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Autore: Gabriel Wolf
Titolo: Il Canto del Salice d'Argento
Genere RomanceMM Storico Paranormal
Lettori 99
Il Canto del Salice d'Argento

Spagna, città di Granada,
Residenza dei Conti di Teba,
Venerdì 5 maggio 1826, ore 12

Era mezzogiorno quando nell'ampia camera da letto di Doña María Manuela Kirkpatrick, contessa di Teba, finalmente era calato il silenzio.
La solenne eleganza, così ridondante e tipicamente spagnola, dell'arredamento contrastava curiosamente con la luce brillante del sole andaluso che, portando calore e conforto, s'insinuava come acqua caparbiamente in ogni possibile pertugio, facendo risplendere i vetri delicatamente opaline delle lampade e le suppellettili di cristallo, riflettendosi dal grande specchio posto sopra al grande camino medioevale di pietra a quello della toletta dorata posta sull'altro lato della stanza, la cui eterea vezzosità tipicamente francese spiccava in quell'ambiente solenne come la pennellata sorniona e provocatoria di un pittore anticonformista.
Le lame splendenti che dardeggiavano quello spazio privato combattevano ostinatamente contro ogni minima traccia d'oscurità, dalle ampie e quasi impenetrabili porzioni di spazio degli angoli più celati dalla fitta penombra a quelle attaccate tenacemente ai finissimi interstizi disegnati nel legno dei mobili caratterizzati dai complicati intagli floreali così di moda due secoli prima.
Mulinelli di polvere dorata volteggiavano come danze di fate minuscole e beffarde nelle fantastiche cascate di luce che irrompevano in quell'ampio spazio attraverso le ampie vetrate spalancate: tutto era avvolto da un'atmosfera di pace, rinnovamento e speranza, armonicamente uniti in una muta sinfonia rassicurante.
Nessuno, mai, avrebbe potuto immaginare la cacofonica sinfonia del dolore che aveva preso possesso della stanza il giorno precedente.
Quando poco prima di cena le acque si erano rotte dando inizio al travaglio Doña María Manuela era stata immediatamente accompagnata a letto dalle donne della casa, che si erano prese cura di lei mentre due servitori erano stati mandati a chiamare il dottore e la levatrice.
Era trascorsa quasi un'ora prima che potessero arrivare al capezzale della contessa di Teba che in quel momento di dolore e di gioia, nonostante la ricchezza un po' soffocante dell'ambiente, non differiva in nulla da quello di qualunque altra donna.
Le contrazioni si erano protratte per ore seguendo un ritmo regolare, accordandosi ad un disperato crescendo, ma il fiero sangue scozzese che aveva ereditato dagli antenati paterni appartenenti alla nobiltà di Closeburn l'aveva sostenuta mentre sfogava la sofferenza attraverso grida sempre più alte, che si erano protratte per tutta la notte e buona parte del mattino.
Suo marito, don Cipriano de Palafox y Portocarrero, conte di Teba, non potendo fare nulla per aiutarla, e dovendo starle lontano accordandosi al rigido protocollo che regolava i rapporti degli autentici aristocratici persino in quell'occasione, si era unito nella recita del rosario alla servitù, agli amici ed ai parenti che accorrevano ora dopo ora.
Il bel viso dai tratti forti e regolari incorniciato dai folti capelli ondulati e nerissimi era contratto in una smorfia di profonda angoscia che non si preoccupava affatto di nascondere, mentre la luce solitamente vivissima che brillava nell'unico occhio, il sinistro, si era leggermente offuscata per l'intensa preoccupazione che gli aveva stretto il cuore.
La sua alta statura, il fisico asciutto e scattante esaltato dall'uniforme militare nera impreziosita dai ricami d'oro sul colletto ed i polsini lo facevano spiccare nettamente su tutti, eppure in quei momenti il suo naturale carisma accentuato dalla menomazione che testimoniava il fiero coraggio di cui non aveva mai mancato di dare prova si era eclissato dietro l'ombra della preoccupazione, che gli stringeva il cuore in una morsa gelida e spietata e si faceva più stretta ad ogni nuovo grido della moglie in travaglio.
La fede lo sosteneva in quel momento in cui si sentiva più impotente di quanto non si fosse mai sentito prima, nemmeno quando era nata la loro prima figlia, e la cantilena a cui si era unito lo faceva sentire parte di un tutto più grande della somma delle singole parti teso verso un infinito in cui sperava di trovare conforto, non solo per sé ma anche salvezza per l'adorata moglie ed il bambino che stava venendo al mondo.
Quella specie di coro di devoti mormorii si era protratto al di fuori della stanza della partoriente per tutto il tempo del travaglio, senza interrompersi mai, e solo quando il magnifico sole andaluso aveva raggiunto lo zenit nel cielo un urlo più alto di tutti quelli che l'avevano preceduto, immediatamente seguito dal pianto di un bambino, aveva infranto quella santa maratona della devozione.
Don Cipriano era ammutolito, il suo unico occhio, nonostante la stanchezza e la mancanza di sonno, adesso era illuminato da una luce di estatica speranza che nel volgere di pochi battiti affrettati del suo cuore fiero aveva scacciato completamente il grigiore che l'aveva offuscato.
Forse...forse quel bambino appena nato era il tanto desiderato erede maschio.
