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La vera fine del mondo non comincia quasi mai all'aperto, tra macerie spettacolari o scenari da cinema d'azione. Comincia dietro una porta blindata chiusa con tre mandate, mentre l'esterno cessa di essere un luogo sicuro e l'interno diventa una prigione. Il Protocollo dei Sopravvissuti di Stefano Lampasona compie una scelta chirurgica: spoglia la narrazione post-apocalittica da qualsiasi mitologia eroica e la confina nello spazio soffocante e spietato di un condominio. Il baricentro del disastro non è il collasso sistemico globale in sé, ma l'onda d'urto psicologica che investe un pugno di persone comuni, costrette improvvisamente a gestire una convivenza forzata con vicini di casa a cui, fino al giorno prima, riservavano a stento un cenno di saluto nell'androne.
Al cuore del romanzo si staglia il concetto stesso di "protocollo": il disperato, quasi ossessivo tentativo umano di arginare il caos moltiplicando regole, turnazioni, divieti e barriere fisiche. La tensione narrativa scaturisce proprio da questo attrito continuo. Più la struttura tenta di organizzarsi secondo un rigore procedurale per congelare la minaccia esterna, più il logorio dell'isolamento, il sospetto e la paranoia iniziano a erodere i legami dall'interno. Il condominio smette di essere un rifugio e si trasforma in un microscopico teatro di guerra fredda, dove la gestione delle scorte, il controllo degli accessi e l'interpretazione di ogni singolo rumore sulle scale diventano questioni di vita o di morte.
La penna di Lampasona asseconda questa discesa claustrofobica con un registro asciutto, muscolare e privo di concessioni al melodramma. Non ci sono compiacimenti stilistici né deviazioni consolatorie; la prosa è tesa, incalzante e pedina l'esasperazione dei protagonisti mettendo a nudo la fragilità delle maschere sociali. I conflitti non divampano per grandi contrapposizioni ideologiche, ma nascono dalla meschinità della paura, dalla diffidenza reciproca dietro uno spioncino e dall'incapacità cronica di fidarsi di chi divide lo stesso pianerottolo quando la posta in gioco è la mera sopravvivenza biologica.
Il Protocollo dei Sopravvissuti si afferma così come un survival psicologico lucido e privo di illusioni, capace di piegare gli schemi del genere per condurre un'indagine feroce sulla tenuta dei rapporti umani sotto assedio. Un'opera densa e angosciante, che inchioda il lettore a un verdetto tutt'altro che rassicurante: quando le certezze crollano e la civiltà evapora, il pericolo più letale non bussa sempre dall'esterno, ma condivide con noi le stesse pareti.
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