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Autore: Elena Carletti
Titolo: La sorella cattiva
Genere Thriller Psicologico
Lettori 150
La sorella cattiva
Il parcheggio sotterraneo è buio e tetro. Sporco e detriti sono ammassati in alcuni angoli della grossa superficie anonima, mostrando alla vista un'immagine bizzarra.
La donna si ferma a osservare i mucchietti di spazzatura; lattine di coca cola, bottiglie di birra rotte e cartacce di ogni tipo sono riconoscibili da occhi ormai abituati al buio.
Ma cosa avrebbe visto se fosse stata diversa? Che forma avrebbero preso quelle bottiglie rotte se non fosse abituata alle tenebre? Mostri contorti e pericolosi animali pronti a saltarle al collo. Ecco cosa le avrebbe mostrato la paura. Ma lei non era come sua sorella, lei era forte.
Una smorfia le sfigura il volto perché odia la debolezza più di ogni altra cosa. Vorrebbe attardarsi ancora un po', attendere l'arrivo di qualche sventurato solo per farlo sussultare. Basterebbe davvero poco: un colpetto silenzioso sulla spalla mentre apre la portiera della macchina.
Ma non può permettersi che qualcuno la veda nelle condizioni nelle quali si trova. Un testimone manderebbe all'aria tutto.
Avrebbe potuto divertirsi di più ma non può lamentarsi visto che è andato tutto secondo i piani. L'insegna luminosa della toilette le ricorda il motivo della sua presenza nel parcheggio.
Un brivido le corre lungo la schiena quando vede la maniglia sudicia dei bagni, spinge la porta con il gomito, entra nella stanza asettica dove il colore celeste del neon alterna momenti di buio totale a sprazzi di luce. Alza lo sguardo per fissare il tubo luminoso che penzola sopra la sua testa, il lampeggìo le provoca un capogiro e la fronte si imperla di altro sudore.
Lo specchio rotto in un angolo inferiore mostra un'immagine distorta della maglietta che indossa, facendo sembrare il sangue rappreso molto di più di quello che si aspettava. Gli occhi si soffermano per qualche istante sull'orlo della t-shirt che prima era bianca, rimarrebbe a fissare la macchia rossa per ore se non fosse per quel rumore fastidioso che arriva da oltre la porta. Un motore di una delle tante vetture posteggiate.
Dopo qualche istante nell'intero parcheggio risuona solo il flebile sfarfallio dei neon.
Osserva la stanza nella quale si trova, ci sono tre piccoli abitacoli con altrettanti gabinetti. Li passa in rassegna cercandone uno pulito, senza però alcun successo. Tutti i piccoli antri hanno dentro un water privo di ciambella e sporco fino ai cardini, che una volta devono aver ospitato un coperchio. Le mattonelle alle pareti sono tempestate di scritte oscene, numeri di telefono veri o finti promettono notti di fuoco a donne disperate. Disegni ancora più schifosi si alternano a strisce marroni, disegnate con chissà quale materia organica.
Preme il palmo della mano sulle mattonelle, sperando di nascondere le scritte con il sangue ma è troppo poco per riuscire nell'intento. Strofina con forza; la maglietta intrisa di sudore diventa un tutt'uno con il suo corpo fremente che brama solo di eliminare ogni traccia di quello schifo.
Si sfila il giubbetto di pelle, dovrebbe appenderlo alla maniglia del bagno ma, al suo posto, c'è solo un grosso buco deforme. Stringe tra le gambe l'ammasso di tessuto mentre fa passare la maglietta sul capo.
C'è ancora il suo odore. Un odore che non esisterà più.
Sente la rabbia montarle dentro ricordando ogni singola parola che quel dannato ha osato rivolgerle. Non avrebbe mai ottenuto quello che voleva, nemmeno tra un milione di anni. Lei non lo avrebbe mai permesso.
Per sfogare l'ira sferra un pugno contro quello che rimane dello specchio, distruggendolo in maniera definitiva. Sorride di nuovo pensando che è impossibile riparare qualcosa quando la rottura è così drastica.
Era ridicolo in ginocchio di fronte a lei; un uomo non dovrebbe mai abbassarsi a tanto, implorare di essere risparmiato. Lui doveva capire meglio di chiunque altro che non esisteva un altro modo per tornare indietro.
