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Un'indagine milanese del Tomba.
Rallento, accosto in seconda fila e mi fermo. Unisco le mani e le muovo su e giù di fronte all'assurdo spettacolo che mi si para davanti. Nonostante manchi poco all'inizio del nuovo anno e la temperatura sia di poco sopra lo zero, la presenza delle volanti, del furgone della Scientifica e l'automedica hanno distolto i residenti dalla corsa all'ultimo acquisto. I giardinetti di fronte alla scuola sono gremiti di curiosi, sotto la pensilina alla fermata dell'autobus si accalcano quelli speranzosi in una visuale migliore. Un paio di vigili urbani sospingono sull'altro lato della strada chi si è piazzato sul gradino in cemento che fa da mezzeria. Per fortuna ci sono anche i Carabinieri, loro presidiano la zona dei negozi. C'è un pertugio fra le auto parcheggiate, ci infilo il muso della Giulietta e salgo con le ruote sopra il marciapiede. Un vigile mi viene incontro a passo spedito: gli mostro il tesserino, alza una mano per scusarsi e torna a far indietreggiare le persone. La cartoleria è inglobata in un palazzo di tre piani pitturato nella parte inferiore con una tinta grigio chiaro, che più in alto diventa gialla. Il negozio dov'è stata rinvenuta la vittima confina da un lato con una pizzeria d'asporto, dall'altro con il portone d'ingresso. Poco oltre, c'è un'altra pizzeria d'asporto e un negozio cinese con l'insegna intraducibile. Mi stupisce non trovare le solite scritte sui muri, però non mancano i graffiti sulle saracinesche abbassate. Leardo mi intercetta davanti all'ingresso. «Venga con me, dottore, l'accompagno dove è stato trovato il corpo. Purtroppo, la scena del crimine è stata decisamente compromessa.» Si gira per farmi strada, lo blocco afferrandogli il gomito. «In che senso?» «L'operatore del 118... appena arrivato ha tentato una manovra di rianimazione, ma lo spazio era troppo stretto e ha dovuto trascinare la donna in una posizione più agevole.» Cominciamo bene. Saluto con un cenno Tricarico che prende appunti ascoltando un uomo corpulento che indossa una T-shirt. A vedergli le braccia scoperte mi corre un brivido di freddo lungo la schiena. Il medico soccorritore è in un angolo del negozio, stringe le cinghie di un voluminoso zaino. Infilo calzari e guanti di protezione, seguo Leardo per una breve scala che porta al piano interrato. Al penultimo gradino entrano nel campo visivo i piedi della vittima. Uno è senza scarpa. Mi avvicino. È riversa a terra in posizione supina, ha un braccio lungo il fianco e l'altro ripiegato sopra il ventre. Indossa una gonna grigia e un maglione verde, il colletto della camicia è inzuppato di sangue. La testa è girata di lato, una ciocca di capelli tendenti al grigio le copre parte della guancia e della bocca, gli occhi sono chiusi. Come ha detto Leardo, risalta sul pavimento chiaro la scia dovuta al trascinamento. «Generalità?» «Ines Lattanzio, vedova Milella. A luglio aveva compiuto sessantadue anni. L'ha trovata il genero, Tricarico si sta facendo raccontare l'accaduto.» Lo spazio di movimento è limitato, ci sono anche due uomini della Scientifica in azione con i rilievi e le fotografie. «Grazie, Leardo. Torna di sopra, qua sotto siamo in troppi. Vai a domandare ai negozianti qui accanto se hanno visto o sentito qualcosa.» «Anche i cinesi?» «Magari a gesti vi capite, che ne pensi?» Afferra il messaggio e risale. Mi rivolgo al collega più vicino. «Cosa mi puoi dire?» Mi viene incontro. «Dottore, è stata attinta da un fendente alla gola, ma non solo quello. Sul montante di uno scaffale abbiamo trovato tracce ematiche e capelli della donna. È plausibile che sia stata spinta, abbia sbattuto con la testa e si sia accasciata al suolo. Il colpo che ha causato il decesso le è stato inferto mentre era a terra.» Più avanti sul pavimento, ci sono un paio di scatole aperte: contenevano gli evidenziatori sparpagliati intorno. Mi muovo nell'angusto spazio libero tra la vittima e le scaffalature dove sono impilati i prodotti di cancelleria. In fondo al locale c'è una piccola scrivania ingombra di documenti e sotto, vicino a uno dei piedini, un orologio rosso da tavolo con il vetro infranto. «Dottore, se vuole lo prenda pure, l'abbiamo già fotografato. Si deve essere rotto con la caduta: è fermo e indica le 13:24. Probabilmente è stato urtato durante la