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Autore: Alessio Moa
Titolo: Il tempo dei barbari
Genere Fantasy Storico
Lettori 119
Il tempo dei barbari

Prologo: Media età del bronzo

Era un popolo oscuro che adorava un dio crudele e incomprensibile. I miti ne narravano le gesta che si perdevano in un tempo lontano, quasi dimenticato. Gli anziani ne tramandavano ancora il ricordo, conoscendo il loro coraggio, temendone l'ardore che li spingeva alla conquista. Qualcuno li aveva di nuovo avvistati, già oltre i monti che cingevano, proteggendola, la loro terra. Gli ultimi sopravvissuti del popolo della Dea attendevano inquieti. Sui bastioni della loro città arroccata sul mare, le vedette e i guerrieri più giovani scrutavano incessantemente l'orizzonte: il popolo guerriero prima o poi sarebbe giunto.

Il santuario degli Eletti

Lascia che la tua danza sia selvaggia.
La tua voce onesta.
E il tuo cuore indomito.
Aisha Wolfe

Il santuario si ergeva oltre le porte della città, protetto dal bosco sacro, per accogliere più favorevolmente lo splendore della Dea quando fosse apparsa nella volta celeste a irradiare la sua benevolenza.

- Li ho visti, nascosta da un cespuglio, oltre la grande radura: hanno il corpo quasi interamente ricoperto da orribili tatuaggi color del sangue... -

La novizia aveva pronunciato quelle parole senza timore, quasi soggiogata dal fascino feroce di quel nemico, che orgoglioso della sua efferatezza, si palesava ormai apertamente. Aveva osservato i loro carri a quattro ruote trainati da splendidi purosangue d'ebano e i loro condottieri percuoterli senza pietà per lanciarli in corse forsennate. Le asce bipenni dei loro guerrieri brillavano al sole: la luce della Dea sembrava ben poca cosa di fronte a quella potenza ostentata e ai riverberi simili a guizzi di serpente che provenivano dal loro metallo bronzeo.

La sacerdotessa posò le mani ferme sulle spalle della novizia, la guardò a lungo con quei suoi occhi scuri e profondi, senza proferire alcuna parola; infine sorrise.

- Stanotte, te e le altre, dovrete radunare le Elette e gli Eletti: saranno portati nel cortile e rifocillati. Voglio musica e tamburi, canti e balli per onorare gli Dèi. -

- Sì mia Sacerdotessa. Ma... Le Elette e gli Eletti... Insieme? -

- Sia così. Troppo a lungo sono stati separati: forse che il Dio Dei Boschi non conosce le fattezze della Grande Dea? È stato mai stabilito che chi possiede il Dono debba essere diviso tra maschio e femmina? Nessun dio vorrebbe ciò. -

Un'altra cosa doveva essere fatta prima che il fato potesse compiersi.
La Favorita della Dea, la Grande Sacerdotessa, indossò la sua tunica orlata d'argento ed estrasse dalla teca istoriata il medaglione sacro; lo mise al collo ed esso sembrò accendersi di bagliori e di fiamme, riflettendo la luce delle alte torce che rischiaravano l'ambiente. Tre volte batté le mani. Si rivolse all'ancella che subito era apparsa sull'uscio, la testa leggermente piegata in un gesto di deferenza.

- Sia introdotto il comandante. -

Trascorsero una manciata di secondi e un uomo alto, col capo completamente rasato e il volto segnato da rughe profonde, fece il suo ingresso.