Doveva sapere che quella era la fine che si meritava. Come tutti gli altri. A nessuno era permesso mettersi in mezzo.
Sente un brivido freddo percorrergli la schiena, cerca di placare la rabbia pensando a quello che ha appena fatto. Il battito rallenta e la tensione si affievolisce al solo pensiero che è tornato tutto come prima. Come è sempre stato e come dovrà essere fino alla fine.
Soddisfatta respira a pieni polmoni, ma l'odore di piscio le finisce con forza dentro le narici provocandole un conato di vomito. Preme la t-shirt sulla parte inferiore del viso, sperando di riuscire a fermare il puzzo; le labbra si riempiono del sangue ancora fresco della t-shirt, il sapore ferroso le provoca un brivido di piacere.
Rimane in attesa per qualche istante cercando di cogliere qualche rumore inopportuno provenire dal di fuori.
Quando tutto sembra tranquillo può finalmente uscire da quello schifoso e putrido gabinetto. Spinge con un piede la porta per osservare quello che le sue orecchie le avevano già fatto comprendere: nel parcheggio non c'è nessuno.
Raccoglie un pezzo dello specchio rotto da terra, la sua immagine è terribile, resa ancora più cupa dall'intermittenza del neon; spaventerebbe il peggior serial killer in circolazione. Prima di andarsene deve togliere il sangue dalla bocca, anche se pagherebbe per vedere la faccia delle persone al suo cospetto.
Sorride di nuovo soddisfatta mentre infila la bocca sotto il rubinetto.
Getta la maglietta nel cestino dei rifiuti e infila il giubbetto sopra il reggiseno di pizzo bianco.
Esce dalla porta puntando lo sguardo verso il pavimento, odia nascondersi ma deve farlo ancora per qualche giorno, poi potrà riprendere quello che le spetta.
È giunta l'ora di uscire allo scoperto.

Capitolo 1
IERI

Chiara stava guardando suo marito vestirsi; come sempre la scelta dell'abito seguiva un rito ben preciso che partiva dalla sera prima.
Dal bracciolo della poltroncina imbottita, Leonardo stava prendendo una camicia fresca di pulito; aveva sempre amato il suo essere preciso e pignolo, le sembrava un punto di forza quando si erano conosciuti, ora tutte le sue manie lo facevano apparire un fissato, un omuncolo ridicolo, di quelli che non accettano lo scorrere degli anni.
Lo sguardo di Chiara cadde sulla stempiatura, sembrava aumentata di parecchio in poco tempo. Gli altri capelli, sistemati con cura in modo da coprire il più possibile la mancanza, lo facevano sembrare ancora più patetico.
- Perché non ti tagli i capelli a zero? - chiese Chiara alle spalle del marito.
- Perché dovrei farlo? - La risposta di lui era come tutte le altre: nessuna certezza, solo quesiti.
- Perché così sei ridicolo - rispose senza curarsi della sua reazione. Voleva offenderlo, e dopo anni di matrimonio, sapeva bene quali tasti toccare.
Leonardo si girò con uno scatto veloce, le mani sull'ultimo bottone della camicia, la guardò senza rispondere per qualche istante, poi allungò la mano per prendere la cravatta a pois sistemata sopra i calzoni del completo.
- Non ti senti ridicolo? - insistette Chiara.
- Non vedo perché dovrei sentirmi ridicolo - . La voce di Leonardo era pacata solo in apparenza perché lei sapeva bene che dentro bolliva di rabbia.
- Perché un colpo di vento potrebbe spostare quel ciuffo che sistemi con tanta passione, proprio lì dove la tua testa brilla di luce propria - disse Chiara indicando la fronte lucida del marito.
- Ti piacevano i miei capelli - . Leonardo si voltò di nuovo, ma non abbastanza velocemente per nascondere alla moglie il rossore al volto.
Chiara non poté fare a meno di godere della sua piccola vittoria, era riuscita a colpirlo e ora doveva continuare a farlo.
- Una volta i tuoi capelli erano belli - disse con strafottenza avvicinandosi al bordo del letto, a poche decine di centimetri da Leonardo, - il tempo passa per tutti, anche per i chirurghi plastici che fingono di essere giovani - .
