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Autore: Simona Soldi
Titolo: Lo Zero Dei Dadi
Genere Noir Contemporaneo
Lettori 128
Lo Zero Dei Dadi
Il silenzio congelato nella strada di periferia, il silenzio della casa addormentata e buia, come la notte là fuori, il silenzio solo apparente nella testa di Roberto viene squarciato da un rumore improvviso che fa vibrare l'uomo, come un colpo di pistola proveniente dalle viscere, tanto che l'unica azione possibile è svegliarsi di soprassalto, gemendo e vibrando all'unisono con quel rumore. Non è in grado di pensare, può solo di cercare di sopravvivere al rumore che, insopportabile, fa rimbalzare il cuore nel petto e girare le pareti della stanza come una folle giostra, mentre gocce avvelenate di sudore risalgono, beffarde, dalle zone più profonde della sua coscienza. Roberto si sveglia di soprassalto in preda al panico, senza capire perché. La sua vita è tranquilla, senza scossoni: ha un lavoro, una casa, una moglie. Eppure un animale dentro di lui ha urlato, lo tiene sveglio e quella notte lo fa sobbalzare in preda all'affanno. Gli manca il respiro, rimane seduto sul letto e si accorge improvvisamente che, per la durata di quei pochi minuti, estesi come elastici intorno al collo, è rimasto in silenzio, teso a concentrarsi su un unico pensiero: non svegliare Silvia, che sta dormendo accanto a lui. Immediatamente si volta per accertarsi che almeno quello scopo sia stato raggiunto e infatti il corpo di lei giace voltato di fianco, così che Roberto non può vedere gli occhi chiusi della sua donna. In quel frangente di totale confusione, ha scelto di non coinvolgerla. Quella notte non prenderà più sonno; dopo aver ascoltato il suo cuore tornare a battere con ritmo accettabile, Roberto si alza, muovendo i primi passi incerti fuori dal letto, per andare ad afferrare un cartone di latte dal frigo.