- Ti pensavo nel tempio, Sacerdotessa. -

- Non è il tempo delle preghiere e delle invocazioni questo; piuttosto dimmi... Quali notizie porti? Chi sono veramente coloro che stiamo combattendo? -

- Grande Sacerdotessa, vuoi veramente conoscere la verità? Essi sembrano invincibili: di una ferocia senza limiti. Cavalcano quei destrieri, guidando i loro carri da guerra con una maestria difficilmente eguagliabile. Da dove vengano non è dato sapere; si dice che la loro patria abbia il nome di Urheimat e si estenda a nord e a est della nostra terra, oltre il grande lago salato. Ma che portino distruzione e orrore non v'è dubbio. La loro è una civiltà di morte e sopraffazione; le donne che li accompagnano sono poco più che schiave. La guerra è la loro triste religione. -

- Tutte cose che già so. Possibilità ne abbiamo? Sii sincero Comandante. -

- Alcuna speranza di difendere il santuario Sacerdotessa: ti prego di considerare l'eventualità di trasferirti all'interno della città; le mura sono solide e irrobustite dai tronchi più resistenti delle nostre foreste; il fossato è stato ampliato e ora circonda interamente le nostre abitazioni. Ci difenderemo. -

- E allora questo sarà il nostro ultimo incontro, mio Comandante. Sai bene che il posto per me è qui, accanto agli Dèi. Abbandonare il santuario? Non posso. Esso ospita da sempre le donne e gli uomini più ricettivi e dotati della nostra civiltà, gli Eletti. Attraverso le loro bocche e le loro menti, gli Dèi ci parlano. Darò loro libera scelta: restare o partire. Per questo ti chiedo un ultimo servigio. Fai abbattere il muro esterno che racchiude la sacra siepe. Fallo subito, te ne prego. -

- Sarà fatto. Ma spiegamene il motivo. -

- Perché nulla sia celato agli occhi degli invasori; dovrà essere evidente che non vi sono guerrieri nascosti, armi, tanto meno oro o argento. C'è anche un'altra ragione: gli Eletti e le Elette potranno finalmente osservare che esiste qualcosa, un intero mondo, dietro la sacra siepe. Lo dovranno affrontare quanto prima. -

- Pensi in questo modo di preservare il santuario? Pensi di salvarti? Ti renderanno loro schiava. Gli Eletti? Forse sono veramente in contatto con gli Dèi. Ma il Dono reclama la sua contropartita: sofferenza, insania, delirio. La loro mente vacilla. Nessuno può ascoltare le voci divine e sperare di conservare l'intelletto. Anche per questo sono protetti. Fuori non potrebbero cavarsela senza chi si occupi di loro. -

La sacerdotessa sorrise malinconica. Si passò una mano tra i capelli in un gesto d'improvviso esitante. Il braccio le tremava. Si volse verso il comandante, lo sguardo si fece morbido, quasi remissivo.

- Temo che il tempo sia giunto. -

- Sacerdotessa, vieni con me. Non esitare, salvati! Dove sono i tuoi Dèi ora? Perché non hanno impedito tutto ciò?! -

- Il voto non può essere sciolto, lo sai bene. Io sono della Dea. Ma, Comandante, tu mi sei caro più dei fiori nei campi, più del dolce nettare che inebria, più della stessa vita. Guardami negli occhi e vi troverai molto più che rispetto o ammirazione. -
Lo sguardo dell'uomo si fece cupo. Esitò. Era un addio e ne aveva coscienza.

- Ora va, non voltarti. -

Così egli fece. A testa alta si allontanò da lei, non si voltò. Arrivato di fronte all'uscio sembrò esitare; poggiò con forza una mano sulla colonna adiacente e le vene del suo braccio si gonfiarono. Dalle sue labbra un suono sordo, come un grido soffocato. Poi varcò per l'ultima volta la soglia del santuario.

Le fiamme delle torce appese alle pareti tremolarono, ravvivando le ombre tutt'intorno, uniche testimoni di quella conversazione.

- Addio Comandante, mio amato - sussurrò la Sacerdotessa, senza che una sola lacrima rigasse le sue guance.

