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Autore: Arsenio Siani
Titolo: I diari fasciocomunisti
Genere Giallo
Lettori 278 1
I diari fasciocomunisti
Sento una cornice serena che avvolge il mio corpo, come una patina di calore che vuole portare un po' di fiamma in questo spento cuore. Intorno a me urla e chiasso, intanto il mio sangue fluisce veloce nelle vene, che pulsano a ritmi non regolari. Sono io, e tutti. Circondato da fratelli, protuberanze di me, e io un prolungamento di loro, come un'unica entità che si muove per realizzare il suo inevitabile destino. E' successo tutto in fretta, gli eventi hanno cominciato a susseguirsi veloci come le diapositive di un film o le pagine di un libro ed era impossibile per me non avere il sentore del fatidico. Dopo un'esistenza piatta ed anonima, in cui non era successo nulla di grandioso, a ventisette anni la vita si era ricordata di me, incasellando la tessera della mia esistenza nel mosaico del mondo e assegnandomi finalmente un ruolo. Ora posso anch'io correre veloce verso il traguardo, dove mi attenderà il suggello della Storia, e il mio nome verrà ricordato negli anni. Nelle ére a venire sarò stato uno dei giusti, un guerriero della patria, che ha contribuito a rendere questa terra, la mia, la nostra terra, un palcoscenico di prosperità, di eterno benessere, orgoglio e forza.

- Seee, buonanotte! I fascisti mica scrivono così. Brigadie', questo diario è falso, mi dia retta... -
Istintivamente il brigadiere Lorenzoni chiuse il quaderno. L'annotazione dell'appuntato Giorgetti sembrava avere un senso. I fascisti sono ignoranti, gente rude, che viene dalla strada. Chi aveva scritto quelle pagine sembrava acculturato e chi studia non può finire nelle grinfie delle convinzioni distorte che alimentano i circuiti dell'estrema destra.

Si portò le dita sui baffi, appena poco sotto le narici, poteva sentire il calore del suo respiro sulle punte. Si concentrò su quella sensazione e intanto cercava di riordinare i pensieri. Compito non facile con un espediente così insulso che, perlomeno, gli consentiva di togliersi dal naso quell'odore nauseante di sangue rappreso. Erano passati due giorni dal ritrovamento del corpo e ancora la puzza di marcescenza era predominante nel suo olfatto.

Riaprì distrattamente il plico in cui erano raccolte le pagine fotocopiate del quaderno originale, fece scivolare lo sguardo tra le righe, saltando da una pagina all'altra. Notò ad un tratto il segno che indicava lo strappo di alcune pagine nel manoscritto originale. Qualcuno le aveva portate via. Perché?

- Facciamo un giro, Giorgé. Qua l'affare è grosso. -

Uscirono dall'ufficio e montarono sulla volante. Giorgetti si mise al posto di guida e Lorenzoni a quello del passeggero. - Dove la porto, Brigadié? -

- Tu guida. Io devo leggere. -

Giorgetti fermò la mano sulla chiave di accensione, immobile. Aspettava il proseguimento della frase perché non aveva capito cosa gli stesse comunicando il Lorenzoni. - Cioè, brigadié? Giro a vuoto? - disse, facendo roteare platealmente la mano.
-
- Tsè tsè. Non si dice a vuoto. Che stiamo a fare, perdiamo tempo? Una pattuglia dei carabinieri in giro fa sempre comodo, diamo la sensazione che ci siamo, trasmettiamo sicurezza ai cittadini. E intanto io leggo. Così cogliamo due piccioni con una fava. Ovviamente se noti qualcosa di strano tu avvertimi, che interveniamo. -

- Magari, brigadie'. In questo posto, non succede mai niente. - disse Giorgetti, quasi parlando tra sé e sé con aria trasognata.

- Dove vorresti stare, a Napoli a rischiare la vita tutti i giorni? Sempre a lamentarvi, voi giovani. E poi noia un cazzo, Giorge'! Hanno ammazzato uno due giorni fa. Non ti basta? Quanti te ne servono, sei o sette al giorno di omicidi? -

- No, Napoli no - disse Giorgetti, mettendo in moto e facendo muovere la Giulietta d'ordinanza che uscì dalla piazzetta dov'era parcheggiata, esattamente di fronte all'edifico settecentesco che ospitava la caserma dell'arma. - Però proprio qui dovevo finire? Tra i due estremi non potevo avere una via di mezzo? A Napoli manco morto, ma non mi potevano sbattere, che ne so, a Guidonia, o a Prato, o a Savona... -

- Aeeeh - chiosò Lorenzoni, - guarda che io sono stato dieci anni a Perugia. Ti garantisco che era meglio Napoli. Nelle metropoli siamo di più, e c'è più organizzazione. Più un centro è piccolo, più è difficile gestire le cose. Dai retta a me che non sono più di primo pelo, i più sfigati nel nostro lavoro sono quelli delle città medie. La criminalità è tanta e poliziotti e carabinieri sono pochi. Devi farti un culo dalla mattina alla sera che non ti bastano sette vite per smaltirlo. -

- Anche qua siamo pochi, brigadie'... -

- Appunto. Che fai, sgobbi dalla mattina alla sera qui? Vai, chiedi il trasferimento a Pisa. O a Imperia. O a Salerno. Poi me lo ridici come rimpiangi Siena. -

La volante aveva imboccato via del Refe Nero, si apprestava ad uscire dai meandri del centro storico fino a sbucare oltre una delle porte che conducevano ai quartieri della periferia. Rimasero entrambi in silenzio, Lorenzoni in attesa di una replica che però non arrivava, Giorgetti rimuginando su ciò che si erano detti per cercare qualcosa da controbattere. Sfortunatamente per lui non trovò nessuna argomentazione valida.

Calò il silenzio, lo sguardo del brigadiere era perso sulle mura di mattoni delle case che sorgevano ai lati delle viuzze. Non amava quegli scorci, che gli trasmettevano sempre un senso di profonda malinconia. Come se tutto quel vecchio ammassato nel nucleo urbano fosse un segno di protesta e resistenza contro l'evolversi delle stagioni e il passare del tempo. Aveva sempre odiato gli atteggiamenti conservatori, nella sua vita aveva accolto il nuovo sempre con fiero entusiasmo e gli erano pesati non poco quegli anni che stava trascorrendo in un paesone come Siena. Capiva perfettamente il ragionamento di Giorgetti, ma allo stesso tempo non poteva fare a meno di ritenersi fortunato perché poteva permettersi di non farsi in quattro per tutto il turno. Aveva già dato, prima a Catanzaro poi a Perugia, ora poteva godersi ritmi più semplici e lenti. Eccezioni a parte, come quella che era capitata di recente. Un brutto affare, nuovo per la città, che sperava di risolvere in fretta. Strinse il quaderno tra le mani come se volesse stritolarlo. E' tua la colpa, pensò. Sei lì dentro, vero? Ehi, dico a te. Ora vengo a scovarti.

Si rivolgeva alla soluzione incarnata in una persona, che era l'autore del delitto. Colui che aveva materialmente commesso l'omicidio. Gli era scappata nonostante i flash delle foto della scientifica che illuminavano la stanza durante il sopralluogo. Aveva intuito che in quel momento fosse sgattaiolata fuori e si fosse nascosta da qualche parte, fin quando venne fuori il diario, ed istintivamente pensò: beccata!