Forse attraverso quel nuovo nato la sua dinastia avrebbe avuto una speranza concreta di fiorire, incamminandosi verso un futuro che sembrava così disperatamente incerto per via degli sconvolgimenti politici che scuotevano l'Europa e la loro famiglia, da sempre fieramente filo-bonapartista, avrebbe raggiunto finalmente la posizione che meritava ed a cui coloro che ne facevano parte agognavano con tutta la fiera pertinacia garantita dalla fusione dei retaggi ispanico e scozzese.
C'erano venti di guerra ma soprattutto di rinnovamento nell'aria, durante gli ultimi decenni i grandi imperi avevano vacillato pericolosamente anche se alla fine non erano caduti, ma le distanze si accorciavano ed il mondo sembrava farsi più piccolo giorno dopo giorno, eppure allo stesso tempo si rivelava anche ricco di incredibili prospettive ed opportunità per chi avesse avuto il coraggio di coglierle.
Passarono alcuni interminabili minuti spesi in silenziosa apprensione poi la levatrice uscì dalla camera, paonazza come se avesse condiviso alla pari lo sforzo della contessa, ma raggiante di felicità, ansimando mentre cercava di mettere a fuoco la vista nella densa penombra dell'anticamera appena rischiarata dalle candele.
“Allora?” chiese ansiosamente il conte, fendendo con la sua voce, che aveva appena ritrovato la naturale autorità, l'aria densa, maleodorante e stantia di quell'ambiente di passaggio.
“È una femmina! Signor conte è una bellissima bambina, sana e forte!” quasi gridò la levatrice.
A quelle parole, per qualche istante, un senso bruciante di amara delusione attraversò il cuore di don Cipriano ma bastarono pochi secondi perché si riprendesse.
“Dio sia lodato! Grazie! E mia moglie? Come sta la contessa? Avanti, su, ditemi!”.
“Doña María sta bene, signore, è molto stanca, il parto l'ha sfiancata, ma” la donna fece una breve pausa per riprendere fiato, era chiaramente provata dalle emozioni di quella notte che era sembrata interminabile e durante la quale aveva temuto più volte tanto per la contessa che per il bambino “per amore della Santissima Vergine sta bene!”.
“Bene” rispose il conte voltandosi “bene, bene, bene” il senso di sollievo che stava invadendo il suo cuore era di una bellezza e luminosità quasi insostenibili.
Eppure, nonostante il sollievo perché tutto era andato bene, la sfumatura di delusione nella voce del conte di Teba era stata avvertita distintamente dalla levatrice che, sulla foga di quel momento denso di emozioni fortissime e quasi fuori controllo, prese una decisione...una decisione che per il resto della vita avrebbe creduto appartenerle totalmente e che avrebbe caratterizzato non solo quella giornata già speciale di per sé, ma anche il futuro che si stava schiudendo di fronte a loro grazie a quella piccola creatura appena nata...anche se nessuno di loro avrebbe mai potuto anche solo lontanamente immaginare quanto.
I conti di Teba erano stati da sempre filo-napoleonici, lo stesso Don Cipriano aveva preso parte alla Guerra d'Indipendenza Spagnola militando come bonapartista inoltre, essendo un ufficiale d'artiglieria come il suo eroe, aveva partecipato alla testa degli studenti della Scuola Politecnica alla Battaglia di Parigi del 1814.
Era in tutto e per tutto un autentico “afrancesado ” ed incredibilmente orgoglioso di esserlo.
Quel giorno in cui era nata la sua seconda figlia era già molto speciale di per sé perché richiamava alla memoria la morte, avvenuta cinque anni prima, di Napoleone Bonaparte, che era ancora chiamato da tutti quelli che gli si erano opposti il “flagello d'Europa” ma che in quella casa era sempre ricordato come l'araldo di un nuovo mondo e di un nuovo ordine.
Da quel momento in poi però tale data sarebbe stata associata per sempre anche alla nascita di quella preziosa bambina.
La donna s'inchinò profondamente poi rientrò nella camera della contessa chiudendo la porta dietro di sé, fedele all'antico costume che il padre ed i familiari non potessero essere ammessi alla presenza della puerpera e della bambina prima che tutto fosse stato riportato alla normalità, ma la levatrice aveva ben altro in mente e non appena rientrata chiamò con un gesto rapido la giovanissima figlia che l'aveva assistita durante il travaglio della contessa, facendola accorrere presso di lei.
“Madre?” chiese la ragazza ansiosamente.
La donna sospirò “Sancha, piccola mia, ho un incarico importantissimo per te” sapeva di stare per compiere un azzardo, ma il suo cuore le diceva che era veramente la cosa più giusta da fare.
“Sono pronta, madre, ditemi che cosa volete che io faccia” il viso rotondo e rubizzo per l'emozione della ragazzina era illuminato dalla luce che brillava nei grandi occhi scuri.
La donna si piegò verso la figlia e nascondendo le labbra tra le folte ciocche castane bisbigliò per pochi secondi al suo orecchio alcune parole: la ragazza sgranò i grandi occhi marroni poi, dopo avere fissato lo sguardo per qualche secondo in quello della madre, che annuì sorridendo verso di lei, le annuì di rimando in un gesto di profonda complicità, poi afferrò uno scialle ricamato a fiori e corse via.
Don Cipriano vide uscire dalla camera della moglie una ragazza che lo degnò appena di un velocissimo segno di saluto prima di correre via, schivando abilmente, proprio come una lepre inseguita da una muta di cani da caccia, tanto il padrone di casa che i servi e gli ospiti, tutti assolutamente esausti e sbalorditi.
