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Piergiorgio Pulixi fa parte del collettivo di scrittura Mama Sabot, creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot, ha pubblicato diversi titoli a partire da Perdas de Fogu, per poi continuare con L’albero di microchip, Un amore sporco (nel trittico Donne a perdere) e Padre nostro. Nel 2009 inizia la saga poliziesca di Biagio Mazzeo con il noir Una brutta storia, proseguita con La notte delle pantere e Per sempre.
Younis Tawfik (Mossul, 1957) è un giornalista e scrittore iracheno naturalizzato italiano. In Iraq ha ottenuto nel 1978 il Premio di Poesia Nazionale. Vive in esilio in Italia dal 1979. Nel 1986 ha conseguito la laurea in Lettere all'università di Torino. È noto al pubblico televisivo per alcune partecipazioni a programmi di approfondimento giornalistico, quali L'infedele di Gad Lerner, e altri. Con il suo romanzo d'esordio "La Straniera" ha vinto numerosi premi.
Ilaria Tuti. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Nel 2014 ha pubblicato il thriller Fiori sopra l’inferno. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia. Con Fiore di roccia, e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica, illuminata dalla sensibilità di un’autrice matura e generosa.
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Lupus In Fabula, analisi del protagonista negativo nella scrittura antica e moderna, interpretando le favole di Esopo nel contesto della letteratura. "È questa figura che ha il compito di rendere una trama davvero interessante. Non è la tragedia in sé che tiene attanagliati i lettori davanti al nostro libro, ma l'attesa che si manifesti."
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Autore: Simona Soldi
Titolo: L'Incontro
Genere Fantasy Horror
Lettori 136
L'Incontro
Jessie Carter spense la tv, quella sera d'inverno.
Non valeva la pena di combattere contro le palpebre che sembravano di piombo e il cervello annebbiato dall'età e dal sonno. Così, si aggrappò ai braccioli della poltrona e poco alla volta, nonostante le braccia che tremavano per lo sforzo e le ginocchia instabili, si issò in piedi e si avviò verso la camera da letto.
Cercò di scivolare a più riprese sotto le coperte, e pensò che gli inverni si erano fatti sempre più rigidi, o forse era semplicemente colpa della cattiva circolazione se il freddo pungente gli assaliva le ossa come tanti, piccoli insetti carnivori.
Cercò di concentrarsi sul ticchettio regolare della pioggia battente contro il vetro della finestra quando venne rapito da un suono inconsueto come se un gatto stesse raschiando gli artigli contro una porta. Stava per convincersi di averlo immaginato, cedendo con arrendevolezza crescente al sonno, la mente si faceva sempre più evanescente, la vista sfocata, ma neppure quel surrogato di benessere, seppur per una notte, gli fu concesso, non quella sera.
Rapida la sua figura scomparve nell'oscurità della camera e poi nella pioggia, mentre ciò che rimaneva del suo corpo, una volta prestante ma già consumato dal tempo, veniva prosciugato dei suoi liquidi vitali, come un asciugamano strizzato con forza. Così Faerhglen si arrese nella sua immutabile inconsapevolezza di aver perso un figlio, il primo di quell'inverno.

Veronica Monroe quella mattina si era svegliata molto presto. Si sentiva in agitazione ma non sapeva spiegarsene la ragione. Magari è solo lo stress residuo di un periodo intenso, si disse mentre si infilava uno dei suoi maglioni preferiti.
Aveva un appuntamento, che inciampava nel definire stimolante, con Helen. In occasione del suo ultimo, faticoso esame, aveva chiesto all'amica di vecchia data di accompagnarla nel luogo considerato da sempre il più affascinante in città: il vecchio castello gotico, che un guardiano solerte provvedeva a mantenere in buone condizioni e ad affittare occasionalmente a scorribande di giovani per i loro bagordi trasgressivi dalle sfumature horror. Veronica era giunta a un punto dei suoi studi in cui ogni gesto di supporto, ogni piccolo aiuto proveniente dall'esterno, aveva in sé un grande valore dal punto di vista della motivazione, che era andata pian piano scemando sempre più dall'inizio della sua avventura alla facoltà di architettura.
