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Autore: Luca Vagnato
Titolo: Scritto con il Sangue
Genere thriller
Lettori 179
Scritto con il Sangue
New Orleans, fine agosto, qualche giorno dopo.

Il vento sferzava a più di 200 chilometri orari e diversi centimetri d'acqua inondavano le strade dell'intera città, ormai deserta. Le abitazioni erano state spazzate via dal turbinio del ciclone come rottami di cartapesta. Mezza città distrutta e nelle cantine detriti e corpi rigonfi galleggiavano, aggiungendosi a migliaia di altri, tra donne, vecchi e bambini.

Agosto

A qualche chilometro da New Orleans, nel folto di una boscaglia, in un punto dove la notte si trasforma nell'oscurità più nera, alcuni tamburi echeggiavano al ritmo di una perduta danza tribale, mentre un gruppo di uomini di colore, tinti di simboli arcaici, madidi di sudore e sangue, ballavano intorno a un immenso fuoco che illuminava la radura davanti a loro. Poi, un grido di civetta fu coperto dall'urlo straziato di qualcosa che stava per morire.

Il giorno seguente

New Orleans, Marigny, tra la Franklin e Royal Street, l'aria era greve e gli abitanti si stavano preparando a ricevere l'ennesima tempesta. Era la stagione degli uragani, niente di più comune per la città che aveva visto passare Katrina e, a qualche anno di distanza, Gustav stava venendo a tossire sui loro tetti. Gli abitanti di New Orleans dovevano essere persone pazienti, dato che c'era chi il tetto non ce l'aveva più, come a Lower Ninth Ward era stato spazzato via quasi del tutto. Mentre aspettavano che i fondi governativi li raggiungessero, si erano dovuti adattare vivendo in baracche, roulotte e su tutto ciò che ancora si reggeva in piedi dopo l'apocalisse. Chi fosse passato da lì avrebbe visto solo cumuli di macerie e devastazione.
Il vento si era sollevato vorticando in mulinelli di cartacce e detriti di plastica. Mentre il cielo gonfio di elettricità incombeva sulle vie semideserte, la coda del mostro Gustav serpeggiava a pochi chilometri di distanza portando con sé il suo veleno sino alla punta. Il peggio era passato, avevano detto, ma alcune grosse gocce d'acqua stavano precipitando sulle strade sporche e infestate dai ratti che si rintanavano nelle proprie fogne, fuggendo così da una tipica giornata della Louisiana.
Jack Travor era il proprietario del TJ drink, dietro il bancone, stava fumando il suo sigaro davanti a un cliente, un ometto ricurvo, appoggiato sul lungo banco liscio e livido, gli ricordava vagamente la fidanzata di braccio di ferro, e non gli nascondeva affatto di sentirsi disturbato da quella puzza: “Se cambiassi almeno la marca” gli aveva detto un momento prima. Un temporale era sempre una buona scusa per far entrare i clienti in un bar a rifugiarsi e per Jack poteva essere il momento migliore per fare affari, anche se in fondo non era sempre così. La maggior parte delle volte se ne stavano seduti in un angolo senza ordinare nulla e di certo avrebbe potuto anche permettersi di fumare sigari migliori di quelli. Ma era uno schifo di posto, che nemmeno lo stesso Jack Trevor ci avrebbe mai messo piede come cliente. L'originalità non era il suo forte, ma aveva sempre sognato di possedere qualcosa che portasse il suo nome. Il TJ drink! Allora gli suonava bene, almeno così lo era! La camicia color crema sembrava esplodergli, tale era la rotondità appena sotto il torace. Indossava un grembiule che aveva l'aria di non aver visto una lavatrice da molto tempo e lo intonava più alla figura di un macellaio piuttosto che a quella di un barista. La luce fioca delle lampade riluceva sul suo capo spoglio e imperlato dal sudore per l'umidità e con lo stesso grembiule con il quale era intento ad asciugare i bicchieri, si chinava tergendosi la fronte. Il suo sguardo, perso nel vuoto, si posò poi sulle cornici che ricoprivano le pareti tutt'intorno. Di certo quel locale aveva vissuto tempi migliori prima che lui lo rilevasse quindici anni prima: scrittori, musicisti e gente che contava o che ancora non aveva un nome, sorridevano in vecchie fotografie accanto al precedente proprietario che gliele aveva cedute insieme all'intero immobile per qualche dollaro in più. Jack avrebbe voluto fare lo scrittore, lo ripeteva sempre ai suoi clienti, avrebbe voluto essere uno di loro, su quella parete magari.
