per prendere fuoco, e non c'entrava niente l'afa notturna. Il calore che la tormentava proveniva dal basso ventre e si irradiava ovunque.
- Sei venuto attrezzato? -
- Così non ti graffi la schiena - , rispose lui, passando una mano sul plaid, mentre si stava già risollevando per tornare alla carica.
- Non mi riferivo a quello. Era una domanda. Intendevo... - Col capo Bea ammiccò alla patta dei suoi bermuda di jeans, prima di ridistendersi a terra.
Farlo attendere più di tre mesi? Impossibile, non ce l'avrebbe fatta lei a resistere alla voglia di vedere se era bravo anche in altro, oltre che a baciare.
- Ah... Certo. - Gigi tirò fuori dalla tasca due Durex e li poggiò sul plaid, vicino alla spalla di lei.
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