Poteva vedere la manina della "soluzione" che di tanto in tanto spuntava fuori dalle pieghe del quaderno per sbeffeggiarlo, - come, non mi vedi? Sono qui...no, adesso sono di qua...pagina diciotto...ora a pagina trentuno. -

Ma le pagine non sono numerate.

Se se, tu contale, vedrai come la trovi la numerazione...

Lorenzoni scrollò la testa. Quei pensieri assurdi dovevano essere frutto della stanchezza, strizzò gli occhi con la punta del pollice e dell'indice e riaprì il diario.


Memoria, memoria, memoria, abbiate memoria di quelli come me. Non chiediamo altro che essere ricordati. Abbiamo dei sogni, degli ideali , per cui siamo disposti a morire.

Mi chiamo Lorenzo Neri. E sono un fascista.

Forse lo sono sempre stato, anche quando questo termine mi procurava orrore. Fascista ci nasci, non ci diventi. E' inutile girarci intorno, non siamo tutti uguali. Ci hanno riempito le teste con false idee per opportunismo e invidia. Cosa è meglio , per far fronte al proprio complesso d'inferiorità , se non screditare il prossimo che manifesta una evidente superiorità morale, fisica ed anche spirituale? Noialtri abbiamo dominato la Storia e il fascismo avrebbe proseguito imperitura la sua opera se non fossimo inciampati durante la Seconda Guerra Mondiale. Cosa sarebbe stato delle terre e delle nazioni se avessimo vinto?

Ve lo dico io, oggi staremmo assistendo all'ineluttabile e inevitabile, ovvero al progresso della vera stirpe, estesa ogni oltre frontiera per trovare il proprio spazio vitale che deve essere immenso come le terre emerse. Un grande spirito necessita di territori sconfinati per potersi espandere e proliferare.
Se le cose fossero andate diversamente oggi non esisterebbero più le storture, gli inciampi e le deformazioni dell'uomo, non avremmo i gialli, i neri, i meticci, bensì il suolo sarebbe calpestato dall'unica, vera razza, quella bianca e pura, che ha mandato avanti questo pianeta ed è stata artefice e responsabile di tutti i grandi eventi dell'umanità. I Greci erano bianchi, i Romani pure, i Bizantini, i Longobardi, i Franchi, i Normanni, gli Svevi, gli Inglesi, Spagnoli e Francesi che hanno conquistato e colonizzato i cinque continenti, sostituendosi talvolta, dove possibile, agli autoctoni e facendo di quelle frontiere nuovi templi del culto della vera specie umana. Abbiamo tirato su cattedrali, strade, città, grattacieli, costruito mezzi di trasporto sempre più tecnologici, siamo andati sulla luna, abbiamo iniziato ad esplorare lo spazio...gli altri, che hanno fatto? Cosa starebbero facendo gli indios, gli africani, gli aborigeni e i Masai se non fossimo arrivati noi? Probabilmente vivrebbero ancora nelle capanne, indossando un gonnellino di pelle d'animale e procurandosi da vivere con la caccia e la pesca.

Nessun progresso sono stati capaci di realizzare, nessuna realtà hanno plasmato o piegato ai loro interessi e al loro beneficio. E non mi venite a raccontare la fandonia che loro vivevano in armonia con la natura. Questa panzana l'ho già sentita , e voi, se la sostenete, dovete spiegarmi cosa c'entri se è coerente il vivere in armonia con la natura con il fatto di poter morire per un semplice raffreddore. Lo considerate qualcosa di cui andare fieri?

Ma no, ci sono stati anche popoli che hanno realizzato cose importanti. Gli arabi e la matematica, bla bla bla, sì, come no. Ma la conoscete la società islamica, vero? Quella di mille anni fa, come quella di oggi? Che cosa cambia? Niente. I musulmani moderni sono solo un tantino più tecnologizzati, hanno città con alti palazzi e vanno al lavoro in auto, ovvero utilizzano e beneficiano di tecnologie inventate dai bianchi occidentali.

Quindi? Tolta la tecnologia, cosa rimane agli Egiziani, i Pakistani, Afghani, Indonesiani, Indiani, Musulmani, Marocchini, ecc ecc? Sono ancora io a dirvelo, a fornirvi la risposta. Rimane la stessa, identica rozza e barbara cultura ferma a secoli fa. Nessun progresso, evoluzione o sviluppo. Uomini fermi, mummificati nelle loro convinzioni, non meno di quei cadaveri putrefatti ritrovati in quei cosi triangolari nel mezzo del deserto egiziano. La conservazione deve essere qualcosa di profondamente radicato nel loro essere se più di quattromila anni fa i loro antenati perpetravano il culto della preservazione, rigettando così il concetto del divenire, del mutamento e dell'impermanenza di tutte le cose.

Mi sembra già di poter sentire cori di protesta e indignazione per ciò che sto dicendo ma io mi limito ai fatti, pondero un giudizio oggettivo, distaccato dalle convinzioni e dal sentire emotivo. Un modo freddo di percepire gli eventi, ma l'unico secondo me in grado di restituirci la realtà tutta per ciò che è e non per quello che ci appare. Voglio provare a restituirvi uno sguardo sul reale che sia scevro di contraddizioni e di percezioni filtrate da sensi che restituiscono una visione soggettiva ed imperfetta di ciò che c'è. A quel punto diventa più facile ragionare con la mente, il vero motore dell'animo umano. E' il cuore l'artefice degli inganni, credetemi. Una mente ben allenata è in grado di sfornare i prodigi che hanno caratterizzato il nostro movimento evolutivo nell'arco dei millenni.

Osservate, senza giudizi. Guardate il mondo, attestando ciò che è. Noterete che ho ragione. Prendete un aereo e volate a Bangkok, oppure a Tokyo, ma anche a Dubai, Calcutta o addirittura ad Addis Abeba. Scrutate intorno a voi e cosa vedete? Un ambiente che è la copia delle nostre città, un mondo sempre più occidentale dove avanzano a vista d'occhio costruzioni imponenti che toccano il cielo e fagocitano i resti e i segni delle retrograde civiltà precedenti. Cos'è questo se non il segno del nostro trionfo? Il villaggio globale che sta nascendo, con la globalizzazione che si sta affermando in modo sempre più deciso, altro non è che la dimostrazione che avevamo ragione e qualcuno se n'è accorto se oggi sempre più persone, incluso il sottoscritto, si riconoscono orgogliosamente come fasciste.

Anche voi potete farlo. Vi invito a passare da questo lato della barricata e a sperimentare la beltà della sensazione di appartenenza a qualcosa d'immenso come la vastità del cielo. Sapete come si fa? Guardandosi dentro. Vi racconto cosa è successo a me. Spero che sia d'aiuto a tutti voi per comprendervi meglio e smettere di avere paura di ciò che già siete.

Ci sono voluti cinque anni per completare questo percorso. Non è stato facile , ma infine sono rinato a nuova vita. E' venuto fuori l'uomo nuovo, sprezzante del pericolo e delle regole insulse ed assurde imposte da uno Stato corrotto e perverso.