Un lampo fece traballare la luce, poi la campana sullo stipite all'ingresso suonò. Un uomo fece ingresso barcollando e Travor, nel vederlo, sorrise.
- Jack, riempimi un bicchiere. Là fuori si prepara un altro cazzo di temporale... - biascicò l'uomo. Camminava in modo pesante, grattandosi sotto il collo la barba crespa e incolta. Jack si mise a braccia conserte e lo inquadrò, gli venne in mente una fotografia di quando un tempo i suoi occhi erano grandi e luminosi, quando la sua immagine era come un ritratto.
L'uomo si era seduto davanti al bancone sulla fila centrale di sgabelli girevoli in metallo cromato e si mise con la faccia davanti a un piccolo ventilatore che roteando accarezzava appena l'aria soffocante e il suo viso bagnato. Jack scosse la testa e pensava che, se da una parte c'era chi non consumava, dall'altra invece, c'era chi ne consumava troppi. Se Jack avesse avuto una decina di clienti come lui, coscienza a parte, non si sarebbe mai lamentato dicendo di volersene andare: un quartiere di froci e artisti bohémien da strapazzo, diceva. Se ne avesse avuta possibilità se ne sarebbe andato molto tempo prima. Il suo locale era stato uno dei pochi che l'uragano Katrina aveva risparmiato e se si fosse distrutto durante il suo passaggio, quella sarebbe stata l'occasione giusta. Ma quel momento non era ancora arrivato e lui si lamentava troppo spesso, senza mai fare nulla affinché le cose cambiassero, forse proprio per questo era ancora lì, a fumare sigari di pessima qualità sognando qualcos'altro.
- Marcus, forse è meglio se te ne vai a casa, eh? - disse Jack.
L'uomo si mise la mano fra i capelli folti e brizzolati. - Vengo adesso da casa, ora prendi quella fottuta bottiglia e riempimi il bicchiere. -
Jack annuì sospirando e, pur sapendo che non era di natura aggressiva, sarebbe stato meglio lasciarlo in pace. L'ometto ricurvo, che ancora non aveva consumato nulla, si mise a sogghignare. Jack si voltò di scatto verso di lui e lo squadrò.
- E tu che hai da ridere? Quand'è che ti decidi a consumare qualcosa? - L'ometto ricurvo si zittì, poi Jack rivolse lo sguardo a Marcus. - In quanto a te poi, anche stavolta non mi dire che non ti avevo avvertito. -
- Sì sì, tanto che m'importa, - bisbigliò - la mia vita è uno schifo comunque. -
Non era certo il migliore dei bar e nemmeno la zona più tranquilla della città, ma era l'unico posto dove Marcus poteva ancora conservare un po' di dignità. Era sicuro che lì dentro nessuno l'avrebbe riconosciuto, a parte Jack, naturalmente. Fuori dal locale, l'uragano Gustav sembrava stesse per abbandonare la città, il vento e la pioggia che ancora batteva insistente sulle finestre via via stava diminuendo e il temporale se ne sarebbe andato senza gravi conseguenze. Era quello che avevano anche annunciato al National Hurricane Center, lo stesso che nel 2005 aveva dichiarato che il ciclone formatosi nelle Bahamas doveva essere una semplice tempesta tropicale. Ma fu proprio nelle coste del golfo che quella semplice tempesta tropicale prese poi il nome di Katrina.
In quello stesso istante la campanella suonò di nuovo. I tovagliolini sui tavoli dietro di loro presero a svolazzare arricciandosi nell'aria, Marcus e gli altri si voltarono e videro un tizio di colore stagliarsi imponente all'ingresso, l'uomo dovette abbassare la testa per entrare; poi il vento risucchiò la porta sbattendo in un sordo scampanellio.