Passò ancora qualche minuto poi, molto solennemente, la levatrice uscì di nuovo riaprendo lentamente la porta che sua figlia aveva chiuso dietro di sé poco prima di sparire annunciando con voce ferma “Signori, adesso la contessa può ricevervi” per poi farsi subito da parte in modo da lasciare libero l'accesso.
Don Cipriano fu il primo ad entrare, seguito dai parenti, gli amici ed infine i servi di casa che rimasero però indietro a tutti, schierandosi ai lati della porta d'ingresso lungo la parete, avvolti dalla penombra.
Doña María giaceva a letto, pallidissima per lo sforzo: il bel volto dai tratti morbidi e regolari era lucido di sudore, i lunghissimi capelli castani sparsi sugli ampi cuscini brillavano di riflessi ramati nel chiarore del sole che colmava la stanza.
Appariva assolutamente esausta, teneva gli occhi chiusi, sembrava dormisse e, per quanto ansimasse leggermente, sul suo viso c'era un'espressione di una tale dolcezza e soddisfazione da far sembrare irreale come un incubo la terribile notte che era appena trascorsa.
Il marito si sedette sul bordo del letto e le prese dolcemente una mano fra le sue: era sorprendente calda e lui se la portò alle labbra baciandola teneramente, con un trasporto ed una tenerezza assolutamente al di fuori di qualunque convenzione sociale.
Tutti erano sbalorditi ed arretrarono di qualche passo, accordandosi involontariamente ad un gesto condiviso e discreto come se volessero uno spazio di rispetto ai genitori della nascitura ancora priva di un nome, creando così una sorta di bolla privata dove il conte e la contessa di Teba potessero godere di un minimo d'intimità familiare.
“María” disse l'uomo dolcemente.
“Cipriano” bisbigliò lei socchiudendo gli occhi la cui sfumatura smeraldina era offuscata da un velo di tristezza “mi dispiace, mi dispiace tanto, così tanto...”.
“Di che cosa ti dispiace mai, amore mio?” la voce del conte di Teba esprimeva un sincero stupore.
“Mi dispiace...” c'era una sfumatura di vergogna autentica nella voce della puerpera esausta “mi...mi dispiace che non sia...un maschio, tu...desideravi tanto un maschio...lo so...” che dopo avere pronunciato quelle poche parole distolse lo sguardo come se oltre al dispiacere provasse un autentico senso di vergogna mentre le lacrime scorrevano sul suo volto liscio e pallido, disciogliendosi nella patina di sudore che le dissimulava graziosamente.
L'uomo sorrise teneramente “Amore mio, quello che conta, l'unica cosa che conta davvero, è che tu e lei siate vive ed in salute, nient'altro” poi concluse chinandosi sulla mano che ancora teneva fra le sue per baciarla ancora più teneramente.
La donna sorrise debolmente mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime di gioia e sollievo, allora mosse l'altra mano andando a toccare quelle del marito mentre si volgeva nuovamente verso di lui che subito alzò il suo mezzo sguardo verso il suo viso e le sorrise.
La donna si protese per accarezzarlo sul volto “Sei così buono con me, Cipriano” sospirò.
“Amore mio, in questo giorno speciale tu mi hai fatto un dono specialissimo, perché da oggi la nostra famiglia non ricorderà più questa data solo come un anniversario di morte e dolore ma anche di rinascita e speranza...”.
All'improvviso la bambina iniziò a strillare forte riscuotendo i genitori da quel momento così speciale e solo loro, come se adesso che era al mondo desiderasse l'attenzione che pareva già conscia di meritare.
“Portatemi mia figlia” disse con voce sottile eppure imperiosa la contessa di Teba “desidero presentarla a suo padre” mentre sollevandosi sulle braccia si metteva seduta sul letto con un profondo sospiro.
Subito la levatrice che aveva accompagnato il dottore prese la bambina dalla culla in stile barocco di prezioso legno di rosa intarsiato e, dopo averla accuratamente avvolta nelle tradizionali fasce di lino ricamato, si avvicinò al letto e la mise fra le braccia della madre.
Subito la piccola smise di gridare allora Doña María le scoprì il visino e la voltò perché il padre potesse vederla per la prima volta.
Don Cipriano rimase senza parole: non aveva mai visto una bambina così incredibilmente bella, nemmeno la nascita della sua prima figlia l'aveva preso così di sorpresa perché la creatura che stava contemplando era in tutto e per tutto una persona in miniatura, non un semplice neonato.
Non aveva mai provato un'emozione così sopraffacente in tutta la sua vita, nemmeno la nascita della sua primogenita, María Francisca detta Paca, lo aveva colpito così profondamente.
L'uomo guardava la figlia in silenzio, sopraffatto dall'emozione, la bocca semiaperta intenerì profondamente la moglie mentre lui la contemplava senza avere il coraggio di toccarla: era come se quel minuscolo esserino appena affacciatosi alla vita emanasse già un carisma particolare e lui, da padre orgoglioso, poteva già percepire quanto fosse speciale.
“Marito mio?” sussurrò Doña María.
“È...è stupenda, è assolutamente stupenda...” bisbiglio don Cipriano.
La donna ridacchiò leggermente, estremamente compiaciuta “Allora accoglila come merita, e salutala, dalle il benvenuto così che possa già riconoscerti come suo padre”.