Cinque anni fa. Se ripenso a me stesso in quel periodo mi vengono i brividi e se mi chiedo cosa sarei oggi se non avessi intrapreso la via mi viene la nausea. Forse sarei morto suicida, o comunque starei facendo una vita di merda. Lavoravo come bigliettaio per i bus turistici. Avete presente l'omino che vi stampa un biglietto alla biglietteria di un'autostazione? Ebbene, io ero uno di quelli. Trascorrevo le mie giornate in un ufficio puzzolente, freddo d'inverno e caldo d'estate, per otto ore non avevo alcun compito se non quello di staccare biglietti su biglietti per i clienti che mi rifilavano manciate di spiccioli in cambio dell'agognato pezzettino di carta. Ho lavorato in quel posto per sei anni e credo di non aver guardato in viso neanche una delle persone che si presentavano davanti a me dall'altra parte del vetro. Quello spesso quadrato trasparente era come un muro che mi separava dal resto del mondo, facendo rimbalzare voci, sguardi e gesti, di cui poi, in fin dei conti non m'importava niente. Aspettavo soltanto di terminare il mio turno e uscire dal lavoro...per andare dove, poi? Non avevo una vera vita lì fuori. Era tutto asettico, morto, anestetizzato. Andavo a casa, accendevo il PC e mi dedicavo alla pornografia come valvola di sfogo per la mia frustrazione. Avevo bisogno di emozioni forti, sentirmi vivo, e cercavo tra tette e culi quella pienezza che deriva dalla vitalità. La sera, dopo svariate ore trascorse su internet, avevo due alternative: andare a letto presto o gironzolare in città senza meta. Non avevo amici, quindi potevo solo passeggiare da solo se avessi voluto buttarmi fuori di casa.

Amavo le strade di sera, quando i negozi chiudono e incroci solo pochi passanti silenziosi lungo il tuo cammino, tranne che nel fine settimana, quando i viali si riempiono di uomini e donne vestiti con abiti eleganti che fanno bella mostra del loro fascino e del loro benessere. Evitavo di uscire il sabato e la domenica proprio perché mi serviva quel silenzio, la sensazione di essere solo al mondo così da poter giustificare la mia solitudine. Non ero io ad essere sbagliato, erano gli altri che si nascondevano e forse non erano mai esistiti. Era un'illusione, ma talvolta serviva a farmi stare meglio.

E accadde che durante queste passeggiate avessi fatto conoscenza con Abdul, pensate, un nero. Era un senzatetto che si rifugiava in vari angoli della città, capitava che me lo vedessi spuntare dappertutto e giunsi a pensare che mi seguisse. All'epoca ero immaturo e senza idee, ragionavo per automatismi e arrivai a fraternizzare con lui, non perché lo volessi ma pensavo che fosse la cosa giusta da fare in base a tutte le stronzate che avevo sentito nel corso degli anni. Gli davo l'elemosina, qualche volta gli ho offerto anche una sigaretta, un paio di volte ci intrattenemmo anche a fare due chiacchiere. Parlava poco perché non conosceva quasi nulla della nostra lingua, in genere ero io a parlargli mentre lui mi guardava con aria ebete sfoderando un sorriso che gli faceva sporgere la mascella. Vedevo i suoi grandi denti bianchi che brillavano nel buio come delle perle in fondo al mare notturno, con una macchia nera in mezzo ai due incisivi in quanto gliene mancava metà di uno. Una sera provai a chiedergli cosa fosse successo, indicai il dente fratturato con l'indice per farmi capire e lui simulò un cazzotto per farmi capire che l'avevano picchiato. - Chi? - chiesi, ma lui sollevò le spalle e continuò a ridere. Non perse mai l'aria inebetita che lo contraddistingueva, anche quando parlava di eventi negativi come un pestaggio.

Avevo un sospetto su chi fossero i responsabili del pestaggio di Abdul. In città l'aria era cambiata. Sciami d'immigrati l'avevano invasa, rendendola in qualche modo pericolosa e invivibile. Gli stupri e le rapine erano sempre più frequenti, i cittadini sempre più spaventati e insicuri. La cosa peggiore era che la polizia brancolava nel buio e la maggior parte dei reati rimanevano impuniti, alimentando ancora di più la spirale perversa dei crimini, che aumentavano sempre più giorno dopo giorno. Fu in questo clima che furono istituite le prime ronde notturne, gestite da volontari che operavano ovviamente in clandestinità. Giravano per le strade e cercavano di incappare in qualche malvivente per dargli una bella lezione , e qualche volta hanno fermato anche me, essendosi insospettiti per il mio comportamento che poteva sembrare ambiguo. Temetti più di una volta di essere pestato, ma decisi lo stesso di non rinunciare alle mie passeggiate notturne. In fondo sapevo che i sospetti sul mio conto erano in qualche modo flebili e che le loro attenzioni si concentravano soprattutto sugli immigrati, specie se africani o slavi. Io avevo la pelle bianca ed ero italiano e questi due elementi erano un lasciapassare sufficiente per varcare qualsiasi soglia protetta da quei bestioni pelati con pendenti a forma di croce celtica e svastiche tatuate sul corpo.

Capitò tuttavia che mi trovassi nel luogo sbagliato nel momento sbagliato.
Era una delle mie giornate - a cazzo - , ovvero quando prendevo dei giorni di ferie dal lavoro senza motivo e non avevo nessun luogo in particolare dove andare o qualche attività da svolgere ma sentivo il bisogno di stare lontano per qualche ora in più da quel gabbiotto che rappresentava la mia prigione. L'attività in queste giornate si riduceva alla consueta passeggiata senza meta, a cui mi dedicavo però in orari diurni. Mi piaceva constatare quanto cambiassero i luoghi con la luce del sole, riscoprivo nuovi scorci, contemplavo dettagli che sfuggivano alla mia vista quando il crepuscolo calava sulle strade impedendomi di notare quella crepa curvata nella facciata di una casa che, posta sotto a due finestre, aveva la parvenza di un sinistro sorriso, oppure quella porticina minuscola, alta poco più di un metro, che compariva di fianco al portone principale di un palazzo. Senza le giornate - a cazzo - non potevo scoprire quelle novità e fantasticare sulle possibili risposte e soluzioni agli enigmi che la mia città mi donava, ora dopo ora, istante dopo istante.
Camminavo assorto nei miei pensieri, quando la mia attenzione fu attratta da un miscuglio di urla che diventava sempre più potente ed intenso. Ebbi la sensazione che un'entità maligna stesse correndo verso di me, la sentivo strisciare velocemente e sbraitare versi bestiali da un vicolo buio ed ombroso che si parava alla mia sinistra poco più avanti rispetto alla mia posizione. Mi guardai intorno e mi resi conto che ero solo nella grande piazza dell'Indipendenza in cui mi trovavo, che sembrava stranamente priva di vita. Le macchine parcheggiate ai lati della piazza sembravano posizionate con l'obiettivo di coprire ogni via di fuga, le finestre in alto delle case erano sbarrate, i negozi erano vuoti nonostante fossero aperti al pubblico. Intorno a me silenzio, rotto solo da quel ruggito lontano che diventava sempre più intenso, confondendosi a un tratto anche con il rumore di un forsennato calpestio simile a quello di cento piedi che pestano la terra con forza, per compattarla e schiacciarla fino a farla diventare liscia e dura come il marmo.

Ero paralizzato dal terrore, avrei voluto fuggire da quell'ambiente irreale ma le mie gambe non sembravano volermi dare questa opportunità. Il respiro mi diventò sempre più corto, le mani infilate nelle tasche avevano incomprensibilmente iniziato ad artigliare le cosce, forse per trovare un appiglio a cui ancorarsi per smettere di tremare, ma a quel punto furono le gambe a cedermi. Mi piegai in terra, sedetti sui sanpietrini e stesi le braccia dietro alla schiena per tenerla dritta e continuare ad osservare la bocca del vicolo che a breve avrebbe vomitato la minaccia che mi stava venendo incontro come una fiera che ha puntato la sua preda.