Fece alcuni passi e si scrollò le gocce d'acqua da una lunga e sgualcita giacca in pelle nera. L'uomo si diede un'occhiata intorno e scoprì subito di essere osservato: - La tempesta mi ha sorpreso - , disse il tizio. Sorrise mentre un fascio bianco brillava dalla sua bocca. - Se questa è la fine del mondo, allora che gli dei ci assistano! - Il tono della voce era profondo con uno spiccato accento del sud. Dirigendosi all'estremità del bancone fece un cenno con la mano, salutò e si sedette. Marcus lo osservava, la sua barba sembrava disegnata ed era ricamata in un pizzetto e una kumma di colore rosso con contorni dorati sul suo capo rasato. Sul petto riluceva un medaglione d'argento; sembrava l'affiliato di qualche losca banda di quartiere, ma si presentava con un volto cordiale, per nulla minaccioso.
In un angolo in fondo il locale su di una parete impiastricciata dal fumo, la tv trasmetteva il notiziario annunciando la macabra scomparsa dell'imprenditore Bob Higgins, avvenuta in circostanze misteriose la notte precedente.
- Milioni di dollari volati in beneficenza - disse Jack, - ha dell'incredibile, la moglie ha devoluto tutto il suo patrimonio a una società di beneficenza e poi si è data alla macchia. Dicono che il marito sia morto soffocato da qualcosa che aveva nello stomaco. Secondo me c'entra la moglie. Roba da matti! -
L'uomo al lato del bancone era rimasto in silenzio e con circospezione si guardava intorno. Jack gli servì un bicchiere di Scotch. Marcus non disse nulla riguardo allo sproloquio di Jack e in realtà non gliene fregava niente, ma era più giusto dire che non c'era più nulla che a lui potesse interessare. Almeno fino a quel momento, lo strano tizio di colore aveva attirato la sua attenzione.
- Altra faccenda incredibile, - riprese Jack - proprio l'altro ieri, ad anni di distanza, hanno ripescato in fondo a un canale il cadavere di un uomo. Era uno dei dispersi dopo l'uragano Katrina. Ora immagino che abbiano completato la lista, sempre non ce ne siano ancora, - aggiunse sghignazzando - non oso immaginare in che stato fosse e, se ci penso, questo è tutto materiale per i miei racconti! -
Marcus aggrottò la fronte. - Non mi dire! - finse che gli importasse qualcosa.
- Sembra che l'uragano faccia emergere il marciume di questa schifosa città. -
- Visto che è tanto schifosa, perché non te ne vai? - chiese Marcus.
- Se avessi abbastanza soldi lo farei, credimi. E se tu mi dessi una mano con gli scritti che ti ho dato da leggere, forse potrei guadagnare qualcosa. -
Marcus sbuffò. - Non si diventa scrittori dall'oggi al domani. I tuoi rac-conti parlano di demoni, spiriti o robaccia del genere. Tu sai bene di cosa mi occupo - , disse Marcus gettando un'occhiata al tizio di colore.
- Non è robaccia. È quello che la gente vuole. Sangue e suspense. E io vorrei da te solo un parere professionale. Potresti darmi una mano, non pretendo di diventare famoso, ma vorrei avere un'altra possibilità, tutto qui. Capisco che non sono dei colpi di genio, ma è tanto per cominciare e qualcuno mi ha anche detto che non sono niente male; tu poi conosci l'ambiente giusto. -
- Mi piacerebbe tanto sapere chi è quel qualcuno - disse Marcus.
- Amici, gente di passaggio. Perché, pensi che non possano piacere? -
- D'accordo, d'accordo... - disse Marcus esasperato e anche se sapeva che Jack non aveva una gran fila di amicizie, l'importante era che la smettesse. - Appena avrò tempo, gli darò un'occhiata, contento? - Jack fece un sorriso di soddisfazione e gli porse un altro bicchiere di whisky.
