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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Felix Delamesa
Titolo: Lettere a me stesso
Genere Autobiografico
Lettori 376 13 5
Lettere a me stesso
(Viaggiare per essere senza casa).

Incipit, prefazione - marzo 2020.
Carissimo Felix,
Tanto per cambiare mi hanno messo male l'ago della flebo!
E' vero che ormai dovrei essere abituato a simili inconvenienti, ma sopporto sempre meno che si faccia esercizio sulla mia pelle.
Pazienza!
Quattro ore di flebo non sono poche ma per me, vaccinato a ben altro, non sono un gran problema.
Speriamo solo che serva a qualcosa.
‹‹Qui di notte fa un po' freddo ma a noi veterani di montagne e di deserti ce ne facciamo un baffo del freddo››
Sono nel Day Hospital del mio ospedale prediletto, a poche decine di metri da quella che un tempo era la mia facoltà in un periodo ormai lontano nel quale l'abitudine di scrivere a me stesso aveva preso inizio.
Una vita affrontata con spavalderia, cercando di unire al lavoro ed agli affari, la distrazione, le vacanze, il divertimento, le esperienze, i contatti con la gente e le avventure compresi i rischi affrontati con incoscienza e fatalismo.
Qualcuno potrebbe dire:
‹‹Che me ne frega di quello che hai fatto, lavoro business e soldi, raccontami invece cose che possono interessare anche a me come persona››
Fin dagli inizi ho cercato di condurre esperienze personali degne di interesse e cariche di valori universali forse valide anche per gli altri.
Ho sempre avuto l'ambizione di volerle trasmettere e così ci provo con questa stravagante relazione epistolare e con le mie auto-lettere.
Ci sono riuscito?
Forse, può darsi.
In ogni caso ci ho provato e comunque facendolo mi sono divertito e poi, se non ci sono riuscito, pazienza!
Adesso tutto è concluso.
La fortuna con me non è stata avara ed in qualche caso me la sono cavata quasi per caso, trovando sempre eccitante quella situazione di precarietà che considero componente essenziale dell'avventura.
Abbiamo avuto il nomadismo, se non fisico, sempre come condizione mentale.

Beirut, anni '80. Guerra civile e stragi.

"Caro amico, sono ancora qua.
Un passaggio veloce di solo qualche giorno, più che altro per lavoro e pronto a mettermi sulla strada che porta a Damasco.
La città è sempre distrutta in ogni senso e la situazione è sempre la stessa, traffico, lavoro di giorno per tutti, evasione e tentativi di divertimento la sera.
Ma lo sappiamo bene, la capitale del Libano non è sempre stata così.
Ripenso al fatto che qui, come in pochi altri posti al mondo, sia possibile sciare la mattina per poi tuffarsi nelle acque del Mediterraneo nel pomeriggio.
Beirut era chiamata la Parigi del Medio Oriente, un tempo custode di una lunga storia cosmopolita, importante centro culturale e accademico proprio come succedeva nella vicina Aleppo. Le immagini degli anni '50 e '60 mostrano una città nel massimo dello sviluppo economico. In effetti a 15 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, Beirut era divenuta la capitale finanziaria dell'intero mondo arabo.
...........
I conflitti di natura politica non sono mancati insieme a violenti scontri che hanno continuato a minacciare regolarmente la vita della città.
Comunque, grazie ai soldi dei palestinesi e nonostante i conflitti, la lira libanese oggi è sempre più forte e c'è anche chi nella Beirut cristiana, al di là della linea verde di demarcazione che taglia in due la capitale, continua a vivere come una volta.
Beirut insomma, malgrado tutto, oggi è viva ed iperattiva ma sempre con una struggente nostalgia del passato.
Le stazioni ferroviarie non esistono più dal '77, così come la rete di trasporti pubblici, i treni ed i tram.
Esistono solo le auto, quasi sempre scassate convertite in taxi collettivi che ti portano da una parte all'altra della città.
Mi si dice che oltre un milione di persone ogni giorno da nord, da sud e dalla valle della Bekaa, si muovono in auto per raggiungere la città, diventata un'unica grande area metropolitana stritolata da un traffico disumano.
Un vero disastro, malgrado che la città vecchia, in qualche zona, resista.
E' giusto quindi continuare a pensare al popolo libanese, al mosaico di confessioni che rappresenta, a chi è stato forzato ad andarsene, alle donne e agli uomini di ogni diaspora e soprattutto a ciò che da questi traumi e da queste tragedie può tornare a rinascere in futuro.
Come andrà a finire per il resto è impossibile saperlo."