farfuglia fra sé Roberto, mentre gira per l'ennesima volta la chiave nel cruscotto, tentando di accendere il motore della sua vecchia Polo grigia. L'inverno è particolarmente rigido. Non ha nevicato in città, mentre sulle punte dell'Appennino gentile intorno a Firenze si disegnano già creste bianche dai contorni irregolari. I tergicristalli si muovono da qualche minuto, a intermittenza, spazzando sottili strati di ghiaccio da sinistra a destra sulla superficie del parabrezza.
Roberto si dirige verso l'officina meccanica dove lavora, distante circa mezz'ora di macchina da casa sua. Il tragitto è sempre lo stesso da quasi dieci anni, ormai con lo stesso andirivieni, gli insulti scambiati con altri automobilisti, che sembrano avere le stesse auto, le stesse cravatte, gli stessi figli col broncio sistemati sul sedile posteriore. Un film che si riavvolge e si ripete, sempre più sbiadito e usurato, lungo i binari delle sue giornate.
La mattina è avvolta dalla foschia dell'inverno umido, il quartiere variegato già brulica di formiche che iniziano la loro giornata: andare a fare la spesa, passare dall'ufficio postale, sbrigare commissioni, lamentarsi per il freddo, per i risultati dell'ennesima giornata di campionato e per il lavoro che non dà soddisfazione. Eppure su qualche volto si intravede un sorriso e qualche risata improvvisa squarcia il rumore di sottofondo, mentre Roberto parcheggia la sua Polo a pochi metri dal posto di lavoro e si guarda intorno, mentre tira fuori dal portafogli la tessera magnetica che striscerà come inizio ufficiale.
Ognuno ha il suo compito, come pure il suo territorio. Dentro l'officina l'aria è viziata dall'odore invadente di borchia e di olio da motore, mentre le ampie finestre regolari, da capannone industriale, filtrano una luce opaca e quasi aliena, già filtrata dalla coltre di nubi che avvolge quella mattina il cielo sopra Firenze. I suoi colleghi commentano le partite e le tette della giornalista sportiva che ogni domenica sciorina i risultati della giornata di campionato con la stessa serietà con cui si divulgano i risultati elettorali, salvo che per la camicetta che ha puntualmente un bottone aperto di troppo. Roberto scuote la testa, quasi avvilito.
Non parla molto. In compenso, parlano i suoi colleghi. Ha imparato sulla propria pelle che esporsi è un lusso che non può permettersi. Non è mai stato un tipo di quelli che si potrebbero definire carismatici, non ha mai preso il megafono per sbraitare, sputando straccetti di ideologie e retorica durante le assemblee scolastiche o le occupazioni e adesso si limitava a sopravvivere, ridendo delle battute dei suoi compagni di sventure. Abbozzava tentativi di corteggiamento con le ragazze, scimmiottando le tecniche dei suoi amici più disinvolti, le volte in cui andava a ballare con loro, durante tutte le notti dalle note annoiate ma mai stanche di sé, perdendosi sotto la coltre protettiva dell'abitudine e dello stordimento. Era così che aveva conosciuto sua moglie Silvia, convincendosi che doveva essere la donna della sua vita. Era una brava e bella ragazza, miracolo dei miracoli voleva davvero continuare a frequentarlo e sembrava pure realmente interessata ai suoi normali progetti di vita dopo la scuola. No, Roberto non è un carismatico, né un rivoluzionario. Per questo il capo lo ha preso in simpatia, fin da subito; lo ritiene dannatamente normale, senza alti o bassi, con una solerzia sul lavoro degna di nota. Roberto compie ogni giorno il suo dovere, viaggiando con la mente dentro un'altra vita in cui quella ditta sarebbe stata sua, una vita in cui lui avrebbe disposto di finanze necessarie per avviare una sua attività, una vita in cui sarebbe stato “qualcuno” e non solo un nome in un casellario, un anonimo pezzo che sta in mezzo alla catena di montaggio, capace di scoprire gli altarini e i trucchetti di tutti i suoi dipendenti, furbo e intraprendente. Un'altra vita.
si sente d'un tratto apostrofare da una voce bassa e rauca, tipica di chi è dedito al fumo e agli schiamazzi da stadio da svariati anni, da quelli della pubertà.


La frase resta in sospeso, pesante nell'aria come la nebbia o come il pulviscolo di sostanze che riempiono l'officina.
Risata generale, che riesce ad affettare tutto. Roberto, invece, sente solo l'irrefrenabile desiderio di affettare quel grassone del suo collega, presuntuoso e untuoso.
Vorrebbe replicare, ma le opzioni che affollano la sua mente si piantano in gola, formando un tappo fastidioso e spugnoso di imbarazzo.

Colpi sulla spalla da parte degli altri “personaggi” che popolano quell'habitat, incitamenti, altre risate. Roberto diventa paonazzo. Comincia a guardarsi intorno in cerca di un oggetto pesante da usare con una nuova applicazione. Vede chiavi inglesi, chiavi a “pappagallo”, martelli ovunque, ma la sua vista è accecata dalla rabbia, rabbia contro se stesso, per non essere in grado di opporsi a quella che è una vera e propria aggressione, rabbia che inebria i suoi sensi e li distorce.
Vannucchi, rosso anche lui in viso, ma per motivi opposti, volge i suoi occhietti azzurri, piccoli e vispi, da sinistra a destra, cercando, nell'ilarità generale, la conferma della complicità dei suoi compari, poi li posa per un attimo sulla figura di Roberto, passandosi la mano unta fra i capelli vagamenti ricci, unti anche quelli.