- Hai goduto anche tu del mio lavoro - rispose indicando il décolleté della moglie.
- Parli di queste? - Chiara strinse i due seni così forte che dovette alzare il mento. Sentì un dolore lancinante arrivare dalla base del petto ma lo ignorò.
- Sì - .
- Beh, non sei l'unico chirurgo in grado di gonfiare dei seni - rispose lei lasciando la presa e tornando a respirare in maniera normale. Leonardo si sedette sul bordo del letto senza rispondere, tirò con forza le stringhe delle Oxford di pelle e si rialzò.
- Che poi a te non piacciono le donne così, non è vero? - chiese Chiara inginocchiandosi sul letto.
Leonardo vide la moglie sfilarsi la camicia da notte; i suoi occhi si soffermarono sui grossi seni tondi. Aveva fatto davvero un ottimo lavoro.
- Ti piace il tuo lavoro, vero? Sei bravo a cambiare le persone - disse Chiara che non indossava più neanche le mutandine.
- Rivestiti - rispose lui con disprezzo. Non amava le donne volgari e Chiara non lo era mai stata. Mai fino a qualche mese prima, quando aveva iniziato a parlare in maniera diversa, scaraventandogli addosso tutte le sue insoddisfazioni.
Non era mai felice, tutto quello che avevano non era sufficiente per sua moglie.
- Perché dovrei rivestirmi? Sei abituato a vedere donne nude, mi sbaglio? Sei abituato a toccare culi mosci, tette cadenti e a gonfiare bocche, giusto? -
Leonardo scosse il capo, non aveva voglia di litigare con lei, e nemmeno di stare al suo squallido gioco. Sapeva che la sua intenzione era farlo arrabbiare ma non le avrebbe dato questa soddisfazione. Lui era un chirurgo e sapeva mantenere la calma in situazioni molto peggiori.
- Perché hai scelto questo lavoro? -
- Cosa? -
- Perché hai scelto di diventare un chirurgo plastico? Quando hai preso questa decisione? Quando le ragazzine dell'università non erano abbastanza formose per te? -
Leonardo si avvicinò alla porta della camera con passo veloce senza rispondere ai deliri della moglie.
- Non ti bastava curare le persone? Non era meglio salvare vite umane piuttosto che cambiarle? No, perché a te non piace ricucire una ferita, tu vuoi crearle le ferite, vuoi spaccare la vita delle persone, renderle diverse da quello che sono - .
Leonardo sentì il fiato della moglie sul collo, senza rendersene conto era rimasto immobile, impossibilitato a compiere un solo passo avanti. Con due lunghe falcate arrivò all'inizio della scalinata, da quella posizione vedeva il salone di un bianco intonso; dalle finestre filtrava una rassicurante luce naturale che si rifletteva sulle pareti piene di quadri e opere d'arte.
Sua moglie lo seguì lungo le scale senza nulla indosso.
- Esperimenti, i tuoi sono solo esperimenti e il tuo lavoro è inutile - continuò Chiara senza la minima intenzione di lasciare andare il marito. Lui sembrò mantenere la calma ma tremava in maniera vistosa.
- Ma lo sai che tu non servi a nessuno? Pensi che una donna depressa possa uscire dalla sua infelicità solo con un paio di tette nuove? Pensi davvero che una persona brutta d'animo sia capace di stare bene con se stessa solo dopo un lifting? Credi di poter salvare delle giovani adolescenti gonfiando le labbra? No caro mio, tu non puoi fare niente per l'infelicità delle persone, non puoi salvare nessuno da niente. Credi di essere bravo? Invece ti sbagli perché non lo sei affatto, perché il tuo lavoro è inutile e lo sai meglio di me - .
- Che cosa vuoi Chiara? - urlò Leonardo in faccia alla moglie. Sulle sue labbra gonfie si disegnò un sorriso beffardo, aveva vinto.
- Voglio che tu mi dica chiaro e tondo che fai questo lavoro solo per compiacerti, solo per vedere quanto sai essere bravo - .
- Io aiuto le persone a sentirsi meglio con loro stesse - . La forte risata di Chiara rimbombò nelle orecchie di Leonardo.