Don Cipriano, dopo ancora un attimo di esitazione, si chinò sul volto della bambina e la baciò con tenerezza infinita sulla fronte.
La bimba, come sorpresa da quel contatto traboccante d'amore, trasalì leggermente poi sorrise tendendo le manine verso il padre, ormai in estasi.
“Eugenia, mia piccola, preziosa, bellissima, meravigliosa Eugenia, ti do il benvenuto in famiglia e nel mondo: io sono Cipriano, tuo padre, e questa meravigliosa signora che ti tiene in braccio è la tua stupenda madre, María Manuela”.
La donna fu colta di sorpresa da quell'iniziativa del marito, non lo aveva mai visto manifestare così apertamente i suoi sentimenti in pubblico, era come se si fosse dimenticato completamente che si trovavano in una camera piena di gente: sembrava che ormai tutto il suo universo ormai già ruotasse attorno a quella straordinaria creaturina che tendeva le manine paffute e rosee verso il suo viso.
“Eugenia? È così che vuoi chiamarla, marito mio?”.
Don Cipriano rispose come in trance “No, María, non io, non sono io a volerla chiamare così, è semplicemente il suo nome”.
Doña María aggrottò leggermente la fronte “Marito mio, non capisco”.
“Lei è nata splendidamente, è nata in modo splendido e dunque il suo nome non può che riflettere questo fatto: lei è Eugenia la ‘ben nata' e non c'è altro da dire”.
Dare il nome ad un nascituro era da sempre un affare complesso, specialmente fra l'aristocrazia, ma in quel momento sembrava che attraverso quella creatura il destino avesse peso il sopravvento sulle convenzioni mostrando a tutti, a suo padre per primo, una realtà semplicemente effettuale ed indiscutibile.
“Molto bene marito mio, così sia dunque, questa è Eugenia”.
Don Cipriano sorrise alla moglie poi prese in braccio la figlia e si alzò per mostrarla alla piccola folla radunata dietro di lui.
“Signore, signori, vi presento mia figlia: Eugenia!”.
Immediatamente tutti iniziarono ad applaudire congratulandosi sonoramente e quell'improvviso baccano piuttosto che spaventare la piccola ebbe l'effetto di farla scoppiare a ridere, proprio come una regina che si compiaceva dell'adorazione del suo popolo.
Il destino stava echeggiando il suo richiamo irresistibile fra quelle mura mentre il futuro, attraverso quell'esserino così fragile eppure custode di una forza insospettabile, aveva posto salde radici in quel presente che già stava svanendo con una rapidità che nessuno era in grado di percepire, proiettando i presenti verso un mondo del tutto nuovo da quello che conoscevano.
Proprio come sarebbe stato in futuro per il resto del mondo.
Uno ad uno, in ordine d'importanza, tutti i convenuti si avvicinarono a Don Cipriano per congratularsi con lui ed augurare ogni bene possibile ed immaginabile alla figlia appena nata, per poi dirigersi verso il letto dove giaceva esausta la puerpera e portarle tutto il loro affetto.
Quella specie di processione durò per circa un'ora poi il vecchio dottore con gentile decisione dichiarò che la contessa e la piccola Eugenia dovevano essere lasciate riposare e così, tra allegri borbottii di disapprovazione, a cui non erano alieni quelli del padrone di casa, tutti furono fatti uscire e quando nella stanza era finalmente tornata la calma madre e figlia erano già sprofondate nel sonno.


Erano circa le otto di sera quando Doña María si risvegliò.
Le finestre erano state richiuse ed attraverso le ampie vetrate i colori vivi del tramonto dipingevano un magnifico arazzo di fiamme sanguigne nel cielo azzurro intenso che si stendeva come un manto sacro sulla città di Granada.
La donna rabbrividì involontariamente, nonostante la sopraffacente bellezza era uno spettacolo che la stava mettendo profondamente a disagio.
Quella bellezza era di natura selvaggia, aveva in sé qualcosa di affascinante ma anche d'inimmaginabilmente violento, come il presagio di uno sconvolgimento catastrofico che attendeva in agguato nel futuro, attendendo il momento propizio per cambiare ogni cosa per sempre.
La sua cameriera personale si accorse immediatamente che si era risvegliata e subito le venne accanto “Mia signora, come vi sentite? Desiderate mangiare qualcosa?”.
Doña María si aggrappò alla tenera premura della sua cameriera personale e si riscosse da quei pensieri tristi e funesti, del tutto fuori luogo in un giorno come quello “Si, cara Consuelo, si, ti ringrazio, sono affamata e mangerei volentieri qualcosa”.
Non ci fu bisogno di altro e dopo pochi minuti una cameriera arrivò portando un vassoio d'argento su cui dentro un'ampia tazza di spessa terracotta appoggiata su una candida tovaglietta di lino ricamato fumava un'abbondante porzione di brodo: il contrasto tra la delicata eleganza del servizio e la rustica solidità della stoviglia aveva un che di stranamente rassicurante che la donna accolse con gioia ed un confortante senso di sollievo.
Consuelo aiutò la sua signora a mettersi seduta sul letto ridisponendo accuratamente i cuscini per assicurarle il massimo della comodità, poi le mise il vassoio di fronte e la donna, lentamente, cominciò a sorbire con un rustico cucchiaio pure di terracotta, quella specie di pozione profumata, calda e corroborante che, sorso dopo sorso, le infondeva un ulteriore senso di sicurezza, come rassicurandola che le cose semplici, forti ed essenziali della vita sarebbero sempre perdurate nonostante la follia sempre in agguato nel mondo.
