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Autore: Teresio Asola
Titolo: All'orizzonte cantano le cascate
Genere Romanzo Storico
Lettori 121
All'orizzonte cantano le cascate

E le navi ballano sul filo, dalla via del sale a Capo Horn.

- Sì, Brett, ci siamo. Domani, 13 maggio 1846, parto e saluto questo fiume. Il vecchio padre Tamigi. -
Così esclamai quella sera di quasi un mese fa, la voce ferma e gli occhi spavaldi a contenere un senso d'inquietudine che cresceva al pari della marea che galoppava dentro il Tamigi. Il turbamento nasceva dalle incertezze del domani, assaggiate le traballanti sicurezze del presente. Mi ero lasciato andare a queste confidenze perché prima, ricambiatomi un cenno di saluto mentre ordinava la sua birra, il vecchio Brett mi aveva preannunciato, da uomo a uomo:
- Larry, ho voglia di raccontarti la mia storia da marinaio; non è eroica né esemplare, ma è vera. Avventure di mare, di donne impossibili, e... -
- E...? -
Affibbiatomi un buffetto sulla spalla, mi guardò serio, soggiungendo: - Una storia di mare, di speranza e dolore, a bordo della nave dove ho lavorato prima come marinaio semplice addetto al sartiame e alle vele, poi marinaio scelto, quindi secondo nostromo o nocchiere che dir si voglia e infine, nell'ultimo viaggio, come primo nostromo. -
Anch'io, dunque, sentito il marinaio, avevo voluto dire la mia con la notizia della mia partenza. Riempii poi il silenzio seguito al mio annuncio riflettendo che ultimamente, diciamo fra il '37 e il '45, avevo constatato dal limitato osservatorio nel mio angolino d'Inghilterra sparato nell'estremo Sud-ovest, che le cose non andavano come avrei voluto. Pochi se la passavano bene. A quanto vedevo, la disoccupazione era alta, la povertà in aumento e – a giudicare dalle verità forse persino un po' edulcorate dei giornali – gli indigenti morivano a centinaia, a migliaia. O forse a centinaia di migliaia.
L'anno scorso poi, il '45, era stato il peggiore di tutti, almeno per chi – la maggioranza – non disponeva di rendite e mezzi di sostentamento propri: io fra quelli, nonostante la mia piccola locanda che in tempi di affari meno zoppicanti si era dimostrata in grado di garantire il pane e il companatico. Da mesi arrivavano a frotte dall'Irlanda a causa della carestia scatenata da quella maledetta peronospora della patata. Dalle campagne torbose di tutta l'Irlanda quei poveretti sciamavano verso l'America e, in mancanza di meglio, le nostre coste. Ma il Regno Unito mica poteva reggere afflussi così sostenuti di contadini irlandesi affamati. A maggior ragione dopo che la scorsa estate le piogge violente e persistenti avevano causato un raccolto di cereali risibile cui seguirono carenza di pane e ulteriore disoccupazione per i braccianti.
Pure io non me la passavo benissimo. Anche per questo avevo deciso di partire. Avevo, anzi ho una professionalità e una locanda, vero. Facile dire - hai una locanda - , ma poi se non ci viene nessuno hai solo delle spese. Ti rimane la famiglia. E il mestiere che hai imparato. E allora che fare? - Ho un mestiere e parto - , mi dissi.
Questi e altri pensieri mi scorrevano per la testa come la marea lì davanti, mentre simulavo di trasmetterli a quel vecchio marinaio che – seduto di fronte alla sua birra – continuava a ignorarmi dopo il mio annuncio della partenza seguito al suo avviso di voler raccontare la sua storia.
È trascorso – mal contato – un mese di navigazione inaspettatamente tranquilla dall'incontro nei fumi di un pub del porto di Woolwich con il vecchio marinaio, al quale feci quell'annuncio e che per tutta risposta mi lasciò semplicemente ad annegare nei miei pensieri.
E ancora adesso, 2 giugno di questo 1846, ora che la John Calvin taglia fiera le onde dell'Atlantico, e io – finita la cena – come ogni sera siedo davanti a questi fogli e a una tazza di grog, la pipa in una mano e la penna che gratta la pagina nell'altra mentre i compagni bevono e cantano, quasi non mi pare vero che quanto annunciato con orgoglio a quello sconosciuto che manco si degnò di rispondermi subito, si sia poi realmente avverato, come testimonia il mio sguardo sul mare aperto.