Successe tutto molto in fretta. Vidi sbucare Abdul che correva come un forsennato, aveva il viso contorto dalla disperazione e urlava qualche frase incomprensibile nella sua lingua. Forse invocava aiuto, oppure imprecava, in ogni modo notai che il suo sguardo, appena mi vide e riconobbe, si puntò su di me e si mosse con fare deciso nella mia direzione. Intanto una folla inferocita comparve alle sue spalle, sputata anch'essa dalle fauci della stradina stretta e buia. Decine di uomini stavano inseguendo Abdul, qualcuno era armato di spranghe, altri di catene, che facevano tintinnare accanto a sé trascinandole come bestie feroci pronte a ridurre a brandelli le membra morbide su cui si sarebbero infrante.

Mi tirai in piedi e feci qualche passo indietro, mentre Abdul mi aveva raggiunto e si era inginocchiato davanti a me. Continuava a muovere le labbra e a emettere suoni incomprensibili. Le sue dita si aggrapparono alla mia camicia, tirandomi verso il basso, le sue pupille erano quelle di un pazzo che ha visto l'inferno e ha paura di esservi nuovamente trascinato. Cercavo di divincolarmi ma la sua morsa era forte e granitica, gli afferrai i polsi ma sentivo le ossa dure sotto la pelle e i nervi tesi nel tentativo di rimanere ancorati a quell'appiglio di speranza rappresentato dal mio petto.

Le belve intanto erano sempre più vicine, a breve sarebbero piombate su di noi e avrebbero ridotto Abdul, e forse anche me, in una poltiglia sanguinante. Sentii una tensione elettrica salirmi dalle dita dei piedi fino alla sommità della testa e istintivamente lo colpii, gli tirai un pugno in pieno volto che gli fece ruotare la testa e gli ruppe la mascella. Fu un colpo violento, non pensavo di essere capace di sferrarne di così forti , ma credo che la paura alimenti a volte delle risorse latenti nel nostro animo facendoci fare cose che non saremmo mai stati capaci di fare. Abdul rigirò la testa per guardarmi, aveva uno sguardo stupito e dispiaciuto al tempo stesso, le sue pupille si dilatarono, forse perché stava realizzando che la sua speranza di aver trovato un angelo salvatore era stata un'illusione, serrò i denti ed iniziò a far roteare la testa, come se fosse in preda a degli spasmi. Lo colpii di nuovo, stavolta sul naso, le mie nocche gli schiacciarono il setto nasale che rimbalzò all'indietro per effetto dell'urto e due bolle rossastre gli scoppiarono fuori dalle narici , facendo colare copiosamente il suo sangue sul suo mento e anche sulla mia mano quando il terzo pugno tornò ad abbattersi sul suo naso. Abdul stramazzò all'indietro, nel frattempo la folla ci raggiunse e decise all'istante che non ne aveva avute abbastanza. Una calca rognosa si accanì su di lui con calci, pugni e sprangate, dimenticandosi di me e lasciandomi in disparte. Probabilmente la violenza operata su Abdul mi aveva salvato la vita perché quegli uomini avranno pensato che fossi uno di loro e mi avevano risparmiato. Se fossi scappato, o avessi provato a difendere quel ragazzo, sarei stato investito anch'io da quell'ondata di violenza.

La folla, così com'era arrivata, si dileguò, lasciando Abdul stramazzato al suolo in una pozza di sangue. Udii delle sirene lontane e riuscii a trascinarmi appena in tempo lontano dalla piazza. Due volanti della polizia erano giunte sul luogo, gli agenti iniziarono a pattugliare la zona e feci appena in tempo a confondermi tra la folla del viale di Banchi di Sopra, in cui giunsi attraverso il vicolo della Torre un attimo prima che due poliziotti, correndo, giungessero anche loro sulla strada e si guardassero intorno con aria spaurita.

Camminai lentamente, dapprima senza pensare, in attesa che i battiti del mio cuore si placassero. Poi una folla d'immagini, suoni, rumori e anche odori m'investirono come un treno in corsa. Rivissi tutti quei momenti, uno per uno, come se avessi registrato ogni singolo fotogramma di un film. Era tutto talmente vivido da apparirmi irreale, mi chiesi se fosse stato solo un sogno ma la mano ripiena del sangue scuro di Abdul mi ricondusse alla responsabilità per ciò che avevo fatto. Mi guardai addosso per constatare che i miei vestiti non fossero macchiati anch'essi del suo sangue, ma miracolosamente erano lindi e potevo camminare senza temere di dare nell'occhio a qualcuno.

La mia mente corse veloce, la passeggiata mi diede modo di riflettere sul mio gesto e mi arrivò la consapevolezza, potente e decisa come un fulmine, di aver fatto la cosa giusta. Avevo protetto me stesso. Ero vivo grazie solo a quell'atto brutale che aveva alimentato la mia fiamma vitale. Man mano che passavano i minuti e più sentivo quanto stessi bene. Il petto e lo stomaco erano pieni, invasi da una sensazione di calore che non avevo mai sperimentato nella mia vita. Giunsi agli orti de' Tolomei e mi affacciai dalla ringhiera del prato per contemplare il paesaggio che avevo davanti. Il cielo era ancora più azzurro, il sole più luminoso e l'aria più densa. E io, ero ancora più vivo. Mi scoprii potente, fiero. Un guerriero che si riposava dopo una battaglia che lo aveva visto trionfare doveva trovarsi in quella stessa condizione.

Il giorno dopo la notizia del pestaggio di un immigrato accusato di stupro era su tutti i giornali, nazionali e locali. Pare che Abdul sia finito nel mirino dei vendicatori perché ritenuto responsabile di violenza carnale nei confronti di una studentessa liceale consumatasi la notte precedente. Le prove non furono trovate, la vittima stessa non era certa che fosse stato Abdul ad abusare di lei, disse solo che la prima immagine che vide quando riaprì gli occhi, dopo che lo stupro si era concluso, era il corpo del ragazzo ghanese riverso sul prato a qualche metro da lei. Dormiva, e quando la ragazza, resasi conto di ciò che le era successo, iniziò ad urlare, scappò via. Gli esami accertarono che non era stato lui a violentarla. Lo sperma non era il suo e il colpevole non fu mai trovato. Abdul passerà il resto della sua vita su una sedia a rotelle ad alimentarsi con una cannuccia. Le botte che ha subito gli hanno causato dei danni cerebrali da cui non guarirà mai più.

A questo punto vi aspetterete che faccia mea culpa e ammetta di aver sbagliato per ciò che ho fatto? Assolutamente no! L'unico fastidio che provo nel raccontare questo aneddoto è dato dalla consapevolezza che dovremo mantenere a vita quel rifiuto umano. Abdul ora è in un istituto dove viene alimentato, idratato e curato a spese dei contribuenti. Non trovate vergognoso che un clandestino riceva tutte queste attenzioni mentre i vostri concittadini che lavorano e pagano le tasse debbano farsi il culo per far rispettare i propri diritti e avere gli stessi privilegi? A me questo pensiero fa venire il sangue al cervello!
Se quella feccia non fosse venuta in Italia non gli sarebbe successo niente. Ben gli sta ciò che ha subito, anche se non è stato lui a compiere lo stupro. Ha avuto comunque ciò che meritava per aver insozzato coi suoi luridi piedi il sacro suolo italico. Che il suo pestaggio serva da monito a coloro che pensano di venire nella nostra terra e fare ciò che gli pare. Questa è casa nostra. La nostra madre terra, che ci ha dato i natali. E' nostro dovere difenderla!