rincara la dose il Pugio, chiamato così per la forma del naso che sembra il risultato di numerosi tentativi di sfondare nella boxe.
gli fa eco Matteo, il più giovane e, allo stesso tempo, il più maturo e pacato della combriccola. Matteo ha appena ventiquattro anni e il sogno di sfondare nello spettacolo nel cassetto, sogno che rincorre come animatore nei villaggi turistici durante il periodo estivo, alternando questa attività a lavori temporanei e saltuari. E' un ragazzo di bell'aspetto, con un bel faccino pulito e splendenti capelli neri, nonostante la sua divisa di operaio che lascia solo immaginare il fisico prestante che si trova sotto. Roberto, nella sua corporatura sottile, navigando dentro la sua tenuta da lavoro, non può che provare un'invidia affettuosa e bonaria nei suoi confronti, solo a tratti incattivita dal modo in cui il ragazzo è riuscito, in breve tempo, a fraternizzare con gli altri e a integrarsi nel gruppo, grazie alle sue doti innate di giullare mai pedante.
Si limita a bofonchiare Roberto, stringendo la mano destra in un pugno nevrotico che pesa come un macigno lungo i fianchi, seminascosto dietro i pantaloni over-size.

riprende il Vannucchi, tornando in scena per la degna conclusione del suo show personale.

Il Vannucchi dà una scrollata alle spalle rotonde e ben piazzate, gli altri già pensano a qualcos'altro e Matteo pensa a come poter parlare a quattr'occhi con quel ragazzo non molto più grande di lui, sfuggente, che da sempre suscita in lui sensazioni contrastanti.
La giornata prosegue così, fra l'assemblaggio di componenti per macchinari e discorsi durante le pause.

Roberto ha sempre più l'impressione di non vivere la sua vita, ma quella di qualcun altro. Riflette, mentre ritorna mestamente verso la sua Polo che lo avrebbe portato dalla donna che ha scelto come compagna. Già, la compagna della vita di qualcun altro, allora? Scaccia quel pensiero, scuotendo la testa con forza eccessiva, tanto da sentire una piccola fitta ai muscoli del collo.
Silvia è intenta a preparare la tavola, come quasi ogni sera. La trova spesso in questo status di febbrile agitazione, quando torna dal lavoro, soprattutto perché la giornata lavorativa di lei dura di solito di più delle canoniche otto ore. Lo accoglie con un sorriso benevolo, quel sorriso di chi sa com'è stata la tua giornata anche solo dal rumore che fa la porta che sbatte, nell'entrare in casa.
Silvia ha l'abitudine di intercalare i gesti quotidiani con domande di rito, un “amore” in mezzo a rumore di piatti e stoviglie che vengono tirate fuori dalla credenza o dalla lavastoviglie e messe sulla tavola, ordinate a dovere, anche se da anni ci son solo loro due a cena e la formalità della tavola apparecchiata è diventata per lei un'abitudine per sentirsi “a posto”.


Roberto si è già accorto, mentre formula la frase, di essere entrato in un territorio pericoloso e pieno di mine nascoste, ma una spinta più forte della prudente volontà di mantenere il quieto vivere lo porta lo stesso a fare il primo passo.