- Ci conto! - disse Jack puntandogli il mignolo. - Questo te lo offro io, non mi deludere. - A quel punto il tizio tutto ricurvo che non consumava nulla si rivolse a Jack puntando le mani sul bancone. - Tu fai silenzio! - Jack lo anticipò: - Se vuoi qualcosa, me la devi pagare, chiaro? -
L'uomo borbottò qualcosa e tornò chino con la faccia verso il pavimento.
- Jack, dagliene uno e mettilo sul mio conto - , disse Marcus. L'ometto si risollevò, tirò fuori la lingua come se fosse un cane assetato. Jack scosse la testa, ma non protestò, grugnì solamente.
Marcus aveva poco più di quarant'anni, di solida costituzione, ma si tradiva con un accenno di pancia. Quando non era impegnato a bere, il suo stile sobrio lo presentava in un uomo di bell'aspetto e le donne non sdegnavano mai di rivolgergli uno sguardo compiacente. Era stato uno scrittore professionista, un grande scrittore, ma si parlava del periodo prima dell'arrivo di Katrina.
Marigny era il quartiere in cui viveva, gli appartamenti devastati e gli adiacenti che non erano stati abbattuti costavano poco. Lì aveva conosciuto un gruppo appartenente agli Yurp, erano i ragazzi che nel dopo uragano si erano trasferiti adoperandosi alla ricostruzione del nuovo tessuto sociale. Gli avevano offerto un posto traballante per una rivista di nome LightHouse, che era sostenuta da pochi proventi pubblicitari e da piccoli fondi ottenuti dalla beneficenza locale. Però funzionava ed era pur sempre un lavoro con il quale ci ricavava quanto bastava per vivere.
Qualche istante dopo, mentre Marcus sorseggiava il suo whisky, si sentì osservato. Quando si voltò verso il tizio di colore che era rimasto in silenzio fino a quel momento, vide che il suo sguardo sorridente era rivolto a lui. - Ci conosciamo? - chiese Marcus.
- Non direttamente, ma la tua fama ti precede, a quanto pare. -
Marcus annuì con occhi stanchi. - Una fama morta e sepolta. -
- Non direi - notò guardandosi intorno. Sulle pareti del locale vi erano appese diverse fotografie di Marcus accanto ad altri personaggi celebri della politica e dello spettacolo.
- Quello è il passato. Non sono più io - , affermò scuotendo il capo, - quello che vedi ora è ciò che ne resta. Come un'ombra, un fantasma evanescente che al sorgere del giorno scompare. -
Il tizio fece un mezzo sorriso.
L'uomo allungò la mano: - Kevin Donovan - . Marcus si alzò dallo sgabello e si avvicinò.
- Sheldon, Marcus Sheldon, ma del resto lo sai già. Donovan? Il nome non mi è nuovo - disse, mordendosi un labbro. Poi puntò lo sguardo sul medaglione d'argento che portava al collo.
L'uomo gli sorrise: - Potresti averlo usato in uno dei tuoi romanzi... - .
Marcus rifletté e scoppiò in una risata: - Con tutti i personaggi che ho usato, alla fine sono i nomi più comuni, quelli che rappresento. Mi è capitato spesso di confondermi tra l'immaginazione e la vita reale. Allora tu sei un mio fan? - .
- Non esattamente, ma i tuoi romanzi sono ben noti ai miei familiari. -
Marcus fece cenno a Jack e gli ordinò da bere.
Una ventina di minuti più tardi, Marcus si accorse di avergli raccontato quasi tutta la sua vita, la sua ascesa e di come ora era caduto in basso. Era stato un famoso scrittore di romanzi rosa ed era stato sposato con una donna bellissima, che per ironia si chiamava Katherine. Ma, così come Katrina aveva spazzato via mezza città, Katherine si era portata via i sogni, il suo successo, la sua ispirazione e soprattutto il suo denaro. La moglie l'aveva tradito con il suo migliore amico nonché agente letterario. Ora, re-legato in quel quartiere, sentiva che i suoi romanzi non avevano più quel gran successo di un tempo, perdendo completamente l'ispirazione di scriverne dei nuovi.
- Se non fosse la tua, sarebbe una storia da scrivere - disse Kevin.
