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Margherita Giacobino, scrittrice, saggista, giornalista e traduttrice, si è laureata in Lettere Moderne e vive a Torino. Dopo la pubblicazione nel 1993 del suo primo romanzo Un'americana a Parigi, edito con lo pseudonimo di Elinor Rigby, ha abbandonato il proprio lavoro per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Nel 2015 comincia la collaborazione con Mondadori, col romanzo Ritratto di famiglia con bambina grassa, per poi continuare con Il prezzo del sogno, L'Età ridicola e Il tuo sguardo su di me.
Mariano Sabatini (Roma, 18 marzo 1971) è un giornalista, conduttore radiofonico e scrittore. Ha iniziato a lavorare nel 1992 come cronista per una testata romana. Due anni dopo viene chiamato da Luciano Rispoli a sostituire un autore del Tappeto Volante su Telemontecarlo. Da allora ha proseguito parallelamente l'attività giornalistica e quella di autore televisivo. I suoi ultimi romanzi sono: L'inganno dell'ippocastano e Primo venne Caino, con protagonista il giornalista investigatore Leo Maliverno.
Mauro Santomauro è nato nel 1949 ed è stato farmacista della Serenissima, salendo alla ribalta delle cronache quando rinunciò a trasferire la sua farmacia in terraferma. Nella sua vita è stato chimico, distillatore, imprenditore e contadino. Si è divertito come giocatore e poi allenatore di baseball, ma è stato anche batterista in un settetto jazz. Ha pilotato aerei da turismo e ha praticato immersioni subacquee. La sua vera passione è il buon cibo. Vive con la moglie e i due figli a Treviso.
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Autore: Roberto Carletti
Titolo: I racconti della notte
Genere Racconti
Lettori 326
I racconti della notte
“Cronache urbane tra realtà visibili e invisibili”.
Sinossi: sei storie tra loro differenti legate da un sottile ma potente legame: la notte e la luna piena.E' sotto l'influenza di queste due forze naturali che il protagonista del romanzo sarà condotto a vivere situazioni al limite: al limite della legalità e al limite del mondo naturale. La notte e la luna saranno le muse che guideranno Alberto e i suoi amici in una lotta personale contro le ingiustizie della vita seguendo una loro morale. E' sotto la loro spinta che, nel corso degli anni, il protagonista si troverà dentro un percorso di vita che lo inoltrerà nel confine tra il mondo reale e il mondo magico. La magia non sarà una negazione degli aspetti più crudi e tangibili della vita ma piuttosto una loro sublimazione, ed è proprio mentre si trova a contatto con gli elementi più grezzi e difficili del vivere quotidiano che la magia apparirà come un ulteriore strumento e risorsa. Storie in cui l'elemento fantastico gioca e si lega all'elemento terreno delle vicende vissute diventando elemento discreto ma presente nella vita del protagonista.
Quarto racconto: “una notte alla stazione”
Quella sera arrivò una telefonata improvvisa in casa di Alberto, era suo cugino Luciano che tornava a Roma. Si era trasferito a Venezia per un periodo di tre anni, lavorava in banca e come tutti i nuovi assunti prima di scegliere una sede stabile doveva fare il praticantato in un'altra sede. A lui era toccata Venezia, un bel culo non c'è che dire. Questo aveva portato dei benefici anche per lo stesso Alberto, poiché Luciano aveva preso casa proprio nel cuore di Venezia e non come altri suoi colleghi a Mestre, e dato che erano molto amici, più di una volta era stato suo ospite. Il cugino non badava a spese, assieme ad altri colleghi aveva anche una barchetta a motore e nel tempo libero scorrazzavano come il vento tra i canali e anche oltre direttamente nel labirinto dei canneti della laguna. Dopo tutto questo trattamento il minimo che poteva fare era essere a sua disposizione quando tornava a Roma, essere così il suo autista personale per portarlo dalla Stazione a casa e viceversa, ad Alberto non pesava affatto anche perché fare un giro alla stazione per lui era un toccasana, era un modo per rilassarsi, amava i luoghi che erano non-luoghi, zone dove la gente transita, dove il nomadismo imperante getta una possibilità sempre accesa di cambiamento, luoghi dove le regole sociali erano sempre più labili che in altre posti. La stazione come “terra di tutti e di nessuno” con i suoi giacigli improvvisati e fugaci bivacchi, luogo fascinoso e intrigante, al servizio di una moltitudine chiassosa, gaudente, elegante o stracciona, per sventura o per scelta.
Quella volta però la sua discesa non era programmata, aveva deciso all'ultimo istante: aveva rotto con la sua ennesima fidanzata e aveva deciso di trascorrere il fine settimana a Roma. Il treno sarebbe arrivato a mezzanotte in punto alla Stazione Termini e aveva aspettato le undici di sera per avvertirlo; poco male, dopo tutta l'ospitalità che gli aveva dato era il minimo che potesse pretendere da lui. Arrivò alla Stazione in meno di mezzora, non c'era traffico a quell'ora e colpo di fortuna trovò un parcheggio lungo via Marsala.
Era una sera fredda, pungente, il cielo era però terso e era visibile una bella luna piena dal colore rosato e apparentemente più grande del solito. Ebbe un brivido, si ricordò di altri episodi che erano accaduti o propiziati quando la luna era così grande e luminosa, scacciò via questi pensieri, non era mai stato né superstizioso né scaramantico, e poi in ogni caso amava alzare gli occhi al cielo nelle notti così serene semplicemente per bearsi della bellezza di quella visione. Purtroppo le stelle non erano molto visibili, le luci delle grandi città avevano da tempo appannato la bellezza del cielo stellato, solo la luna aveva la forza di imporsi contro la violenza delle luci artificiali prodotte dalla civiltà umana. Venne in lui il ricordo di quella vacanza in terra siciliana. Era metà agosto ed erano andati a trovare l'anziana zia di un loro amico. Aveva una casa solitaria ai confini del parco delle Madonie, dopo una cena semplice e senza pretese li aveva invitati ad uscire fuori.
“Venite, andiamo a vedere le stelle, è bellissimo.”
Per loro, gente di città, era un invito surreale, cosa ci sarebbe stato di bello nel vedere qualche stella?
Per non offendere l'anziana signora, acconsentirono. Era molto organizzata la signora: tirò fuori da un ripostiglio alcune sedie a sdraio e le distribuì ad ognuno di loro, - Il panorama si gode da sdraiati picciotti! – Era euforica e aveva ragione.
La Casa sorgeva sopra una collina, sotto di loro solo campi incolti pieni di enormi fichi d'india intermezzati da frutteti, nessuna luce nel raggio di dieci chilometri.
Alberto si stese giù e quello che vide lo colpì come se di colpo qualcuno avesse aperto un immaginario sipario: il sipario della natura.
Il nero del cielo era bucato da migliaia, forse milioni di punti luminosi, ogni punto brillava in modo diverso, e, disposti in diverse combinazioni, componevano un meraviglioso arazzo scintillante.
Erano così tanti e così diversi i modi con cui le stelle potevano tra loro presentarsi, tra forme e dimensioni, che l'occhio umano non si saziava mai di tale visione. O forse era solo lui che sentiva così forte questa attrazione per la notte e per le sue creature, le altre persone non rimasero così colpite dallo spettacolo e complice anche la temperatura calante rientrarono. Anche Alberto alla fine rientrò, per ultimo e con rammarico, sarebbe stato pronto ad addormentarsi lì passando la notte sotto quella volta stellata.

Era immerso in questi pensieri quando squillò il cellulare. Il treno si era fermato tra Bologna e Firenze, un guasto non meglio precisato lungo le linee, il ritardo sarebbe stato almeno di un paio d'ore.
Scese dalla macchina per farsi un giro, l'ambiente della Stazione pieno di contrasto e di degrado l'aveva sempre colpito, ne subiva il fascino, e nello stesso tempo la repulsione per alcuni suoi aspetti più degradanti, e la cosa di cui si era accorto era che fascino e repulsione non sempre erano antitetici.