- Ma dai - rispose sprezzante, - sei serio? Non ci credi nemmeno tu a questa stronzata - . Chiara non riusciva a smettere di ridere.
- Non parlare in questo modo - .
- Ti dà fastidio la mia volgarità? Eppure quando ci siamo sposati le mie uscite da donna dei bassi borghi ti facevano ridere, mi pare - .
- Non sei più una donna dei bassi borghi, sei la moglie di un famoso chirurgo plastico - .
- Ma a te non frega nulla di me - .
Leonardo compì altri passi verso il portone massiccio. Non vedeva l'ora di varcarlo.
- Sei mia moglie, certo che me ne frega di te - .
- Ma non ti piaccio più - rispose lei seguendolo verso l'uscita. Leonardo appoggiò la mano sulla maniglia. Non poteva rispondere a questa domanda.
- Non rispondi? - insistette Chiara, - so bene che non ti piaccio più. Hai provato a migliorarmi, a rendermi più giovane; tette nuove, grosse e sode, bocca gonfia, pelle liscia e tirata ma non sei riuscito a cambiare la mia età che continua ad aumentare e proprio non lo sopporti, vero? Nonostante tutte queste stronzate alle quali mi sono sottoposta, si vede benissimo che ho cinquant'anni - .
Leonardo scosse il capo per l'ennesima volta, voleva rispondere ma non trovava le parole.
- Hai fallito e questo non ti dà pace - .
- Io non ho fallito, le operazioni sono riuscite alla perfezione - .
- Cos'è che avevi detto prima? Una cosa del tipo che aiuti le persone, giusto? Beh, volevi aiutare te stesso operando me, ma hai fallito - .
- Non è vero - .
- Certo che lo è, tu non accetti che io stia invecchiando, che non sia più una bella e giovane ragazza da mostrare con fierezza ai colleghi. Tu volevi aiutare te stesso, modificando il mio aspetto, ma mi hai reso solo ridicola - .
- Non è vero - .
- Certo che lo è. Cosa credi che io non sappia che hai uno stuolo di amanti? Quante di loro hanno la mia età? - Chiara non aspettava risposta dal marito, doveva pressarlo, - te lo dico io, nessuna di loro ha la mia età. Guardi le tue pazienti come se fossero dei fogli bianchi sui quali disegnare, delle sagome appena accennate che devono essere rese belle dalla penna del più grande artista del mondo - continuò Chiara completando il suo discorso con un inchino.
- Ma a te piacciono le ragazze giovani, quelle con un seno piccolo e sodo, quelle che non hanno rughe intorno agli occhi, giusto? -
- No, sono solo pazienti - .
- Tutte? Io penso proprio che consideri alcune di loro molto più che semplici pazienti - . Alle parole della moglie Leonardo sentì la schiena irrigidirsi. Possibile che dopo tanti anni di matrimonio pensasse una cosa simile?
- Ah, ah, ho colpito nel segno, vero? Quanti anni hanno le tue preferite? Venticinque? Trenta? -
Leonardo non rispose.
- La verità sta sempre nel mezzo - disse Chiara con tono sprezzante. Allora era probabile che suo marito avesse un'amante. Lo aveva sempre pensato, come poteva non provare attrazione per delle ragazze giovani e belle? Ragazze che potevano essere conquistate facilmente grazie al suo lavoro. Ragazze che non si accontentavano mai, sempre infelici nonostante fossero perfette. Non si rendevano conto che nelle mani di un chirurgo plastico potevano solo peggiorare, non immaginavano come si sarebbero sentite tra qualche anno, con l'animo di una cinquantenne, le forze di una donna matura ma il fisico di una ragazzina. Non capivano quanto sarebbero stati duri gli sguardi delle persone, e nemmeno potevano immaginare che per tutti, sarebbero state sempre delle infelici.
Leonardo riuscì finalmente ad abbassare la maniglia del portone.
- Non... - farfugliò a sua moglie che senza pudore lo aveva seguito fuori dall'uscio.
- Non cosa? Non è vero che non sono più la tua donna ideale? - .
Leonardo scese di corsa i tre gradini in marmo che separavano la casa dal porticato in ghiaia e scappò via.