La risposta secca della moglie lo punge, attraversando la pelle, i muscoli, fin dentro le ossa, iniettando altro veleno nel suo sangue che, circolando, arriva fino al cervello. Come in una profezia, finiscono la cena in silenzio e, mentre Roberto si convince che fare una doccia calda lo avrebbe rilassato, Silvia sistema la cucina, senza scegliere i movimenti, guidata da un pilota automatico che le permette di svolgere le sue attività quotidiane mentre la vera lei è impegnata in altro. Questa sera, la vera Silvia sta spintonando da dentro una donna sposata, suggerendole di azionare un campanello di allarme che voleva dire fatica, struggimento, lacrime, retorica, inutile retorica.
Invece, dall'alto dei suoi trentatré anni, impegnati in un lavoro da cronista presso un quotidiano locale che avrebbe potuto diventare un impiego da reporter sempre in trasferta, Silvia rimane in silenzio.
Nonostante non siano una cosiddetta famiglia benestante e abbiano potuto contare solo su un parco e modesto aiuto delle rispettive famiglie di origine, sono riusciti, col tempo, a farsi una casetta invidiabile con arredo moderno, anche se non di qualità eccelsa, e tutte le comodità di una casa da giovane coppia: qualche fotografia d'autore è appesa alle pareti per evocare una sensibilità artistica mai veramente approfondita o coltivata e Diane Arbus troneggia su tutti con i suoi ritratti asimmetrici e imperfetti. E' un appartamento non grandissimo, ma spazioso, con stanze di respiro, in cui sono riusciti a ricavare persino una cameretta per un pargolo che per il momento sembra volerli tenere sulle spine, giocando a nascondino, dispettoso, fra i loro silenzi e i loro imbarazzi, fra le notti consumate in un sottile equilibrio di speranza di lei e di frustrazione di lui, soffocando la passione fra le domande sempre più pressanti di genitori e parenti, fra i sospiri che risuonano in quelle stanze sempre più vuote.

Decidono insieme, molto diplomaticamente, quale film guardare alla tv e poi si accoccolano sul divano, ritrovando in quei corpi intrecciati un varco di calore umano. Roberto non si concentra sul film e fissa lo schermo della tv digitale, acquistata da poco grazie alla tredicesima di lui, mentre nella sua mente si affollano pensieri che fatica a mettere in ordine. Alla fine del film, mentre sua moglie giace addormentata con la testa sulle sue gambe, avvolta in una coperta di flanella azzurra, è arrivato ad una decisione: la domenica successiva sarebbe andato a vedere la Fiorentina in casa.
Capitolo II




Beghi trasale, con un movimento involontario della testa, al suono di quella voce perentoria e enfaticamente canzonatoria. E' la voce di qualcuno abituato a tenere in pugno le altre persone, la voce del potere e della presunzione tipica di certi intellettuali mediocremente accademici.
I suoi occhi roteano dal basso verso l'alto e poi di lato, cercando di riacquisire la percezione dello spazio intorno a lei: una stanza, una lunga cattedra, finestre e arredamento stantii e di dubbio gusto, pareti scialbamente adornate di qualche anonimo poster accademico, una foto del Presidente della Repubblica che sovrasta una lunga lavagna che funge più da elemento d'arredo che funzionale. Sì, Beghi si trova in un'aula universitaria e quel signore distinto e vestito con un orrendo completo grigio, seduto di fronte a lei al di là della lunga cattedra, è il docente che sta decidendo della sua preparazione in diritto privato, e dall'espressione sembra alquanto contrariato. Non ama dover aspettare per una risposta: il Professor Borghetti è uno di quelli che pretendono risposte rapide e chiare.
Giulia e Jessica, sedute in terza fila, si scambiando uno sguardo di sgomento, in una muta comprensione della gravità della situazione in cui si sta cacciando la loro compagna.
Beghi rimane in silenzio per secondi che sembrano aggrovigliarsi in una massa senza fine di eventi, irrazionalità e immagini confuse si sovrappongono davanti ai suoi occhi, partendo come in una rincorsa dalle zone più recondite della sua mente. In un lampo ritrova il bandolo della matassa e, con foga, inizia a parlare, con voce sicura.