Attraversò la strada per imboccare il largo marciapiede che costeggiava la parete marmorea della Stazione nella quale si aprivano gli enormi archi vetrati. A quell'ora una composita varietà di fauna umana si radunava in quegli spazi, alcuni stavano chiacchierando, altri erano già stesi e dormivano sopra teli di cartone avvolti in puzzolenti coperte. Il marciapiede era coperto per decine di metri da una pensilina che assicurava una adeguata protezione per la pioggia.
Alberto avrebbe potuto incamminarsi mantenendo l'altro lato, molto più civile e meno mal frequentato, ma come al solito non voleva negarsi nulla. La Stazione era un posto relativamente sicuro, da tempo varie camionette della polizia stazionava nei pressi, una nel piazzale dei Cinquecento, una laterale in via Giolitti e l'ultima nell'uscita laterale in via Marsala proprio a duecento metri da dove stava ora passeggiando.
Era il solo “infiltrato” tra quei gruppetti di disperati, camminava lentamente guardando un punto lontano e, con la coda dell'occhio contemplava il degrado delle persone stese per terra. Un pestilenziale odore di urina e di sudore stantio regnava sotto la pensilina. Vari personaggi lo tenevano d'occhio, nessuno lo riteneva pericoloso o appartenente alla polizia, perché in qualche gruppetto vedeva passare delle bustine da una mano all'altra e banconote rifare il giro inverso, il suo passaggio destava solo curiosità e qualche sguardo torvo e malfidente.
Qualche barbone stava arrivando proprio in quel momento, consegnava una moneta a un magrebino e poteva accomodarsi nel cartone a lui assegnato per passare la notte, la gestione del racket non risparmiava nemmeno gli ultimi della terra, tutti dovevano pagare il loro prezzo alla violenza e all'oppressione dell'uomo sull'uomo.
“Amico cerchi qualcosa?”
Un nigeriano nero come la pece si era affiancato a lui.
“Nulla, cammino.”
“Cosa cammini tu? Io avere tutto per te. Tu vuoi bustina? Vuoi pasticche? Tu dimmi e io ti faccio prezzo buono.”
“Non insistere, non voglio la tua merda.”
“Io no merda, io solo roba buona, tu chiedi in giro.”
“Ancora che rompi le palle? Ti ho detto che non voglio nulla.”
“Allora tu cosa cammini qui, questo non è un posto per te.”
“Io cammino dove voglio, sparisci.”
Il nigeriano ruttò un qualche incomprensibile insulto nella sua lingua e andò a cercare altri clienti.
Alberto aveva risposto a brutto muso, in fondo la Stazione era presidiata e si sentiva sicuro, la sua città non era così mal messa e gli extracomunitari che trafficavano esercitavano violenza solo tra loro, storicamente non c'era stata nessuna aggressione gratuita verso cittadini italiani. Era questa consapevolezza che dava lui coraggio, non certo il desiderio di sfidare quei personaggio così loschi e senza scrupoli.
“Amico vieni qui, io ho quello che tu cerchi.”
Stavolta un magrebino gli si era affiancato.
“Sto a posto così.”
“Io ti ho capito, lascia stare quel negro, se vieni con me ti faccio divertire.”
Alberto continuò il suo cammino, nonostante amasse rovistare tra le macerie del mondo, non voleva da queste esserne disturbato, amava essere uno spettatore invisibile delle bizzarrie del mondo.
Era però incuriosito, quindi il suo passo aveva rallentato, come per dare modo al magrè di persistere nella sua opera di convincimento.
“Guarda che il posto è bello, ci sono donne, belle donne e poi se ti piace giochi, scommetti, fai quello che vuoi. Non ti piace? C'è anche roba buona, controllata, non come quella di questi negri.”
“Ti ringrazio, ma non fa per me.” Disse Alberto con fare deciso stavolta.
“Se cambi idea torna indietro, prendi il sottopassaggio, conosci vero? Poi gira a sinistra sotto i portici, il posto lo riconosci, tu di che ti manda Ahmed.”
Alberto arrivò quindi all'ingresso della stazione, nel punto di stazionamento della polizia. La presenza della polizia non impediva ad un ricco campionario umano di sostare nei pressi dell'ingresso.
Era tempo di fermarsi per bere un caffè, non volle entrare all'interno della stazione, troppo caos e troppi passeggeri, si diresse invece verso il Roxy Bar posto all'incrocio con via Marghera. Era situato accanto ad uno dei tanti squallidi alberghi a una o due stelle che popolava quella zona. Vicino all'ingresso dell'albergo due prostitute controllavano la situazione cercando qualcuno da adescare.
Il Roxy Bar era un posto che conosceva bene, nel periodo universitario era una delle tante tappe scelte per prendere qualcosa da bere prima di riprendere la Metro. Non era un granché come Bar, ma era pieno di posti a sedere dentro e fuori, sui tavoli si potevano trovare giornali da sfogliare e nessuno faceva domande se qualcuno oziava attardandosi sui tavoli. Per questo era stato scelto nel suo periodo universitario come luogo cui fare tappa. Prese un caffè solo per avere il pretesto di sedersi. I tempi erano cambiati, ora dietro al bancone non si vedevano più i volti tipici degli osti romani: come tanti altri, il bar era stato comprato dai cinesi che ora lo gestivano con piglio professionale, ma anche freddo e distante.
Come tutti i luoghi di partenze e di arrivi, le stazioni al pari dei porti erano e sono un luogo di confine. Una zona spesso staccata dal resto della città, come se ci fosse una immaginaria frontiera tra questi luoghi e tutto il resto, e che, una volta passata, permette di entrare in uno spazio irreale, dove una moltitudine di genti, usi e costumi si incontrano e scontrano, dove il confine tra legalità e illegalità, tra il giusto e sbagliato, tra il bello e il brutto, tra i buoni e i cattivi diventa labile, quasi impalpabile. In questa zona di frontiera sociale e umana tutta la stabilità che la società cercava di garantirsi, tutto lo status quo acquisito veniva meno. Era quindi un luogo sovversivo per natura, preso nella sua accezione neutra, un luogo dove poteva avvenire qualsiasi cambiamento e nello stesso tempo un luogo dove guardarsi le spalle con molta attenzione. Era il luogo che attirava i reietti della società, gli avanzi, gli impresentabili, i senza fissa dimora, i deboli e i violenti, gli artisti e i pazzi. Era anche il luogo dove più si notava di più la presenza delle forze dell'ordine e le modalità del controllo sociale tra telecamere e spioni. Era il luogo delle contraddizioni.
Forse per tutto questo, il sentimento che gli esseri umani avevano per questi luoghi era polarizzato tra due opposte derive: o diffidenza mista a repulsione oppure una certa fascinazione e attrazione.
Il bar era relativamente tranquillo, dal suo tavolino Alberto poteva vedere anche il retro del bar, dove avevano installato le macchine per il gioco d'azzardo. Una serie di luminose e squallide slot machine facevano mostra di sé. Alberto pensò che tutto quel luccichio di luci pulsanti colorate avevano il solo scopo di mascherare il grigio squallore di quel gioco, di quella desolante attività. Erano un potente per quanto semplice apparato per spremere persone disperate, sole e spesso indigenti. Dava lui l'impressione che fossero delle ragnatele tese per attirare insetti umani. La differenza era che questo tipo di ragno non era visibile o facilmente rintracciabile, questo ragno non era rappresentato dallo Stato che si assicurava un certo gettito o dalle società proprietarie delle macchine che lucravano sulle vincite; il ragno era più malefico e invisibile, era piuttosto quella specie di demone presente nella società e nelle persone che prima ti illude, ti seduce, grazie all'adrenalina delle prime vincite e poi ti cattura e ti fa sprofondare in un vortice senza fine, dandoti solo l'illusione che il prossimo colpo, il prossimo tiro sarà quello buono, e se non è così, il prossimo ancora e poi quello dopo, per poi accorgerti che sei sprofondato nell'abisso e non sarai più in grado di uscirne fuori, e se ci provi i fili della ragnatela ti stringono in una morsa stretta e implacabile, vittima, pronta per il pasto del ragno.