Ma sto divagando. Vi raccontavo di quel giorno. Durante la notte non riuscivo a chiudere occhio. I minuti trascorrevano lenti come ore, ero steso sul letto e guardavo il soffitto mentre tutto il mio corpo era ancora attraversato dalla frenesia. Scariche di adrenalina mi causavano degli spasmi,
dovetti alzarmi dal letto e fare qualche flessione per scaricare un po' di quell'energia.

Decisi di uscire, le gambe mi portavano in una direzione, come se avessero una vita propria. Non servivano impulsi o stimoli dal cervello, esse sapevano dove portarmi. Giunsi in via delle Sperandie, davanti alla discussa sede del Fronte Nazionale di Liberazione, il contestato movimento extraparlamentare di estrema destra che ha radunato i gruppi fascisti di tutta Italia. Sapevo che lì avrei trovato delle risposte e avrei capito tante cose.

Erano le 2:00 di notte e la porta era chiusa ma io sentivo che non era come sembrava. C'era qualcosa nell'aria che faceva arrivare alla mia percezione la parvenza di un'attività che non riuscivo a vedere, ma esisteva, ed era vibrante come una corda tesa al massimo. Sedetti su un gradino di fronte all'ingresso della sede e mi accesi una sigaretta, fissando con avidità dapprima la brace poi la maniglia del portone. Come una lampada nell'oscurità la brace mi rivelò la chiave per accedere ad un mondo segreto di cui ignoravo l'esistenza. La maniglia era obliqua, con la sua punta beffardamente piegata verso il basso. Il portone era aperto.

Mi avvicinai lentamente, mi guardai intorno con aria furtiva e infine poggiai una mano sul pesante battente di ferro che sorgeva all'altezza della mia testa. Spinsi, e il gracchiare dei cigoli mi rivelò una fessura nell'uscio, che divenne gradualmente più grande. La stanza che mi trovai davanti, spoglia e vuota, eccezion fatta per una libreria, delle sedie e qualche poster appiccicato sui muri, era buia ma sentivo delle voci che provenivano dal pavimento sotto di me. Mi feci luce col cellulare e vidi un'altra porta alla mia sinistra, dalla curiosa forma tondeggiante. Spinsi anche quella e mi ritrovai in un corridoio cilindrico, la cui pavimentazione era incurvata, come se fossi in un canale di scolo delle acque. Alla fine del lungo corridoio c'era un puntino luminoso, che diventava sempre più grande man mano che mi avvicinavo. Mi avvicinai lentamente e notai un cappotto in pelle sormontato da una testa calva. Due braccia erano piegate dietro alla schiena, all'altezza delle dorsali. Quando il mio sguardo si riabituò alla luce potei contemplare tutta l'imponenza di quella figura. Era alta almeno due metri e anche se era di spalle risuonava minacciosa ed inquietante.

Mi accovacciai per origliare, riuscivo a captare solo sporadiche frasi interrotte costantemente da un chiacchiericcio di approvazione e manifestazioni di gioia. - Vi dico che la gente è con noi. Dobbiamo uscire allo scoperto. Del Fronte eravamo solo in quattro durante la spedizione punitiva. Tutti gli altri, ed erano a decine, si sono uniti a noi quando abbiamo iniziato la caccia. Non appena hanno capito le nostre intenzioni ci hanno seguiti per darci man forte. -

- Evviva la rivoluzione! -

- Evviva il duce! -

E giù applausi, scarponi militari che sbattevano in terra, la sagoma davanti a me sembrò diventare ancora più grande. Un lungo braccio teso in avanti, verso il soffitto, spuntò oltre la sua nuca, coronandola come un emblema di potere.

Poi udii un colpo in testa, una manata che si infrangeva su di me, poi un'altra e un'altra ancora. Istintivamente scattai in avanti, passai in mezzo alle gambe della sagoma che mi si parava davanti e mi ritrovai al centro della stanza, dove erano radunati una ventina di membri del Fronte. L'uomo che mi aveva colpito, un bestione col pizzetto lungo e la testa rasata che stringeva una birra in una mano, mi raggiunse e mi poggiò un piede sulla schiena. - Camerati, questo verme ci spiava. -

Udii una fitta tremenda nel fianco, la punta di uno stivale mi era penetrata nelle costole e mi rotolai sul pavimento. - Aspettate. Sono dei vostri - urlai.

- Io lo riconosco - disse qualcuno. - E' quello che ha fermato il negro stamani. -

Calò il silenzio, una miriade di facce serie radunate in cerchio mi osservava e studiava. Qualcuno di loro teneva le braccia incrociate all'altezza del petto, come se fossero in attesa. Provai a parlare ma non ebbi il tempo. Un tremendo boato, accompagnato da lingue di fuoco che danzavano in fondo al corridoio d'ingresso, interruppe la mia presentazione. Tutti i presenti si scordarono di me e corsero verso l'altra sala. Rimasi solo, per cui decisi di muovermi anche io. Prima di terminare il tunnel intuii cosa doveva essere successo. Uno dei membri del Fronte aveva un estintore in mano e cercava di domare le fiamme che avvolgevano il portone. Qualcuno aveva lanciato una molotov. Quando il fuoco fu estinto si lanciarono tutti in strada alla ricerca dei responsabili ma non c'era nessuno.

- Sarà stato qualche amichetto del nostro ospite - disse qualcuno stringendomi il braccio.

Quel contatto scatenò di nuovo il seme della violenza in me. Lo colpii alle palle con una gomitata, poi, gli sferrai due cazzotti in pieno viso. Infine afferrai una sedia e gliela sfasciai dietro la schiena. Quando constatai che gli avevo fatto a malapena il solletico pensai che fosse stata una pessima idea. Mi preparai al peggio, che però non arrivò. Eruttarono tutti in una grassa e sonora risata e alcuni di loro mi diedero delle pacche dietro la schiena. - Che paura, il piccoletto s'è incazzato - disse uno di loro.

Il più anziano del gruppo, Dimitri, un uomo sulla sessantina pelato ma con la lunga barba a punta e occhi ardenti più delle braci di una sigaretta, mi diede il benvenuto. Si radunarono tutti intorno a noi, che eravamo seduti al centro della stanza. Era il mio battesimo. Cominciavo a sentire quel senso di appartenenza che solo chi si sente parte di una grande famiglia può sperimentare. Pesavo ogni sua parola e centellinavo ogni risposta. Il tutto sembrava parte di un flusso armonico ed indispensabile.

- Che cosa porti? - mi chiese Dimitri.

- La ricerca di senso - risposi. Non ne sapevo nulla di politica e fui sincero. Ero lì perché cercavo il mio posto nel mondo e speravo che il Fronte mi aiutasse a capire.