Tutti i dati immagazzinati in quei lunghi pomeriggi e, non di rado, in quelle lunghe notti di studio, fra caffè e telefonate, le si aprono davanti dallo scaffale dei suoi ricordi, belli, ordinati e a sua disposizione. Finalmente anche il Professor Borghetti sembra apprezzare e un sorriso accennato di ritrovata soddisfazione cancella dalla sua faccia l'espressione incredula e accigliata di qualche secondo prima, mentre stava esponendo a questa studentessa, dai tratti mediorientali e gradevoli, quale sarebbe dovuto essere l'argomento della sua ultima risposta. Come auspicato, non la trattiene oltre e la scruta da dietro i suoi minuscoli occhiali dalla montatura rettangolare, mentre scrive sul libretto universitario la materia d'esame, con accanto la votazione e la firma, per poi congedarla. Anche il corpo non è affatto da buttare, pensa il Professor Borghetti, mentre la osserva scivolare con passo felpato verso la terza fila di sedie.
Jessica e Giulia non possono notare i suoi occhi piccoli appicciarsi al fondoschiena e alle gambe della ragazza, avvolti nei jeans non troppo attillati e ordinari, essendo già troppo prese ad accogliere l'amica e a celebrare sottovoce il successo collettivo di quella lunga giornata, condiviso con il sudore versato e la pazienza spremuta dal supporto reciproco della sorellanza.
esclama Jessica, riuscendo a stento a misurare il volume della voce.

La incalza Giulia, volgendosi verso di lei con aria sbalordita.

Le due amiche annuiscono, sfoderando un sorriso benevolo, e fanno cenno col capo verso l'uscita. Il Professor Borghetti le guarda con la coda dell'occhio mentre scivolano via dalla sua aula, dal suo territorio, costretto a rinfoderare la sua curiosità, impotente di fronte alle prerogative del suo ruolo.
Una volta raggiunto l'esterno, tutto cambia.
Beghi si sente avvolgere la faccia dal tiepido sole di marzo e riesce a percepire solo in lontananza, come un'eco ovattata, il rumore del traffico al semaforo poco distante da una delle tre entrate del polo di studi di Novoli, ultimato da poco, dell'Università di Firenze.

risponde prontamente Jessica, una biondina troppo in gamba per non diventare un avvocato di successo, determinata e sufficientemente cinica.

la interrompe di nuovo Jessica, scacciando quella conversazione con la mano, ornata di anelli e braccialetti di artigianato etno-chic.
continua Jessica, senza abbassare la mano e agitandola in aria, come se quel gesto ripetuto potesse cambiare il corso di un evento e riportarla indietro nel tempo di qualche ora.
Beghi cerca fin da subito di entrare a pieno titolo nella conversazione.

Poco distante, il loro bar, loro come di molti studenti universitari che affogano ogni giorno in litri di caffè, cappuccini, caffè corretti e birre, la loro indolenza, avvolta nell'aria vagamente bohemién offerta dall'arredamento retrò e dalla loquacità del personale.
Giulia ordina tre macchiati, intercalando la comanda con un sorriso aperto e un paio di scambi di battute con uno dei baristi. Giulia è ben lontana dal definirsi una ragazza appariscente, non è affatto sicura della sua bellezza o della sua capacità di seduzione, in verità. Il suo modo di vestire e di fare sbarazzini, tuttavia, possono risultare vincenti. Di carnagione chiara, occhi castano scuri e capelli corvini può essere considerata una donna mediterranea, anche se la sua bocca non è così carnosa e le sue forme sono lontane dalla sinuosità e dalla morbidezza nei punti giusti. Di corporatura esile e minuta la Giulina, come veniva chiamata dalla sua combriccola, sfoggia abitualmente un abbigliamento spesso casual che non l'aiuta certo a valorizzare i suoi punti di forza, ma conserva comunque la consapevolezza di piacere per la sua solarità e la sua prontezza di spirito.
insinua sorniona, alla fine, con una strizzata d'occhio.
esordisce il barista, mentre asciuga con un panno un bicchiere da birra d'abbazia, arrampicandosi su qualsiasi sporgenza per guardarle allontanarsi dal bancone.

