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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Federico Puorro
Titolo: Ha la tessera?
Genere Narrativa Umoristica
Lettori 297
Ha la tessera?
Un tempo, gli uomini primitivi per procurarsi il cibo si armavano di clave, lance, archi, frecce e pugnali e andavano a caccia. La caccia era molto faticosa e a volte tornavano alla grotta con poco cibo. Dovevano fare giorni e giorni di appostamenti per riuscire a scovare qualcosa di commestibile. Spesso ingaggiavano con le loro prede delle vere e proprie lotte corpo a corpo, mettendo a repentaglio la loro vita.
Oggi, invece, basta andare semplicemente al supermercato. Semplicemente.
Arrivo al supermercato e, dopo aver consumato un treno di gomme per cercare il parcheggio ... miracolo...miracolo! No, nessuna apparizione celeste, a parte la stupenda signora con la minigonna che è in carne ed ossa. Anzi, più che ossa carne, tanta bella carne e al punto giusto. Dicevo miracolo perché ho trovato parcheggio. L'unico posto libero compresi quelli riservati ai diversamente abili, occupati come al solito abusivamente.
Mi dirigo verso il luogo dove sono riposti i carrelli. Come al solito non ho l'euro. Nel tentativo di fare moneta, sono scambiato per il mendicante di turno e, oltre a farmi l'elemosina, mi regalano un panino col salame e varie borse con vestiti dismessi e la preghiera di non offendermi per i regali ricevuti. Va beh! Non ero proprio vestito di lusso, però scambiarmi per un clochard... Vado a inserire la moneta nel carrello ma in questi carrelli ci vogliono due euro. Ma vi rendete conto? Due euro per prendere un carrello! Due euro sono veramente tanti. È un capitale investito che sicuramente andrà perso perché spesso il meccanismo delle monete s'inceppa, oppure trovo il vero disadattato di turno che mi chiede l'elemosina e io, che m'impietosisco facilmente, gli lascio il carrello con il mio piccolo capitale in beneficenza, ma da un punto di vista finanziario investito malissimo. Ma lasciamo stare, ammettiamo che il carrello si liberi per la modica cifra di un euro. Inserisco i soldi e il carrello non esce, allora cambio moneta, gli inserisco due euro, ma il carrello non esce. Provo a fargli vedere cento euro rischiando una denuncia per induzione alla prostituzione del carrello, ma non esce! Allora cerco di fare leva con le mani e con i piedi, in modo da staccare il perno del carrello dal suo incastro. Dopo che mi sono procurato un'ernia al disco grossa come un trentatré giri, il carrello si libera, ma per il rinculo sono proiettato in mezzo al parcheggio mentre sopraggiunge un imbecille a tutta velocità che aveva parcheggiato abusivamente nel parcheggio degli invalidi. Chissà perché gli imbecilli sono gli stessi che vanno a tutta velocità dappertutto, e parcheggiano negli spazi per i diversamente abili. L'imbecille rischia di spiaccicarmi sull'asfalto come un escremento canino. Finalmente riesco a rialzarmi tutto acciaccato e pieno di escoriazioni. L'imbecille intanto, per evitarmi è andato a sbattere contro uno dei panettoni che delimitano l'area pedonale dal parcheggio e inveisce nella mia direzione. Gli faccio vedere orgoglioso il mio carrello estratto con tanto sforzo. L'imbecille mi si avvicina imprecando e brandendo un foglio. Ancora dolorante, riesco a realizzare dello scampato pericolo e solo per riuscire ad andare a fare la spesa che, fra l'altro, non ho ancora nemmeno iniziato. Comprendo che quell'uomo di amichevole ha soltanto la constatazione dell'assicurazione, che agita nervosamente in mano. Afferro fiero il mio carrello, che tra l'altro mi sono accorto ha una ruota bloccata. Vi rendete conto? Ho rischiato la vita per un carrello zoppo, per giunta. È mai possibile che il venti luglio del 1969, l'Apollo 11 atterrava sul suolo lunare, e al supermercato non troviamo un carrello con le ruote funzionanti? Non è possibile. Trovare un carrello che va bene, ha le stesse probabilità di vincere un sei al super enalotto. Ebbene l'imbecille mi guarda minaccioso. Io lo guardo stringendo fiero e orgoglioso il mio carrello disabile. Parte la musica di mezzogiorno di fuoco, che annuncia il duello. L'imbecille mi si avvicina a tiro, brandendo la constatazione amichevole già tutta compilata. Oltre ad essere imbecille è anche stronzo, perché l'aveva già pronta. Perché questi imbecilli che vanno forte dappertutto, pur sapendo che è pericoloso e sono la prima causa degli incidenti, per questo sono imbecilli, hanno preso la patente agli autoscontri per bambini, neanche a quelli degli adulti.