Dimitri mi osservò con severità, come se avessi bestemmiato. - Per far parte di questo gruppo bisogna avere certezze e convinzioni. E' una vita dura, una sfida continua. Poc'anzi hai assistito ad uno degli innumerevoli attentati di cui siamo vittime ogni giorno ad opera dei collettivi di sinistra. Solo una volontà d'acciaio può impedire di sbandare e dubitare davanti ad ogni ostacolo che si presenti lungo questo difficile cammino. -

- E' comunque un cammino, insomma. Quindi è un viaggio, in cui si esplora e si ricerca qualcosa. Datemi la possibilità di imparare e quelle certezze arriveranno. -

Dimitri sorrise. Non immaginatevi uno di quei sorrisi caldi ed accoglienti che riservano le persone che vogliono dimostrarti la loro simpatia e il loro apprezzamento nei tuoi confronti. Era piuttosto quel ghigno che manifesta colui che è sicuro di aver fatto centro o ha scoperto un segreto inconfessabile.

- Tu non sei qui per noi, ma per te stesso. Sei preda delle ambizioni dell'Io, che vuole affermarsi nel mondo a discapito dell'interesse collettivo. Ognuno di noi è parte di moltitudini e solo se agiamo per ciò a cui apparteniamo possiamo trovare il vero senso. Rifletti su queste parole prima di decidere. Sei disposto a sciogliere la tua identità in un flusso in cui non esiste più separazione e frammentazione individuale per perseguire un bene assoluto ed oggettivo? -

Quelle parole mi fulminarono. Non sono sicuro di aver scritto tutto ciò che Dimitri disse perché in realtà mi sembra di ricordare che il discorso fosse molto più lungo, ma il significato era quello. Il guru del Fronte mi stava dicendo che esisteva una verità assoluta ed era quella di cui essi erano detentori. La convinzione granitica di possedere la chiave della realtà, che per secoli è stata oggetto di ricerca da parte dell'uomo, mi fece rabbrividire. Davanti a me c'era un uomo radicalmente convinto di essere nel giusto, ed il solo fatto di essere così certo di ciò che diceva o faceva legittimava le sue parole e le sue azioni.

- Se vuoi unirti a noi preparati ad abbandonare le idee pregresse che avevi, soprattutto quelle che riguardano la legalità e la morale - disse Dimitri. - Se stamani gli sbirri ti avessero fermato saresti finito in gattabuia, perché la legge dice che hai sbagliato a picchiare quel negro. La piccola, insulsa, imperfetta legge che si arroga il diritto di decidere se punire un uomo che ha semplicemente perseguito un fine superiore di giustizia. Molti di noi ci sono finiti dietro le sbarre , ma questo non ci ha frenati. Qualcuno ha ripensamenti e scappa, qualcun altro arriva e diventa un nuovo camerata, il nostro numero per ora rimane esiguo, tuttavia qualcosa sta cambiando. Prima eravamo solo disprezzati e schifati, ora qualcuno ci guarda con maggiore curiosità e interesse. C'è chi inizia a porsi qualche domanda sulla nostra causa e a rispettarla in qualche modo. E' il primo passo, solo il primo passo, per l'avvento di un'Italia nuova, rivoluzionaria, degna figlia dei suoi gloriosi padri che hanno fatto la storia. -

Un coro di - Auuu! - accompagnato da braccia tese nel saluto romano seguì le sue parole.

Ero dentro. L'impegno che mi fu chiesto riguardava principalmente la disponibilità a prendere parte alle ronde, minimo una volta a settimana. Iniziai con cinque ronde di seguito, una notte dietro l'altra. La prima fu con Spartaco, un ragazzo poco più che ventenne dall'aspetto non troppo pericoloso ma cattivo e violento come pochi quando c'era da menare le mani.

Dopo un'ora dall'inizio della ronda fummo fermati da un gruppo di cinque studenti universitari di sinistra. Ci accerchiarono, forse volevano solo parlare per intimidirci ma Spartaco non gliene diede il tempo. Abbatté subito con un pugno un ragazzo gracilino coi capelli sporchi e i vestiti color cachi fuori moda, che volò all'indietro e ricadde pesantemente sulla schiena, poi roteò su sé stesso e tirò un calcio nello stomaco al giovane dietro di lui, che urlò come un maiale mentre lo sgozzavano. Uno dei tre ragazzi, probabilmente meno scioccato dalla violenza che si stava materializzando davanti a lui, provò a tirargli un pugno dietro la schiena, ma penso che abbia avuto la sensazione di colpire un muro. Spartaco, noncurante del colpo subito, che aveva rimbombato contro il pesante giubbotto in pelle, lo afferrò per il bavero, lo sollevò da terra e lo scaraventò contro il muro. Il ragazzo iniziò ad annaspare, gli mancava l'aria, Spartaco fece qualche passo indietro, in modo che la sua schiena si staccasse dalla parete, poi scattò in avanti e fece schiantare nuovamente le clavicole e la spina dorsale del ragazzo contro i mattoni alle sue spalle. Lo studente emise un urlo agghiacciante mentre Spartaco, davanti a lui, mostrava i denti e non sembrava minimamente intenzionato a mollare la presa.

- Questo è matto. Così lo ammazzi, fermo! - Gli altri due ragazzi, fino a quel momento rimasti in disparte, paralizzati dalla paura, sembrarono animarsi. La preoccupazione per il loro amico li spinse a cercare di intervenire, ma fu una pessima idea. Spartaco si disinteressò allo studente che annaspava con le gambe all'aria e abbatté uno dei soccorritori con un potente calcio nell'interno della coscia e un cazzotto su una mascella. Poi sollevò l'altro in braccio e lo scaraventò contro la vetrina di un negozio, che esplose in mille pezzi. Suonò l'allarme e dovemmo fuggire. La ronda fu interrotta e io andai a casa. Per quella notte ci sarebbero stati abbastanza sbirri in giro da impedirci di continuare il nostro lavoro.

Dopo quella notte non riuscii più a guardare Spartaco negli occhi. Devo ammettere che quel ragazzo mi faceva paura, aveva una vena di lucida follia in corpo e sarebbe stato capace di uccidere un uomo se lo avesse ritenuto giusto. La sua furia mi impedì di muovermi, osservai la scena standomene al di fuori di quel vortice di pugni e calci che volavano da tutte le parti e devo ammettere di aver provato anche un po' di pietà per quei ragazzi. Avrei voluto intervenire per fermare Spartaco in realtà e se non l'ho fatto fu solo per paura di essere coinvolto anch'io nella rissa. Era strano. Fin dal primo momento non ho avuto nessun rimorso né pena per ciò che avevo fatto ad Abdul, ma quell'evento che vedeva coinvolti quegli studenti universitari fece tentennare quelle certezze che pensavo di aver acquisito. Ripensai alle parole di Dimitri, al suo monito contro la morale precostituita e ad avere una nuova concezione riguardo a ciò che era giusto ma mi chiesi se ero disposto a credere fino in fondo che fosse possibile oltrepassare la soglia dei principi codificati da un ordinamento senza andare anche contro la propria coscienza. Era proprio necessario pestare in quel modo selvaggio cinque sbarbatelli che avevano la sola colpa di pensarla diversamente da noi? E soprattutto, un gesto del genere aveva una qualche utilità rispetto alla causa e ai fini di cui aveva parlato Dimitri? Il giorno dopo la notizia del pestaggio era sulla bocca di tutti, e ovviamente il Fronte finì sotto accusa. Spartaco fu identificato dagli studenti e denunciato per lesioni e danneggiamenti, per fortuna nessuno fece il mio nome, anche perché mi misi subito in disparte e nessuno parve fare caso a me. Ciò che mi lasciò sbigottito fu che nessuno si sognò di giudicare male Spartaco per ciò che aveva fatto, anzi. Fu lodato. Era un guerriero, un eroe, lo avevano provocato e lui aveva dato una lezione. Cinque contro uno, un leone! A uno aveva quasi spezzato la spina dorsale, quello che era finito addosso alla vetrina si era spaccato il braccio in quattro punti. Il gesto di Spartaco venne etichettato dalla società come un atto violento e ingiustificabile, che gettava fango sull'organizzazione e ci metteva in cattiva luce nei confronti della cittadinanza verso cui invece avremmo dovuto raccogliere consensi. Eppure per Dimitri e gli altri ciò non sembrò rappresentare un problema. Il Fronte aspettava il giorno in cui questi eventi sarebbero stati visti sotto una luce nuova e sempre più persone avrebbero pensato - sì, però... - alimentando in sé stessi una consapevolezza nuova. Non era ancora quel giorno, ma pazienza, sarebbe arrivato. Ne erano certi.