Una di queste vittime arrivò. Era una vecchietta, vestita in modo dimesso, forse non era nemmeno così anziana, ma era messa veramente male, i capelli erano bianchi, sporchi di unto, e mentre passava non emanava un buon odore. Si mise di fronte alla macchina come se fosse di fronte ad una divinità di cui lei era totalmente succube. Prese dalla tasca dei soldi e uno ad uno li infilò in quell'assurdo congegno. Ogni volta che infilava la moneta premeva il tasto start e restava ipnotizzata nel vedere lo scorrere vorticoso dei tamburi sperando che alla fine, come per miracolo, comparissero almeno tre simboli uguali sui cinque della serie.
Alberto osservava i suoi occhi, erano inebetiti, completamente alla mercé della macchina, ripeteva i movimenti con lentezza irreale, come se non fosse pienamente cosciente. Dopo aver finito di consumare tutti i suoi soldi, a capo chino, usciva senza guardare nessuno e si perdeva nel buio della notte.
Nel bar c'era un gruppo di uomini attorno ad un tavolino, età dai 40 ai 60, sul tavolo pile di bottiglie di birra già scolate. Mezzi alticci, sguardi cattivi, la faccia di chi ha vissuto una vita di espedienti, occhi dentro orbite incavate, ostentavano un pesante accento romano premendo sul timbro della volgarità. È Curioso come ogni accento o dialetto possa accentuare la volgarità già presente nelle persone, così come può ampliarne i tratti più divertenti là dove essi fossero presenti; ma nel loro caso, solo volgarità.
In un altro tavolo un ragazzo nordafricano cercava di flirtare con una donna polacca. La donna cercava di darsi un tono mentre il ragazzo la marcava stretto. Era molto frequente nelle diverse contaminazioni etniche trovare uomini nordafricani attratti dalle donne dell'est Europa. Qualcuno diceva che il colore della loro pelle bianco lattiginoso li facesse impazzire. Il ragazzo si accorse dello sguardo di Alberto verso loro e, immaginando potesse essere un rivale, lo minacciò con delle occhiate torve alle quali egli non rispose.
Entrarono subito dopo delle ragazze, dai loro tratti si intuiva che erano di nazionalità etiope, molto carine, tratti fini, leggeri, quasi europei uniti ad una carnagione scura, avevano poi lunghi e ondulati capelli neri che cadevano sulle spalle.
Dal loro abbigliamento si capiva che erano prostitute. Una su tutte spiccava. I suoi occhi erano luminosi e quando sorrideva si illuminava tutta. Le altre ragazze erano meno belle rispetto a lei. Vestivano con pantaloncini corti, degli short aderenti che mettevano in luce la forma del sedere. Una camicia arrotolata legata sotto il petto completava il quadro. Il gruppo degli anziani al loro ingresso cominciò a rivolgersi verso loro con apprezzamenti poco cortesi. Una di loro si girò mostrando il dito medio. Risata sguaiate come risposta. La ragazza più carina ignorò la faccenda. Dopo un po' si girarono, videro Alberto solo al tavolo e cominciarono a ridacchiare. La ragazza dagli occhi luminosi venne verso di lui e si sedette.
“Ciao, io sono Kamali.”
“Alberto.”
“Cosa fai qui da solo?”
“Sto aspettando un amico che è in ritardo.”
“Mi offri da bere? Facciamo due chiacchiere.”
Ordinò un succo che bevve con molta lentezza fissando Alberto negli occhi.
“Ti piaccio?”
“Sei molto bella Kamali, anche il tuo nome è bello.”
“Significa qualcosa come guida spirituale o protettrice, così mi ha detto mia madre, chi lo porta ha come una guida che protegge.”
“E ti ha aiutato fino ad adesso?”
Mentre finiva la domanda si rese conto della gaffe fatta, sembrava fatto apposta per prenderla in giro.
Kamali si rabbuiò e gli lanciò uno sguardo di fuoco.
Alberto avrebbe dovuto scusarsi, ma in fondo, era lei che si era seduta e non certo per fare una semplice conversazione, a suo pensare.
“Guardami, sono ancora viva, vuole dire che ha funzionato.”
Alberto non rispose, si guardarono per qualche secondo.
“Mentre aspetti il tuo amico ti vuoi divertire con me? Qui accanto c'è un albergo, ti faccio un buon prezzo per me, la camera è a parte. Sono brava.”
Adesso Kamali cercava di sorridere per ingraziarsi Alberto.
“Ti ringrazio ma non sono interessato, sono sicuro che troverai altre persone.”
“Certo, ma guardati attorno, che gente vedi? Tu hai un aspetto normale, volevo te. La notte è lunga e devo cominciare da adesso, almeno inizio in modo tranquillo.”
Alberto lo prese come un complimento – Tranquillo -, “non faccio sesso a pagamento, mi spiace, sei molto, molto carina, ma non fa per me.”
Kamila mise la mano sulla sua, e lo carezzò. Aveva un bel tocco, poi tirò la sedia verso di lui e si mise con il suo corpo accanto a quello di Alberto. Si sentiva che era appena uscita dalla doccia, profumava di buono, nei capelli aveva messo una essenza che adesso era arrivata a lui, ci sapeva fare Kamala.
Senza lasciarle la mano Alberto disse: “Non insistere ti prego, va bene così.” Piegò la testa verso il tavolo interrompendo il contatto visivo.
Kamala si arrese. “Ascolta tesoro, io sto qui ancora un po' e poi vado a lavorare in un locale qui vicino, non è un posto per bianchi, ma se vuoi venirmi a trovare, bussa e chiedi di me, ti faranno entrare.” Gli diede le istruzioni per arrivare e casualmente coincidevano con quelle date prima dal magrebino.
Le ragazze uscirono, seguite da alcuni apprezzamenti pesanti di alcuni alcolizzati seduti vicino al banco.
Alberto uscì poco dopo, l'aria nel bar stava diventano pesante, intrisa di fumo e vapori di alcol. Scendendo lungo via Marsala incontrò una macchina della polizia ferma, i due uomini a bordo lo fissarono come se ci fosse qualcosa che non andava. A quell'ora pochi bianchi erano presenti tra quelle strade e quei pochi erano o barboni o gente che gestiva traffici poco leciti.
“Va tutto bene signore? Ha bisogno di qualcosa?”
“No, nulla grazie.”
“Sta cercando qualcosa?”
“Sto solo facendo due passi.”
“Non sono posti per fare due passi, le conviene tornare verso la stazione, c'è più gente.”
“C'è troppa gente, preferisco qui.”
Si allontanò velocemente seguito dallo sguardo sospettoso dei due agenti.
In fondo alla strada, girò a destra per immettersi nel sottopasso. Era questa una strada che passava sotto le linee ferroviarie e permetteva di collegare i quartieri Vittorio con San Lorenzo. La strada aveva al centro dei piloni di cemento robusti, atti a sorreggere le linee ferroviarie passanti sopra, tra ogni pilone c'era uno o due giacigli. Era questo uno dei posti in cui i barboni si addormentavano, al riparo dalla pioggia e anche dal freddo poiché lungo i marciapiedi si aprivano delle feritoie dove usciva l'aria calda residua degli impianti di riscaldamento. Il prezzo da pagare era alto: un rumore infernale e il tanfo dei gas di scarico delle macchine, visto da fuori era un vero girone dantesco, alcuni giacigli erano già pieni e dentro esseri umani dormivano incuranti di tutto e tutti.