Prologo

Il parcheggio sotterraneo è buio e tetro. Sporco e detriti sono ammassati in alcuni angoli della grossa superficie anonima, mostrando alla vista un'immagine bizzarra.
La donna si ferma a osservare i mucchietti di spazzatura; lattine di coca cola, bottiglie di birra rotte e cartacce di ogni tipo sono riconoscibili da occhi ormai abituati al buio.
Ma cosa avrebbe visto se fosse stata diversa? Che forma avrebbero preso quelle bottiglie rotte se non fosse abituata alle tenebre? Mostri contorti e pericolosi animali pronti a saltarle al collo. Ecco cosa le avrebbe mostrato la paura. Ma lei non era come sua sorella, lei era forte.
Una smorfia le sfigura il volto perché odia la debolezza più di ogni altra cosa. Vorrebbe attardarsi ancora un po', attendere l'arrivo di qualche sventurato solo per farlo sussultare. Basterebbe davvero poco: un colpetto silenzioso sulla spalla mentre apre la portiera della macchina.
Ma non può permettersi che qualcuno la veda nelle condizioni nelle quali si trova. Un testimone manderebbe all'aria tutto.
Avrebbe potuto divertirsi di più ma non può lamentarsi visto che è andato tutto secondo i piani. L'insegna luminosa della toilette le ricorda il motivo della sua presenza nel parcheggio.
Un brivido le corre lungo la schiena quando vede la maniglia sudicia dei bagni, spinge la porta con il gomito, entra nella stanza asettica dove il colore celeste del neon alterna momenti di buio totale a sprazzi di luce. Alza lo sguardo per fissare il tubo luminoso che penzola sopra la sua testa, il lampeggìo le provoca un capogiro e la fronte si imperla di altro sudore.
Lo specchio rotto in un angolo inferiore mostra un'immagine distorta della maglietta che indossa, facendo sembrare il sangue rappreso molto di più di quello che si aspettava. Gli occhi si soffermano per qualche istante sull'orlo della t-shirt che prima era bianca, rimarrebbe a fissare la macchia rossa per ore se non fosse per quel rumore fastidioso che arriva da oltre la porta. Un motore di una delle tante vetture posteggiate.
Dopo qualche istante nell'intero parcheggio risuona solo il flebile sfarfallio dei neon.
Osserva la stanza nella quale si trova, ci sono tre piccoli abitacoli con altrettanti gabinetti. Li passa in rassegna cercandone uno pulito, senza però alcun successo. Tutti i piccoli antri hanno dentro un water privo di ciambella e sporco fino ai cardini, che una volta devono aver ospitato un coperchio. Le mattonelle alle pareti sono tempestate di scritte oscene, numeri di telefono veri o finti promettono notti di fuoco a donne disperate. Disegni ancora più schifosi si alternano a strisce marroni, disegnate con chissà quale materia organica.
Preme il palmo della mano sulle mattonelle, sperando di nascondere le scritte con il sangue ma è troppo poco per riuscire nell'intento. Strofina con forza; la maglietta intrisa di sudore diventa un tutt'uno con il suo corpo fremente che brama solo di eliminare ogni traccia di quello schifo.
Si sfila il giubbetto di pelle, dovrebbe appenderlo alla maniglia del bagno ma, al suo posto, c'è solo un grosso buco deforme. Stringe tra le gambe l'ammasso di tessuto mentre fa passare la maglietta sul capo.
C'è ancora il suo odore. Un odore che non esisterà più.
Sente la rabbia montarle dentro ricordando ogni singola parola che quel dannato ha osato rivolgerle. Non avrebbe mai ottenuto quello che voleva, nemmeno tra un milione di anni. Lei non lo avrebbe mai permesso.
Per sfogare l'ira sferra un pugno contro quello che rimane dello specchio, distruggendolo in maniera definitiva. Sorride di nuovo pensando che è impossibile riparare qualcosa quando la rottura è così drastica.
Era ridicolo in ginocchio di fronte a lei; un uomo non dovrebbe mai abbassarsi a tanto, implorare di essere risparmiato. Lui doveva capire meglio di chiunque altro che non esisteva un altro modo per tornare indietro.