La seconda notte trascorse tranquilla. Feci servizio con Mattia, un signore sulla quarantina, stempiato e con occhiali da vista. Aveva una faccia da buono, con un sorriso costantemente stampato sulle labbra, talvolta sembrava un po' ebete, ma in futuro scoprii che l'apparenza inganna. Sapeva anche lui menare le mani e lo faceva decisamente di gusto. Era l'unico del Fronte un po' più loquace, gli altri erano taciturni e solitari. Niente amicizie, nessun vezzo. Solo gli sforzi per la causa. Mattia invece sembrava interessato anche ai rapporti umani, addirittura durante la ronda mi propose una pausa in un bar.

Ci recammo al Carcadè, l'unico locale della città aperto fino alle 3:00 di notte e prendemmo una birra.

- Solo pochi minuti - sussurrò Mattia, intimorito. - Se Dimitri ci scopre ci fa la festa. -

Bevvi qualche sorso poi osservai la spuma che quasi fuoriusciva dal bordo del boccale, perdendomi tra quelle bollicine che rimbalzavano sul liquido giallastro, poi mi decisi a confidarmi con Mattia. Avevo bisogno di parlare con qualcuno dei miei dubbi che erano emersi dopo la vicenda di Spartaco. - Che ne pensi di ciò che è successo ieri notte? - chiesi, col cuore in gola.

- Che avrei voluto esserci, ovvio. Deve essere stato uno spettacolo grandioso. - Mattia fremeva, era eccitato come un bambino. Nessun biasimo né insicurezza, era stato fatto ciò che era giusto fare. Punto.

- Però rischia di finire al gabbio... - dissi.
- Capirai che novità. Sapessi quanti di noi entrano ed escono dalla gattabuia... -

Inspirai, cercando il coraggio per dire ciò che sentivo. Mi tremavano le mani, aprii la bocca e le labbra si mossero, senza emettere alcun suono. Avevo le labbra secche e la gola ruvida, mi passai una mano sulla fronte e mi resi conto che era madida di sudore nonostante non facesse caldo.

- Mi chiedo se sia questa la strada giusta - dissi infine, senza staccare lo sguardo dai polpastrelli imperlati di sudore.

- A cosa ti riferisci, amico? - chiese Mattia. La sua voce era calma, piatta. Si accese una sigaretta e mi guardò con aria attenta e concentrata attraverso una nube di fumo grigiastro.

- A questo modo di operare. Ovviamente sono appena arrivato e non sta a me giudicare l'operato di chi si fa il culo all'interno da anni...ma quello che mi chiedo è se i risultati raggiunti dal Fronte danno ragione a chi ha scelto d'impostare l'azione politica del gruppo in questo modo. -

- Sei appena arrivato ed è normale che tu abbia dubbi. Mi sono fatto le tue stesse domande all'inizio. Non capivo come potessero essere considerate valide delle azioni che sembravano andare controcorrente rispetto all'interesse di fare crescere l'organizzazione, incuriosire e fare avvicinare la cittadinanza. Poi ho capito. Siamo pochi contro molti. E' l'istinto di preservazione e sopravvivenza che ci spinge ad agire così. E' una guerra, Lorenzo. Ogni sera in cui usciamo a fare servizio rischiamo la vita, e non sto scherzando. Anche ora, mentre siamo seduti a questo tavolino, io e te stiamo mettendo a repentaglio la nostra incolumità. Abbiamo tanti nemici, immigrati, collettivi, sindacalisti, l'arcigay, addirittura altri movimenti di destra ci osteggiano e ci odiano. Non possiamo permetterci di abbassare la guardia. La nostra è una forma di difesa. Aggressiva, ma pur sempre una difesa. Se vogliamo continuare a esistere non abbiamo altra scelta. -

- Forse bisognerebbe farsi qualche domanda in più sui motivi per cui siamo odiati. Non credi che certe azioni possano solo innescare una spirale di risentimento, vendetta e violenza? Non so Mattia, ma a me sembra una strada senza uscita. Più ci penso e meno trovo giustificazioni a tutto ciò. Non riesco a capire, eppure mi sforzo, credimi. -

- Ricordati che sei sempre libero di uscirne - disse Mattia, spegnendo la sigaretta nel posacenere.

- Quello che posso dirti è che puoi capire solo col tempo. Se insisti, lo accetterai. Ti sarà tutto chiaro e riderai di questi dubbi di cui ancora non sei riuscito a liberarti. E permettimi di dirti che se te ne vai, abbandoni sul più bello. Sta succedendo qualcosa di grosso, amico. Siamo tutti entusiasti perché sentiamo che il cambiamento è dietro l'angolo. Ci aspettano grandi cose, Lorenzo, fidati. -

Mattia sembrava felice come un bambino a cui hanno appena regalato il giocattolo che aveva sempre desiderato. Gli brillavano gli occhi e le guance erano diventate rosse. Il suo faccione tondo sarebbe stato perfetto per impersonare babbo natale e quel pensiero mi fece sorridere. Mi chiesi come potessi fidarmi di una persona che dimostrava un'eccitazione così immatura e irresponsabile, eppure conclusi con me stesso che non potevo ancora abbandonare. Erano solo due giorni che ero nel Fronte e avevo sentito parlare già diverse volte di questo presunto cambiamento che era dietro l'angolo. Se davvero doveva esserci, volevo esserne parte anche io.

Il mattino dopo, all'alba, dopo aver staccato dalla ronda, Mattia mi guardò con aria perplessa.
Sembrava insicuro e nervoso, mi puntava gli occhi addosso per poi guardarsi attorno con fare sospetto. Quel modo di atteggiarsi mi preoccupò e mi chiesi cosa avesse.

- Senti...sei stanco? - chiese.
- Un po'. Ma oggi non vado a lavoro. Posso aspettare per andare a letto. -

- Ottimo. Allora...se ti va...ti porterei in un luogo. Per aiutarti a capire... -

- Capire cosa? - chiesi.

- Capire - ripeté Mattia.