- La gente non ne vuole più sapere di queste storie e francamente non so più nemmeno io se ci credo. Penso che finirò i miei giorni in questo postaccio. - Jack finse di non sentire e fece volare un anello di fumo gettandogli uno sguardo truce.
- Non ne sarei così convinto. In ognuno di noi risiede una forza naturale capace di superare ostacoli inimmaginabili. Quando si tocca il fondo, non resta altro che risalire, o restare giù. -
- Già. Allora io credo di avere ancorato sotto la pelle una zavorra invisibile, grossa almeno quanto un macigno. - Kevin sorrise e pacatamene giunse le mani.
L'uomo aveva quel modo di fare dei predicatori, ma di certo non lo era, rifletté, anche se il tono della voce e gli atteggiamenti lo identificavano come tale. Sheldon non era dell'umore giusto e non aveva nessuna intenzione di farsi psicanalizzare da un perfetto sconosciuto. Intuì che la conversazione stava scivolando in quella direzione, allora l'avrebbe interrotto.
- Marcus se tu potessi volare, pensi che ti piacerebbe levitare e librarti nell'aria come un uccello? - ecco che aveva cominciato.
Sheldon rifletté sospirando: - Be', immagino di sì - .
- Ma non lo fai perché altrimenti ti schianteresti. Perché lo sai, ci avrai già provato cadendo da una piccola altezza e ti rendesti conto che materialmente l'essere umano non è fisicamente in grado di poterlo fare, oltre al fatto che è noto e risaputo che è così. - Marcus annuì, ma avrebbe voluto approfittare di quel momento per cambiare discorso. - Allora possiamo dire che la nostra mente cosciente e responsabile si rende conto di ciò che è possibile e di ciò che non lo è, giusto? -
Sbuffò. - A meno che non decida di suicidarmi, sì! - Il punto di non ritorno era stato superato, quei suoi modi pacati lo stavano innervosendo.
- Allora è giusto dire che la volontà umana arbitrata dalla nostra mente ci pone di continuo dei limiti? -
- Anche questo è vero. Ma dove vuoi arrivare? - chiese Marcus, roteandosi sullo sgabello verso di lui.
Kevin sorrise, prese in mano la bottiglia che avevano davanti e ne versò un po' nei due bicchieri. - Voglio dire che se togliessimo di mezzo quei freni che ci impediscono continuamente di affrontare il pericolo, o semplicemente perché lo riteniamo tale, ma finché non lo affrontiamo non potremmo saperlo. Limitiamo le azioni invece di intraprenderle e questo perché? Qualcuno semplicemente non ne ha voglia, per altri è la paura: paura di sbagliare, paura di fallire. -
- Sì, ma è anche vero che quei freni ci salvano la vita, ci preservano dall'autodistruzione. - Ora anche Marcus aveva cominciato a partecipare, e la conversazione gli sembrava più interessante di quando si erano presentati, ma era ubriaco e doveva andarci piano.
- Tutto ha un limite. Sappiamo che non possiamo fisicamente volare, ma usiamo mezzi per poterlo fare, non ci dà la garanzia di essere immuni dal pericolo, ma lo affrontiamo comunque, come ogni volta che ci mettiamo sul sedile di un'automobile. Sai quanto è alta la percentuale di finire a fare un incidente? Tutti i giorni compiamo gesti di sfida e spregio nei confronti della nostra vita. La sfidiamo di continuo! Sfidiamo le nostre paure, al solo scopo di poterle vincere. In ognuno di noi c'è un demone che ogni volta ci vorrebbe a terra, ci vorrebbe piegati e ci dice: “non ce la puoi fare”. Di certo ti sarà capitato una volta nella vita che un editore ti abbia detto che i tuoi romanzi non valgono nulla? -
- All'inizio della mia carriera ci avevo fatto il callo, ma succede solo agli scrittori che poi avranno successo - si mise a ridere. - A volte si tratta solo di fortuna, altre invece, beh, non è un mestiere facile... Ma ho affrontato spesso quel periodo dove vorresti mollare tutto e fuggire. -
- Fuggire dove? -
Marcus scrollò le spalle: - In un fottuto posto dove nessuno pretende nulla. Dove nessuno si aspetta niente da te - .