Doveva sapere che quella era la fine che si meritava. Come tutti gli altri. A nessuno era permesso mettersi in mezzo.
Sente un brivido freddo percorrergli la schiena, cerca di placare la rabbia pensando a quello che ha appena fatto. Il battito rallenta e la tensione si affievolisce al solo pensiero che è tornato tutto come prima. Come è sempre stato e come dovrà essere fino alla fine.
Soddisfatta respira a pieni polmoni, ma l'odore di piscio le finisce con forza dentro le narici provocandole un conato di vomito. Preme la t-shirt sulla parte inferiore del viso, sperando di riuscire a fermare il puzzo; le labbra si riempiono del sangue ancora fresco della t-shirt, il sapore ferroso le provoca un brivido di piacere.
Rimane in attesa per qualche istante cercando di cogliere qualche rumore inopportuno provenire dal di fuori.
Quando tutto sembra tranquillo può finalmente uscire da quello schifoso e putrido gabinetto. Spinge con un piede la porta per osservare quello che le sue orecchie le avevano già fatto comprendere: nel parcheggio non c'è nessuno.
Raccoglie un pezzo dello specchio rotto da terra, la sua immagine è terribile, resa ancora più cupa dall'intermittenza del neon; spaventerebbe il peggior serial killer in circolazione. Prima di andarsene deve togliere il sangue dalla bocca, anche se pagherebbe per vedere la faccia delle persone al suo cospetto.
Sorride di nuovo soddisfatta mentre infila la bocca sotto il rubinetto.
Getta la maglietta nel cestino dei rifiuti e infila il giubbetto sopra il reggiseno di pizzo bianco.
Esce dalla porta puntando lo sguardo verso il pavimento, odia nascondersi ma deve farlo ancora per qualche giorno, poi potrà riprendere quello che le spetta.
È giunta l'ora di uscire allo scoperto.

Capitolo 1
IERI

Chiara stava guardando suo marito vestirsi; come sempre la scelta dell'abito seguiva un rito ben preciso che partiva dalla sera prima.
Dal bracciolo della poltroncina imbottita, Leonardo stava prendendo una camicia fresca di pulito; aveva sempre amato il suo essere preciso e pignolo, le sembrava un punto di forza quando si erano conosciuti, ora tutte le sue manie lo facevano apparire un fissato, un omuncolo ridicolo, di quelli che non accettano lo scorrere degli anni.
Lo sguardo di Chiara cadde sulla stempiatura, sembrava aumentata di parecchio in poco tempo. Gli altri capelli, sistemati con cura in modo da coprire il più possibile la mancanza, lo facevano sembrare ancora più patetico.
- Perché non ti tagli i capelli a zero? - chiese Chiara alle spalle del marito.
- Perché dovrei farlo? - La risposta di lui era come tutte le altre: nessuna certezza, solo quesiti.
- Perché così sei ridicolo - rispose senza curarsi della sua reazione. Voleva offenderlo, e dopo anni di matrimonio, sapeva bene quali tasti toccare.
Leonardo si girò con uno scatto veloce, le mani sull'ultimo bottone della camicia, la guardò senza rispondere per qualche istante, poi allungò la mano per prendere la cravatta a pois sistemata sopra i calzoni del completo.
- Non ti senti ridicolo? - insistette Chiara.
- Non vedo perché dovrei sentirmi ridicolo - . La voce di Leonardo era pacata solo in apparenza perché lei sapeva bene che dentro bolliva di rabbia.
- Perché un colpo di vento potrebbe spostare quel ciuffo che sistemi con tanta passione, proprio lì dove la tua testa brilla di luce propria - disse Chiara indicando la fronte lucida del marito.
- Ti piacevano i miei capelli - . Leonardo si voltò di nuovo, ma non abbastanza velocemente per nascondere alla moglie il rossore al volto.
Chiara non poté fare a meno di godere della sua piccola vittoria, era riuscita a colpirlo e ora doveva continuare a farlo.
- Una volta i tuoi capelli erano belli - disse con strafottenza avvicinandosi al bordo del letto, a poche decine di centimetri da Leonardo, - il tempo passa per tutti, anche per i chirurghi plastici che fingono di essere giovani - .