La notte era rischiarata da numerosi bracieri; attorno stavano gli Eletti. Quando la Dea era apparsa nel cielo irraggiando incanto e sogno, gli uomini avevano iniziato a percuotere i tamburi e un basso ritmo vitale aveva traghettato le loro menti e i loro corpi verso un mondo più equo e benevolo. Le tuniche bianche sembravano emanare un chiarore latteo, illuminate dalla luna quasi piena e alta nel cielo.

Per la prima volta dopo molti mesi, gli Eletti e le Elette si mescolavano insieme. Ciò creava una strana eccitazione. Aranel si muoveva appena, ondeggiando; inseguiva un suo pensiero, inafferrabile come un uccello: a volte doveva gridarlo, perché altrimenti poteva svanire e lasciarla lì, confusa, a cercarlo di nuovo, e questa volta magari non l'avrebbe più trovato. Meena stringeva un lembo della sua tunica per nascondere dei piccoli sassi tondeggianti che aveva trovato vicino al pozzo. Voleva occultarli alla base di un muro che ora non riusciva più a trovare: eppure un muro doveva esserci, da qualche parte. Ananya, le mani sotto la tunica, si accarezzava il seno, aspettando che il suo uomo venisse a prenderla, e ballava, lentamente, a occhi chiusi. Valdo la osservava seguendo i suoi passi, mimandoli a distanza: con lei danzava. Dhana da oltre un'ora stava trascinandosi per il cortile, seguendo una traiettoria circolare, sempre la stessa. In questo modo, senza che lo volesse, comunicava con gli Dèi. Percorreva il cerchio magico che lei stessa creava con il suo andare e ascoltava le voci divine che le ripetevano, da sette anni, un unica frase, seppur con mille diverse intonazioni:

"Verranno all'alba, cavalcheranno animali furenti, lanceranno grida e invocazioni verso un dio crudele, recheranno morte e distruzione, rovina e decadenza. Così è scritto, così sarà."

Sembrava che quella notte di mistero non volesse finire. Invece ci fu un mutamento. Piuttosto repentinamente la musica calò d'intensità. Poi cessò del tutto. La Grande Sacerdotessa alzò le mani al cielo e invocò la benedizione degli Dèi. Rimase lunghi minuti immobile ad attendere un segno che non venne. Rassegnata, chiamò a sé Meena e le consegnò un grande astuccio serrato da un filo d'argento. Quello che conteneva, le sussurrò a un orecchio, avrebbe potuto essere loro di grande utilità in un futuro non troppo lontano. Quindi fece un cenno agli altri che in breve si avvicinarono, circondandola. Parlò, con voce chiara e udibile.

- Voi siete gli Eletti: possedete il Dono, servite gli Dèi, intercedete per noi. Attraverso il vostro dolore, i vostri sogni, le vostre visioni, gli Dèi comunicano il loro volere. Avete vissuto entro queste mura per anni, protetti, sostenuti, preservati; so che all'esterno del santuario qualcuno vi considera stolti o insensati o persino folli: loro non sanno. Ora un grande pericolo ci insidia. È tempo che voi partiate. È tempo che seguiate il cammino della Dea. -

Stupore, misto a eccitazione, non ancora timore: incredulità. Risate sguaiate anche. Poi una voce di donna, (una voce possente!) si levò tra le altre.

- No! Tu menti. Noi siamo chiusi qui, chiusi dentro! Noi siamo chiusi qui dentro e dentro noi: tu menti Sacerdotessa. -

Chi osava rivolgersi in quel modo alla Grande Sacerdotessa? Dhana la pazza, Dhana l'Eletta! Il silenzio era totale e persino Aranel smise di urlare, e il suo pensiero si perse nel nulla.

- Dhana tu sai. Conosci quello che accadrà. Verranno e saranno spietati. Chi di voi vorrà partire, partirà. Il muro che cingeva questo cortile oltre la sacra siepe è stato abbattuto. Chi sceglierà di rimanere, non sarà respinto. Ma è mio forte desiderio che voi partiate. -

- Tu ci cacci. Tu ora ci affidi alle belve. Non ti serviamo più? Perché desideri rimanere sola? -

- Io resterò perché così deve essere. -

La sacerdotessa le si avvicinò; la guardò per pochi attimi, poi volse lo sguardo alla luna ormai prossima al tramonto.