- Potresti arrivare anche su Marte, ma se pensi di arrivare lì ed esserti lascito tutto alle spalle, sarebbe l'errore più grosso che una persona possa fare. -
- E che cosa dovrei fare? Premere il pulsante reset, cancelliamo tutto e ricominciamo da capo? -
L'uomo sorrise: - Se io mi lavo, ma indosso gli stessi vestiti sporchi puzzerò sempre - .
- Allora laviamo i vestiti, ma poi dovrò lavarmi, perché altrimenti sporcherei di nuovo i vestiti; andiamo, amico, è un fottuto circolo vizioso, dove vuoi arrivare? -
- È un equilibrio che deve compensarsi. Significa semplicemente che fino a quando non avrai tolto la radice del problema, ti trascinerai i fantasmi ovunque andrai. Quello è il fottuto demone che ti dice che nella vita non sarai mai nessuno. Ma quando intendi sfidarlo ecco che affronti le tue paure. All'inizio è andata così. Le tue ambizioni, i tuoi desideri ti hanno permesso di superare i confini che gli altri ti avevano imposto. Ma allora, Marcus, eri giovane e in te era vivo il fuoco della gioventù. -
- È stata solo fortuna! - biascicò.
- Tu dici? Io non credo. Ora che ti trovi giù nel pozzo non è la zavorra che qualcuno ti ha imposto ancorandoti al fondo, ma è la tua mente che si è convinta che forse hanno ragione e non ce la puoi fare. È il demone che ti impartisce degli ordini e che ti dice che sei un fallito. -
- Per uno scrittore purtroppo non è così semplice. È già stato inventato di tutto e io non ho più storie da raccontare; le idee sono volate via con mia moglie e quel maledetto uragano. -
Kevin fece un sorriso di comprensione. Avevano bevuto poco meno di una bottiglia di whisky e Marcus quasi non si reggeva in piedi. Ma più osservava quell'uomo e si rendeva conto della sua lucidità e più c'era qualcosa di strano in lui.
- C'è chi fa leva proprio sfruttando i momenti di difficoltà ripiegandoli a suo favore. Ti accorgerai che, in ogni campo, una mente aperta si accosta sempre a una soluzione. -
Marcus sviò il discorso e gettò di nuovo uno sguardo al medaglione d'argento: - Che significa quel simbolo? - chiese vedendo due serpenti, uno di fronte all'altro, in un cerchio dorato.
L'uomo si trattenne in silenzio e ingollò un sorso di whisky, puntò lo sguardo sugli occhi lucidi di Marcus, ma senza dire nulla. Fino a quel momento, Marcus gli aveva rivelato alcuni tratti personali della sua vita, aveva bevuto, questo era certo, ma era abbastanza lucido da comprendere la sua reticenza. Era trascorso del tempo, più di un'ora, stimò, ma di quel tizio ne sapeva ancora meno di quando l'aveva conosciuto.
- Andiamo, finora ti ho raccontato tutto di me - , disse Marcus.
Kevin fece un sospiro, poi si sfregò l'occhio sinistro: - Rappresenta una divinità importante nella religione vudù - , disse, facendoselo passare tra le mani. - Si chiama Damballah, il serpente dorato ed è un loa. Rappresenta il creatore del cosmo, diffonde la conoscenza e la saggezza, egli domina su tutte le bellezze della terra. Chi lo indossa avrà ricchezza e successo. È una sorta di talismano, con questo mi sento in comunione con tutto ciò che mi circonda. Il serpente bianco è la sua compagna, la loro unione è la loro forza. -
Marcus aggrottò la fronte. - Allora io ne avrei bisogno di un vagone intero - , disse sorridendo senza mostrare interesse, poi tirò fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette. - Ho bisogno d'aria, qui fa caldo! -
- So che è difficile da comprendere, avere fede in qualcosa che non puoi vedere né toccare è il primo passo per la scelta di un cambiamento. È una scelta fatta col cuore e che la mente deve accettare. -
Marcus scese dallo sgabello. - Amico, non ti offendere, ma se dici che quel coso che ti ciondola dal collo dovrebbe darti forza, fortuna e ricchezza, scusami tanto, ma a me non sembra che tu sia messo meglio di me. -
- Se tu credessi nel potere della suggestione della mente, ciò che avrai per risultato sarà la scoperta di una fonte inesauribile dentro di te, come ti ho detto prima. Se un giorno ti renderai conto che questa vita non fa più per te, mi verrai a cercare. Sono sicuro che potrei aiutarti. - L'uomo tirò fuori dalla giacca un bigliettino da visita. Marcus vide la scritta Hopecity, il suo nome e un numero di telefono, lo fissò qualche istante poi lo ritirò nella giacca.