- Hai goduto anche tu del mio lavoro - rispose indicando il décolleté della moglie.
- Parli di queste? - Chiara strinse i due seni così forte che dovette alzare il mento. Sentì un dolore lancinante arrivare dalla base del petto ma lo ignorò.
- Sì - .
- Beh, non sei l'unico chirurgo in grado di gonfiare dei seni - rispose lei lasciando la presa e tornando a respirare in maniera normale. Leonardo si sedette sul bordo del letto senza rispondere, tirò con forza le stringhe delle Oxford di pelle e si rialzò.
- Che poi a te non piacciono le donne così, non è vero? - chiese Chiara inginocchiandosi sul letto.
Leonardo vide la moglie sfilarsi la camicia da notte; i suoi occhi si soffermarono sui grossi seni tondi. Aveva fatto davvero un ottimo lavoro.
- Ti piace il tuo lavoro, vero? Sei bravo a cambiare le persone - disse Chiara che non indossava più neanche le mutandine.
- Rivestiti - rispose lui con disprezzo. Non amava le donne volgari e Chiara non lo era mai stata. Mai fino a qualche mese prima, quando aveva iniziato a parlare in maniera diversa, scaraventandogli addosso tutte le sue insoddisfazioni.
Non era mai felice, tutto quello che avevano non era sufficiente per sua moglie.
- Perché dovrei rivestirmi? Sei abituato a vedere donne nude, mi sbaglio? Sei abituato a toccare culi mosci, tette cadenti e a gonfiare bocche, giusto? -
Leonardo scosse il capo, non aveva voglia di litigare con lei, e nemmeno di stare al suo squallido gioco. Sapeva che la sua intenzione era farlo arrabbiare ma non le avrebbe dato questa soddisfazione. Lui era un chirurgo e sapeva mantenere la calma in situazioni molto peggiori.
- Perché hai scelto questo lavoro? -
- Cosa? -
- Perché hai scelto di diventare un chirurgo plastico? Quando hai preso questa decisione? Quando le ragazzine dell'università non erano abbastanza formose per te? -
Leonardo si avvicinò alla porta della camera con passo veloce senza rispondere ai deliri della moglie.
- Non ti bastava curare le persone? Non era meglio salvare vite umane piuttosto che cambiarle? No, perché a te non piace ricucire una ferita, tu vuoi crearle le ferite, vuoi spaccare la vita delle persone, renderle diverse da quello che sono - .
Leonardo sentì il fiato della moglie sul collo, senza rendersene conto era rimasto immobile, impossibilitato a compiere un solo passo avanti. Con due lunghe falcate arrivò all'inizio della scalinata, da quella posizione vedeva il salone di un bianco intonso; dalle finestre filtrava una rassicurante luce naturale che si rifletteva sulle pareti piene di quadri e opere d'arte.
Sua moglie lo seguì lungo le scale senza nulla indosso.
- Esperimenti, i tuoi sono solo esperimenti e il tuo lavoro è inutile - continuò Chiara senza la minima intenzione di lasciare andare il marito. Lui sembrò mantenere la calma ma tremava in maniera vistosa.
- Ma lo sai che tu non servi a nessuno? Pensi che una donna depressa possa uscire dalla sua infelicità solo con un paio di tette nuove? Pensi davvero che una persona brutta d'animo sia capace di stare bene con se stessa solo dopo un lifting? Credi di poter salvare delle giovani adolescenti gonfiando le labbra? No caro mio, tu non puoi fare niente per l'infelicità delle persone, non puoi salvare nessuno da niente. Credi di essere bravo? Invece ti sbagli perché non lo sei affatto, perché il tuo lavoro è inutile e lo sai meglio di me - .
- Che cosa vuoi Chiara? - urlò Leonardo in faccia alla moglie. Sulle sue labbra gonfie si disegnò un sorriso beffardo, aveva vinto.
- Voglio che tu mi dica chiaro e tondo che fai questo lavoro solo per compiacerti, solo per vedere quanto sai essere bravo - .
- Io aiuto le persone a sentirsi meglio con loro stesse - . La forte risata di Chiara rimbombò nelle orecchie di Leonardo.
