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Il braccio d'oro Quel matino, il sole non s'era proprio deciso a vegnì fuori. Andrea Vianello, Commissario di Polizia al Sestier di San Polo, s'era svegliato con una certa malinvoglia che gli strucava l'anima. E non era solo colpa del tempaccio, ciaro e sciapo come un brodo di verdura zà magnato, ma di una gran mancanza di nervo che si portava drìo da giorni. S'infilò la vestaglia – certo non di seta, ma di una stofaccia scura che a vèderla pareva un scarsèto di merluzzo – e tirò la tenda. Il Canal Grande, lì sotto, non era il solito specchio di colori vivi e lùseri, ma una brodaglia grigio verde che s'impastava con l'aria. Era 'na bruta matina per ciapàr un omo di petto e buttarlo in galèra, e Vianello aveva 'na scarsità di voglia che paréa 'na rota sbusa. Si strascinò in cucina. L'appartamento, drento un palazzo un po' sbianchito ma sólido che dava proprio sul Canàl, era troppo lùsero e ordinato per i suoi gusti: colpa di Maria, la sua morosa che stava a Mestre e che, ogni volta che vegnìa a trovarlo, scatenava 'na guera al disordine. Montalbano, pensò Vianello con un po' d'invidia, almeno lui la sua Livia l'aveva a distanza di navi e montagne. Aprì la ghiacciaia. Niente roba giusta. Un pezzo di parmisan secco come 'na scarpa vècia, un scarsèto di prosciuto che parea carta da zùcaro, e tre sardèle in saor stravècie che s'avevano fatto la muffa in punta. «Porca Paletta!» borbottò in venesian streto. Quando s'era messo in testa di magnàr bene, era peggio di una partenza per la guera. Decise per un café stracóto e un tocón di pan vecchio zà duro. Mentre se lo mandava zò, il telefono squillò. Un gran fracasso che gli rompeva la bónda della matina. «Diga!» «Commissario Vianello? Són Catelan. Gavè da vegner subito, ghe xe un morto... bruto bruto...» La voce era del suo Agente preferito, un ragazzo che pareva un po' rincoglionito ma che in realtà aveva 'na memoria da elefante e 'na capacità di intuizione strana assae. «Catelan, ciama el dòtore Lódo e la scientìfica. Immagino che sòn là drento anca lori. E ghe domanda un piassér: gavé trovà 'l morto in mezo a la piaza o drento 'na góndola scomoda?» Ci fu un mormorìo dall'altra parte. «Ghe xe un barchéto, Commissario. Fermo drento 'l Canal de Cannaregio, vicin al Ghetto. E 'l morto... sì, 'l morto l'è bruto e ghe manca un pezzo de corpo.» Vianello si fermo col café a mezza boca. Stava iniziando nel modo peggiore. «Vado a vestìrme, Catelan. Te ciamo fra dieci minuti par saber coza gà fato la vostra scarsa polizia scientìfica.» Riattaccò. Il café gli era diventato freddo. Guardò fuori ancora 'na volta. Il Canal Grande era là, grigio e malinconico. Venezia era 'na donna bellissima che s'era svegliata con un gran mal di testa. E adesso tocava a lui, Andrea Vianello, il Montalbano della Laguna, a darghe 'na man a capir coza la gà combinà la notte prima. Vianello si vestì alla straca, mèténdose un pantalòn grìso che gàveva l'aria di aver passà la guèra e 'na giàca scura che gàveva visto troppe morti per mantègnerse elegante. Butò la scarsela col tesserìn della Polizia drento 'l sacòcio e uscì di casa. La matina era peggio di quello che s'aspettava. L'aria pareva 'na spugna fréda e la nebia basa tendeva a ingrumar i suoni e i colori. Ciapò la strada per il traghetto di San Tomà, pensando al morto senza pezzi che Catelan gàveva nominà. Un morto senza pezzi a Venezia era 'na cosa che 'l