Aveva appena finito di sorbire l'ultimo sorso, ormai intiepidito, direttamente dalla tazza, quando don Cipriano rientrò in camera e la guardò intensamente.
La sua espressione era indecifrabile e per un attimo lei si allarmò “Marito mio...che succede? Va tutto bene? Nostra figlia...?”.
“Eugenia sta bene moglie mia, sono qui perché c'è una visita per te”.
“Una visita?” lo stupore della donna era quasi tangibile “a quest'ora? E chi può mai essere? Non capisco...”.
Mentre rifletteva la donna vide spuntare da dietro la possente figura del marito la levatrice e sua figlia che occhieggiavano ansiosamente verso di lei.
Un senso strano ed importuno di ansia le fece accelerare il cuore “Insomma che succede? Volete spiegarmi?”.
“Lascerò che sia Graciana a spiegarti...” sussurrò Don Cipriano facendosi da parte per far passare la levatrice che si fece avanti.
La donna esitò per qualche istante poi, dopo un profondo inchino, si rivolse alla contessa di Teba “Mia signora, spero con tutto il mio umile cuore che non lo troviate inappropriato, ma, ecco, ho fatto venire una mia...cugina...per la bambina...”.
“Tua cugina? Per la bambina? Intendi dire mia figlia? Ma che significa Graciana?”.
“Lei è...ecco, lei è...”.
“Una veggente” intervenne prontamente la piccola Sancha facendosi avanti “se lo desiderate potrà scrutare nel futuro di vostra figlia e svelarvi il suo grandioso destino”.
María Manuela era allibita, non poteva assolutamente credere alle sue orecchie, un discorso come quello che aveva appena sentito era davvero molto pericoloso: nonostante il diffondersi delle correnti filosofiche dell'illuminismo durante il secolo precedente la Spagna non era ancora un paese dove la tolleranza fosse un valore comune ed accettato, anzi, esattamente il contrario.
Per quanto nel resto d'Europa i processi per eresia e stregoneria, così come le torture ed i roghi, appartenessero ormai ad un passato rintracciabile solo nei libri di storia lì in quel cattolicissimo paese erano ancora una realtà che faceva parte del quotidiano.
Anche solo il sospetto di una pur minima deviazione dall'ortodossia morale e religiosa comunemente accettate poteva scatenare conseguenze gravissime per opera di quell'Inquisizione ancora attiva in Spagna che, a causa della spietata intransigenza nelle questioni relative alla dottrina della fede, più di due secoli prima aveva suscitato persino l'indignazione di papa Alessandro VI che l'aveva ammonita severamente, purtroppo senza alcun successo.
Quelle due donne si erano esposte ad un gravissimo pericolo prendendo una tale iniziativa ed in quel momento, colta così alla sprovvista, la contessa di Teba non ne capiva assolutamente il perché.
Perché mai accollarsi un tale rischio?
E soprattutto perché portarlo nella sua casa?
Non riusciva a capire ed allora la sensazione che foschi presagi si stessero addensando sull'orizzonte del loro futuro si ripresentò in tutta la sua forza irriducibile.
Ormai il sole era calato, avvolta dalle ombre della stanza che danzavano alla luce delle candele e del piccolo fuoco acceso nell'ampio camino di granito scolpito la donna rifletteva intensamente nel silenzio generale poi, colta da un'improvvisa intuizione, rivolgendo lo sguardo verso suo marito, iniziò a comprendere.
Non era un segreto per nessuno quanto don Cipriano avesse desiderato avere un erede maschio e, seppure aveva accolto con una gioia tanto totale quanto inaspettata la nascita della piccola Eugenia, la moglie era certa, e quelle donne umili e semplici ancora più di lei, che un'eco residua di delusione echeggiasse comunque nel profondo del suo cuore.
Ecco perché avevano deciso di correre quel rischio, decisamente non c'era altra spiegazione: dalle anime semplici e schiette che erano avevano voluto portare una speranza nella loro casa, un po' di conforto per la delusione che comunque aveva segnato quella giornata speciale.
Graciana e sua figlia Sancha non potevano immaginare che la felicità di don Cipriano, che aveva preso di sorpresa persino lei, aveva scacciato completamente le ombre che si erano volute impegnare a scacciare, quindi decise di non umiliare la devozione che aveva spinto quelle donne a rischiare tanto pur di portare un poco di conforto nella loro famiglia, anche se non sarebbe stato affatto necessario.
Doña María sorrise affabilmente “Molto bene, vi ringrazio per questa premura, fate pure entrare vostra cugina” poi si rivolse alla sua cameriera personale “Consuelo, per favore aiutami ad alzarmi e ad indossare la mia veste da camera, desidero vedere mia figlia”.
Tra lo stupore generale la contessa, nonostante avesse messo al mondo una figlia solo poche ore prima, si alzò dal letto preparandosi a ricevere la veggente come fosse un'ospite di riguardo.
Era il suo personale omaggio a quelle donne che avevano rischiato tanto per loro.
La levatrice e sua figlia compresero immediatamente la natura e la portata di quel gesto e si commossero, sia pure silenziosamente, fino alle lacrime, poi corsero fuori dalla stanza.
Don Cipriano si avvicinò alla moglie “Sei davvero sicura di quello che fai?” le chiese con tono apprensivo.