Anche per Alberto passare lì, specie di notte, lo rendeva insicuro e leggermene agitato, non per questo tornò indietro, anzi, anche lui subiva il fascino adrenalinico delle situazioni di pericolo controllato. Altri passanti stavano usando quella scorciatoia, e ora stavano venendo verso di lui, quando Alberto li oltrepassava si irrigidiva, una piccola scarica di adrenalina lo possedeva e lo preparava per un potenziale attacco. A volte si sentivano storie di aggressioni, scippi e piccole o meno piccole estorsioni, ma Alberto si sentiva sicuro, una sicurezza non razionale, Roma era la sua città e fin da piccolo aveva imparato a percorrerla giorno e notte in tutti quartieri, raramente aveva avuto una reale situazione o sensazione di pericolo, cosa che invece avvertiva quando si trovava in città straniere. Era la conoscenza dei luoghi fisici che gli trasmetteva sicurezza, dagli edifici, alle strade, ai negozi, tutto questo gli era familiare e non sentiva perciò un reale pericolo nemmeno lì nel sottopasso e nemmeno quando dovette fare una piccola deviazione, non tanto per non calpestare una coppia di barboni stesi sul suo cammino, quanto per evitare il loro odore pestilenziale. Alla fine sbucò dall'altra parte, in via Giolitti, in quella parte si trovavano tutta una serie di edifici che adesso ospitavano la comunità “Nera” romana: Nigeriani, Marocchini, Tunisini, Somali, Etiopici etc. Quando i piemontesi costruirono il quartiere “Umbertino” in quella zona, a quei tempi, il piano stradale doveva passare ad una altezza maggiore e solo dopo la costruzione della Stazione Termini la strada era stata ribassata, gli edifici infatti avevano continuato ad avere gli ingressi agli appartamenti al primo piano e per arrivare lì sopra c'erano delle scalinate che portavano a un marciapiede sopraelevato. Al piano terra quindi i vecchi scantinati avevano ceduto il posto a negozi, magazzini e locali di vario tipo.
Sbucato dal sottopasso dritto per dritto c'era la salita di via Cappellini in fondo alla quale si vedeva l'entrata posteriore della Chiesa di Sant'Eusebio all'Esquilino. Alberto conosceva quasi tutte le chiese del centro di Roma, nei suoi giri, non perdeva occasione per entrare nelle chiese: in estate erano i luoghi più freschi e più tranquilli in cui riposare e anche negli altri mesi erano luoghi di riposo e di contemplazione. Al di là della loro valenza religiosa erano, a volte, luoghi pieni di bellezza e misticismo. Alberto sapeva quali chiese snobbare e quali meritavano, la Chiesa di Sant'Eusebio all'Esquilino era messa benino nella classifica dei suoi gusti in materia di chiese.
Nell'angolo tra via Giolitti e via Cappellini, sulla sinistra si vedeva uno squallido porticato, retto da colonne di cemento quadrate, ampi murales che dovevano avere la pretesa di rendere meno squallido quel porticato, compito parzialmente riuscito anche se manteneva lo stesso un aspetto inquietante: sulle mura erano dipinti gigantesche facce di personaggi africani non meglio identificati. All'angolo tra le due via si apriva una porta in ferro presidiata da due neri, attorno a loro un gruppo di persone che stazionava, chi fumando, chi passandosi di mano bustine sospette.
“Ragazzo, stai cercando qualcuno?”
Alberto fermandosi vicino alla porta aveva richiamato l'attenzione dei due buttafuori.
“Nulla stavo dando un'occhiata.”
“Questo non è un posto per bianchi, a meno che non conosci qualcuno.”
“I soldi dei bianchi vi fanno schifo?”
Aveva risposto in modo scortese e tutti, udite queste parole, si erano voltati verso di lui. Era sempre stato impulsivo nelle risposte e questo, unito al suo spirito orgoglioso, lo aveva portato qualche volta in mezzo a vari casini.
“Ti ho detto che non è posto per te amico, se vuoi possiamo darti altri indirizzi dove andare, non tirare troppo la corda perché sei bianco, questa è la nostra zona.”
Alberto si ricordò delle due persone incontrate, lo spacciatore Ahmed e la prostituta Kamali. Poteva usare quei nomi come passe-partout ma qualcosa lo frenava ancora. Senza rispondere si girò e imboccò via Cappellini puntando verso Piazza Vittorio. Al centro si trovava il giardino, l'entrata era chiusa da un austero e risorgimentale cancello in ferro battuto a doppia anta abbellito da punte in ottone dorato, Alberto spinse e il cancello si aprì come se lievitasse sui cardini. Si ricordava che a quell'ora tutte le entrate dovevano essere chiuse e si stupì di questa stranezza.
Il giardino doveva essere uno dei simboli più caratterizzanti dell'intero quartiere Esquilino, e a suo modo lo era, ma il mercato costruito attorno lo aveva chiuso visivamente alla popolazione e reso luogo di degrado. Il successivo spostamento e la riqualificazione lo aveva in parte salvato e migliorato, ma era stato eletto a zona di ritrovo di tutte le comunità etniche di Roma, Cinesi, Pakistani, Africani, Est Europei, etc. Oltre che essere, nelle ore notturne, piazza di spaccio e luogo per altre faccende più o meno legali. I pochi romani che nelle ore notturne erano presenti erano anche loro dediti a traffici più o meno leciti. Alberto era dentro e camminava lentamente tra i viali all'ombra dei grandi alberi secolari, oltre alle alte palme Alberto era attratto dai grandi cedri del Libano e dai platani dalle cortecce sfrangiate nei vari colori. Si soffermò poi vicino ad un piccolo portale, una specie di porta messa lì nel nulla. Sapeva qualcosa della sua storia, ma la cosa strana era che tutte le altre volte la porta si presentava murata internamente, ora invece la muratura era scomparsa. Era molto strano e si soffermò per capirci qualcosa.
“Ti piace quella porta signore?”
Dai cespugli era emersa una bambina, una cinesina di circa dieci anni, vestiva in modo particolare, una specie di tutina celeste, come si usava in Cina una volta, ai tempi di Mao, aveva due trecce e il viso lentigginoso, occhi stretti come fessure e labbra sottili.
“Tu chi sei? E cosa fai qui a quest'ora? Non è un posto per te, torna a casa.”
La bambina lo fissò attentamente, l'espressione del suo volto era seria, non imbronciata, piuttosto come se fosse assente.
“Mi piace stare qui la sera, ma solo quando la luna è piena.”
“Non devi stare qui, c'è gente pericolosa a quest'ora.”
“Sbagli, non c'è nessuno qui, a parte noi due.”
Solo allora si accorse che il giardino della Piazza era vuoto e non si sentiva nemmeno il rumore delle pur rare macchine che passavano, solo silenzio nel giardino.
“Conosci la storia della porta?” Chiese la bambina.
“So qualcosa, ma tu? Vorresti farmi capire che una bambina cinese conosce la storia di questo posto?”
“Vedi Alberto...”
Un brivido freddo lungo la schiena.
“Come sai il mio nome?”
“Lo so.”
“Cosa altro sai?”
“Conosco la storia di questa porta, forse non sai che qui prima sorgeva una Villa, apparteneva ad un marchese. Egli era un grande sapiente, apparteneva ad una stirpe di maghi alchemici e la sua abitazione era ritrovo per tutti gli spiriti liberi dell'epoca. Poi vennero i piemontesi e qui vollero costruire un nuovo quartiere come simbolo del nuovo che avanzava.”
“Quante cose sa una bambina.”
“Ma la cosa più interessante è che quando demolirono, questa porta resistette, tutta la Villa cadde così pure le altre quattro porte. Questa riuscì a resistere alla demolizione. Ogni attrezzo o macchinario si rompeva nell'atto di demolizione, gli operai che più cercavano di accanirsi contro la porta furono colti da malore e alcuni morirono. Fu deciso di lasciarla lì. Da allora per tutti è la “Porta Magica” o porta alchemica.”