Bevve il thè bollente con latte e zucchero, preparato in silenzio per non svegliare sua madre, mentre guardava oziosamente dalla finestra della cucina. Il fluido scivolava giù per la gola come nettare riscaldato. Non sapeva dirsi con certezza se fosse quello, in realtà, il suo stato naturale, l'impostazione di base della sua esistenza, guardare dalla finestra con disincanto un mondo o troppo ozioso, silente, oppure nevrotico e affannato; una modalità d'uso della sua persona che si estendeva e si protraeva con strascichi di sonnolenza per tutto l'arco della giornata, per poi vedere una nuova notte e così via, in un'apatia che avrebbe quasi potuto definire genetica. Scacciò quel pensiero troppo fine da farsi di mattina presto e lo annacquò con il thè riflettendo che forse avrebbe dovuto frequentare di meno gli amici intellettuali dell'università.
Si chiuse la porta di casa alle spalle e abbottonandosi il cappotto, con tanto di sciarpa ben avvolta attorno al collo, si avviò all'appuntamento con l'amica.
La cittadina sorgeva su un fazzoletto di roccia vulcanica, frastagliato, ruvido, picco sull'oceano, proprio sul pronunciamento più esposto ai venti del mare della costa e vantava spiagge selvagge e dure come il suo clima, il mare pulito e gelido come i suoi abitanti, uniti alla zona da un legame quasi viscerale, simbiotico.
Faerhglen in definitiva non era che una piccola e tranquilla cittadina scozzese di provincia, tradizionale, architettura antica mista a tentativi di architettura contemporanea, senza sfarzi. I pub storici, le chiese medievali, per lo più gotiche, e il castello che sovrastava tutto.
Veronica arrivò a passo svelto davanti allo Starbucks, e trovò Helen già lì ad aspettarla, che spostava il peso del proprio corpo da un piede all'altro per sentire meno il freddo, ma con scarsi risultati, visto come appariva infreddolita. Per Veronica era una sfida avere a che fare con una persona dalle sfaccettature spigolose ed ermetiche, tanto da farle temere, talvolta, che la loro amicizia si basasse su una ricerca perpetua e circolare volta a gratificare il suo ego nel tentativo di espugnare la fortezza di Helen, di risolvere la sua inquietudine, e allo stesso tempo una costante fuga dell'altra, per poi gettare in faccia all'amica il suo senso di incomprensione del mondo, il suo sentirsi perennemente fuori posto.
Gli anni dell'università le stavano scivolando via dalle mani e il significato di quel correre scalmanata da una lezione all'altra, di quella vita senza sale, si faceva sempre più impalpabile e lontano. Veronica cominciava a perdere di vista il suo obiettivo e si scopriva sempre più spesso annichilita, pensando a se stessa come a un motore ingolfato dalla polvere di un'esistenza frenetica ma non piena, un futuro promettente ma non illuminato dalla passione. Forse ho solo bisogno di un po' d'avventura, di correre dei rischi, amava ripetersi nei pomeriggi noiosi passati davanti al computer o vagando persa oltre il vetro di una finestra.
- Non c'è verso che tu possa arrivare prima di me a un appuntamento, vero? - sbottò Helen con un sorrisetto di scherno. Veronica si limitò a rispondere con il sorriso più dolce e innocente che potesse sfoderare, compatibilmente con la sua aria assonnata di chi aveva solo voglia di rimettersi sotto le coperte e girarsi, già con le palpebre appesantite, dando le spalle al mondo reale.
- Dai, perdonami! Ci sono cose che non cambiano mai, soprattutto i piccoli vizi... Quelli sono i più difficili da sradicare. Ehi, ho proprio voglia di cappuccino! - squillò infine, varcando la soglia del locale.
- Sì, cambia pure discorso. Non so ancora come mi sono fatta convincere ad accompagnarti in questa uscita! - .
- È perché non avresti saputo che altro fare di interessante nella tua pausa invernale, ammettilo! Io ti offro una stupenda e oltretutto, gratuita occasione di svago e conoscenza, di che ti lamenti? -
- Ma dai che è solo per il tuo egoistico bisogno di avere un supporto morale per il sopralluogo, perché cominci a non avere più voglia di studiare. Ammettilo tu! -
Chiacchiere in confidenza, qualche scambio di battute, risate. Questi momenti Veronica li assaporava come aria fresca di montagna, con tutta la purezza che riuscivano infondere.
La esaltava, stare in sua compagnia la rendeva euforica, ma allo stesso tempo le incuteva un timore appena sussurrato, mai concesso completamente a se stessa, senza sapervi trovare un motivo realmente convincente.