Orbene, mentre aspettavo da Brett una risposta che tardava a venire, io continuavo a pensare, e intanto fissavo dalla finestrola del pub le sagome di alberi e pennoni, ridotte a linee spezzate dalla superficie irregolare del vetro, offuscate dall'alcool e impastate in un denso fumo di pipa dalle più diverse varietà di tabacco. Dopo aver riflettuto sulla carestia irlandese e sui cattivi raccolti di cereali dell'anno prima, tornai al pensiero che avevo esplicitato con quella notizia: sarei finalmente partito – dopo poche, affannose ore di sonno, per come mi conoscevo – come aiuto carpentiere su questa John Calvin, un bel brigantino a palo di 420 tonnellate battente bandiera inglese, registrato in Classe A1, costruito a Greenock e varato nel 1839, di proprietà di R.L. Hunter che ne è anche il capitano e con il quale vado molto d'accordo.
- Proprio così, Brett, domani parto - ripetei una seconda volta al vecchio marinaio che si ostinava a non rispondere, intento com'era alla birra e ai suoi pensieri, gli occhi nascosti dal suo enorme boccale quasi vuoto, inclinato a perpendicolo per farne discendere ogni residua goccia.
Indicai quindi – con la mano serrata a pugno attorno al mio boccale di birra – gli alberi delle navi e le vele ammainate che si intravedevano dal vetro rigato della finestra. Con il dorso dell'altra mano mi detersi una goccia di birra che mi scendeva dal mento, rallentata dalla barba di una settimana: lunga, perché era mia intenzione radermi bene l'indomani per massimizzare la soddisfazione del passare da una barba selvatica al liscio della mia pelle ancora giovane e non provata dal mare, così da celebrare al meglio la partenza.
Posai il boccale pieno a metà sul tavolo di rovere del pub e ripresi per la terza volta, sorridendo:
- Domani, tredici maggio, la mia nave salpa verso un paese a Sud del Capricorno, dall'altra parte rispetto al nostro meridiano, dove ora è già domani, è sempre il giorno dopo. Non è mai adesso. È sempre futuro. L'avvenire, di là dall'orizzonte. -
Pronunciai le ultime parole con tono solenne sguardo sognante, a giudicare dal riflesso della finestra il cui vetro stirato a mano mi rimandava qualche particolare mal composto del mio viso. Vi si leggeva una punta di orgoglio e di autocompiacimento per aver messo insieme quella formula di annuncio larvatamente misteriosa, sincopata come una giaculatoria, evidentemente tesa a impressionare, forse anche stupire, il vecchio marinaio che sedutosi di fronte a me aveva dichiarato senza preamboli – non richiesto – di chiamarsi Brett e voluto, lui, attaccare bottone per parlare di donne e di mare. In realtà, rispettando a metà l'intenzione dichiarata, dal primo argomento si astenne del tutto, concedendosi una doppia razione del secondo. Parlò di mare, Brett. A lungo, con l'emozione e il trasporto di chi l'aveva vissuto da dentro.
Brett non battè ciglio, a quel mio terzo tentativo di confidare la destinazione del mio viaggio. Sollevò soltanto un angolo della bocca ad accennare un mezzo sorriso, forse una smorfia. Di comprensione, di superiorità, non saprei. Sta di fatto che non rispose. Per qualche istante mi squadrò dall'alto della sua figura con lo sguardo serio, indurito dalle esperienze che gli avevano rubato il sorriso lasciandogli quel ghigno che – mezzo nascosto da una barba bianca di due dita – occasionalmente dava luogo a brevi scatti di riso, e regalato quella sicurezza che traspariva bene dai gesti misurati e dai suoi occhi azzurri, profondi come il mare.
Il mio annuncio striminzito, risoluto nel tono ma sibillino nel contenuto e scarno di dettagli perché io stesso ne andavo cercando, non lo aveva turbato, né in bene né in male. Certo non l'aveva impressionato, né stupito.
- Io sono maestro d'ascia - proseguii con l'intenzione di darmi un po' d'importanza mentre sorvegliavo Brett alle prese con il suo terzo boccale di birra.
