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Autore: Mauro Zanetti
Tracce Parallele
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Tracce Parallele
Trento, 27 aprile. Alessandro si sta recando dal notaio con passo rapido e deciso. Nonostante non sappia nulla e non abbia ricevuto delucidazioni nei giorni successivi alla notifica, non riesce ad essere pienamente tranquillo. Anche il suo lavoro ne sta risentendo tanto che il signor P. è sul punto di licenziarlo, ma la cosa sembra non turbarlo più di tanto, quasi che questa vicenda dell'eredità stia facendo passare tutto il resto in secondo piano, anche ciò che fino a qualche tempo prima sembrava di vitale e primaria importanza. Ormai in ogni modo ci siamo, qualunque sia l'arcano nascosto dietro quest'affare tra poco sarà svelato e ci saranno nomi, cognomi e volti contro i quali, semmai, imprecare, urlare e dare battaglia. Molto meglio. Fantasmi e mulini a vento sono avversari senza dubbio più insidiosi.
Appena varcata la porta d'ingresso Alessandro è cortesemente bloccato dalla segretaria del notaio:
- Buongiorno, posso aiutarla? -
- Si, sono Alessandro De Vecchi - dice, porgendo alla ragazza la lettera con la convocazione.
- Benvenuto signor De Vecchi - esclama la giovane donna. - La prego di accomodarsi, il Dott. Libardi la riceverà fra qualche momento. -
E così dicendo indica ad Alessandro un paio di poltrone di pelle nella sala di attesa.
L'occhio di Alessandro, deformato dalla professione, analizza lo spazio circostante con clinica precisione. Nessuna rivista di gossip o di qualsivoglia cronaca rosa sul tavolino di fronte alle poltrone, nemmeno quotidiani locali. Solamente due o tre giornali nazionali e un vaso di fiori freschi che, presumibilmente, vengono sostituiti tutti i giorni. L'impressione che Alessandro ne ricava è quella di...
- Signor De Vecchi? -
Il flusso dei pensieri viene interrotto da una voce profonda e pacata. La porta dello studio si è aperta ed è sbucato il notaio, un uomo sulla settantina, che esibisce una candida e curatissima barba, centro focale di un viso austero e al contempo gradevole. Alessandro si alza di scatto e stringe rispettosamente la mano del notaio, con quella deferenza che spesso immotivatamente si riserva a chi occupa una posizione lavorativa di prestigio.
- Prego mi segua - , dice il notaio, che già si sta incamminando verso la sua scrivania. Con un gesto ampio del braccio che sembra simulare il lancio di un freesbee, indica ad Alessandro dove sedersi.
- Vede Signor De Vecchi, la situazione che la riguarda è del tutto particolare e onestamente nulla di simile mi era mai capitato in tanti anni di carriera. -
- Mi scusi se la interrompo ma proprio a questo riguardo vorrei anticiparle che credo si tratti di un qualche malinteso o fraintendimento, in quanto io... -
- Mi perdoni lei Signor De Vecchi ma non c'è nessun malinteso né errore, mi creda. Posso capire però il suo stupore in quanto, come ebbi a dirle poc'anzi, la situazione che è venuta a crearsi pare essere ai limiti del credibile. -
Alessandro segue le parole del notaio con attenzione e timore crescenti, proprio non comprende di cosa stia parlando ma si sente avvolto da una sensazione che non gli piace. Per niente.
- Qualche mese fa si è presentata da me una donna, e sinceramente non so perché proprio da me, raccontandomi una storia intricata e avvincente, chiedendomi un aiuto legale. Sulle prime devo confessarle che non avevo nessuna intenzione di occuparmene, preso com'ero da alcune pratiche lunghe e complicate, ma poi i dettagli, la foga con cui la signora mi raccontava i fatti mi hanno incuriosito e quindi eccomi qua con lei, signor De Vecchi. -
- Seguito a non capire. Cioè, intuisco che in qualche modo il racconto della signora mi riguarda ma non riesco ad andare oltre... proprio non ho agganci e sinceramente, mi perdoni, ma questa situazione comincia a pesarmi. Non vorrei sembrarle scortese ma preferirei se iniziassimo a giocare a carte scoperte, non so se mi spiego. -
- Si spiega benissimo, e sono dolente di non poterle dire di più per il momento, non me ne voglia ma sto curando gli interessi di una mia cliente, per ora posso però darle questa. - Dice il notaio allungando ad Alessandro una lettera.
Le campane del Duomo rintoccano il mezzogiorno quando, ancora stordito dal colloquio, si allontana dallo studio, si siede sul basamento in pietra della fontana del Nettuno e apre curiosissimo la busta. All'interno non c'è una lunga lettera chiarificatrice come avrebbe sperato, ma un semplice bigliettino. La comunicazione, brevissima, quasi un appunto, è scritta a mano:

Rimani nel tuo ufficio sabato mattina.
Arriverà una persona a spiegarti meglio.