Jessica non ha ancora parlato, da quando sono entrate nel bar. I suoi capelli biondi, raccolti in una coda a sua volta ripiegata su se stessa grazie ad una forcella, la rendono molto graziosa e le donano quell'aria da intellettuale non pretenziosa.
Beghi ammira da sempre la bellezza dell'amica, fin dai primi giorni di chiacchiere e conoscenza al primo anno. Lei, la ragazza immigrata, la figlia di un ristoratore turco, sa che la parte dell'outsider le si addice ben poco. Il suo temperamento pacato e riflessivo la rende spesso silenziosa, a tratti quasi dimessa – non certo la tigre che ti aspetti di sentir ruggire in un'aula di tribunale – e sentirsi fuori posto è ormai un fantasma che aleggia insieme ad ogni gesto quotidiano, le si appoggia sulla spalla, silenzioso come lei, e le ricorda ogni tanto, battendole con insistenza l'indice sulla schiena, di non sentirsi troppo al sicuro. Il suo fantasma è fidato perché la mette in guardia, ma niente la sa difendere dal senso di alienazione percepito quando i giorni scorrono sulla pelle come sabbia finissima, incapace di afferrarli, di trattenerli a sé. Perde spesso la cognizione della dimensione dei ricordi, li confonde fra loro, li dimentica o li sostituisce con dettagli a piacere, frutto della sua immaginazione, risultato della sua non realizzata voglia di scappare da sé.
Guarda le amiche poi il barista paffuto, che sfodera un sorriso unto di frasi fatte, poi di nuovo le amiche ed è di nuovo via, lontana da quel bar, quartiere, città, dimensione.
I caffè si consumano in fretta, ma il rito per recuperare la maggior quantità possibile di latte montato, rimasto come sempre sul fondo, rende più particolare l'evento. Nel frattempo viene fatto qualche piano incerto sul programma per il week end, misto a frasi stizzite sulla propria vita sentimentale e a un esercizio da donne vissute che va tanto di moda fra giovani donne ancora troppo acerbe per sapere quello di cui stanno parlando. Beghi ascolta, annuisce, concorda, ride insieme a loro. Una parte di lei si incanta al suono dell'accento toscano, musicale, morbido come le strade del centro di Firenze, un accento che ancora non riesce a farsi venire naturalmente e le ricorda ad ogni conversazione la sua posizione di svantaggio.
I suoi occhi stanchi vagano da sinistra a destra, passando in rassegna sempre più attentamente i dettagli degli altri avventori, presi dai loro caffè consumati veramente in fretta prima di tornare al chiodo della monotonia.
Lui spicca, serafico e solo. E' già la terza volta che monopolizza la sua attenzione dal loro ingresso nel bar, pensa Beghi, mentre si sforza di volgere lo sguardo altrove e di concentrarsi sulle ultime supposizioni di Jessica riguardo al comportamento ambiguo della sua ultima conquista.
Giubbotto di pelle nero, stropicciato, al di sotto del quale si intravede una maglia a strisce orizzontali rosse e nere. Borchie a vista, jeans scuri. Riccioli scuri e arruffati, come i suoi. Focalizzando l'attenzione su questi particolari, Beghi sulle prime non realizza che anche lui sta guardando nella sua direzione, mentre sfoglia distrattamente le pagine di cronaca del quotidiano messo a disposizione, come ogni giorno, dal gestore del bar.
Abbassa di colpo lo sguardo, imbarazzata e confusa. Una serie altrettanto confusa di pensieri le frullano in testa.
chiede Jessica.