- Non sarai mica uno di quegli stregoni dei film? - chiese Marcus aggrottando la fronte.
Kevin sorrise, ma non gli diede risposta.
- Quindi, con quel coso al collo, avrai di certo trovato ricchezza e fortuna nella tua vita? - aggiunse Marcus.
- Ci sono modi diversi di avere ricchezza; non necessariamente si tratta di denaro. -
- Se non si tratta di denaro, allora di cosa? - disse scandendo l'ultima parola. - La vita se non la puoi comprare, sarà lei che lo farà con te! -
- Come a te in questo momento? Il denaro è una conseguenza di sacrifici e di scelte, giuste o sbagliate, ma tutto dipende dalla persona e da ciò che è disposta a fare per ottenerlo. -
- Avevo tutto: soldi, fortuna e successo, una bella moglie, avevo messo a disposizione ogni cosa, di quella che tu chiami volontà. La verità, caro amico, è che il mondo in cui viviamo ha fatto delle scelte ponendo il suo limite a un'inesorabile selezione naturale dell'individuo. Ora è toccato a me e credo che il mio tempo sia scaduto! -
Nonostante l'alcol in corpo, Marcus aveva ascoltato ogni parola, ma si era poi reso conto che stava solo parlando a uno sconosciuto e, per quanto ne sapeva, poteva essere uno sciroccato, un fanatico di quella religione di bamboline e spilli. Forse un ubriacone come tanti. La vita di Marcus era davvero uno schifo, uno scempio al nome che si era costruito. Mentre parlavano la sua mente divagava vacillando fra i ricordi e pensieri mesti: il suo appartamento era una topaia di muffa e scricchiolii, ma trecento dollari al mese erano tutto ciò che poteva permettersi. In un angolo della sua scrivania, comprata a prezzo scontato al mini-market, poggiava l'oggetto più prezioso che rappresentava la sua prima vera onorificenza alla carriera di romanziere: un ricordo che lo portò a sentirsi un naufrago senza meta, né speranze. Dall'altro lato, l'assegno esiguo che percepiva dalla rivista LightHouse, che era un insulto ai molti anni di onorata carriera. La gente acquistava la copia di quel giornale solo per impicciarsi dei fatti degli altri, non certo per leggere quelle ridicole novelle erotiche. Aveva proprio toccato il fondo, ripeteva a se stesso, ma ormai sapeva che la sua vita era quella. Per questo si era relegato nell'inettitudine e nell'apatia di quell'esistenza. A lui non importava più nulla, né delle sue vecchie glorie, né di sua moglie che l'aveva privato del suo orgoglio e dei suoi soldi, insieme a quella carogna del suo agente. “Marcus, sei il mio migliore amico”, diceva Brian, e ogni volta che lo diceva gli dava una pacca sulla spalla; probabilmente dopo andava a casa sua per scoparsi la moglie.
Quel Kevin era un tizio strano, gli offriva pace, serenità e fortuna, in cambio di cosa? Che cosa voleva realmente? Ma soprattutto, perché gli aveva offerto il suo aiuto? Un fondo di verità in quella marea di sciocchezze dettate dall'alcol doveva esserci e comunque sembravano avere un senso nel caos, anche se in gran parte erano parole buone per una seduta psicanalitica in cerchio a persone che avrebbero fatto solo più danni.