Alberto osservò meglio la porta, non si era mai soffermato a guardare i dettagli, la soglia era contornata da uno stipite di pietra bianca ricoperto di simboli che riconobbe come alchemici. Una stella composta da due triangoli rovesciati era visibile al centro e dentro una croce sopra ad un cerchio.
“Non capisco come tu sappia queste cose e perché sei qui.”
“Non essere sospettoso, oggi hai bisogno che qualcuno ti protegga, la luna è alta nel cielo, tu stai girando senza meta e questo può essere pericoloso.”
“Chi dovrebbe proteggermi, tu? Sentiamo.”
“Chiunque può o vuole, vedi queste statue ai lati della porta? Sono dei demoni ma possono essere buoni se tu lo meriti, ti proteggono dal maligno, si chiamano Bes.”
“Piacere.”
“Ci sono molte scritte sullo stipite, ognuna ha un significato e uno scopo, non serve che tu debba conoscerle tutte, solo alcune.”
“Quali? La mia conoscenza del latino non è così elevata.”
“Ci sono io per questo.” Disse con serietà la bambina.
“Leggiamo assieme - EST OPVS OCCVLTVM VERI SOPHI APERIRE TERRAM VT GERMINET SALVTEM PRO POPVLO – e vuole dire: - È opera occulta del vero saggio aprire la terra, affinché faccia germogliare la salvezza per il popolo. “Ripetilo con me.”
“Sul serio?”
La bambina fissò Alberto con i suoi occhi chiusi e penetranti come fessure taglienti e ripeté: “Dillo per favore.”
Alberto si stupì di sé stesso perché eseguì il comando.
“Ora leggiamo qui sotto, vedi quella scritta?”
“Intendi VITRIOL”
“Esatto, secondo te cosa vuol dire?”
“Non ne ho idea, conosco solo il vetriolo, un prodotto che usava mia madre per pulire i vetri.”
“Siamo molto lontani, ma non potevi saperlo, VITRIOL è un codice, e ogni iniziale indica un concetto,
V ISITA
I NTERIORE
T ERRA
R ECTIFICANDO
I NVENIES
O CCULTAM
L APIDEM
Il suo significato è: visita le profondità della terra rettificando troverai una pietra nascosta.”
“Ancora non ne capisco il significato, soprattutto per il termine rettificando...”
“il codice è posto sullo scalino di ingresso alla porta, è una esortazione per l'iniziato e il termine rectificare significa cambiare, se tu varcherai questa soglia, attraverso la porta accetterai il cambiamento e troverai occulta lapidem cioè una pietra nascosta, ossia la pietra filosofale.”
“Sembra interessante ma io non credo alla pietra filosofale, se fosse possibile tramutare il piombo in oro, lo avrebbero già fatto.”
“Come sei prosaico Alberto, solo gli stolti credono che sia quello il significato della pietra filosofale, in realtà il suo senso è legato al concetto di anima, e questo, in relazione alla porta, significa una purificazione dell'anima, attraverso il suo varco.”
“Quante cose sai! Ma se questo riguarda gli iniziati ed io non lo sono mi è tutto precluso”
“Per questo ci sono io, assieme a me potrai avere accesso a questo mondo.”
“E perché dovrei farlo?”
“Lo hai già fatto una volta ricordi? E non eri nemmeno così lontano da questi luoghi, ogni tanto l'apertura della luna propizia questo viaggio, perché non farlo? Dammi solo un motivo per non affacciarti oltre la normale vita di ogni giorno.”
Alberto rimase senza risposte, si rendeva conto che stava conversando con una bambina cinese, sconosciuta, che conosceva il suo nome e anche pezzi del suo passato.
La bambina continuò a parlare,
“Ora vedi questa scritta sulla soglia: -SI SEDES NON IS-, lo leggeremo nei due sensi, vale a dire: - Se ti siedi, non vai-; -Se non ti siedi, vai-. Anche questa è una esortazione ad agire, a non rimanere inerte, ad andare oltre, e l'oltre è il varco della porta, che rappresenta un transito esoterico.”
Alberto su sua richiesta ripeté due volte in un senso e nel senso opposto la frase.
“Bravo, manca poco, osserviamo questo drago, grazie a lui l'ingresso al giardino magico delle Esperidi è sorvegliato e ci ricorda che senza Ercole, Giasone non avrebbe assaggiato le delizie di Colchide.”
“Cosa manca ancora? La lezione è stata bella ma ora dovrei andare.” Disse Alberto cercando di mascherare con un po' di sarcasmo il nascente disagio.
“Prendimi la mano, basterà questo, i demoni e il drago ci lasceranno passare, una volta oltrepassato, il mio compito sarà finito e tu riprenderai il tuo disordinato percorso.
Ricorda solo che alla fine di tutto, se sarai in difficoltà, dovrai passare di nuovo nella porta. Non fare troppo tardi o troverai o la troverai chiusa e non potrai più tornare indietro.”
Alberto non sapeva se prendere sul serio tutte quelle farneticazioni ma ascoltare la bambina lo divertiva, -da dove era sbucata una tipa simile-, si chiedeva.
Prese la mano a lui tesa e passarono oltre, non sembrava che ci fosse stato un grande cambiamento in questa operazione, era tutto come prima, si voltò per chiedere qualcosa alla bambina, ma non vide nessuno, era svanita nel nulla. Alberto si turbò per questa repentina scomparsa, ma al buio spesso i sensi sono alterati, magari era lui che si era incantato a guardare la villa e non si era accorto che il tempo era passato e la bambina, stanca dello scherzo, era scappata a casa. - Ma sì – Pensò lui. – Deve essere andata così-. Una volta razionalizzata la cosa, continuò a fare due passi.
Uscito dalla piazza girò alla prima strada a sinistra, la targa recava la scritta via Cairoli, si ricordava di una bisca dove da ragazzo andava a giocare a biliardo, nel classico gioco del “otto-venticinque”. La bisca non esisteva più, al suo posto c'era un magazzino con scritte cinesi, negli ultimi anni il quartiere aveva cambiato fisionomia, persino i bar, un tempo tempio nazionale di un rito millenario, stavano passando di mano uno per uno. Non era una sensazione piacevole.
Alberto amava la continuità nella vita e i cambiamenti troppo rapidi, sociali o culturali che siano, lo agitavano un poco; non era un concetto quindi di nazionalismo ma piuttosto di abitudinarietà e stabilità della vita. Amava avere dei punti di riferimento, troppi cambiamenti repentini non gli piacevano. In quella via era però ancora aperto un negozio, alla vetrina si vedevano stoffe di vario pregio e fattura, una collezione di bottoni che pareva provenire da una stampa dell'ottocento. Cosa ci faceva un negozio così? Come poteva resistere e perché era ancora aperto?
“Giovanotto, vuole entrare a dare un'occhiata?”
L'invito partiva da una vocina alla sua sinistra, era una anziana signora, piccolina e ricurva su sé stessa.
La vecchina lo guardava con aria divertita e nello stesso tempo accogliente, come se non aspettasse altro che lui.
Rientrò dentro e con il gesto della mano lo invitò ad entrare. Alberto la seguì. Il negozio sembrava provenisse da un passato ormai dimenticato, non c'era nulla che ricordasse l'arredamento di un negozio di stoffe o di generi merceologici odierni. Come ubbidendo alla legge del “horror vacui”, ogni centimetro del negozio era pieno di qualche oggetto. Dal soffitto pendeva un lampadario di legno a forma di candelabro con lampadine dal profilo a goccia. Una scala a chiocciola di legno scuro, pesante, forse mogano portava sotto ad un seminterrato e un'altra portava ad un piano superiore. La vecchina si era messa dietro al banco e nella parete a lei dietro facevano mostra di sé centinaia di rocchetti di filo uno per ogni sfumatura di colore, a fianco su dei rulli, vari tipo di stoffe e di pelli. Il locale profumava di legno, di cera, di antico.