E vanno in giro con la constatazione già compilata con cui hanno sempre ragione loro, sempre. Ebbene a questo punto comprendo che, contro una minaccia così incombente di risarcimento per una colpa non mia, il carrello diversamente scorrevole è una fortuna per me, ma una sfortuna per l'imbecille, infatti il carrello inavvertitamente e inspiegabilmente prende velocità e andando per i cazzi suoi, va a sbattere molto, ma molto, ma molto casualmente proprio contro le caviglie dell'imbecille. Quest'ultimo va gambe all'aria e la constatazione amichevole dopo un paio di giravolte in aria, va a ricoprirgli la faccia come estremo atto di protezione dalla vergogna umana, perché tutti gli altri clienti nel parcheggio mi stanno già applaudendo. Ora, essendo rimasto zoppo, potrà parcheggiare negli spazi dei diversamente abili, non abusivamente, ma a pieno titolo.

Finalmente entro nel supermercato e trovo un mondo a me familiare e tante altre difficoltà, sotto forma di un cassiere molto conosciuto: Federico il cassiere amico.

LA MIA PREDISPOSIZIONE NATURALE.

Non sono portato per lavorare.
Non ho il fisico, mi stresso subito...
Sono portato per le ferie! C'è chi è portato per fare il manager, l'ingegnere, il chirurgo, il muratore, il calciatore, l'operaio eccetera. Invece io sono portato per non fare niente. Anzi, forse mi sento più portato per la pensione. Anche quando vado in vacanza, vado in pensione. Ho un fisico da pensionato.
Ho una predisposizione naturale.
Sono portato per non fare niente. E sono anche piuttosto ambizioso. Nel senso che voglio fare nella vita quello per cui mi sento più portato. Dopo vent' anni di lavoro, ci sono quasi riuscito.
Faccio il part-time. I miei sogni e le mie aspirazioni sono a buon punto. Gli altri infatti, cercano di far carriera salendo di grado, diventando sempre più importanti o mettendosi in proprio. Anche un mio amico carabiniere voleva aprire una caserma tutta sua.
Io invece voglio riuscire a non far niente Completamente.
I miei genitori se ne sono accorti, quasi subito, di questa mia predisposizione naturale.
Hanno sempre cercato di trovare delle motivazioni a questa mia inclinazione. Innanzitutto hanno pensato che in parte dipendesse dalla mia data di nascita. Infatti, sono nato il 25 aprile, festa della liberazione, che quell'anno cadeva proprio di domenica. Inoltre sono nato alle tre di notte. Doppia festività e in più orario notturno.
C'è da aggiungere che sono nato in casa, perché non avevo voglia di andare fino all'ospedale.
In seguito da bambino per ottenere qualcosa dai genitori, invece di piangere, facevo il play-back con Cicciobello così non mi stancavo. I miei mi mandarono all'asilo, ma siccome si facevano delle attività troppo stancanti, facevo finta di dormire sempre, così che le maestre chiamarono la mia mamma perché pensavano fossi malato. Mia madre mi ritirò subito dall'asilo. Questo mio stato d'essere ha influenzato anche la mia vita scolastica. Alle elementari l'unica cosa in cui andavo bene era la ricreazione. Ero sempre il primo a uscire dall'aula e l'ultimo a rientrare.
L'unica cosa che odiavo era la campanella della ricreazione. È che non mi piace svegliarmi di soprassalto. Da bambino ero molto pigro. Ma la scuola mi piaceva. Mi piaceva così tanto che non tornavo neanche più a casa, restavo sempre a scuola. È un peccato spezzare il sonno, no?
Nonostante la mia pigrizia ero un bambino molto studioso. Stavo sempre con la testa sui libri, così, a mo' di cuscino.