- Dai, muoviti, finisci quel cappuccino. Il medioevo ci aspetta. -
- Hai ragione, meglio non tergiversare. Questa cosa la devo fare oggi e togliermi il pensiero. -
Le due ragazze uscirono quindi dal locale già affollato dai lavoratori del primo mattino, facendosi largo fra ingombranti cappotti gelidi e umidi appena sopravvissuti al rigore dell'esterno e confezioni extra-large di ogni sorta di bevanda a base di caffè, brandite in aria come strumenti di salvezza contro il tedio e la fatica di quella nuova giornata ancora acerba.
Si incamminarono con andatura veloce, i passi scanditi da ammiccamenti e risate, verso la parte alta del centro cittadino e da lì presero un viottolo che portava dritto al luogo più affascinante della piccola città costiera: l'antico castello. Veronica, ogni volta che posava gli occhi su quella costruzione, non poteva trattenere un brivido, e la sua fronte si corrugava automaticamente, gli occhi diventavano come fessure. Strana sensazione, dal momento che il castello rappresentava quanto di più vicino, in città, alla sua idea di opera architettonica. Sicuramente il senso di inquietudine provato era favorito dal fatto che si ergeva su una collinetta vicino ad un fiordo più elevato, ma forse anche per la sua storia tormentata. Quelle mura possenti trasudavano, in realtà, gocce di drammaticità e un sentore di fragilità, per chi sapeva osservare con attenzione, e questa duplice sensazione al suo cospetto la attraeva in modo irresistibile per questo motivo lo aveva scelto come luogo ideale per l'ultimo di una lunga serie di esami di ristrutturazione.
Il castello, nel suo attuale aspetto, risaliva al tardo Seicento, ma alcune fonti storiografiche locali ritenevano che fosse stato utilizzato la prima volta, come residenza reale, già nell'undicesimo secolo.
Le finestre erano piccole e dall'esterno attiravano l'attenzione dell'osservatore meno delle pietre che, ad una ad una, formavano le umide pareti. I pavimenti erano fatti di freddo lastricato, lisci e ampi e le mura portanti interne, che costituivano le grandi e spaziose sale, venivano mantenute raramente e per poco tempo al caldo; l'acqua doveva essere raccolta presso i pozzi che si trovavano nei cortili esterni e trasportata attraverso la fortificazione dai servitori. Le mura apparivano possenti e venivano costruite alte per fornire maggiore protezione nei confronti degli eserciti in avanzata e anche per fornire buone posizioni di avvistamento e panoramica da un'angolazione posta in alto, attraverso le fessure d'osservazione.
La costruzione della struttura, semplice, fatta di pietra e mortaio rendeva relativamente semplice applicare delle riparazioni qualora fossero stati aperti squarci nella costruzione, ad opera dei nemici in fase d'assedio.
Il pesante portone di legno massiccio si aprì solo nel momento in cui Helen rispose alla richiesta di identificazione da parte del burbero guardiano Alex.
Si ergeva come una imponente figura d'altri tempi, fiero e compassato, quando le due amiche lo incontrarono subito dopo essere entrate. Varcato l'ingresso si arrivava all'imbocco di un lungo corridoio; il castello era costituito da tre ali fondamentali e le due laterali disponevano di una torre ciascuna, il corpo centrale, rettangolare e possente, era una fortificazione che ispirava sicurezza anche solo scrutandola da lontano. Alex si sentiva a suo agio nelle vesti di anfitrione. Veronica ebbe la grande opportunità di ammirare dal vivo gli enormi saloni d'onore ad ampio respiro dove si usavano prendere decisioni di importanza vitale dal punto di vista militare, politico e sociale; i vari torrioni costruiti con una particolare tecnica architettonica atta a conferire la caratteristica morfologia cilindrica, svettante, che toglie il fiato se si guarda in alto durante l'arrampicata per la stretta scala a chiocciola ben aderente alla parete fatta di grandi pietre; sulle pareti campeggiavano i meravigliosi arazzi raffiguranti scene di vita quotidiana all'interno del castellare e scene di battaglie vittoriose. Helen stava vivendo con devozione quell'improvviso e affascinante tuffo nel passato. Ma lo spettacolo più appagante per lei era costituito dalla possibilità di ammirare il rinnovato bagliore negli occhi di Veronica, la pura felicità dipinta sul suo viso ogni volta in cui si immergeva in qualcosa che amava profondamente; e si scopriva ad insistere con lo sguardo su di lei per un tempo maggiore rispetto a quello che riservava ad un arazzo, o al soffitto affrescato di un salone; il tempo si dilatava, tingendosi d'infinito, ma non si concedeva ancora di indulgere per un tempo sufficiente a lasciarsene accorgere, soprattutto da Veronica.