“Come posso aiutarla giovanotto? Gradisce qualcosa da bere?”
“La ringrazio ma stavo solo passeggiando, ho visto il vostro negozio e mi sono incuriosito. A quest'ora potere stare aperti?”
Una voce arrivò dalla parte della scala a chiocciola: “Per noi non ci sono orari e non ci sono giornate, noi siamo sempre aperti.” Era un anziano signore che salendo dalla scala a chiocciola si era palesato.
“Lui è mio marito, mi presento io sono Alessandra e lui Gerardo, siamo qui in questo quartiere da sempre, lo abbiamo visto nascere e cambiare, speriamo di non doverlo vedere morire, per questo siamo ancora qui, per difendere il nostro negozio: è uno dei pochi rimasti di quelli nati all'epoca.
La zona di Piazza Vittorio era stata realizzata dopo l'unità d'Italia, Alberto ricordava che l'anno era il 1885 circa. Evidentemente erano i discendenti di quella generazione che all'epoca prese in gestione le varie attività commerciali, pensava Alberto.
Adesso che i due erano vicini, sembravano veramente anziani, anzi, molto vecchi, quasi senza tempo. Il loro volto aveva le pieghe di una tartaruga e i loro movimenti erano molto rallentati; solo gli occhi e il sorriso erano rapidi, svegli, come se li animasse una forza interiore potente.
“Vedi che hai bisogno di noi? Hai perso un bottone della camicia, quello superiore, adesso ci pensiamo noi.”
Senza che Alberto poté replicare Gerardo prese un bottone particolare, di osso, intarsiato con dei rilievi i cui simboli ricordavano a lui qualcosa.
“Grazie ma basterebbe un bottone normale. Questo sembra un piccolo medaglione.”
“Oggi non è un giorno normale, non hai visto che luna c'è nel cielo? Così bassa, tesa verso di noi e così grande. Eppure proprio tu dovresti sapere che la luna può cambiare molte fasi della nostra vita.” Disse sorridendo sorniona
“Ma perché dice – proprio tu – noi non ci conosciamo.”
“È vero, ma in fondo non è così vero, a volte non serve conoscersi, ma solo riconoscersi.”
Alberto fece finta di non aver sentito la frase enigmatica, i due erano un po' strani, sicuramente per l'età.
“Vedi che molto ci unisce giovanotto.”
Così dicendo la vecchina prese dalla tasca della camicia di Alberto un ciondolo di bronzo. Era circolare e sopra vi era raffigurata il simbolo della stella a sei punte e del sole, la stessa che aveva visto sullo stipite della porta magica.
“Io non so come sia finito nella mia tasca, prima non c'era, non capisco.”
“Forse è stata la bambina ad avertelo messo, altrimenti chi?”
“E voi come fate a sapere della bambina?”
“Noi qui ci viviamo, tu provenivi dalla piazza e la luna era alta nel cielo, quando è così, c'è sempre presente una custode della porta.”
“Era solo una bambina cinese, magari era scappata di casa un attimo, che custode, se avrà avuto appena dieci anni.”
“L'età è solo una illusione, una parvenza, tu pensavi che lei avesse avuto solo dieci anni. Vero? E di noi? Quanti anni pensi che noi abbiamo?”
“Non so, ottanta forse, quasi novanta se non vi offendete.”
I due risero. “Non ci offendiamo.”
“Guarda piuttosto questo bottone ti piace?”
Alberto lo esaminò attentamente, al centro era impresso lo stesso simbolo presente sul ciondolo di bronzo.
“È molto bello, ma mi stupisce questa coincidenza, mi confonde, cosa significa tutto questo e voi chi siete?” Si sentiva sempre a disagio quando sentiva la situazione sfuggirgli di mano.
“Non sei qui per caso, sei passato per la porta magica, questo è un raro privilegio, tale passaggio ti consente di andare oltre un certo tempo e un certo spazio, e ti ha consentito di venire da noi.”
“A fare cosa, a farmi ricucire un bottone, non mi pare una grande conquista.”
“Il bottone non è solo un bottone, e il ciondolo non è solo un ciondolo. Entrambi permettono varie cose. Sono come un biglietto di ingresso, una chiave per un cancello altrimenti chiuso, sono un radar che ti guida, e adesso che sei qui, noi ti abbiamo dato anche il suo gemello, ti è indispensabile.”
“Per fare cosa?”
“Per proteggerti questa sera. I due ciondoli addosso alla tua persona sono un amuleto, un lasciapassare, una protezione dall'alto.”
“Ma chi sarebbe l'alto? Dio o qualche suo sostituto?”
“Non ha importanza il nome che gli diamo, o la forma, c'è sempre qualcosa o qualcuno al di sopra di noi.”
“Da cosa dovrebbe proteggermi?”
“È una notte particolare, come tutte le notti di luna piena, soprattutto quando la luna scende vicino a noi come questa sera, allora può succedere che la porta si apra e noi a quel punto siamo pronti ad accogliere chi si presenta alla nostra soglia, e a proteggerlo. È il nostro compito, oltre a quello di vendere merce di qualità; e lo svolgiamo da sempre, da quando il quartiere è nato e demolirono la villa del Marchese, per fortuna la porta ha resistito e noi siamo come di corredo alla porta magica, ognuno ha un compito, noi, la bambina, altri...”
“Non capisco del tutto quello che dite.”
“Non ha importanza, adesso puoi riprendere la tua passeggiata.”
“Prima ha detto che voi siete qui da quando il quartiere è nato, ma facendo i conti sono passati più di centrotrent'anni, il tempo non torna.”
“Ricorda che sei passato dalla porta, il tempo qui scorre in maniera diversa.”
Alberto provava a razionalizzare, a cercare qualche appiglio del mondo reale che conosceva.
“Ma se io ripassassi domani, vi troverei ancora?”
I due risero.
“Certo che ci saremo, non siamo mica fantasmi, il nostro nome lo trovi anche sui giornali, sai che il comune ci ha dichiarato negozio storico?”
“E il comune sa che siete qui dal 1890, anni più, anno meno?”
“Nell'altro mondo hanno altre informazioni, ora non crucciarti per questo, smetti di cercare di comprendere tutto; hai visto un bel negozio, fatto due chiacchere con due simpatici vecchi, aggiustato il bottone. Adesso puoi rientrare, non perdere tempo, a mezzanotte si chiuderà tutto e non puoi più stare qui. Devi tornare nel tuo mondo.”
Alberto uscì e si diresse di nuovo verso la piazza, ormai era dentro a quella storia e anche se non ci credeva del tutto, gli era preso un po' d'ansia. Si accorse che attorno a lui non c'era nessuno, né nelle strade né nelle piazze, era tutto deserto, non solo: non vi era il minimo rumore, il minimo suono, come se fosse rimasto il solo abitante di Roma. Questa sensazione gli gelò il sangue, accelerò il passo.
Arrivò alla porta e trovò la stessa bambina di prima.
“Sei quasi in ritardo, ti stavo aspettando.”
“Grazie, ma varcare una porta vuota posso farlo da solo, almeno questo.”
La bambina rimase impassibile, poi rispose con calma.
“Credi che attraversare uno spazio vuoto, sia facile solo perché vuoto? Se pensi questo allora prova.”
Alberto, stanco di tutti questi misteri, fece per attraversare la porta, ma nell'atto di avvicinarsi sentì come una forza invisibile che premeva contro di lui. Più cercava di oltrepassare e più si sentiva respinto. Era come quando si cerca di avvicinare due calamite dello stesso segno: appena la distanza tra loro diminuisce aumenta la forza di repulsione e tanto più spingi tanto più sei respinto. Così era tra lui e la porta.
Alberto era stanco. “Mi hai convinto, dimmi come fare per passare, sono stanco di questo vostro mondo.”
La bambina, senza parlare, porse la piccola mano e lo accompagnò oltra la porta magica.