Mancava solo questo per confondere le idee di Alessandro. Ora il disordine è completo. Cosa diavolo sta succedendo? Un leggero formicolio gli intorpidisce le mani e il cuore comincia a pompare sangue nella testa. Deve alzarsi e camminare per cercare di tranquillizzarsi.
L'incontro

Sabato arriva con una lentezza esasperante, uno stillicidio di minuti che Alessandro sente uno ad uno sulla pelle. Ha passato la notte sulla poltrona del suo studio in un penoso alternarsi di sonno e bruschi risvegli, si è anche ritrovato a guardare l'alba come non gli capitava da anni. Poi si è riaddormentato. Quando il campanello suona, spalanca gli occhi come se una mano lo avesse strappato da un'altra dimensione. Nausea, vertigini e labbra secche. Riesce a malapena ad alzarsi per darsi una sistemata alla giacca stropicciata e a sciacquarsi la bocca con un sorso di succo di frutta, poi si piazza davanti alla porta che prepara socchiusa. Appena sente bussare, ha giusto il tempo di dire avanti, poi lo vede, o meglio, si vede. Lui, cioè un altro lui che lo fissa attonito, bloccato come una statua. Ecco cosa sembra, proprio una statua di cera, uno di quegli splendidi e inquietanti cloni da museo Tussauds. Chi cazzo sei tu con la mia faccia? Dio, la mia faccia... che razza di scherzo è mai questo? Un torrente di pensieri che inonda la mente e il corpo incapace di reagire. Sembrerebbe semplicemente un uomo allo specchio ma non è così, i vestiti sono diversi, la pettinatura è diversa, non è semplicemente un uomo, sono due uomini. Poi d'un tratto il sosia si gira di scatto e in un batter di ciglia si dilegua dalla vista di Alessandro che solo in quel momento si desta e accenna un inseguimento che subito però si smorza sul giro scale mentre osserva il portone chiudersi.
Una birra, ecco cosa ci vuole, Alessandro apre il piccolo frigo del suo ufficio. Antonio entra in un pub. Due mani, due gole, due lunghi sorsi. Alessandro si sposta compulsivamente, muove penne e sfoglia quaderni per non pensare a ciò che ha visto. Antonio, seduto sulla sedia del bar, tamburella nervosamente con le gambe.
Il messaggio lasciato nella segreteria telefonica diceva di scusarlo per l'improvvisa fuga ma che lì per lì non era riuscito a fare altro, diceva inoltre che non era in grado di darsi uno straccio di spiegazione per ciò che stava accadendo ma che senza dubbio dovevano vedersi, o meglio rivedersi prima possibile, anzi quello stesso pomeriggio se lui non avesse avuto nulla in contrario. Lasciava anche un numero di telefono da contattare in caso di complicazioni, altrimenti sarebbe ritornato allo studio verso le tre. Diceva di chiamarsi Antonio.
Alessandro, nonostante lo sciame di pensieri che gli squassa la mente, si rende perfettamente conto di non poter evitare quell'incontro che al contempo anela e rifugge, capisce per di più che è davvero inutile se non dannoso continuare morbosamente a cercare risposte a domande che non è in grado di formulare. A che serve torturarsi con labirintiche ricostruzioni e tuffi nel passato se quello che ha visto rasenta l'impossibile? Sceglie quindi di prendere qualche goccia di tranquillante, buttarsi sulla poltrona e aspettare. Semplicemente, teatralmente, aspettare.
Antonio nel frattempo passeggia senza meta in una città che non conosce, tutto gli pare ancora più irreale, senza peso e forse per questo un po' di tensione gli sta scivolando via, seppur a fatica. Per la prima volta da quando è arrivato a Trento da Roma, inizia a riflettere coerentemente sul quadro complessivo della vicenda, si rende conto che l'unica cosa certa, chiara e incontestabile sulla quale riflettere, è il fatto che quella mattina ha visto un uomo identico a lui. Non è poco porca puttana, pensa raggelando, ma è realmente l'unico appiglio razionale al quale aggrapparsi per non impazzire. Quindi? Uno scherzo gli pare ora poco plausibile, sebbene lo avesse in un primo tempo preso in considerazione, chi mai si potrebbe prendere la briga di organizzare una burla di questa entità facendolo anche spostare di seicento chilometri da casa sua, no, ora la vicenda gli pare più seria e l'ipotesi maggiormente credibile non riesce nemmeno a pensarla. Eppure è ovvia.
Le campane annunciano con tre tocchi che è arrivata l'ora della verità. E' l'unica frase, retorica e stupida, che passa nella mente d'Alessandro mentre attende l'ospite che ha appena citofonato. Giusto il tempo di commiserarsi per la scarsa creatività ed eccoli nuovamente di fronte.
Alessandro invita Antonio ad entrare con un gesto lento e impacciato come se stesse aprendo una porta al rallentatore, si siedono su due poltroncine in assoluto e soffocante silenzio, non si guardano direttamente in viso ma tengono piuttosto gli occhi sul pavimento o sulla finestra, sbirciandosi solo per brevissimi istanti e portando via di volta in volta un microscopico fotogramma dell'altro, nella vana speranza di rendersi conto di essersi sbagliati la volta precedente, di aver avuto un'impressione ingigantita della realtà e che sì, si assomigliano, ma non sono poi così uguali. Invece niente. Ogni volta che uno dei due adocchia un particolare dell'altro, riconosce un pezzo di sé. In qualità di ospite è Alessandro il primo a rompere, o meglio a scheggiare, il ghiaccio:
- Vede... io davvero non so che dirle... -
- Non si preoccupi, cioè credo che il suo imbarazzo sia anche il mio, il fatto è... -
Nel pronunciare queste parole Antonio alza meccanicamente gli occhi per cercare quelli dell'interlocutore, come normalmente accade e Alessandro fa lo stesso. I due restano impietriti, nuovamente in silenzio, non c'è spazio per le parole, non c'è fisicamente spazio per le parole in mezzo a tutti quei pensieri, sembrano due animali che si squadrano per capire se hanno davanti una preda o un predatore. Quasi si annusano.

Mauro Zanetti

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