Alla fine del tour, Veronica aveva riempito pagine di appunti sul suo block-notes, fra nozioni di storia e tecnica di progettazione e veri e propri schizzi, che avrebbero costituito il trampolino da cui il suo guizzo creativo avrebbe preso il volo per nuove idee sul riammodernamento e la ristrutturazione della struttura originale. Se avesse avuto l'idea giusta l'amministrazione avrebbe potuto prenderla seriamente in considerazione e con i giusti appoggi a livello universitario, quel castello avrebbe finito per essere anche un notevole trampolino per la sua carriera. Veronica voleva arrivare, ottenere il successo, aveva una vera e propria ossessione perché il suo tempo su questo mondo non andasse sprecato, aveva la smania di fare, per poter lasciare segni tangibili del suo operato e si affannava per questo nella ricerca di certezze che non fossero qualcosa di evanescente; in questo si sentiva appartenente alla stirpe filogenetica del padre. Eppure questa ricerca di una risposta che fosse qualcosa di più, un interruttore che avrebbe illuminato, squarciato il velo della normalità, strideva con la sua ambizione, con la sua sete di risultati oggettivi.
Alla fine si ritrovarono nella biblioteca. Alex voleva fare bella figura e il suo orgoglio annebbiava la sua abituale prudenza. Per permettere alle giovani studentesse di riposare le gambe e la testa, aveva proposto, da vero ospite all'inglese elegante e disponibile, di prendere un thè aromatizzato con un'erba dal valore energetico, nella sala adibita a biblioteca, appositamente attrezzata con tavolo del Settecento e poltrone coordinate, rivestite in velluto rosso. Le tre librerie di legno, risalenti all'epoca rinascimentale, occupavano ciascuna una delle pareti libere dall'ingombro della porta e ad una prima occhiata della stanza, apparivano sterminate. Sul pavimento giacevano pesanti tappeti, per coprire la cruda semplicità della scura pietra, già coperta di assi di legno, come a voler a tutti i costi mascherare un'origine ancestrale e grezza di quell'ambiente così complesso, carico di parole, di strutture, di simbologia e pensiero. Nell'insieme, in realtà, infondeva un senso di oppressione e soggezione, ma non se ne poteva negare la maestosità.
Fu Helen a trovare il libro, o fu lui a trovare lei. Di sicuro spiccava, in mezzo a titoli altisonanti e caratteri araldici fantasiosi e portatori di echi lontani, provenienti da epoche in cui la società era organizzata diversamente, dove gli uomini morivano per le infezioni causate dalle ferite di guerra e le donne morivano di parto. Raramente si moriva di vecchiaia.
Veronica nel frattempo era impegnata a tenere banco nella conversazione con il guardiano, conversazione che si stava facendo sempre più di stampo intellettuale, mentre Helen curiosava con gli occhi in mezzo ai molti titoli e autori, più o meno noti, della sterminata lista. L'ordine con cui erano sistemati era rigoroso, aspetto che piacque molto a Helen, da sempre maniaca dell'ordine, che in quella particolare circostanza annuì con un sorriso compiaciuto. Secondo lei non c'era niente di così soddisfacente come classificare le cose, dare loro un ordine nello spazio o un ordine di importanza. Non tutto però è soggetto ad una classificazione preordinata, non tutto si può definire nettamente. L'ordine che amava dare agli oggetti in qualche modo esorcizzava il suo disordine interiore, in cui alcune cartelle, alcuni documenti, attendevano da molto tempo e dopo anni di polvere accumulata di ricevere un posto su uno scaffale e venivano di quando in quando spostati, accatastati, confusi fra loro in cerca di una risposta persa da qualche parte in mezzo ai fogli, alle esperienze, ai pensieri e ai sentimenti spesso contrastanti fra loro.
Il libro attirò la sua attenzione perché era semplicemente blu. Non vi erano scritte di alcun tipo, alcuna indicazione circa l'autore, il titolo, l'argomento. Non poteva passare inosservato per una attenta osservatrice come lei. Aveva apprezzato la doppia suddivisione dei volumi per periodo storico e per argomento, con una appendice all'estrema destra della libreria sulla parete più lunga, appositamente adibita come archivio dei manoscritti monastici del periodo basso medievale. Quei manoscritti dovevano valere una fortuna ed Helen si ritrovò a domandarsi perché non fossero custoditi in un vero e proprio museo, affinchè tutti potessero apprezzarne il valore culturale ed estetico, con le loro miniature decorate pazientemente in mesi di lavoro a lume di candela di occhi, mani e schiena.