Sheldon non era pazzo, era realista, e il suo mestiere lo conosceva molto bene. Non sarebbe bastato schioccare le dita perché l'ispirazione gli sgorgasse dalla mente in un fluido magico. Quell'uomo voleva che aprisse la mente, che sfruttasse il favore del vento per prendere il largo in mare aperto. No! Quello di cui aveva davvero bisogno era un colpo di fortuna, una fortuna che tardava ogni giorno di più ad arrivare. Una cosa era certa e mai come in quel momento davanti a quello sconosciuto se n'era resto conto. Ma quello se ne andava in giro tutto vestito in pelle nera con uno strano medaglione al collo, dicendo che l'avrebbe potuto aiutare, ma in realtà avrebbe dovuto aiutare solo se stesso.
- Ora si è fatto tardi, posso solo dirti che, quando ti sentirai pronto, io posso fare in modo che la tua mente, le tue idee e il mondo come lo conoscevi ti sembreranno un lontano ricordo. Ma come ti ho detto, ci vuole volontà! - L'uomo mise sul bancone una banconota da dieci dollari e si diresse all'uscita. Jack raccolse i soldi come se qualcuno glieli volesse portare via e con occhi socchiusi osservava i due allontanarsi in una nube di fumo.
Fuori dal locale il cielo era buio e sgombro, l'aria frizzantina e il petricore dell'asfalto risaliva pungendo le narici di Marcus. Immobile sullo scalino, diede fuoco a una sigaretta che aspirò in una lunga e gonfia boccata. Il tizio di colore si stava allontanando, il vento spingeva le foglie ad arrampicarsi sui marciapiedi e scuoteva le piante di gelso davanti a loro in un tenue fruscio.
- Che cosa dovrei fare in cambio? - chiese Marcus. A poca distanza da lui, l'uomo fece un passo indietro. Esitò per qualche istante. Poi sorrise.
- Dipende da te - disse Kevin.
- Ma se non so nemmeno di cosa si tratta e se devo dirla tutta, credo ancora siano un mucchio di stronzate - disse biascicando e il suo baricentro vacillò.
Kevin sospirò: - Come vuoi. Aspetterò quando avrai... - .
- D'accordo! - fece Marcus. - Lo faccio! - L'uomo stava per andarsene. Marcus non credeva di averlo detto, in fondo non aveva più nulla da perdere, se non la vita stessa. Il vento aveva ripreso sferzando forti folate e quell'uomo ora gli appariva come un diavolo a cui avrebbe venduto la sua anima. - Sarò matto a darti retta! - disse Marcus.
L'uomo stette immobile, pensoso: - Che cosa vuoi, scrittore? - gridò Kevin sovrastando l'ululato del vento.
- Quello che mi hai promesso. - Ci fu un attimo di silenzio. La luce sulla strada sbiadì per qualche secondo e scoccarono alcuni lampi da lontano illuminando Kevin al centro della strada.
- Sei sicuro di quello che dici? - chiese l'uomo. I rumori della città si attutirono per un istante.
- Che farai se accetto? Mi venderai quel talismano e la magia si compirà? -
Kevin ora non sorrideva più. Il suo sguardo mutò in un'espressione severa. Marcus vide lo smalto dei suoi denti bianchi aprire una breccia nel buio che era calato all'improvviso su di loro. - Quando sarà l'ora e avrai ottenuto quello che desideri, mi farò vivo io. Allora saprai cosa fare... - , disse l'uomo mentre si avvicinava a lui.
Marcus barcollava. La boccata della sigaretta e l'ossigeno carico di energia statica avevano aumentato il suo stato di ebbrezza.
- Sto per vendere la mia anima? - disse Marcus ridacchiando.
- Devi sapere che una volta che avrai accettato in piena libertà non potrai più tornare indietro - gridò - ricorda! Ogni scelta ha delle conseguenze, buone o cattive che siano. Ma non è la tua anima che voglio... - .
- D'accordo. Accetto per mia volontà - disse singhiozzando. Kevin ormai era a un passo da lui. Marcus fece appena in tempo a vedere il colore dei suoi occhi. Una luce giallastra, poi il buio.
Luca Vagnato
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