- Vi affido un compito difficile e meraviglioso. Vi dirigerete verso nord, fino a che non sarete sicuri di essere sfuggiti al nemico. Solo allora raggiungerete la costa. Quindi dovrete attraversare il piccolo mare. Oltre quel braccio di mare vi attende un nuovo viaggio, un cammino pieno di pericoli. Nella nuova terra che vi accoglierà, porterete la vostra testimonianza, i costumi del nostro popolo, la saggezza antica. Porterete con voi il potere della Dea. In una radura consacrata, nei pressi di un grande lago a forma di ombelico, costruirete una dimora degna della Grande Madre. A te Dhana più tardi indicherò il cammino: dovrai tenerlo a mente, è tuo compito. Fai molta attenzione: il dio dei Kurgan è il dio dell'inganno e del disfacimento. È subdolo, ingannatore. Che gli Dèi siano al vostro fianco e vi preservino. -

Detto ciò la Grande Sacerdotessa si avviò verso il chiostro, perdendosi nell'oscurità.

Erano state accompagnate verso la siepe dalle ancelle e da uomini vestiti di cuoio marrone che mai avevano visto in precedenza. Le ancelle e gli uomini, dopo averle esortate alla partenza, si erano ben presto dileguati. Del loro gruppo, tuttavia, nessuno aveva osato avventurarsi oltre. Dhana osservò il profilo delle colline a est dove un pallido chiarore si intuiva verso le cime arrotondate. Presto il sole sarebbe sorto. Cosa si aspettava da loro la sacerdotessa? Avrebbero dovuto oltrepassare la siepe sacra? E come sarebbe stato possibile? Follia! Il Dio dei Boschi che abitava la foresta le avrebbe punite. La Grande Dea le avrebbe abbandonate. Perché il muro era stato abbattuto? Saperlo ancora integro, al suo posto, l'avrebbe fatta sentire al sicuro. Ecco, ora aveva ripreso a camminare in circolo; senza volerlo, stava di nuovo creando il cerchio magico e presto la voce divina le avrebbe invaso la mente. Ancora una volta. Avrebbe voluto urlare, ma nulla usciva dalla sua bocca. E Ananya, cosa stava facendo? Si era denudata e offriva il seno a Varno... Desiderava che diventasse il suo uomo? E per ultimo, cos'era quel rumore di tuono che si udiva in lontananza?

"Verranno all'alba, cavalcheranno animali furenti..."

Di nuovo la voce nella mente di Dhana... Ma ora sembrava come attenuata, soffocata dal rombo di tuono, sempre più possente, ancora più vicino.

"...lanceranno grida e invocazioni verso un dio crudele."

Qualcuno urlò.

Qualcuno iniziò a piangere, sommessamente.

La Grande Sacerdotessa che era apparsa alle loro spalle si lasciò sfuggire parole come un lamento: - I Kurgan... Sono infine giunti. -

I primi cavalieri irruppero nel cortile, alzando nubi di polvere, sollevando intere zolle di terra; gli scudi alti come a trarre forza dal sole che era appena sorto, le pesanti asce pronte a calare sul primo uomo che li avesse minacciati.

- Tenhros! - gridarono.

- Per Tenhros! -

Le ultime due ancelle fuggirono. La Sacerdotessa rimase; come Dhana, come Aranel e Meena. Varno e Ananya invece erano intenti ad amarsi sulla terra nuda, poco lontano da lì, a malapena celati da un cespuglio; non avevano interesse in altro che a soddisfare il desiderio d'amore che li inebriava. Ma anche loro, infine, si accorsero di quel guerriero biondo che urlava verso la sacerdotessa e si alzarono in piedi, ancora nudi, tenendosi per mano.