insinua maliziosamente Jessica, scostandosi la ciocca di capelli biondi perennemente sul viso, mentre fa cenno col capo verso la figura silenziosa e morbidamente cupa di lui, poco distante.
si intromette Giulia, chiedendo con sincero sbigottimento, mentre si sporge con il busto verso il centro del piccolo tavolo rotondo in ferro battuto.
rincara la dose Jessica, sghignazzando e accompagnando il suo irremovibile giudizio con un gesto secco della mano ornata di bigiotteria, troppo plateale per non essere notato persino dal diretto interessato, ansiosa di tornare a snocciolare congetture sul motivo per cui non era ancora riuscita ad andare a letto con Ale.
Beghi, nel suo sforzo di assumere un'espressione risoluta e indifferente, sente qualcosa dentro strapparsi, ma senza disperdersi, un foglio di carta bianco intrappolato nel cestino, in cui rimbalzano echi di grida dimenticate.
La conversazione riprende, il filo del discorso sembra scorrere dalle bocche di ognuna delle tre giovani donne come un nettare di benessere e spensieratezza che venga passato attraverso una pipa invisibile, condivisa da molte altre ragazze della loro età, tutte alle prese con esami da superare, capitoli da imparare, ragazzi da conquistare, amori falliti da dimenticare e un cammino da scovare a tentoni in mezzo a cespugli di rovi, infidi e densi.
Beghi aspira quella pipa e non si accorge che dalla sua boccata arriva veleno, un veleno a lento rilascio che si lega ad ogni molecola, che contamina la sua bocca e inebria il suo cervello, ingannandola.
I fondi di caffè si stanno ormai seccando, insieme ai residui di schiuma di latte, quando le tre ragazze si alzano e prendono le loro borse per uscire dal bar.
Beghi lancia automaticamente un'occhiata in direzione del tavolo del misterioso ospite in nero, ma con sorpresa, e impaurita dall'alone di delusione, non lo trova più seduto lì. Il quotidiano è piegato con cura, richiuso, la tazzina del caffè abbandonata al suo inevitabile destino, pronto ad attenderla dietro al bancone del locale.
Si avvia verso la porta, ultima delle tre, quando a un tratto si sente afferrare il braccio libero dall'ingombro della borsa a tracolla, una presa decisa, ma delicata, di chi sa quello che vuole e sa come ottenerlo.
riesce a recepire Beghi, senza ancora volgere lo sguardo in alto, seguendo la rotazione del suo busto. Prima dei suoi occhi, gli occhi di Beghi vedono un volantino leggermente diverso dai soliti che pubblicizzano i locali di zona. Questo volantino ha qualcosa d'irresistibile, come la tentazione di scoprire a chi appartiene la mano pallida e sottile che glielo sta porgendo. Il braccio inguantato nella pelle nera, le spalle su cui spiccavano borchie come lustrini militari, i riccioli e i suoi occhi completano in un istante il processo di ipnosi.

puntualizza Beghi per convincersi che tutto quello che ha intenzione di fare è uscire da quel bar insieme alle sue amiche e dirigersi verso la fermata d'autobus che la porterà a casa, finalmente.
conclude lui, con il tono serio e pacato di chi predice un evento che sicuramente avverrà.
Beghi avverte un secondo tocco di una mano sull'altro braccio. E' Giulia che la strattona leggermente verso l'esterno, verso il marciapiede, il traffico, la vita. Solo qualche parola, fino alla fermata d'autobus.



Beghi sorride, cercando di sfoderare disinvoltura.


Giulia è veramente convinta del ragionamento, mentre la rassicura. Ignora che il veleno a lento rilascio ha già cominciato a fare il suo effetto nel cervello di Beghi, come l'eco di un brutto sogno.

Le saluta, accennando due bacini volanti, che si perdono nella distanza che la separa da loro, mentre sale sull'autobus arrivato con una frenata stridula e penetrante. I suoi pensieri sono già altrove, molto lontano da lì, da quell'autobus sudicio e impregnato di smog, sudore e pioggia, dagli sguardi sempre troppo assenti. Lo avevano giudicato male. Danno troppa importanza alle apparenze e ai particolari superficiali.
Lei è profonda, matura, si convince mentre scende dall'autobus. Apre con gestualità automatica il portone di casa, scrutando a malapena sua madre che, come sempre, è al telefono con qualche parente dalla Turchia, si fionda in camera sua. Lei sarebbe andata a quel concerto.
Simona Soldi
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