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Autore: Valentina Palomba
Titolo: The Monsters Circus
Genere Fantasy Filastrocche
Lettori 197
The Monsters Circus
C'era una volta
una storia capovolta,
dei mostri parlava
e non li vessava.

Voi direte: che falsità,
invero è la verità.

Il circo c'è ancora
né andrà in malora,
immantinente lo saprete
e non ditelo al prete.

Divertiva grandi e piccini,
con giochi e palloncini,
e se erano viziati,
capricciosi o maleducati,
il circo perdeva i suoi affanni (sarebbe propri affanni)
niente più fili niente più inganni.

E così la notte incombeva
sul circo che nessuno vedeva.

Giunsero in città con i calessi,
bardati di tutti gli eccessi,
e ciascun bimbo volle venire
urlando e facendosi sentire.

“È arrivato, venite di fretta!
Lui mica ci aspetta!”
Strillavano gli infanti
incantati dai fanti.

Carrozze con tende tirate
e gabbie ben celate,
nascondevano qualcosa:
doveva esser mostruosa.

“Quali creature si celan lì sotto?”
Chiese il sindaco col suo panciotto.

Caramelle e palloncini
furono dati ai bambini,
e come in ogni paese
c'era pure il marchese.

Scese il buio, calò la notte,
s'udirono ciance a frotte.

Chi aveva visto i leoni,
ma eran solo i beoni;
chi aveva visto i trucchi,
ma eran solo i bacucchi;
chi aveva visto i giganti
ma eran solo i malpensanti.

Giunsero in paese
con giochi ed imprese,
senza avvicinarsi
poterono solo accontentarsi
d'aspettare l'indomani
per vedere gli arcani.
(le d eufoniche solo tra vocali identiche)
Il giorno seguente
fu appariscente:
strilloni e menestrelli,
con i loro canti sì belli,
al pari della colla
attirarono la folla
e regalarono biglietti
distribuendo i dolcetti.

“Venite, grandi e piccini,
ci saranno gli omini;
di magie e mostri vedrete
e siam certi ne racconterete.”

Cadde il tramonto, venne la sera,
e col circo parve leggera.

Il mattino arrivò
e l'entusiasmò recò:
di certo sarebbe stata
una splendida giornata.

Gli acrobati provavano
e gli gnomi giocavano,
il pagliaccio si preparava
il trampoliere si sistemava.

Fremevano i cittadini
e con loro i bambini,
incantati dal tendone
speranzosi di cogliere il leone.

Giunsero gli omini
con dolci per i piccini,
assiepati all'ingresso
e si arrangiò un compromesso.

Con cordiale simpatia
e qualche trucco di magia,
chi era rimasto fuori
placò gli ardori:
domani avrebbero ammirato
lo sfoggio del circo incantato.

L'attesa era alle stelle,
si cianciava di strane damigelle,
di belve feroci
e di bislacchi incroci.

Ebbene, le voci durarono
finché le luci calarono.

Passarono i secondi ed i minuti,
si trattennero sino gli starnuti,
poi un brusco rumore
e di seguito un bagliore.

Davanti a tutti,
belli e brutti,
apparve un gobbo
il bastone d'appoggio.

Simile ad un baronetto
aveva il doppiopetto,
l'abito elegante
ed un farfallino gigante.

Le code lunghe
come due prolunghe,
il cappello da signore
che tolse con rigore.

E sotto la tesa
una faccia inattesa:
il naso schiacciato,
il tratto marcato:
come una caricatura
studiata su misura.

E poi la zoppia,
la strana anatomia,
la pancia evidenziata
dalla schiena arcuata.

Ma il peggiore
fu quel grigiore,
la pelle colorata
come di cenere sporcata.

Forse era il cerone
a colorare il padrone,
o forse l'aspetto
era un suo trucchetto?