Non appena fu passato sentì di nuovo il rumore della città, qualche macchina in lontananza, gruppetti di spacciatori nascosti
tra i cespugli del giardino. Uno spettacolo rassicurante per Alberto.
Non era però un posto per una bambina e si girò per chiederle se poteva accompagnarla a casa. Era sparita. Volatilizzata. Non solo, si girò e vide la porta magica murata. Murata come sempre era stata e come sempre l'aveva vista. Si toccò il collo e vide che il ciondolo era ancora attaccato. Unico collegamento con quel mondo “altro”.
Si ricordò del cugino, vide una serie di messaggi: il treno era ripartito, ma viaggiava a singhiozzi, adesso si era fermato ancora all'altezza di Orte e dovevano stare fermi almeno per un'altra ora.
Non ci voleva, doveva bighellonare ancora per molto, decise di tornare verso la Stazione, scese per via dei Cappellini per riprendere il sottopasso, ma alla fine della strada vide un gruppetto di persone sotto il portico, si ricordò del locale consigliato tempo prima e si avvicinò curioso all'ingresso.
Era il solo bianco presente, le persone lo guardavano con sospetto, le ignorò e si presentò di fronte al buttafuori.
Forse non era una bella idea, ma dopo quella strana avventura si sentiva cambiato, era come se adesso avesse un mantello protettivo. Sensazione poco razionale, ma era così.
Il gorilla lo riconobbe. “Sei ancora qui, ti ho detto che non è un posto per te.”
“È un circolo, non potete impedire alle persone di entrare.”
“Più che impedire te lo raccomandiamo, non vogliamo storie, qui ci conosciamo tutti, tu chi sei? Nessuno ti conosce.”
“Ho degli amici qui dentro.”
“Dimmi il nome.”
Alberto tralasciò il nome della giovane prostituta e cercò di ricordarsi quello spacciatore.
“Ahmed”
“Ahmed come?”
“Ahmed e basta, ci conosciamo, dobbiamo finire un discorso e mi ha detto di venire qui.”
Il buttafuori rimase in silenzio per qualche secondo, poi si mosse: andò dentro e tornò dopo qualche minuto.
“Puoi entrare.”
In quel momento capì che stava facendo una sciocchezza. Cosa ci faceva in quel posto, in piena notte? Cosa avrebbe mai visto lì dentro? Perché questo bisogno di andare a mettere il naso là dove non era necessario.
Questo suo lato del carattere lo aveva messo spesso in difficoltà, anche se, fino ad allora, gli era sempre andata bene. Non era mai riuscito a placare questa sua sete di indagare, di conoscere, e in generale di ficcare il naso in ogni dove.
Entrò dentro, il locale era poco illuminato e pieno di fumo, dopo un ingresso dove le persone potevano lasciare giacche ed effetti personali, si apriva un ampio corridoio che senza soluzione di continuità si allargava per formare il bar. Alla destra uno squallido bancone con le sedie rialzate e sulla sinistra una fila di tavolini, dove gruppetti di neri lo stavano squadrando dalla testa ai piedi.
Il bancone formava una L piegando ancora sulla destra, in questo modo si creava uno spazio molto grande riempito di altri tavoli dove si potevano scorgere gruppi dediti al gioco, soprattutto carte. Diviso da un separé si intravedano le caratteristiche luci delle slot-machine e delle altre diavolerie di macchine per il gioco d'azzardo. Alberto cercò di razionalizzare e tranquillizzarsi, in fondo pareva un normalissimo locale dove si poteva bere e giocare, nulla di diverso se non il colore della pelle degli avventori, il troppo fumo e una atmosfera poco rassicurante. Si sedette al bancone e ordinò una birra.
Un uomo si staccò dai tavoli e si mise alle sue spalle.
“Hanno detto che ti manda Ahmed, è così?”
“Sì, mi ha detto di passare, perché il locale è carino e meritava di essere visto.”
“Se ha detto carino, allora non era Ahmed, a lui fa schifo questo posto e pure a me.”
“A me piace invece, dovreste mettere qualche luce in più e poi è perfetto.”
“Tu cosa cerchi qui?”
“Volevo bere qualcosa, tutto qui.”
“Non si viene qui per bere qualcosa, bianco, ci sono mille altri posti per bere.”
“A me piace bere, vedo un bar, quindi si può bere, ci sono problemi?”
“Dipende ragazzo, i problemi si fanno in fretta a creare, e a noi non piacciono i curiosi anche se li manda Ahmed.”
“Parli bene l'italiano, molto meglio di Ahmed.”
“Vengo dalla Somalia. Un tempo c'erano gli italiani lì, volevano conquistarci ma gli è andata male. I miei genitori lavoravano per una ditta italiana prima che questa chiudesse e con loro l'ho imparato.”
“Bravo. Allora diciamo che in parte sei italiano.”
“Bravo un cazzo, adesso parliamo di cose serie, se ti manda Ahmed vuol dire che hai bisogno di qualcosa, dimmi cosa, la compri e poi te ne vai, non ci servono bianchi qui.”
“Non voglio nulla, sto a posto così oggi.”
“Oggi è oggi ma domani è un altro giorno, ti conviene fare scorta. Tranquillo, non avere paura della polizia, questo posto è sicuro, chi esce di qui non ha problemi e non viene fermato.”
Alberto senza volerlo alzò leggermente la voce.
“Ma forse sei sordo, ti ho detto che non voglio la tua merda, sto bevendo, lasciami in pace.”
A quelle parole altre due persone si alzarono e lo circondarono.
“Non sei molto intelligente se alzi la voce qui dentro, il fatto di essere bianco non è un salvacondotto per tutto, non puoi venire qui e offenderci. Ti sto proponendo un buon affare, abbiamo tutto: coca, ero, pasticche, crack. Quello che devi fare è solo mettere mano al portafoglio, altrimenti la prendiamo come una offesa.”
Il cuore di Alberto cominciò a battere forte, si stava mettendo male, e poi non aveva nemmeno tanti soldi, cosa poteva mai comprare. Non aveva molta dimestichezza con la droga e non ne voleva avere.
“Dammi un po' di fumo.”
I tre si misero a ridere.
“Per il fumo non serve che vieni qui, i bianchi qui vengono per rifornirsi di roba forte, e rimangono tutti molto soddisfatti.”
Alberto provò la carta della fermezza.
Si voltò, punto il suo sguardo contro quello del somalo e disse: “Ascolta, a me la droga non interessa, io non sono qui per questo.”
“E allora cosa sei venuto a fare?”
- Già, cosa era venuto a fare lì dentro? - Pensò Alberto senza trovare risposta.
Prima che potesse replicare una quarta persona che si era avvicinata disse: “Il ragazzo è interessato ad altro, ci sono tavoli dove c'è posto, fallo venire da noi. Sicuramente gli piace il gioco d'azzardo. Noi giochiamo a poker ma se vuoi ci sono tanti altri giochi.”
Questa idea gli piacque ancora di meno, odiava il gioco d'azzardo e il gioco con le altre carte lo annoiava, qualsiasi gioco da tavolo lo stancava. La prospettiva di essere spennato ad un tavolo pieno di negroni non lo allettava.
Uno dei quattro si era avvicinato quasi per spingerlo verso i tavoli da gioco, Alberto provò a pensare come uscirne fuori, quando intervenne una voce in suo aiuto.
“Ma quale tavolo da gioco, lui è venuto per me, non per Ahmed, è solo timido.”
Era la ragazza del bar, la giovane prostituta.
“Ciao Kamali, felice di vederti.” Per fortuna il suo nome, vedendola, gli era tornato in mente.
“Vi conoscete?” Fece il somalo.
“Sì, è un mio vecchio cliente, si è deciso di venire qui nel locale, meglio qui che in quel sudicio albergo.”