Era affascinante, nella sua assoluta assenza di pretese, nel suo paradosso che lo vedeva protagonista in una veste così anonima. Helen lo volle esaminare da vicino. Lo avvicinò a sé con una semplice flessione del dito indice e di colpo era fra le sue mani. La copertina sembrava di un materiale del tutto nuovo, sia alla vista che al tatto, ad un primo esame poteva essere scambiato per pelle, ma solo all'inizio. Helen lo rigirò fra le mani più volte per poterlo esaminare da tutti i lati, poi si arrese e lo aprì.
- Metta via quel libro, signorina! Non è mica roba sua! Anzi, venga qua, me lo dia! - sentì tuonare Alex alle sue spalle, che fino a quel momento era stato completamente ignorato, come del resto le parole che aveva pronunciato senza sosta per farsi bello con Veronica e che lei era appena riuscita ad udire in lontananza, come un'eco proveniente da dietro una collina vicina.
- Mi scusi, sono mortificata. Essendo così in bella mostra, pensavo che si potessero consultare liberamente. - Si giustificò Helen subito dopo essersi voltata di scatto, in un movimento adrenalinico del busto, Alex le venne incontro come una locomotiva, le strappò il libro di mano come fosse stato il suo diario privato, ingiustamente violato.
- Non credevo che fosse proibito prendere i libri! - incalzò Helen, col suo tipico tono diretto, che le precludeva un uso veramente utile e costruttivo della diplomazia. Veronica, che aveva assistito alla scena passivamente a causa della reazione improvvisa e inaspettata del guardiano, si stava preparando a intervenire. Non voleva pregiudicare quell'incontro proficuo per un malinteso e non avrebbe lasciato Helen a cavarsela da sola.
- Non è che è proibito! Solo, dovrebbe prima chiedere il mio permesso! Anche solo per educazione, le pare? - il suo punto di vista non era sbagliato. Ma Helen rimaneva ancora stupita del suo scatto improvviso, come se avesse fatto capolino per un istante una seconda personalità e tutta l'aggressività, la risolutezza, il timore che non riusciva a incutere nelle sue vesti usuali li avesse riversati in quell'unico barlume di onestà, nel modo in cui aveva tuonato la sua voce, risuonando fra quelle pareti anestetizzate da secoli di pazienza e nei suoi passi rapidi, dirompenti.
- Mi perdoni, davvero! Non volevo essere invadente o approfittare della sua gentilezza! Non lo avrei danneggiato in alcun modo, le assicuro! I libri sono oggetti molto preziosi per me, a prescindere dal loro valore estrinseco e materiale. A proposito, mi può dire di cosa parla quello in particolare? - la domanda le scivolò fuori dalla bocca apparentemente senza un motivo preciso, come fosse solo un modo per stemperare il clima e acquistare nuovi punti agli occhi del guardiano.
- Ma guardi, di niente in particolare. Solo un noioso trattato di chimica del 1300, in latino volgare, ovviamente. Al limite della stregoneria. Niente di rivoluzionario, né degno di nota; e poi non è che io conosca a memoria tutti i libri che vede qui, sa? Cosa crede, che in tutto il giorno non abbia niente di meglio da fare che leggere libri? - il tentativo di riacquistare punti nella scala di simpatia del guardiano sembrava fallire miseramente. Fu a quel punto che intervenne Veronica.
- Dai, Helen... è ora di andare! La nostra visita ha raggiunto il suo scopo, lasciamo Mr. Alex al suo lavoro, ora! Grazie della sua disponibilità e complimenti vivissimi! La sua conoscenza di ogni dettaglio riguardante questa costruzione è ammaliante! - .
Veronica non sopportava di lasciare un'impressione macchiata da qualche lacuna di educazione, soprattutto in quelle che non avrebbe avuto più occasione di rivederla, per dimostrare loro quanto la prima impressione fosse falsata. Veronica amava sentirsi apprezzata, tanto da ricercare l'approvazione degli altri con ossessiva costanza.
- Spero che abbia trovato le informazioni che stava cercando. Buon lavoro, signorina Monroe e buona fortuna per la sua carriera! Lasciate che vi accompagni al portone. -
Di nuovo la metamorfosi, gentilezza, linguaggio ricercato, tono pacato; Helen pensò che uno psichiatra avrebbe avuto il suo bel lavoro, con quell'uomo.