“Che siano benvenuti
i piccoli e i cresciuti,
i bravi bambini
e i più birichini.
E poi i genitori,
che non abbiano timori;
il sindaco e il locandiere,
giunti a vedere le fiere.
Non abbiate dolori
per questi orrori,
ma solo incanto
e nessun rimpianto.
Gioite e ridete
di ciò che vedrete,
finché il sipario non cala
al frinio della cicala.
Ma non temete,
vi divertirete,
poiché questa magia
vi seguirà sulla via.”

Dopo un sorriso
sul suo strano viso,
il buio calò
e solo polvere lasciò.

Dinnanzi alle genti
i nani divertenti
irrisi per l'andatura
e la loro statura.

L'allegro pagliaccio
pareva un poveraccio
l'abito ingombrante,
il sorriso accattivante.

Rubarono il fiato
gli acrobati con un boato
e il mago con abilità
mise in dubbio la falsità.

Poi i più invocati,
quei mostri malnati
la platea indignarono
i sogni avvelenarono.

C'eran i siamesi
che con modi cortesi
fecero divertire
e inorridire.

Il mangia fuoco impettito
col suo strano appetito,
il tizio senz'occhi
cui credettero gli sciocchi.

Il signore senza volto,
un nobile stolto,
un povero disgraziato
senza odorato.

“Non mi serve odorare
e neppure ascoltare,
non mi serve vedere
per così sapere
che voi colti
siete sconvolti,
ma la mia bocca
di gioia trabocca
nel sapervi numerosi
e di certo gustosi.”

Poi in mezzo alla gente
una statua sorprendente,
un demone antico
imprigionato nel granito.

A mirarlo un'aberrazione,
ma tutte le persone
chiedevano il significato
del mostro pietrificato.
Perché mostrare loro
un oggetto da decoro?

Gli occhi assenti,
corna appariscenti,
ali da pipistrello:
era un orpello!

Più adatto al cimitero
e poi non era vero!

Gli spettatori
volevano gli attori,
mostri da baraccone
senza religione.

Il gargoyle era finto
come un dipinto,
cosa significava?
Nemmeno volava!

Ma quando il brusio s'alzò
qualcosa in lui cambiò.

La notte tetra
sfiorò la pietra,
e dopo un'istante
divenne agghiacciante:
gli occhi mosse
e il torso scosse.

Nessuno si era domandato
perché fosse incatenato,
un inutile trattamento
per lo strano ornamento.

Poi un tintinnio
fece scemare il vocio,
la catena si spostò
e in volo s'alzò.

Il gargoyle prese vita
la platea fu basita,
il demone pietrificato
dallo sguardo annoiato
con quella boccaccia
fece una linguaccia
alla gente babbea
che gremiva la platea.

Il mostro era vero,
non l'arredo d'un monastero
che calata l'oscurità
tornava alla realtà.

Allorché il prete sbiancò
e il rosario afferrò:
sarebbe stata un'impresa
tornare alla sua chiesa
poiché tutta la facciata
ne era dominata.

Il mostro urlava
a volte sputava
turbando gli spettatori
che volevano filare fuori,
finché sentì un odore
e virò dal domatore:
lo spuntino mostrava
e il mostro richiamava.

“Di pietra tornerà
quando l'alba sorgerà.
Ora ci credete?
Anche voi, Signor prete?”

Disse una voce
per nulla feroce,
ma il sipario calò
e lo spettacolo continuò.

Il suo numero finì,
nessuno applaudì
troppo scioccati
e ancora spaventati
per quella magia
che sapeva d'utopia.

Legata per le braccia
come una minaccia
entrò la Diva,
metà buona metà cattiva.

Un occhio di diamante,
una bellezza accecante,
la pelle era chiara
e sul capo una tiara.

Ma questo su un lato
l'altro uno sgarro del creato.

L'iride nera come pece,
il corno strillare fece,
la pelle come bruciata,
ben si capiva se era legata!

Aguzzi erano i canini,
mostrati a tutti i bambini,
che si spaventarono
e indietreggiarono.

Le ali parevan vere
di piume candide o nere,
ma quando uno dubitò
si dispiegarono e in aria s'alzò.

