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Avevo letto il libro un mese fa, e l'ho trovato molto bello. Intrigante, e alla fine anche un po' commovente. Il filo della trama è leggero, esile, è come una corda da bucato a cui siano eternamente appesi dei panni pesanti che non si asciugano mai. Probabilmente perché la nevrosi è eterna, inguaribile, senza tempo: e il vero argomento del libro sono i contenuti mentali del protagonista, Sergio, pensieri ed emozioni, che si “attaccano”, sempre quelli, agli eventi esterni che a lui capita di attraversare. “Capita” perché la passività sembra essere la sua cifra distintiva: non è mai lui a far succedere le cose, ma sono le cose a succedergli, o sono gli altri che gliele fanno succedere: e rispetto a questi eventi esterni di cui si ritrova ad essere spettatore passivo, lui è – e si sente - come un tappo di bottiglia trascinato in un rigagnolo. Il focus della storia è la vita amorosa di Sergio: che sembra ridursi alla sola componente sessuale, perché pare che di amore e innamoramento non abbia mai sentito neanche parlare, sembrano realtà non visibili all'interno del suo orizzonte personale. La cosa interessante però è che il libro non racconta solo la storia di una nevrosi individuale: ma procede sempre sul filo di lama, sul confine sottile e indefinito, fra nevrosi personale e problematiche sociali. Sergio infatti non si sente un uomo, nel senso di maschio tradizionale: ma è un problema di identità di genere, da manuale di psicologia, o non si tratta piuttosto di una questione di ordine collettivo, e cruciale, attualissima, dei nostri tempi? Quali e quanti modi ci sono, oggi, di essere maschio? Solo quello tradizionale, fondato sull'aggressività e sull'iniziativa, sul “penetrare” sempre a ogni costo, in senso sia metaforico che fisiologico? Oppure questa identità maschile di tipo Black & Decker oggi è largamente imputata di essere tossica, alla base di tanta sofferenza sociale, e destinata a essere auspicabilmente soppiantata da altri modelli? Non c'è una risposta univoca e definitiva: ma Sergio, grazie anche all'aiuto e alla mediazione di Elena, una psicologa in formazione, anticonvenzionale, “tosta” e pragmatica, sembra avvicinarsi alla fine alla comprensione e all'accettazione del suo più autentico e profondo modo di essere, della sua vera natura: nonché a trovare la via del proprio piacere. E ancora, chissà, forse scoccherà anche una piccola scintilla di amore fra i due: di amore, o di un qualche suo surrogato, che va bene a entrambi, in quanto sanno perfettamente tutti e due di non poter essere mai, e se per questo neanche di voler essere, una coppia convenzionale
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