Bagdad, 1984

"In fondo alla Sadoon Street, una delle vie più storiche della vecchia Baghdad c'è il mercato, il Souk, uno dei tanti della città, forse uno dei più antichi ed importanti.
Premetto che mi considero agli esordi in tutti sensi possibili: non conosco il paese, non conosco la lingua, sono alle prime esperienze di questo tipo di lavoro ed è la prima volta che cerco di realizzare il programma che mi ha portato in questo paese che mi appare pericoloso e misterioso.
Devo ancora incontrare le persone giuste e sono emozionato e teso, del resto da alcune mie lettere precedenti, tu sai perfettamente come sono arrivato a questo punto.
Sono però motivato, non mi spavento, credo di avere le idee chiare e di sapere cosa devo fare.
Ma sarà tutto giusto?
Questo è il momento critico, il primo ma sono certo che sarà seguito da molti altri, in realtà sono convinto che tutta la vita è fatta in questo modo, vedremo i risultati!
Come uno studentello al primo giorno di scuola, con la mia bella cravattina faccio il mio ingresso in questo tipico mercato arabo, con la sua penombra e la relativa frescura, con i suoi odori e profumi, per andare incontro al mio appuntamento con la storia, ovviamente con la mia.
Trovo la fila delle bancarelle, sono di tutti i tipi come in tutti i mercati arabi che si rispettano, un po' di musica e parecchia gente, ma non tantissima.
Sono le nove del mattino, più tardi ci sarà l'ora di punta, devo incontrare il vecchio, il gran capo di una grande famiglia irachena, il mio primo e per ora unico possibile cliente.
La società irachena, secondo la cultura araba, è gerarchicamente strutturata con a capo i vecchi o meglio gli anziani.
Costoro non vengono mai considerati fuori gioco ed ogni questione che riguarda la famiglia viene a loro sottoposta per la decisione finale.
Quando un nuovo personaggio si affaccia all'orizzonte per nuove iniziative che riguardano gli affari della famiglia, viene sempre sottoposto al giudizio del vecchio, il vero Gran Capo.
In questo caso devo cercare una bancarella di frutta e verdura che il vecchio occupa da anni e che mantiene costantemente come impegno personale.
Ci va ogni mattina, trova gli amici, beve il caffè, chiacchera, vende un po' di prodotti della terra e stando al fresco passa la mattinata.
In effetti qui al mercato centrale di Baghdad si sta bene e sembra quasi che ci sia l'aria condizionata, mentre fuori eravamo già oltre i trenta gradi.
Giro e mi guardo intorno cercando la bancarella, infine credo di averla trovata, in base alle istruzioni ricevute dal figlio, che in realtà è il soggetto operativo, un tipo in gamba, con il quale sono da tempo in rapporti.
Eccola!
Mi devo far conoscere e giudicare, lo so benissimo, ed è da questo giudizio di esperienza e saggezza, che dipende il successo dei progetti della sua famiglia, ovviamente insieme al mio.

Afganistan , Bamjan – 1979

Un gruppo di case, un vasto pianoro che conduce ad una parete di roccia, alta un centinaio di metri, verticale e lunghissima, la parete somiglia ad un alveare con centinaia di fori, aperti a suo tempo dai monaci buddisti, che poi sarebbero stati le loro celle ovvero gli eremitaggi
Ma, tra le tante cavità minori, due grandi se ne aprono, gigantesche, con il disegno ben netto, come absidi dentro le quali i buddisti scolpirono le statue di due Budda, ricoprendone le pareti di affreschi.
I due grandi Buddha quindi, scavati nella roccia, si stagliano nella montagna di Bamiyan: il più piccolo di circa 38 metri ed il più grande alto 55 metri, con percorsi interni che portavano alla testa delle due statue.
Nessun monumento testimonia meglio dei Buddha di Bamiyan la straordinaria storia dell'Afghanistan Pre Islamico come centro religioso buddhista molto importante con una dozzina di monasteri scavati nella roccia.
Il paesaggio sembrava fermare il tempo, confermato dagli antichi turbanti degli uomini e dai vestiti colorati delle donne non obbligate al burqa ma racchiuse nelle loro vesti dignitose e tradizionali.
Mi aggrego ad altri viaggiatori e mangiamo tutti con appetito zuppa di riso con vegetali, seduti sul tappeto, chi a gambe incrociate chi seduto su un fianco, chi sdraiato come un antico romano; solo i locali riescono a stare in quella strana ma certamente efficace posizione accovacciata!
Là in cima, dove la valle di Bamiyan si chiude in una strettoia, un gruppo di castelli e di torri che erano la cittadella che la difendeva, domina il panorama.
In basso c'è il verde di un bosco, mentre le pareti e le torri hanno un sanguigno color d'ocra da qui la definizione di Città Rossa, rosso sangue.
La storia o la leggenda parlano di Gengis Khan che attraverso la Via della Seta, irruppe nella valle afghana e ordinò di distruggere la cittadella facendo passare a filo di spada uomini e animali.
In questa zona non c'è elettricità e quando scende la sera si accendono lampade a petrolio, fa freddo e ringrazio ancora una volta gli abiti afgani.
Sono catturato e sedotto dalla bellezza del luogo, ma devo organizzarmi e cerco di mettermi in ordine per la cena e per la notte.
Sono fortunato, faccio amicizia con un gruppo di cavalieri che mi invitano a cenare con loro e, se voglio, anche a dormire vicino al loro fuoco di legna all'aperto nel sacco a pelo.
Fa un freddo cane, ma è bello.
Accetto e confesso che avevo sperato in una simile proposta.
Poco prima dell'alba mi sveglio e come sospinto da una forza invisibile mi arrampico verso il Buddha Grande fino alla sommità, durante la salita alla montagna dei Buddha respiro a fatica, ma la vista merita ed é incoraggiante la sensazione di calma che mi procura.
Da quassù, fra le braccia del Budda, assisto al sorgere del sole e confesso di essere incapace di descrivere quanto sia bello ed emozionante.
La valle è di una bellezza incredibile e devo ammettere che Bamiyan finora mi sta offrendo il meglio di questo paese.
Il sole è già abbastanza alto e scendendo in basso sono catturato da un meraviglioso profumo di pane proveniente dall'accampamento dei miei nuovi amici, per cui, devo ammettere che mi sento quasi a casa, mangio con appetito e decido il programma della giornata.
Felix Delamesa
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