- Beh, in verità un giovane maestro d'ascia, e non ho mai lavorato in mare, ma sempre in cantiere - aggiunsi per onestà e per evitare di essere colto in castagna da una domanda trabocchetto o da eventuali richieste di approfondimento, inesperto com'ero sui fatti di mare e della vita più in generale, intimidito dal suo silenzio e dai suoi occhi orfani di sorriso. Colsi nello sguardo fermo di Brett un ammiccante cenno d'approvazione, e d'un fiato gli dissi:
- Vedi, Brett, io ho lavorato tanti anni nei cantieri di Bideford e di Appledore, il mio paese proteso verso le Americhe, ma da qualche tempo sentivo la voglia di vedere qualcosa di questo mondo, fuori dal mio Devon. Allungare lo sguardo, questo volevo. E ancora desidero. E poi, da tempo pensavo di guadagnare qualcosa di più per dare alla mia famiglia un futuro migliore. Ho scritto allora ad alcuni armatori proponendomi come carpentiere navale, finché ne ho trovato uno disposto a darmi il destro per mettermi in gioco come aiuto carpentiere. Ed eccomi qui. -
- Bravo Larry, ottima scelta - mi disse finalmente l'anziano Brett con voce grave e quello sguardo cupo, - gran bel lavoro quello del carpentiere, allora mica parti da zero come ho fatto io, lasciatelo dire da uno che la gavetta se l'è fatta e ha finito – come nostromo – col comandarlo, il carpentiere. Bravo, Larry. Alla fine dei conti, è il carpentiere che tiene la barca a galla sistemando fasciame, alberi, pennoni e tutto il crociame. -
Brett si scolò l'ultimo sorso di birra, si asciugò la bocca e la barba bianca sul mento col dorso della mano libera, posò il boccale sul tavolo di rovere reso unto e appiccicaticcio dai residui di cibarie, scostò un lungo ciuffo bianco dalla fronte, e mi puntò il dito socchiudendo un occhio per mettermi bene a fuoco e sincerarsi che la mia attenzione fosse massima:
- Ottima scelta davvero. Però, Larry - mi ammonì il vecchio marinaio – e se si guardava bene si poteva intravedere un inizio di sorriso, finalmente, e gli occhi strizzati di chi vuole squadrarti ben bene e fulminarti – - però tieni conto di una cosa. Io non ho visto con i miei occhi ma ne ho sentito raccontare, di carpentieri cui è stato chiesto di fare da chirurgo. Sai, tagliare dita, se ti va male pure gambe o braccia, oppure cavare denti, ricucire ferite, quelle cose lì. Questo, perché voi carpentieri avete tutti gli attrezzi utili ad amputare e a tagliare netto. Non dico di fino, ma almeno preciso. Un po' come i barbieri, ma meglio. Sega, ascia, ascetta, mazza, scalpello, raschietta, oltre a sgorbie, trivelle e maglietti. Siete meglio equipaggiati di un cuoco, che normalmente è meno abile di un carpentiere perché di solito non è manco macellaio, ma un semplice marinaio improvvisatosi a maneggiare un po' di cibo rinsecchito. -
- Ma questo vale sulle navi pirata - mi affrettai a precisare, il cuore in tumulto e la voce rotta dal turbamento, azzardando lì per lì una spiegazione che escludesse quelle pratiche dal mio orizzonte e sperando che la mia teoria improvvisata fosse vera. La schiena dritta, l'espressione del volto fiera, afferrai con gesto fintamente pacato il mio boccale di birra, ne bevvi nervosamente e vi annegai lo sguardo preoccupato. Quindi, posata la caraffa che quasi scivolò per le mie dita sudate, mi voltai verso la sala fumosa che si stava spopolando, in maniera da non guardare per un attimo Brett ed evitare che il mio viso potesse tradire lo stato d'animo che le sue parole mi stavano facendo provare.
- Non solo, Larry. Anzi. Non escludo che ancora oggi possa succedere - commentò ancora Brett con sorriso malefico.
Mi guardò a lungo e, pago di avermi impaurito come si vedeva dai miei maldestri tentativi di dissimulare le mie occhiate inquiete, aggiunse serio:
- Il carpentiere è responsabile del buon stato di alberi, pennoni e scafo. Ripara, sega, lega, taglia. Lavoro fondamentale. -
- Brett - interloquii rapido, desideroso di uscire presto da quel pantano, - visto che ci sei sull'argomento e sei stato nostromo, dimmene altre sui doveri del carpentiere in mare, su. Forza. -
Parlai producendomi in un goffo tono di sfida, allarmato com'ero dalla prospettiva di incombenze fuori programma, io che alla vista del sangue più di una volta mi ero sentito mancare; ma questo dettaglio mi guardai bene dal farlo presente.