- Parlo la tua lingua sacerdotessa, ho avuto schiavi che me ne hanno insegnato i rudimenti; conosco la tua civiltà. Vengo a portarti il verbo di Tenhros. Accettalo. Ripudia la Dea, dai l'ordine di distruggere ogni effige, ogni statua che la raffiguri, e avrai salva la vita. -

Così parlò colui che portava le insegne del popolo guerriero.

- Non troverai guerrieri qui: non vi sono più. Le altre sacerdotesse, le ancelle, tutti coloro che servivano questo sacro luogo che ora tu stai calpestando, sono in salvo. Vi rimaniamo io, e gli Eletti. -

La sacerdotessa, un poco discosta, aveva cercato di superare con la sua voce, le grida degli uomini a cavallo venuti da oriente.

- Cos'è questo abominio? I vostri uomini indossano le stesse vesti delle vostre donne? Sembrano imbelli. Bizzarra civiltà è la vostra: vi circondate di matti e di stolti, e di schiavi non v'è ombra. -

Risate selvagge si alzarono dagli uomini più vicini al loro condottiero. Uno di loro fece imbizzarrire il suo cavallo e dovette balzare a terra.

- E chi sono quei due che stavano amandosi tra gli sterpi? Non è questo un luogo sacro, sacerdotessa? E allora perché rimangono nudi al tuo cospetto? Guerriero, tu che sei già a terra: uccidi quel rifiuto umano e mostra a tutti come un Kurgan sa montare una donna! -

L'esaltazione degli uomini a cavallo era al suo apice; uno strano suono gutturale, ritmico, veniva dalle loro gole. Sorprendentemente un grido di donna lo sovrastò.

- No! -

Dhana si era fatta avanti a difendere quei corpi che si erano amati e ora si frapponeva tra loro e il guerriero; egli aveva già alzato l'ascia e sembrava pronto a colpirla. Invece la raggiunse all'addome con un violento calcio. Lei crollò a terra senza più fiato, reggendosi il ventre e il guerriero le fu subito sopra.

- Condottiero, aspetta. Dai al tuo uomo l'ordine di fermarsi, e di me potrai fare ciò che vuoi! -

La sacerdotessa aveva fatto due passi verso colui che teneva l'effige del popolo dei Kurgan, aprendo le braccia in un gesto di accoglienza.

- Di te ho facoltà di fare qualsiasi cosa, in ogni momento, senza che tu nulla possa! Ma sia come tu dici. Guerriero, lascia andare la donna e accertati che la sacerdotessa non nasconda un'arma dentro la sua tunica: sono infide come serpi. Poi spogliala e gettala ai miei piedi. -

I guerrieri alzarono grida al sole appena sorto, acclamando il nome del condottiero, invocando il loro dio. La sacerdotessa fece ancora due passi in avanti e prima che l'uomo a piedi potesse raggiungerla lanciò la sua maledizione.

- Che tu sia maledetto, condottiero del nulla, uomo senza onore, e che sia maledetta la tua stirpe! Siano rese sterili le tue donne, ti perseguitino i tuoi antenati, in questo tempo e nel tempo che sarà! Ora prendimi, se riesci! - e veloce e risoluta infilò la mano in una tasca interna alla tunica estraendone un lungo coltello d'argento; propendendosi verso il condottiero, senza esitazione se lo portò al collo. Lanciandogli un ultimo sguardo di puro odio lo affondò nella gola e il sangue zampillò violento, compiendo un arco di morte in direzione del cavaliere. Infine crollò a terra, tremando, tingendo di rosso il terreno circostante in una pozza che sembrava riflettere quell'alba di fuoco. Morì come una sacerdotessa sa morire, con dignità, fecondando con il suo stesso sangue la terra riarsa. E il silenzio avvolse il cortile, il chiostro e la sacra siepe, ormai per sempre ingiuriata.

Alessio Moa
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