“Si, Cipriano, lo sono: quelle povere donne hanno rischiato molto, e lo hanno fatto per te”.
“Per me?” c'era una sfumatura di sincero stupore nella voce dell'uomo “che significa? Che cosa vuoi dire?”.
Poche semplici parole e la donna fece partecipe il marito di quella coraggiosa premura che solo delle donne potevano comprendere davvero in tutta la sua delicata pienezza.


Quando Graciana e Sancha rientrarono nella stanza c'era una terza figura che le seguiva, minuta e delicata, che sarebbe potuta essere scambiata per una bambina se non fosse stato per il portamento eretto e fiero che ne tradiva inequivocabilmente la maturità.
La donna misteriosa si avvicinò alla contessa e le mostrò silenziosamente il proprio rispetto esibendosi in una perfetta riverenza che fece tintinnare graziosamente i numerosi monili metallici che portava attorno al collo e che adornavano le sue vesti azzurre, i polsi e persino il bordo della bandana che le copriva la testa.
Doña María disse in tono basso e garbato “Benvenuta”.
Così ritta in piedi, avvolta dalla semplice veste da camera bianca ed i capelli sciolti disordinatamente sulle spalle, dava l'idea di un ritratto della Santa Vergine in cui l'artista aveva voluto rappresentare più la donna e la madre che un trascendente simbolo idealizzato di fede.
“Grazie, mia signora” la risposta era stata pronunciata con voce chiara, quasi cristallina, aveva una tonalità che contrastava curiosamente con la saggezza, profonda ed antica, che promanava dalla figura della nuova arrivata.
La pelle era segnata dal sole andaluso ma era comunque piuttosto chiara, non sembrava affatto una gitana come si era aspettata.
I limpidi occhi celesti che sembravano scrutare quelli verdi della contessa di Teba da una distanza indecifrabile, posta più nel tempo che nello spazio, accentuavano quella sensazione assieme alle ciocche di capelli biondi ed ondulati che sfuggivano dalla presa della bandana azzurra decorata da minuscoli tondini d'oro.
Eppure...eppure pur non avendola mai vista prima quella giovane donna aveva qualcosa di familiare che la rassicurava, anche se si trattava di un curioso je ne sais quoi a cui Doña María, era sicura, non avrebbe mai saputo dare un nome.
Eppure quella sensazione fu sufficiente a rassicurarla e tanto le bastò per scacciare timori e paure.
Da qualche istante un silenzio sfumato d'imbarazzo era calato su tutti i presenti ma la contessa di Teba, sorridendo, prese il controllo della situazione con grazia e decisione “Grazie di essere qui, sono Doña María Manuela, contessa di Teba, come vi chiamate?”.
La veggente si rimise dritta in piedi e rispose “Mi chiamo Liliana, mia signora”.
Parlava uno spagnolo assolutamente impeccabile ma l'accento aveva in sé qualcosa di indefinibile e familiare allo stesso tempo a cui, ancora una volta nel giro di pochi secondi, Doña María non era in grado di dare un nome.
“Venite” disse tendendole una mano in un gesto colmo di rispetto e familiarità “mia figlia è qui che dorme” poi le due donne si avviarono verso la culla coperta da un'alta struttura di legno da cui scendevano, morbidi e leggeri come ali di fata, i finissimi veli che proteggevano la bambina dalla polvere e dagli insetti notturni.
Arrivate dinanzi alla culla le due donne furono sorprese di trovare la piccola Eugenia sveglia, con i grandi occhi azzurri spalancati, che le guardava come se stesse aspettando il loro arrivo.
La veggente si avvicinò alla culla ed iniziò a guardare intensamente la bambina per alcuni secondi poi, protetta dalle ombre danzanti del tramonto, sgranò gli occhi e, per qualche breve, terribile istante, sentì il respiro mozzarsi in gola mentre il cuore aveva improvvisamente iniziato a batterle furiosamente nel petto.
“Mia figlia, Eugenia” disse orgogliosamente Doña María, che non si era accorta di nulla, scostando con un gesto delicato della mano graziosa ed elegante, i veli posti a protezione della culla.
La veggente si avvicinò ancora di più senza distogliere lo sguardo dagli occhi della neonata che la fissavano a sua volta con un'intensità quasi insopportabile: era come se quella piccola creatura fosse già conscia del suo destino e la stesse sfidando a snudarlo come una spada di fronte al mondo.
Passarono altri istanti durante i quali l'aria sembrò appesantirsi poi la veggente iniziò a parlare lentamente con voce ferma “Questa bambina è speciale, è nata in un giorno speciale ed avrà un destino assai speciale, unico posso dire” stava scandendo le parole come se si stesse accordando ad un ritmo musicale “la sua vita in boccio si trova all'incrocio di un groviglio di possibilità dalle potenzialità insospettabili” scegliendole molto attentamente “guardando la sua fragilità non si potrebbe sospettare quale potenza cela il suo corpicino”.
“Che cosa significa?” intervenne impaziente don Cipriano.
La giovane donna trasse un lungo, profondo sospiro la cui intensità ebbe l'effetto di far salire un moto d'inquietudine nel cuore della contessa: ormai si era resa conto che la veggente che aveva detto di chiamarsi Liliana doveva dire qualcosa di fondamentale importanza sul destino della sua piccola creatura.