Brett ci pensò su e mitragliò, enumerando sulle dita:
- Uno, controllare alberi, pennoni e scafo, due, infilare stoppa fra le giunture ammalorate delle tavole del fasciame, sistemare cunei e tasselli di legno nelle fessurazioni per mantenere stagna la nave, tre, riparare alberi e pennoni. Quattro - e qui rimase qualche secondo in silenzio squadrandomi con un ghigno malizioso, come a voler assaporarsi l'attesa e tastare ulteriormente la mia solidità d'animo, - quattro, operazioni chirurgiche e amputazioni con gli stessi attrezzi e anche senza anestetico, e se ne vogliamo aggiungere un quinto che li raggruppa tutti, massima precisione e solerzia nei compiti per evitare di essere messo ai ferri, fustigato, legato o di doverti godere la brezza marina dalla punta dell'albero maestro. -
- Rieccolo con questi argomenti - pensai rabbrividendo. Brett abbassò la mano con il suo cinque, prese dal tavolo la pipa rimasta a riposare in attesa che egli scolasse il boccale, la riaccese, ne tirò una voluta e torse le bocca, finalmente, in una breve risata cupa, roca, che mi evocò in quella taverna buia le atmosfere di uno di quei racconti gotici che mi aveva passato tempo addietro il mio dottore, un vecchio cerusico che oltre a curare i corpi aspirava in aggiunta a medicare lo spirito, e continuò a infierire:
- Ah, caro carpentiere di terraferma! Ma tu sai che su queste navi per un nonnulla puoi essere chiuso in cabina, picchiato con una cima, legato mani e piedi sopra la ruota dell'argano – sai, quello per sollevare e abbassare l'ancora – con una sbarra di legno legata sulle spalle, e ti si può azzerare per giorni la razione di pesce e verdura? Ti dirò di più, se canti quando non devi o se sei appena un po' brillo puoi essere messo ai ferri, e ti danno una razione di botte se a svolgere un compito sei più lento del dovuto, oppure ti frustano se per distrazione lasci andare alla deriva la tua scialuppa, se ti ubriachi, se sei impertinente verso i superiori, se non ti lavi, se non hai avvistato una nave che si avvicina, se non sai usare la bussola, se impugni male il sestante, se parli quando non ritenuto opportuno e se non sai issare o ammainare o cazzare o lascare a dovere le vele. In tutti questi casi, e molti altri che non ti dico, sono guai. -
Mentre Brett parlava di queste punizioni io avevo continuato a pensare a quei libri del vecchio dottore. Non ricordavo se fossero pagine di Le Fanu, oppure dei meno recenti Lewis o Walpole; Il Castello di Otranto? No, Lewis, forse, perché parlava di un monaco spagnolo e dell'Inquisizione.
Si grattò la crapa, Brett, mi guardò serio, gli scappò un mezzo sorriso trattenuto, quindi concluse, indicando le navi là fuori:
- O adesso non è più proprio così? -
L'eventualità che qualcosa fosse cambiato non mi diede conforto. Mi guardai nuovamente intorno un po' intimorito, pentito di aver detto a Brett che stavo per partire come aiuto carpentiere, perché così avevo dato la stura a quei racconti che certo non mi incoraggiavano alla partenza. Rimuginavo su quanto fosse stato inopportuno confidarmi, proprio io che di solito non racconto i fatti miei agli estranei e neanche ai consanguinei o a quei pochi amici, ma questo vecchio doveva aver guadagnato la mia fiducia col suo annunciato proposito di volermi raccontarmi la sua storia. Almanaccai per un attimo su come Brett mi aveva preannunciato la sua storia, con voce roca sottolineata da brevi gesti misurati, poco dopo avermi salutato lì dove ancora adesso eravamo seduti, al tavolo del The Bag o'Nails. Per questo, io mi ero lasciato andare con la mia faccenda del saluto al vecchio padre Tamigi, e da lì egli si era messo a dispensarmi consigli. Anche quelli non richiesti e non graditi. E a regalarmi avvertimenti e a prendersi gioco di me, carpentiere di terraferma senz'arte né parte. E senza storie da raccontare.
Ripresosi da quella che mi era parsa una lugubre risata, Brett incominciò finalmente a narrare. Io mi disposi ad ascoltare in silenzio.
- Il mio veliero - esordì Brett, ansioso di sfoggiare quel po' di competenza che si era costruito in tanti anni di marineria, - si chiamava Sesostris, 488 tonnellate, costruito nel 1818 a Hull. -
Sorrisi io, al sentire quel nome, Sesostris, e al pensiero che la nave fosse stata varata a Hull . Curioso questo Sesostris, e persino Hull. E lo dissi infatti, a Brett. Non di Hull, non osai arrivare a tanto..

Teresio Asola
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