sentiva bruta, non era roba da risse da bàcari o conti non pagati. Fortunato Montalbano che in Sicilia i delitti erano tutti o d'onore o di mafia, da lì non si scappava. A Venezia invece tutto 'l dovéva essere confuso, sfumà, come un còlore che se ne va via co la marea. Arrivò al traghetto e ciapò un vaporetto stracàrico de turisti tèdeschi che parlàva co 'na voce alta che ghe tagliava i nervi. Riuscì a scendere a Ca' d'Oro e s'infilò dentro le calli strette di Cannaregio, dove l'odore di fritole e salsa di pesse s'impastava con quello salmastro della laguna. Il barchéto era fermo in una darsena un po' nascósta, vicino a un vecchio squero abbandonà. Il posto aveva l'aria di quelli dove la brava gente non ghe va se non per sbaglio. C'era già 'na piccola ressa di curiosi che gàvevano fiutà la novità, ma Catelan aveva messo un cordòn come Dio Comanda. «Dòtore Vianello! Bon dì!» L'agente Catelan era lì, un giovane alto e spallato, con una faccia onesta che pareva appena uscito dal seminario. Ma invece delle sante immagini, gàveva in testa 'na quantità di dati e notizie che solo lui sapeva dove se le andava a pescar. «Catelan, ma che succede qua? Sembra'na sagra delle maschere tristi.» «Ghe xe la nebia, Commissario, e la gente curiosa. Ma ghe xe soprattutto 'l morto. È sotto la tela là, drento a quèl barchéto da pescator vècio.» Vianello si avvicinò. Il dottore Lódo, il medico legale, un omo magro e preciso che gàveva sempre l'aria di aver dormito poco, era già al lavoro. «Lódo, bon dì. Coza me gai combinà sta volta?» Il medico si tolse i guanti bianchi e sospirò. «Vianello, caro mio. Un bèl lavoro di macelleria. Venga qua a vèder coza ghe manca a 'sto póro cristo.» Vianello si chinò sopra la barca. Il corpo era di un uomo di mezza età, vestito male, con una giacca vecchia e della stoffa piena di macchie di sale. La cosa che saltava subito all'òcio era la mancanza non solo di un pezzo, ma di un arto intero. Il braccio sinistro, dal gomito in giù, era stato nettamente tagliato via. «'Na sega eletrica?» chiese Vianello, sentendo un certo nodo alla gola. «No, Commissario. Non la sega. Un taglio netto. Fatto con un arnése che taglia bene. Molto bene. E la cosa più strana è che l'emorragia... non xe stà quella che lo gà portà alla morte.» «Allora 'l morto non è morto qua?» «Credo di no. È stato ucciso altrove, dissanguato – ma non per 'sta ferita – e poi mutilato e lasciato a gàlejar in 'sto barchéto di miseria.» Lódo si sistemò gli occhiali. «Ah, e un'altra roba: sulla mano che ghe resta, ghe xe un anello strano. Vèda lei.» Vianello guardò il dito della mano destra. Un anello grosso e pesante, con un simbolo particolare: una specie di onda che s'incrociava con un compasso. Non era roba da pescatore. «Catelan! Sveglia! Vài a farmi un giro tra i bàcari qui vicini. Gavémo un morto strano che pare un masson che s'è messo a far la guida turistica. Vòglio saber chi è 'sto cristo, dove magnava, dove dormiva, e soprattutto chi è 'sto macellaio che ghe taglia i pezzi.» Catelan, nonostante la descrizione un po' forte, annuì con la solita efficienza. «Subito, Commissario! Vado a far un giro a tuto quello che xe qua vicin!» Mentre Catelan si allontanava svelto, Vianello si sentì lo stomaco strùcàrse. Aveva bisogno di un buon caffè caldo e magari un cicchetto che ghe dasse 'na scossa. Ma prima, dovév a far la cosa che lo sfricegava di più. «Lódo, dàme due minuti. Voglio restar sol co 'sto morto. Ghe