Le ragazze si riversarono di nuovo in strada, nel mondo reale. L'aria era pungente e tutto al di fuori di quella bolla residente nel passato che era il castello era pervaso da elementi in movimento, vivi.
Lungo la strada principale, che dal cortile esterno della fortificazione gotica si snodava attraverso il quartiere storico della cittadina, si sentivano odori molto diversi fra loro, stridenti, come il quartiere commerciale addossato nelle immediate vicinanze del centro storico, sul lato sud-est. Era proprio questa amalgama di odori, forme e colori contrastanti che determinava il carattere confuso e nevrotico del luogo e dei suoi abitanti. Fish and chips già in fase di cottura e in attesa degli impiegati e dei professionisti in pausa pranzo, cappuccino, muffin al mirtillo e al cioccolato, ormai non freschissimi, salsedine, smog. Un aroma complesso, creato da una miriade di ingredienti diversi, come la miscela esplosiva sopita per generazioni che brulicava sotto quelle strade lastricate di pietra e d'asfalto. Le generazioni si susseguivano rincorrendosi, ma la mentalità primordiale stentava a lasciare i suoi rigurgiti di perbenismo e i suoi strascichi di superstizione. Non era e non sarebbe mai stata una città al passo coi tempi, Faerhglen, nonostante ristoranti take-away spuntassero come funghi già da una decina d'anni e i pub tradizionali dall'arredamento filo-vittoriano fossero ormai frequentati solo dai branchi di clientela abituale, uomini duri con abitudini altrettanto dure a morire, come l'attitudine all'alcol. Ormai i locali alla moda la facevano da padroni per le compagnie di studenti dai jeans più grandi di due taglie e i capelli irrigiditi dal gel, che puntualmente sfidavano l'attrazione gravitazionale. Eppure era ancora una città contadina, ma imbevuta di quella diplomazia sociale eccessiva, tipicamente post-industriale.
C'era stato un periodo in cui Veronica aveva desiderato ardentemente poter scappare da quel posto che non faceva altro che rincorrersi, arrotolandosi su se stesso. Ma durante gli ultimi anni e le trasferte quotidiane verso la sede universitaria, aveva cominciato ad apprezzarne i lati più nascosti e imprevedibili, e a trovare sempre più punti in comune con l'ingenuità bonaria degli avventori dei pub più storici o dei bar del porto. Una volta era in cerca di qualcosa, che l'avrebbe stupita, che avrebbe dato un senso al suo andirivieni forsennato, alla sua inquietudine, ai suoi pomeriggi passati in biblioteca anziché a correr dietro, furtivamente e con squittii d'eccitazione, a qualche bellimbusto per le strade del centro. Forse adesso si era impigrita o magari si era accorta semplicemente di stare bene e di non aver bisogno di niente di più, o forse era solo cresciuta. L'obiettivo di una posizione sociale di tutto rispetto le sembrava la risposta più coerente e plausibile per una vita di impegno e di dedizione.
Le amiche stavano passeggiando senza fretta, assaporando gli odori e la vicinanza reciproca. C'era stato un progressivo allontanamento l'una dall'altra, era innegabile. Entrambe lo sapevano ed entrambe ne erano responsabili, ma non ne avevano mai parlato. In realtà la progressiva distanza mentale, oltre che fisica, si era fatta palese negli ultimi mesi.. Helen le parlava sempre meno estendendo il termine “parlare” anche alle comunicazioni epistolari in rete, i dialoghi in chat e via sms. Veronica era sempre stata la più espansiva, non aveva timore nel mostrare la mancanza dell'altra, nel chiedere presenza, attenzioni, gesti d'affetto; ultimamente, però, l'aveva sfiorata l'ipotesi che fra loro si fosse instaurato un vero e proprio muro, perché non riusciva più a sentire la complicità, la voglia di condividere la sua vita con quella di Helen, di stare insieme, crescendo e scambiandosi idee e pensieri. Helen aveva iniziato a rifiutare di uscire con lei a chiudere le telefonate rapidamente e addirittura bruscamente. Gli sms erano lapidari, privi di calore, che già stentava a permeare il display del cellulare o lo schermo del computer. Veronica sentiva la mancanza di una comunicazione più carnale, avendo la maggior parte degli amici o delle persone care e importanti, nel cerchio della sua vita, lontane geograficamente. Sicuramente, senza tutti quei mezzi di comunicazione sarebbe stato difficile mantenere molti dei contatti, ma secondo lei la tecnologia doveva costituire un trampolino per una comunicazione completa e non un surrogato di comunicazione.