“Bene ragazzo, lo potevi dire che sei un cliente di Kamali, ti vergognavi così tanto? Sapessi che bella clientela bianca ha la nostra Kamali.” Finì la frase ridendo e con lui gli altri tre.
Kamali lo prese per la giacca e lo portò via con sé.
“Perché sei entrato qui dentro? Allora ti interessavo?
“No, mi spiace deluderti, ero qui dentro solo per passare il tempo, mi annoiavo e volevo bere qualcosa.”
“Qui dentro non si viene per passare il tempo, si viene per spendere i soldi e se non lo fai qualcuno si può innervosire, vieni con me adesso.”
Alberto fu condotto in una stanza. Al centro un letto quasi pulito, due comodini ai lati, al muro dei ganci per appendere i vestiti. Kamali si mise sul letto, scansò il copriletto, le lenzuola erano bianche, pulite, accettabili.
“Dai, vieni qui che non ti mangio, questa è la mia stanza e ti assicuro che è la più pulita, di là oltre la porticina c'è un bagno se ti vuoi lavare.”
“Ascolta, non voglio farti perdere tempo, non mi interessa fare sesso con te, non sono entrato per questo.”
“Allora non hai capito, questo che ti offro è la tua migliore soluzione, il padrone è molto nervoso negli ultimi tempi e se fossi rimasto lì avresti fatto una brutta fine.”
“Sai che ci sono molte pattuglie della polizia qui vicino, non conviene nemmeno a lui fare troppo casino.”
“La polizia? Come sei ingenuo, eppure non sei più un ragazzino. Ogni tanto ci vengono a trovare, il padrone gli fa fare un giro dove vogliono loro e così sono tutti contenti. A volte vengono anche da me, non sono cattivi. Ne ho visti di peggio in altri paesi.”
Kamali a quelle parole smise la sua aria solare e si rattristò.
“Che giro hai fatto prima di arrivare qui?”
“E a te che ti frega?”
“Quanti anni hai?”
“Smettila di fare domande, sei qui per interrogarmi o per scopare?”
“Mi interessano le storie, tutto qui.”
“Basta parlare invece.”
Kamali si alzò e si spogliò, Alberto era seduto sul letto, la ragazza si avvicinò e si strusciò sul suo corpo. Aveva un bel fisico, tonico, in forma, i seni erano piccoli e sodi con dei grandi capezzoli sporgenti, del colore della pece, puntati verso l'alto. Alberto mise una mano sui fianchi, la pelle aveva un colore che ricordava il cioccolato fondente.
Amava il fondente vero, quello al cinquanta per lui non era nemmeno cioccolato, e quel colore sul quel corpo stava veramente bene. Alberto risalì con la mano fino a sfiorare il seno, li notò delle macchie, era come se la pelle fosse arricciata, come se avesse delle cicatrici, e non era solo lì, si scosto di qualche centimetro per guardare meglio il suo corpo nudo.
“Cosa stai facendo?” Chiese Kamali.
“Questi segni cosa sono? Sembrano cicatrici, alcuni sembrano bruciature?”
Kamali ebbe uno scatto di ira e gli strillò contro.
“Ma cosa ti frega? Ma tu chi sei? Chi cazzo sei che mi vieni a chiedere queste cose? Non ti piacciono le donne? Sei frocio?”
Alberto la prese per i capelli dalla parte della nuca e la strattonò. “Abbassa la voce, non mi piace chi strilla.”
Kamali per risposta gli sputò addosso, come reazione Alberto gli diede un ceffone che la fece rotolare per terra, facendo sbattere la testa sul pavimento. Preoccupato per la conseguenza del suo gesto raccolse la ragazza e la mise sul letto. In quel momento la porta si aprì e una donna nera corpulenta con fare minaccioso si affacciò: “Ci sono problemi? Ho sentito strillare.”
Le cose si stavano mettendo male, in base a quello che avrebbe detto la ragazza potevano esserci conseguenze, per lui o per lei?
“No, tutto bene, vai pure e lasciaci in pace.”
Alberto tirò un sospiro di sollievo. Kamali lo guardò con aria di sfida. “Guarda che non ti ho fatto nessun favore, se ci sono problemi con i clienti chi ci rimette sono io. In genere. Qualche volta, quando capita qualche maniaco, possono dare una sistemata anche a loro, ma solo perché hanno paura che possano rovinare la merce, solo per questo.”
“Scusa per il ceffone, era troppo forte.”
“Ti ho sputato, me lo sono meritato, se non me lo avessi dato ti avrei preso per un codardo. Il tuo schiaffo è ben poca cosa rispetto a quello che ho passato.”
Alberto ebbe un moto di compassione per quella ragazza. Kamali vide il cambiamento nella sua espressione.
“Non voglio la tua pietà, non ne ho bisogno, e non voglio nemmeno dirti nulla, tanto cosa cambierebbe? E non dirmi che posso andare alla polizia per ricevere aiuto o posso cambiare vita, so quello che posso fare, non sono una stupida e tu non sai nulla della mia vita.”
La ragazza era di nuovo diventata dura.
Alberto si alzò dal letto e guardò l'orologio.
“Hai fretta di andare via? Non ti piaccio proprio?”
“Sei molto carina, lo sai, ma non mi interessa stare con te, dimmi quanto ti devo dare e me ne vado.”
“Non subito, devi stare almeno mezz'ora, se vai via prima si insospettiscono. Puoi stare anche un'ora se vuoi però paghi il doppio.”
“Basta mezzora.” Alberto mise il denaro sul comodino.
“Quello però è per loro, se vuoi puoi darmi qualcosa per me, io guadagno solo con gli extra.”
“Davvero? E A me chi me lo dice che è così? E poi pensi di meritartelo, dopo quello sputo?”
“Che stronzo, ti ho salvato prima al bar, voglio vedere cosa avresti fatto senza di me e anche prima non sono stata brava?”
“Ma certo, sei un vero amore.” Alberto mise altri due biglietti sul comodino, Kamali a quel punto si addolcì.
“Vieni qui vicino, però non fare domande, non voglio parlare, tra poco tu andrai via e non tornerai più, lo sento. Quindi perché farmi parlare di quelle cose? È vero che non tornerai più?”
“Sì, è vero. Dovrei tornare secondo te, a fare cosa?”
“Mi farebbe piacere se tu tornassi, sei così diverso dagli altri, sembra che non ti importa di nulla e di nessuno, ma non sei cattivo, lo sento.”
Alberto non disse nulla, la ragazza era sdraiata sul letto, nuda, le linee del suo corpo disegnavano delle curve perfette nell'ondulazione della schiena e nel profilo dei lombi. Alberto passava la mano lungo questo contorno, mentre la ragazza rimaneva stesa con il volto sul cuscino e gli occhi chiusi.
“Sai che non tornerò, ci siamo incrociati per caso e per caso me ne andrò, tu per la tua strada e io per la mia. Non penso di poter fare nulla per te e in ogni caso nemmeno tu lo vuoi, e poi non sono nato per salvare le persone, specie quelle che non lo vogliono.”
“Allora non vuoi stare con me? Sono qui, non sono così brutta vero? Non dirmi che non ti piaccio?”
“Non ho mai pagato per una donna fino ad adesso, e voglio mantenere questo primato per ancora un po'.”
“C'è sempre una prima volta, e forse con me è quella buona.”
“Pensi di essere la migliore puttanella di Roma?”
“Perché ti diverti a fare lo stronzo e offendere?”
“Mi viene spontaneo, sono doti naturali.”
Kamali offesa si girò dall'altra parte mostrando le linee ondulate del suo sedere ad Alberto, che passò il resto del tempo a percorrere con la mano il tratto del corpo compreso tra il profilo della schiena e fino alla coscia. Aveva una pelle vellutata, sembrava la superfice di una pesca nel pieno del suo vigore; Kamali era indubbio una bella ragazza, ma Alberto non riusciva a rilassarsi, si sentiva.... ( continua)

Roberto Carletti
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