vòglio domandàr qualche roba.» Il medico alzò le spalle, capendo che col Commissario Vianello non c'era nulla da far. Vianello doveva sempre parlàr coi morti prima di darli alla scienza. Il Commissario si chinò sulla barca. Il silenzio della darsena era pesante. «E alora...» sussurrò al cadavere. «Chi te gà combinà sto bèl guaio? E soprattutto, coza ghe servìa de tòrse el tò bràcio? Non mi piace, sta roba. Non mi piace par niente.» Vianello si sentì ancora più solo di prima. Venezia, in quella matina grigia, aveva mangiato un suo pezzo, e adesso tocava a lui, Andrea Vianello, capir coza ghe era rimasto da salvare. Dopo esserse sfogà col morto – che, come al solito, non gàveva dàto né risposte né lamenti – Vianello lasciò il medico legale Lódo a cavàr fuori le sue conclusioni scientifiche dal cadavere. La sciensa, pensava Vianello, era 'na cosa útile, ma fredda e sénsa ànima. Lui preferiva il metodo vecchio: sentìr l'odore della paura e della voglia di far giustìssia. Tornò nella calle principale, sentendo ancora sulla pelle la frédezza e l'umido della darsena. Ghe voleva un posto càldo e un caffè forte come 'n a martelàda. Si infilò nel primo bàcaro che gàveva visto, tutto un luccichio di vetro e legno scuro, dove il proprietario, un omo càldo e rosso in faccia, stava già servendo i primi ombretti della matina a un paio di murari stanchi. «Bon dì, Commissario! Cosa gavé bisogno?» «Un caffè, par carità, che sia 'na roba giusta. E se gavé un cicchetto co qualche sardela in saor appena fatta, ve dago la benedizión.» Il proprietario sorrise. «Sardèle fresche, Commissario. Le go fatte 'sta nóte. E 'l caffè 'l sìnghia!» Vianello si mise in un angolo a magnàrse le sardele che erano un capolavoro di dolcezza e acìdo, un vero rìconforto dopo la visione bruta del morto mutilato. Il caffè era nero e forte il giusto. Non gàveva nemmeno finito di magnàr quando il telefono squillò ancora. Era una chiamata che non gàveva voglia di ciapàr. Il suo capo, il Questore Bàsso, un omo della Terraferma che non capiva niente di Venezia e aveva sempre fretta. «Vianello! Ma dove sìto andato a finir? Mi hanno chiamato dal Ministero! Un morto mutilato a Cannaregio! Un fatto gravissimo! Cosa manca a quèl corpo?» La voce del Questore era alta e sferragliante, che pareva 'na batàna sénsa olio. «Questore, ghe manca un bràcio. Dal gomito in giù. Un taglio nettíssimo. Ma la morte ghe è vegnùa prima, credo per soffocamento... o qualche roba del genere. Lódo sta lavorando.» «Un braccio! 'Na roba orrenda! Ma chi è la vittima? Gavé documenti?» «Documenti niente. Ma ghe xe un anello strano, Questore. Un simbolo massònico o qualche roba del genere. 'Na onda e un compasso incrociati.» Ci fu un silenzio improvviso dall'altra parte. Un silenzio che a Vianello non piacque par niente. «Vianello... Lei è sicuro di quel simbolo? Un'onda e un compasso?» La voce di Bàsso s'era fatta bassa e viscida, come l'olio vecchio del propulsòre del traghetto. «Sicurissimo, Questore. Perché domànda? Ghe xe qualche roba che non va?» «Niente, niente! Continui le indagini con la massima riservatezza! Non parli di questo anello con nessuno! Assolutamente con nessuno! Capito? Vianello! Le do un ordine di servizio!» Vianello riattaccò, guardando il pezzo di pane che ghe era rimasto nel piatto. Aveva perso l'appetito. «Porca Paletta, allora gò ciapà un vespàro!» sussurrò a se stesso.
Luca Fantin
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