Avrebbero trovato un motivo implicito per non dirsi addio. Scivolando via lentamente, inesorabilmente, l'una dalla vita dell'altra, senza un perché. Veronica pensava e i suoi pensieri facevano rumore, un rumore che si confondeva con quello dei loro passi sovrapposti sul lastricato del marciapiede, poi la guardava, ma senza essere vista. Helen percepiva il suo sguardo penetrante su di lei e si voltava, e allora era il turno di Veronica schivare il colpo e così via.
- Certo che quell'uomo era proprio strano, eh? - esordì Helen, rompendo la pellicola di silenzio appiccicoso.
- Sì... però anche te! Hai voluto a tutti i costi ficcare il naso. Non ce la fai a far riposare quel cervellino che ti ritrovi neppure per qualche minuto! - .
- Mi stavo annoiando... e non volevo interrompere l'idillio intellettuale che si era creato. -
Il suo tono, improvvisamente sarcastico, le fece ripiombare nei vecchi tempi.
- Ma dai! Non starai insinuando che quell'individuo ci volesse provare con me! Stavamo solo parlando di un argomento per cui condividiamo una passione... Magari non ci crederai, ma ci sono persone che trovano l'architettura e l'arte argomenti stimolanti. - Ora Veronica sfoderava il suo sorriso più accogliente e il classico sguardo tagliente di chi vuole punzecchiare l'interlocutore per gioco. Un buonissimo pretesto, servito su un piatto d'argento, per riprendere un vero dialogo con l'amica. Non voleva perderla, non l'avrebbe permesso. Le pareva incredibile non essersi mai accorta di quanto la presenza di quella piccola, grande persona fosse indispensabile, nell'economia del suo benessere.
- Ma io non discuto né sull'importanza dell'architettura né su quella dell'arte. Dico solo che preferisco parlare di musica rock, della voce di Freddy Mercury, della chitarra di Santana, piuttosto che adorare ammaliata un enorme mucchio di pietre vecchie di secoli o un fazzoletto ricamato all'uncinetto. Ci sono affreschi sicuramente molto belli, là dentro, ma io non riesco ad apprezzarli come meritano, non colgo il brivido della forma d'arte che rappresentano. Puoi dire che sono molto scontata da questo punto di vista, perché le forme d'arte che io seguo con passione sono tipiche di questa generazione: musica, cinema... ecco, quest'ultima però l'abbiamo sempre vissuta insieme, no? - .
- Sì, hai ragione. Abbiamo i nostri picchi di condivisione ed empatia sui gusti e gli interessi, e poi non sei affatto scontata. Se c'è una cosa che non si può dire di te è che sei scontata, credo! Tutto della tua vita è fuori dagli schemi... - .
- Hai notato come quell'energumeno avesse voglia di farsi bello parlando di ogni più piccolo dettaglio del castello, ma sia diventato avaro di informazioni nel momento in cui ho chiesto del libro? - chiese Helen, interrompendo l'analisi di Veronica.
- Sì, in effetti ho notato anch'io la sua reticenza a dare spiegazioni riguardo a quel tomo; e poi la reazione che ha avuto alla vista del volume nelle tue mani... e non pensassi di sforare nella paranoia, potrei quasi dire che quella fosse una reazione di paura, la classica reazione del corpo e del linguaggio che non controlli consciamente e lo scatto da felino che ha fatto verso di te... - .
- Non lo so, io non ho capito la sua reazione. L'ho solo visto arrivare come un treno e lì forse un po' di paura l'ha fatta venire a me! Mi vengono i brividi al ricordo di quegli occhi spalancati, che mi fissavano, come se stesse fissando la sua preda. -
- Ma tu cosa hai percepito in quel libro di tanto interessante? - .