- Ma dai - rispose sprezzante, - sei serio? Non ci credi nemmeno tu a questa stronzata - . Chiara non riusciva a smettere di ridere.
- Non parlare in questo modo - .
- Ti dà fastidio la mia volgarità? Eppure quando ci siamo sposati le mie uscite da donna dei bassi borghi ti facevano ridere, mi pare - .
- Non sei più una donna dei bassi borghi, sei la moglie di un famoso chirurgo plastico - .
- Ma a te non frega nulla di me - .
Leonardo compì altri passi verso il portone massiccio. Non vedeva l'ora di varcarlo.
- Sei mia moglie, certo che me ne frega di te - .
- Ma non ti piaccio più - rispose lei seguendolo verso l'uscita. Leonardo appoggiò la mano sulla maniglia. Non poteva rispondere a questa domanda.
- Non rispondi? - insistette Chiara, - so bene che non ti piaccio più. Hai provato a migliorarmi, a rendermi più giovane; tette nuove, grosse e sode, bocca gonfia, pelle liscia e tirata ma non sei riuscito a cambiare la mia età che continua ad aumentare e proprio non lo sopporti, vero? Nonostante tutte queste stronzate alle quali mi sono sottoposta, si vede benissimo che ho cinquant'anni - .
Leonardo scosse il capo per l'ennesima volta, voleva rispondere ma non trovava le parole.
- Hai fallito e questo non ti dà pace - .
- Io non ho fallito, le operazioni sono riuscite alla perfezione - .
- Cos'è che avevi detto prima? Una cosa del tipo che aiuti le persone, giusto? Beh, volevi aiutare te stesso operando me, ma hai fallito - .
- Non è vero - .
- Certo che lo è, tu non accetti che io stia invecchiando, che non sia più una bella e giovane ragazza da mostrare con fierezza ai colleghi. Tu volevi aiutare te stesso, modificando il mio aspetto, ma mi hai reso solo ridicola - .
- Non è vero - .
- Certo che lo è. Cosa credi che io non sappia che hai uno stuolo di amanti? Quante di loro hanno la mia età? - Chiara non aspettava risposta dal marito, doveva pressarlo, - te lo dico io, nessuna di loro ha la mia età. Guardi le tue pazienti come se fossero dei fogli bianchi sui quali disegnare, delle sagome appena accennate che devono essere rese belle dalla penna del più grande artista del mondo - continuò Chiara completando il suo discorso con un inchino.
- Ma a te piacciono le ragazze giovani, quelle con un seno piccolo e sodo, quelle che non hanno rughe intorno agli occhi, giusto? -
- No, sono solo pazienti - .
- Tutte? Io penso proprio che consideri alcune di loro molto più che semplici pazienti - . Alle parole della moglie Leonardo sentì la schiena irrigidirsi. Possibile che dopo tanti anni di matrimonio pensasse una cosa simile?
- Ah, ah, ho colpito nel segno, vero? Quanti anni hanno le tue preferite? Venticinque? Trenta? -
Leonardo non rispose.
- La verità sta sempre nel mezzo - disse Chiara con tono sprezzante. Allora era probabile che suo marito avesse un'amante. Lo aveva sempre pensato, come poteva non provare attrazione per delle ragazze giovani e belle? Ragazze che potevano essere conquistate facilmente grazie al suo lavoro. Ragazze che non si accontentavano mai, sempre infelici nonostante fossero perfette. Non si rendevano conto che nelle mani di un chirurgo plastico potevano solo peggiorare, non immaginavano come si sarebbero sentite tra qualche anno, con l'animo di una cinquantenne, le forze di una donna matura ma il fisico di una ragazzina. Non capivano quanto sarebbero stati duri gli sguardi delle persone, e nemmeno potevano immaginare che per tutti, sarebbero state sempre delle infelici.
Leonardo riuscì finalmente ad abbassare la maniglia del portone.
- Non... - farfugliò a sua moglie che senza pudore lo aveva seguito fuori dall'uscio.
- Non cosa? Non è vero che non sono più la tua donna ideale? - .
Leonardo scese di corsa i tre gradini in marmo che separavano la casa dal porticato in ghiaia e scappò via.
Elena Carletti
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