Alle medie invece andavo volentieri perché mi facevano copiare i compiti ed ero simpatico ai professori, che avevano poca voglia di lavorare anche loro. Finite le medie dovevo decidere il mio futuro. Mio padre insisteva per farmi fare il geometra, perché col suo aiuto avrei trovato presto lavoro.
Preferii ragioneria, perché in quel periodo c'erano milioni di ragionieri tutti disoccupati e così non avrei corso rischi, di trovare subito, un impiego.
Alla fine dopo tanta fatica sono riuscito a prendere il diploma. Pagando. E non poco. A mie spese. Mi diplomai ragioniere e, difatti, mi ritrovai disoccupato e ne ero felice, ma mio padre mi spediva le domande di lavoro a mia insaputa. Quando lo venni a sapere, mi arrabbiai molto... anzi, un poco, perché anche arrabbiarsi molto, è faticoso.
Il mio ideale era un bel posto fisso a orario ridotto. Mio padre mi trovò lavoro presso una ditta privata a tempo pieno. Mi licenziai subito senza preavviso. Mio padre mi trovò altri posti da ragioniere in ditte più grosse.
Ma mi stancavo troppo tutto il giorno davanti al computer. Mi licenziai poco dopo senza preavviso.
Dissi a mio padre che avevo bisogno di un lavoro più dinamico. Mi trovò un posto di commesso a un'ora da casa. Lavoravo circa dodici ore il giorno. Credevo di morire. Mi licenziai dopo quindici giorni allo stremo delle forze, senza preavviso.
Intanto trovai un posto da magazziniere in un'officina, durante il giorno facevo pochissimo e questo era positivo per me, ma molte sere all'orario di chiusura mi mandavano a comprare pezzi di ricambio o a trainare gente in panne. Inaccettabile! Mi licenziai dopo un mese senza preavviso. Intanto cominciavo a maturare come persona e capii che dovevo darmi da fare di più. Dovevo responsabilizzarmi di più. Cavoli stavo crescendo! Decisi di cominciare a licenziarmi, ma col preavviso. Praticamente lavoravo solo il preavviso. Mi assumevano, il primo giorno di lavoro capivo che mi sarei stancato troppo e davo il preavviso. Così ecco a voi svelato la mia prima parte del curriculum. Certo che curriculum mi da l'idea di corsa, fa una brutta impressione di fatica, sarebbe meglio chiamarlo pianoculum. Allora dicevo dopo tutto questo pianoculum lavorativo finalmente, arrivai alla Coop. Un sogno sembrava realizzarsi. Un posto quasi fisso a trentasette ore e mezzo la settimana, di cui lavorative solo trentasei, perché l'ora e mezzo serve per le pause da quindici minuti ogni turno di lavoro, in un posto dinamico a contatto con la gente e in un'azienda grande, quindi possibilità di imboscarsi: teoricamente e praticamente una manna dal cielo.
Ma torniamo un attimo indietro.
Era il gennaio del 1987. Avevo appena terminato il servizio militare. Avevo fatto il pilota Leopard nei carristi. Nome di battaglia “Aquila Tre” per gli amici: Guido Maluccio.
Ero duramente, e sottolineo duramente, impegnato a dormire. Improvvisamente nel cuore della notte, verso le 9.30 squilla il telefono di casa.
Allora i cellulari servivano solo per il trasporto dei detenuti. Mia madre risponde, mi passa il telefono e mi sussurra chi era all'altro capo. Ancora rintronato di sonno e con le ragnatele dell'uomo ragno nel cervello, afferrai il telefono, pensando a qualcosa di interessante. Macché! A momenti mi prende un infarto. Era la titolare del supermercato Sigma del mio paese che mi proponeva di andare a lavorare per loro, in un nuovo punto vendita a un'ora di strada da casa.
Subito ho pensato: - Ma questa mi vuole proprio male. Svegliarmi, per propormi un lavoro e poi così lontano da casa. Che crudeltà! -
Insomma per farla breve. La settimana dopo lavoravo nel supermercato Sigma di Parma. Una sventura tremenda, ma che avrebbe segnato, in modo tutto sommato positivo, il mio futuro.
Fu così che nacque la mia carriera nei supermercati e
soprattutto nell'azienda dove presto, grazie al cielo, servizio da trent'anni.
Federico Puorro
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