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Autore: Alessio Moa
Titolo: Figlio del fuoco
Genere Fantasy
Lettori 120
Figlio del fuoco

Cosa successe, come fu.

L'isola di Xylian affronta il crudele vento del nord come può; ostinata si erge in mezzo al mare quasi a sfidarne le folate impetuose. Le scogliere che la cingono quasi interamente sembrano bastioni di granito innalzati da una stirpe di giganti per arginarne la furia. Invano. Esso vince, sempre. Nel momento in cui si adira, non c'è baia o radura che riesca a sfuggire al suo impeto. Ma laddove si traveste in brezza è ancora più temibile: in apparenza domo, d'improvviso può rivelarsi in tutta la sua forza e sorprendere gli incauti che si facciano trovare alla sua mercé.

Questo dovette accadere quando la nave di Valden il mercante fu costretta ad attraccare nel piccolo porto dell'omonima città di Xylian, per evitare la scogliera dove la bufera la stava trascinando.

Valden di Lhan venne accolto con tutti gli onori e soggiornò nella più accogliente locanda della città. Fu qui che incontrò lo sguardo vellutato di Cheta la domestica; fu sempre qui che ammaliato dalla sua grazia, dopo pochi giorni la chiese in sposa.

Ma proprio il vento si dice, dopo lo sfarzoso matrimonio, venne ad assassinarla, trascinandola dalla tolda della nave che la stava portando via dall'isola ingrata, giù verso le fredde acque del mare, sotto gli occhi atterriti dello sposo.

Il corpo fu recuperato in maniera fortunosa poche ore dopo, tra due scogli particolarmente frastagliati la cui forma ricordava in modo bizzarro delle dita protese verso il cielo.

Da quel momento l'orrore calò sull'isola e nulla fu come prima.





La veglia funebre.

Le torce ardevano tutt'intorno ai fianchi della pira funeraria; i canti delle donne di potere si innalzavano al cielo a implorare gli dèi affinché accogliessero e guidassero la sposa nel sentiero di luce. Quando le loro voci si facevano più tenui, il ritmico rullare dei tamburi degli sciamani veniva loro in aiuto, traghettando la notte umida verso l'alba ormai imminente.

Quasi tutti gli abitanti della città erano radunati nella valle sacra per partecipare alla veglia funebre. La tragedia della sposa annegata aveva colpito l'immaginazione di coloro che erano parte della comunità, portando dolore in chi la conosceva meglio ma evocando allo stesso tempo segni di avversità e sventura nel resto della popolazione.
A rendere più lugubre l'atmosfera, una fitta nebbia aveva invaso la valle e l'intera isola, trasformando alberi e uomini in pallidi spettri evanescenti.

Valden di Lhan sorreggeva la madre della sposa ormai priva di voce, tanto aveva gridato, tanto aveva pianto disperata. Entrambi non attendevano che l'arrivo di Rebil, il fratello ombroso, a cui era affidato il compito d'incendiare la pira funeraria.

Era costui, in verità, un giovane uomo piuttosto malvisto dal suo popolo, per molteplici motivi. Per prima cosa, pur avendone facoltà, quasi mai parlava. Preferiva il silenzio alla vuote chiacchiere della gente e spesso nemmeno interrogato si degnava di rispondere.
Era inoltre fisicamente assai diverso dai suoi concittadini: molto alto, di carnagione particolarmente chiara, aveva lunghi capelli fulvi troppo simili a quelli del popolo barbaro che da decenni minacciava l'isola e la rotta delle navi amiche. Qualcuno insinuava persino potesse essere un mezzosangue, il frutto di un abominio, benché lo dicesse sommessamente, affinché la voce non giungesse alla madre ormai anziana. Non abitava in città; viveva nella vecchia casa di legno, in mezzo al bosco. Né si faceva vedere spesso tra le vie cittadine. Molti lo credevano stolto.

Il comandante dei vigilanti si avvicinò a Valden che per un attimo vacillò nel sostenere la madre.

- Non c'è traccia di Rebil. -

Il mercante lo guardò senza rispondere.

- Non posso lasciare la città sguarnita per troppo tempo. -

- Temi che i cittadini ti svuotino i granai? - gli domandò Valden con un sorriso sprezzante.
Il comandante scosse la testa infastidito.

- Un granaio è appena andato a fuoco. Sul pianoro. Qualcuno lo ha incendiato. -

- Chi può aver fatto una cosa simile... -

Senza rispondere il militare cinse per i fianchi l'anziana donna e con cautela l'aiutò a sedersi sulla stuoia di canapa; le chiese dove fosse suo figlio Rebil. Quando lei scosse la testa, si rialzò e si rivolse di nuovo al mercante: - Stalle vicino. Manderò a cercare Rebil. -

Non ce ne fu bisogno.

- E' lui! Insieme a un paio di tuoi soldati. Ma perché stanno correndo? -

Impacciati dalle lunghe spade inguainate, due giovani soldati si avvicinarono velocemente al loro comandante. Dietro di loro, con in mano una torcia già accesa, veniva Rebil, i rossi capelli che sembravano riverberare le fiamme vermiglie. Mentre attendeva, il comandante ebbe il tempo di osservare che la nebbia stava velocemente diradandosi. Ora si intuivano di nuovo i profili delle colline.

- Sono in città! - Senza più fiato il soldato cercava di spiegare, di farsi capire.

- Ricomponiti soldato! Chi è in città? -

- Sono dappertutto! -

- Ma chi?! - urlò il comandante.

- Sono sbarcati un paio d'ore fa. Sono qui, sulle colline, stanno giungendo! I Rhos! -

Alessio Moa
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