Era stata chiamata lì per questo, nella speranza di portare conforto al conte di Teba per la delusione di non avere avuto lo sperato erede maschio, ma la realtà ed i moti del destino sono indifferenti nel loro fluire ai desideri dei mortali e la veggente sapeva di non potere fare altro che calarsi ancora di più nel suo ruolo di tramite ed interprete del destino.
“Nel futuro di questa piccola...”.
“Eugenia! Il suo nome è Eugenia!” non poté trattenersi dal dire Doña María sentendo improvvisamente il suo cuore stretto da una morsa di gelo quasi insopportabile.
“Si, mia signora, nel futuro di Eugenia vedo delle prospettive grandiose: sarà riverita, rispettata, persino adorata, come una regina, ma sarà molto più che una semplice regina”.
A quelle parole una sinfonia di sospiri di sollievo colmò l'ampio spazio intorno alla culla.
“Le menti più brillanti del suo tempo la seguiranno, facendole ala come i cigni che circondavano il regale splendore della regina Cleopatra...” per un istante la veggente esitò perché temeva che il riferimento all'ultima sovrana legittima d'Egitto, finita così tragicamente, potesse aumentare l'inquietudine che era stata chiamata a calmare poi, constatando con sollievo che nessuno sembrava averci fatto caso proseguì “aiutandola nella sua missione di civilizzazione delle genti ed aiuto per gli sfortunati ed i diseredati della terra”.
Ormai nessuno fiatava, era chiaro come il suo discorso, o meglio la sua profezia, li avesse tutti incantati completamente “Eugenia sarà bellissima, ricchissima ed elegantissima, il suo gusto sarà assolutamente ineguagliabile ed influenzerà la sua epoca e le donne della sua epoca”.
“Dunque...” chiese ansiosamente don Cipriano “sarà davvero tanto ricca?”.
Liliana si volse verso il padre della piccola “Si, mio signore, lei sarà ricca oltre ogni immaginazione, risplenderà di sete finissime e gioielli inestimabili, sarà invidiata, persino idolatrata e nessuno, mai, potrà sottrarsi al luminoso incanto del suo fascino irresistibile”.
“E come sarà la sua vita?” la incalzò ulteriormente il padre.
Liliana gli sorrise rassicurante “Dovrà combattere, si, come tutti, ma il suo ingegno ed il suo spirito fiero la sosterranno sempre nel corso della sua vita, che sarà molto lunga, perché riuscirà a sopravvivere anche alle tempeste più terribili, sino ad essere eternata fra le stelle...insieme a suo figlio...”.
Quelle ultime parole erano state troppo.
Liliana si rese conto di essersi spinta davvero troppo in là ma dopo qualche attimo carico di tensione sperò con tutta se stessa che fossero state recepite come una semplice metafora celebrativa.
La domanda successiva gliene diede piena conferma.
“Allora avrà dei figli? Quanti?” chiese ansiosamente Doña María.
Anche se quella era una delle domande che la veggente aveva temuto più le facessero non si fece sorprendere e rispose prontamente senza voltarsi “Si, naturalmente, almeno due” benedicendo quell'opportunità di distogliere l'attenzione dei presenti da quelle ultime parole.
“Dunque mia figlia sarà bella, ricca, potente, avrà dei figli ed avrà anche una lunga vita?” chiese sempre più ansiosamente don Cipriano.
“Si, mio signore, sarà così”.
La contessa di Teba percepiva che c'era qualcosa di nascosto fra le parole della veggente, che pure stava dimostrando di saperle scegliere con una cura...forse...persino troppo perfetta allora, cedendo al puro istinto, fece di getto una domanda che le pesava nel cuore come un macigno.
“Mia figlia Eugenia...sarà...amata? Ci sarà amore nella sua vita?”.
La veggente era pronta anche a quella domanda ed ancora una volta rispose prontamente calibrando attentamente il ritmo quasi ipnotico con cui stava parlando “Si, mia signora, anche se, come tutti al mondo, avrà il suo personale fardello di dolore da portare sarà amata, molto amata, da molti”.
La capacità di Liliana d'intervallare il suo discorso con pause brevi e strategiche nel per spingere a focalizzare l'attenzione di chi l'ascoltava su argomenti specifici era frutto di un'esperienza che nessuno dei presenti avrebbe mai potuto immaginare.
Ancora una volta funzionò.
Il senso di sollievo che la contessa provò in quell'istante era immenso, eppure qualcosa nel profondo del suo cuore di madre sembrava ancora gridarle che non era tutto, ma lei decise di non badarvi per abbandonarsi completamente alla sensazione di meravigliosa leggerezza che stava prendendo possesso del suo cuore per via di quella splendida profezia.
Don Cipriano era raggiante, si diresse verso Liliana che, percependone la presenza dietro di sé, si voltò un istante prima che lui cominciasse a parlarle “Grazie, grazie buona donna, per queste meravigliose parole di speranza, che siate benedetta, ecco...tenete”.
Il conte di Teba prese da una tasca una moneta d'oro e, dopo avere preso la mano della veggente nella sua, gliela depose nel palmo, chiudendovi premurosamente sopra le dita.
La donna fu presa del tutto alla sprovvista: nonostante la sua Vista superiore quel semplice gesto l'aveva presa completamente di sorpresa e le parole le si spezzarono in gola mentre abbassava ripetutamente la testa in segno di ringraziamento poi, quando fu certa che tutto fosse finito, che lì il suo ruolo si fosse esaurito, si affrettò ad uscire dalla stanza, lasciando dietro di sé una gioiosa tempesta di speranze che però le pesava sul cuore come una tempesta di affilate lame di ghiaccio di una notte d'inverno sulle Highlands.