Volteggiava sopra di loro,
non erano un decoro,
forse un artificio
oppure un maleficio?

Le fauci mostrò,
ma mite si scusò,
fu dolce con i bambini,
e gli diede degli abomini,
il domatore la trattenne,
il pubblico uscì indenne.

Un abito da sera
non celava ciò che era.

Un aborto della natura,
della notte oscura,
o un parto del demonio
fuori dal comprendonio.

Seguì il la matta
con la sua gatta
cui fece i tarocchi
per quegli sciocchi.

Quegli sciagurati
con i loro peccati
portarono nel paese
risate e pretese.

Poi la cicala frinì
e il gobbo ricomparì,
con garbo ringraziò
e i pargoli avvisò.

Disse ai bambini,
anche ai più piccini:
“A dormire nelle camerette!
O i mostri vi faran a fette!”

Lo spettacolo finì
la folla uscì,
trasognata o curiosa,
e di certo smaniosa.

I bimbi andarono a letto
temendo un dispetto
di un mostro strisciato
sin nell'abitato.

Non eran nelle scale
tanto meno nel canale,
solo nell'ombra
della mente sgombra.
S'alzò il mattino
su ogni lettino,
i bimbi eran sereni
tranne gli avventurieri.

Urlarono le madri
gridando ai ladri
e poi le sirene,
cantarono le loro pene.

Ma nella locanda
solo una domanda
poiché nel paese,
solo delle imprese
del circo si parlava,
null'altro contava.

Chi s'interrogava sulle luci,
chi sui mostri truci,
chi li dileggiava
e chi ne ghignava.

Solo un uomo
chino su un tomo,
stava in disparte,
gli occhi sulle sue carte.

Era un professore,
o meglio: un dottore,
un uomo colto
noto il suo volto.

Le ciance ignorava
a leggere continuava,
non seguiva il fermento
né il loro divertimento.

Non li ascoltava
poco gli importava
di quella carovana,
poco lontana.

Sino il prete e il giornalaio
seguivano quel vespaio!

“William, già al lavoro?”
Non badò al decoro,
di quell'interruzione
e colse l'occasione
per assaporare il caffè
e gustare un bignè.

“Hank, amico mio:
sai, ci son solo io!
Son ventiquattro le ore,
son l'unico dottore!”

L'amico prese posto
davanti all'altro composto,
adocchiò le sue carte,
ma le mise in disparte.

“Non ti ho visto ieri sera,
al circo che tutto avvera.”

Promulgò curioso
con piglio ansioso,
un'occhiata amara
non subito chiara.

“Non è cosa per me,
buffoni e trucchi demodé.”

Agitò la penna in aria
l'obiezione fu straordinaria.

Come un pupo sognante
o il più fervido amante
narrò tutte le imprese
condite ed estese.

“Ti dico che c'è il trucco!”
Disse, e rimase di stucco.

“Sarà un'assurdità,
ma abbi pietà
della mia intelligenza
se parlo con veemenza,
sarò ardito:
non è un mito!”

Il dottore alla sua follia
lo salutò con cortesia,
giammai l'aveva veduto
così posseduto!

“Il lavoro mi aspetta,
non avere sì tanta fretta
con la tua decisione
mio caro credulone!”

La giornata proseguì,
ma in breve intuì
che pure il moribondo
sbraitava di quel mondo.

Chi doveva vedere
vaneggiava di magie e potere;
chi lo aveva già veduto
ne parlava come posseduto.

Giunse a sera tanto sfatto
che lesse solo un atto,
nel giaciglio s'infilò
e subito s'addormentò.

La notte con il suo manto
arricchì l'incanto:
sognò di rossi tendoni,
di artigli e d'illusioni.

Nulla si seppe dei bambini:
vuoti rimasero i lettini.

E nelle ore trascorse
nessuno se ne accorse,
non giunse notizia
e non fu per pigrizia
di piccoli spariti,
ma non si fecero quesiti.

Meglio tacere simil segreti
o si crepano i vetri:
pochi infanti in meno
non era osceno.

Valentina Palomba
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