colluttazione.» Annuisco e mi concentro sulle carte appoggiate sopra il pianale: è la stampata di un file di Excel contenente un lungo elenco di prodotti con a fianco una colonna compilata per metà. È la registrazione di un inventario in corso. «Arma del delitto?» «Non l'abbiamo trovata. In compenso, questo è il reperto più interessante.» Recupera una busta trasparente e me la mostra. «È la camicia che indossava il genero quando l'ha scoperta. Nel tentativo di soccorrerla si è imbrattato.» Ecco perché è rimasto in maglietta. Prendo il cellulare, scrivo un messaggio a Leardo. “Arma del delitto non presente. Chiedi ai cugini di rovistare nei cestini e cassonetti dei dintorni.” Non c'è altro a cui porre particolare attenzione. Torno di sopra. Il registratore di cassa è aperto, contiene solo poche monete. Il resto del negozio è in ordine, non c'è nessuna evidenza che qui sopra ci sia stata una colluttazione. Mi avvicino a Tricarico. «Buongiorno, dottore. Il qui presente è il signor Pozzi Fausto, genero della vittima.» Pozzi non deve avere più di quarant'anni, capelli e pizzetto neri, statura media, corpulento ma non grasso: non mi dà l'idea di essere un frequentatore di palestre, bensì di avere un corpo massiccio per nascita. Mi allunga la mano, la stretta è gelida. «Vicequestore aggiunto Tombamasselli. Lei sta prendendo freddo, dovrebbe coprirsi.» Si guarda attorno con occhi spaesati, indica un giaccone blu appeso a un attaccapanni a muro. «È lì... posso prenderlo?» Il tono di voce è basso, tremante. È ancora sotto shock per quanto accaduto. Faccio un cenno, Tricarico va a recuperare l'indumento, glielo consegna e l'aiuta a indossarlo. «Ha trovato lei sua suocera. Riesce a raccontarmi com'è avvenuto?» È scosso da tremiti. «Ho... ho già detto all'agente...» Non è in grado di continuare. Alzo una mano in direzione del paramedico che ci sta osservando. «Venga, per favore, c'è bisogno di lei.» Si avvicina, lo prende sottobraccio e lo accompagna a sedersi. Si china, apre la borsa del pronto soccorso e rovista all'interno. Tricarico mi mostra il blocchetto di appunti. «Ho preso le generalità e una prima sommaria testimonianza.» «Bene, dimmi.» Con la coda dell'occhio osservo il medico, ha una siringa in mano. «Pozzi Fausto, nato a Cremona, anni trentacinque, sposato dal 2012 con la figlia della signora Lattanzio. Dice di essere andato intorno alle dodici e trenta a fare la spesa all'Eurospin di viale Sarca, sua suocera era qui per completare l'inventario. Ha portato i sacchetti a casa, è domiciliato in via Comune Antico. Poco prima delle quattordici gli telefona il cognato, chiede a lui notizie di sua madre in quanto non riusciva a contattarla.» L'operatore del 118 richiama la mia attenzione. «Gli ho somministrato un sedativo, non è in condizione di rimanere qui.» Pozzi è accasciato sulla poltroncina, lo sguardo perso nel vuoto. «Non abbiamo più bisogno di lei, a breve arriverà il medico legale. Potrebbe farmi una cortesia? Può accompagnarlo a casa? Abita non molto lontano.» «Certamente. Ho già consegnato all'ispettore una copia della relazione di soccorso relativa al mio intervento. Vado, buon lavoro.» Ci stringiamo la mano, mi riavvicino a Tricarico. «Dopo la telefonata del cognato cos'è successo?» Gira un foglietto. «Ecco... prende l'auto e torna qui. Apre il negozio...» Lo blocco. «Aspetta un momento, non mi è chiaro questo passaggio.» Tricarico s'irrigidisce. «Anche a me, dottore, infatti gli ho chiesto di spiegarmi meglio. Dice che la porta era chiusa a chiave, lui entra, appende il giaccone e vede il registratore di cassa aperto e svuotato. Va di sotto, trova la suocera e telefona subito al cognato. Difatti è lui a chiamare il 118.» Aggrotto le sopracciglia. «Lui chi? Pozzi o il cognato? Spiegati.» Arrossisce, gira un altro foglietto. «Scusi, dottore, intendevo il cognato. Insomma, pure a me non quadrava come ricostruzione ma... l'ha visto anche lei, è ancora sconvolto. Domani sarà sicuramente più lucido e racconterà meglio quanto è successo.» Osservo Pozzi allontanarsi aggrappato al braccio del medico. Mi gratto in testa, questa è nuova: un ladro entra, svuota la cassa, uccide la titolare nel seminterrato e se ne va chiudendo a chiave? Però ha ragione Tricarico, dobbiamo aspettare che Pozzi ritrovi la necessaria lucidità.
Massimo Bertarelli
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