Lasciata la dimora dei conti di Teba Lily si liberò rapidamente dell'identità della gitana Liliana e subito dopo consegnò la moneta d'oro che aveva ricevuto dal Conte di Teba nelle mani delle incredule Graciana e Sancha prima di lasciare anche loro.
Le due donne non credevano ai loro occhi, con quella somma avrebbero potuto sfamare l'intera famiglia per almeno sei mesi così, non volendo umiliarle, la Strega Regina dovette accettare i loro ringraziamenti per alcuni minuti poi, finalmente, dopo averle benedette nel nome del Dio e della Dea, si congedò dicendo loro addio.
Mentre si allontanava scivolando fra le ombre che ormai avevano preso possesso della Calle de Gracia la Suprema benediceva ad ogni passo la divina intuizione che l'aveva spinta in quella remota città spagnola quasi un mese prima.
Da secoli ormai aveva accettato che le intuizioni non erano semplici pensieri ma doni degli dei che non si potevano discutere ma accettare semplicemente per come si presentavano e dunque, con tutta l'antica fede di cui era capace, si era piegata volontariamente dinanzi a quella chiamata, accettando il ruolo di catalizzatore del destino a cui era stata chiamata dalla Dea.
Per quanto fosse conscia che le profezie sono pericolose perché anche la semplice osservazione di possibilità future ne può influenzare il divenire aveva abbracciato il suo ruolo e così, dopo il suo arrivo nella capitale dell'Andalusia, aveva avvicinato la locale comunità gitana e nel giro di poche settimane ne aveva guadagnato a sufficienza la fiducia da raccogliere informazioni sufficienti per dare un senso compiuto alla Visione che l'aveva spinta fin lì, cosicché potesse portare a termine il compito a cui era stata chiamata.
Si sentiva profondamente triste, anche se sapeva che non aveva senso, ma ciò che aveva visto nel destino di quella bambina era di una tale portata da sconvolgerla, allora pensò che la Dea ed il Dio non le avrebbero rimproverato quel sussulto di semplice debolezza umana perché in fondo, nonostante i secoli che erano trascorsi dalla sua nascita, lei era e rimaneva comunque umana e le debolezze, anzi le fragilità, come quella erano ciò che le consentivano di non smarrire la sua preziosa anima nel cammino che era suo compito e destino percorrere attraversando i secoli.
Lasciandosi alle spalle la città di Granada Lily pensava a come la piccola Eugenia sarebbe stata il catalizzatore involontario di eventi inimmaginabili che avrebbero plasmato il futuro dell'umanità dall'inizio del secolo successivo e per un futuro molto lungo che nemmeno lei poteva, o forse non voleva, raggiungere con la sua Vista.
Nuvole oscure e dense portatrici di cambiamenti sconvolgenti si addensavano sul più remoto orizzonte del futuro e, per quanto le pesasse, sapeva che le sue parole erano state necessarie in quel momento ed in quel luogo perché tutto si compisse secondo un disegno del destino che era stato rimandato nel suo divenire per troppo tempo.
Il mondo aveva sofferto molto per questo, e molto avrebbe ancora sofferto, ma Lily trovò conforto nel pensiero che la crescita e la conquista, o la riconquista, dell'equilibrio sono processi che si pagano sempre a caro prezzo e sempre con la stessa moneta, il dolore, indipendentemente che si tratti di una persona o di un intero popolo.
Mentre si allontanava senza guardarsi indietro trovava conforto anche nel pensiero che, dopo avere scrutato anche solo un istante tra i possibili futuri che si dischiudevano di fronte alla piccola Eugenia, era riuscita a distogliere l'attenzione dei genitori da quello che aveva visto riguardo a ciò che avrebbe caratterizzato la vita della donna che quella bambina era stata designata a diventare dal Fato.
Non voleva mentire.
A nessuno di loro.
Non avrebbe mai potuto farlo.
Ma non voleva nemmeno ferirli.
Quello non era compito suo ma della vita stessa e così aveva risposto sempre con la massima sincerità a tutte le loro domande, anche se aveva incanalato la loro attenzione verso ciò che in quel giorno di festa non avrebbe portato altro che gioia e speranza.
Se si fosse rifugiata nella menzogna avrebbe ucciso non solo parte del suo mondo ma anche di quelli che sarebbero potuti essere nei giorni futuri influenzandone negativamente il divenire.
Un'autentica oscenità, assolutamente impensabile.
Quello era un atto efferato che avrebbe potuto corrompere, ancora prima che spezzare, innumerevoli vite, vanificando così l'opera che la Dea l'aveva chiamata a compiere in quell'angolo del mondo.
Lei era, ormai da secoli, la Suprema, la Strega Regina, e questo comportava il dono ed il fardello di una saggezza ed una conoscenza negata alla maggior parte dell'umanità, dunque non avrebbe mai e poi mai potuto macchiarsi di un tale delitto eppure, mentre svaniva nella notte andando incontro al futuro ed al destino, sentiva crescere dentro di sé ad ogni respiro un senso di gratitudine infinita per il fatto che nessuno dei presenti, completamente incantati dalle sue parole su di un futuro di ricchezza e di gloria, si era accorto che lei non aveva mai detto che la piccola Eugenia sarebbe mai stata felice.

Gabriel Wolf
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