Veronica aveva appena fatto la domanda giusta. Helen moriva dalla voglia di parlarle del libro da quando avevano varcato il cancello, ma non aveva trovato il modo di iniziare il discorso. Le capitava abbastanza di frequente di non riuscire a trovare le parole per iniziare un discorso che le stava particolarmente a cuore. Non voleva ammettere a se stessa che potesse trattarsi semplicemente di paura di esprimersi, di gettare sul tavolo un suo stato d'animo. Non era stata abituata a comunicare e tantomeno a credere che quello che aveva dentro potesse rivestire una qualche rilevanza concreta, tangibile per qualcuno. Esprimere se stessa in un qualsiasi modo che non fosse sublimato in qualche atteggiamento inconscio era sempre stato un problema, uno scoglio da superare, ma dal momento che non credeva nella psicanalisi come reale strumento di supporto emotivo e di conoscenza di sé erano in verità scarse le possibilità di fare qualcosa al riguardo. Veronica era da sempre stata l'interfaccia fra sé e il mondo. Con lei era stato tutto così semplice, sia essa stessa che le parole rotolavano fuori con spontaneità, senza sforzo. Le era venuto naturale fin da subito parlarle di sé, della sua perenne sensazione di sentirsi fuori posto e persino del suo dolore quiescente. Già da un po' di tempo, però, questa magia sembrava un incantesimo spezzato. Helen intuiva che la causa era solo il silenzio auto-imposto, un imperativo per non rischiare.
- Per esempio il fatto che era privo di qualsiasi dicitura esterna! Non aveva titolo, e quella copertina così blu, voglio dire... così accesa... era invitante. -
- Beh, non mi sembra così strano, per un libro, avere una copertina accattivante! Magari non si trattava di uno dei volumi rari. -
- Veronica, era sistemato sullo stesso scaffale dei trattati di simbologia! Hai visto quanto era maniacale la catalogazione di tutti quei volumi, là dentro? Quel libro ha attirato la mia attenzione perché appariva anonimo, troppo... come se volesse farsi notare attraverso la totale assenza di segni distintivi e non era sistemato lì a caso! Secondo me al suo interno ci sono informazioni molto interessanti o di una qualche rilevanza storica... quell'uomo lo sa e lo vuole tenere nascosto mimetizzandolo con gli altri volumi! - .
- Cerchiamo di non saltare subito alle conclusioni. Se avesse voluto veramente nasconderlo, i posti per farlo non sarebbero mancati di certo. Perché nasconderlo proprio in mezzo agli altri libri, dove chiunque avrebbe potuto prenderlo, come hai fatto tu? - .
- Non lo so! Forse, perché quel posto ha un significato preciso che noi non possiamo sapere... io so solo che la reazione di quell'uomo non è stata affatto equilibrata! - .
- Allora magari è semplicemente uno fuori di testa che non sopporta che si tocchino le sue cose o che si alteri la disposizione con cui sono sistemate... certe ossessioni patologiche portano anche a reazioni violente e ingiustificabili. -
Veronica parlava con un tono lievemente eccitato, alzando progressivamente la voce a ogni intervallo per riprendere fiato. Si stava convincendo realmente delle sue obiezioni all'eccessiva sospettosità dell'amica. Non voleva credere, non poteva accettare che ci fosse qualcosa di più.
- Non sai quanto mi piacerebbe mettere di nuovo le mani su quel libro! - Helen pronunciò quella frase quasi sussurrandola, confermando quel desiderio a se stessa, ignorando la catena di pensieri che avrebbe innescato nell'amica.
- E per quale motivo? - .
- Ma dai! Tu non sei un po' curiosa? - .
- Non direi proprio, no! Voglio solo riordinare i miei appunti e prepararmi per il mio esame. E sai cosa penso? Che tu sia in cerca di un motivo per complicarti la vita. - Veronica si rese conto che stava oltrepassando il limite, ma ormai non poteva tornare indietro.
- Stai forse cercando di litigare? - .
- No, forse sto solo cercando di parlare con te! - .
Veronica smise di colpo di camminare e costrinse anche l'altra a fermarsi, trattenendola per un braccio. Fra le due solo pochi centimetri e la possibilità di azzerare quelle molte miglia che le stavano separando ormai da mesi. Sarebbe bastato aggiungere una frase a quello sguardo che indicava il cammino da percorrere, ma che da solo era come un puntino luminoso in mezzo al mare. Fu Helen a interrompere il contatto, abbassando gli occhi nocciola e iniziando di nuovo a correre via.
- Non ti preoccupare, era solo per dire. Una curiosità... Certo non mi farò un'ossessione per un dannato libro! - .
Sì, vedi di aver cura di te... Posso sopportare il tuo silenzio ma non potrei mai sopportare che ti accadesse qualcosa, avrebbe voluto risponderle Veronica. Ma quelle parole le si strozzarono in gola. Ripresero a camminare in silenzio, con passo spedito. Veronica era quasi arrivata a destinazione.
Simona Soldi
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