- Bé...se si fa veloce si può fare. -

- Ci metteremo un secondo. -

Mattia mi portò davanti a un bar di periferia. Parcheggiammo lungo il marciapiede di fronte, lui si accese una sigaretta e si mise in attesa di qualcosa. L'ingresso del locale era animato da avventori che entravano e uscivano per fare colazione, mentre lungo la strada si stava radunando un capannello d'individui che sembravano stranieri dell'est. I visi spigolosi e i nasi a patata rimandavano a popoli slavi, quei farabutti, caotici, anarchici, zingari e ubriaconi senza patria né legge. Erano di tutte le età, giovani e meno giovani, qualcuno coi capelli bianchi e altri a cui non era ancora spuntata la peluria. Arrivò un furgoncino, ne scese un uomo con i vestiti sporchi di calce e vernice e delle scarpe sfondate ai piedi, passò in rassegna gli uomini che intanto si erano messi in fila come un generale che perlustra una truppa, andava avanti e indietro osservando e studiando la loro fisionomia e apparentemente anche il loro abbigliamento. Poi iniziò a tirare il braccio ad alcuni di loro per spingerli a farsi avanti, i prescelti fecero un passo verso di lui e salirono sul furgone sedendosi nel vano posteriore. Cinque uomini su dieci rimasero a terra, avevano la faccia triste e depressa, sembravano quasi disperati. L'uomo disse loro qualcosa, fece roteare il braccio con una mano che aveva un dito puntato di lato, come se volesse dire - ci vediamo domani - poi salì sul mezzo, mise in moto e partì.

- Caporalato - disse Mattia, - questa scena si ripete tutti i giorni. Arriva un capo manovale col suo camioncino e viene a fare la spesa di forza lavoro a basso costo. Disgraziati come lui, provenienti dalla stessa terra, da sfruttare in cantiere anche per dodici ore per un salario da fame. Magari una ventina di euro per un giorno di lavoro, e neanche tutti i giorni. Se il giorno dopo non sei scelto, stai a casa e non guadagni -

- E sulla base di quale criterio vengono scelti? -

- E io che cazzo ne so - disse Mattia, scrollando le spalle. - Il punto è che questi imbecilli alimentano il lavoro a nero, in cui prima o poi finisce anche qualche italiano che non c'entra nulla. Hai presente Pisellino? -

- Chi? -

- Pisellino...il nostro camerata siciliano...quello basso e tarchiato...beh, lui fa il muratore. Ha dovuto accontentarsi di fare lo schiavo pur di lavorare. Nessuno lo prendeva più alle sue condizioni, tanto ci sono gli zingari che si fanno sfruttare per due soldi. Addio contratto di lavoro, contributi, ferie, paga onesta. Si era ridotto a lavorare alle loro condizioni, pur di portare il pane a casa. Si fece male in cantiere e ovviamente non gli diedero un soldo. -

- E poi? -

- E poi è venuto al Fronte e gli abbiamo dato una mano. Fa sempre il muratore, ma si è messo in proprio. Lo aiutiamo a trovare dei lavoretti, ha fatto anche qualcosa in sede. Siamo una grande famiglia , e ci aiutiamo a vicenda, per quanto ci è possibile. -

Annuii in silenzio, poi ricollegai ciò che avevo visto con quello che Mattia mi aveva detto per trovare il senso del suo discorso. - Insomma, stai cercando di dirmi che è colpa dei poveracci se stiamo tutti peggio? -

- Come? - chiese Mattia, indignato.

- Cioè, sto cercando di capire...questa gente non ha un soldo, pur di lavorare e mantenere se stessi e la famiglia accettano qualsiasi condizione, anche la più degradante, e la colpa è la loro? E lo Stato dove lo mettiamo? E quelli che li sfruttano? In questo modo non si rischia di prendersela con l'anello più debole della catena che non c'entra nulla? -

- Lorenzo, Lorenzo - disse Mattia, scuotendo il capo, - quante ancora hai da impararne. E' meglio se entri nell'ottica di cambiare prospettiva se vuoi capirci qualcosa. Sei troppo abituato a ragionare per stereotipi e convenzioni, ma sei sicuro che siano frutto del buon senso? Devi capire che il popolo è massa, ed è la massa a determinare, in maniera più o meno consapevole, il suo destino tramite le proprie scelte. -

- Ma se la scelta non c'è? -

- C'è sempre una scelta! - urlò Mattia, tirando un cazzotto sullo sterzo e diventando paonazzo in volto. Mi fece paura. - A volte mancano le palle per scegliere, ma l'alternativa c'è. Pensa a Pisellino. Poteva seguire la massa e continuare a fare la bestia da soma, e invece ha scelto. Si è ribellato. E' venuto da noi, per venirne fuori. Sai qual 'è la differenza tra noi e loro? Le palle. Il coraggio. Quegli invertebrati si cullano nel loro ozio travestito da fatica e intanto fanno danno. Vermi fino al midollo, succhia sangue smidollati, parassiti, viscidi, schifosi, pusillanimi. Non ho nessuna pietà per loro, perché stanno rovinando la nostra società. Il loro parassitismo ci porterà alla rovina, se non interveniamo. -

Stavo per ribattere, non ricordo cosa stessi per dire perché Mattia mi afferrò il mento e mi invitò a guardare nuovamente in direzione del bar. Il capannello di persone si era diradato ed era rimasto solo un ragazzo, biondo coi capelli corti, che passeggiava avanti e indietro lungo il marciapiede. Teneva le mani in tasca e sembrava parlasse da solo, di tanto in tanto si toccava nervosamente la nuca con la mano. - Ora ti mostro un'altra cosa. Oggi si fa tombola, siamo fortunati. -

Il ragazzo salì su un'auto e fece retromarcia per raddrizzarsi, così da lasciare più spazio per un posto accanto a sé. Poi rimase fermo, col motore acceso, come se aspettasse qualcosa o qualcuno. Intanto un'altra auto aveva accostato accanto alla sua, si fermò e ne scese un uomo , che entrò nel bar. Dopo pochi minuti uscì , e montò in macchina. Fece manovra per uscire e contemporaneamente il ragazzo straniero si accostò a lui lentamente, in modo quasi impercettibile. Le auto si urtarono , e iniziò uno strombazzare di clacson. Lo straniero uscì dall'auto e osservò lo sportello. Indicò col dito un punto della carrozzeria mentre scuoteva la testa in senso di diniego. L'uomo accanto a lui, che sembrava un signore distinto, allargò le braccia e abbassò la testa, come se si sentisse mortificato. Parlarono a lungo, il giovane era sempre più nervoso e aggressivo mentre il suo interlocutore più intimidito. Infine quest'ultimo tirò fuori una banconota da cento euro dal portafogli e la offri al ragazzo, che gliela strappò di mano. L'uomo lo guardò con perplessità, poi si voltò, salì in macchina, mise in moto e partì.

- Hai capito cos'è successo? - disse Mattia. - Sai quante volte abbiamo assistito a questa scena? Qualcuno di quelli rimasti a terra si inventa questo teatrino per truffare il malcapitato di turno. Il trucco è sempre lo stesso, accostano la loro auto appiccicata a quella accanto, in modo che l'autista ha meno libertà di manovra e gli va addosso. Se hanno fortuna l'uomo, pur di non coinvolgere l'assicurazione e non far aumentare la classe di merito, preferisce pagare in contanti per ripagare il danno e la truffa è servita. Come si dice? Gioco, partita e incontro. -

Tenevo lo sguardo fisso sul ragazzo, che intanto era stato raggiunto da un altro degli uomini che era con lui poco prima e che non era riuscito a salire sul furgone. Ridevano e scherzavano, evidentemente il biondo gli stava raccontando ciò che aveva fatto e il suo volto era una maschera d'ilarità e piacere. Sorrideva con malizia e dietro quei ghigni beffardi potei vederci il male. Quel viso era diventato d'un tratto terribilmente malefico ai miei occhi, al punto da farmi ribollire il sangue nelle vene. - Facciamogliela pagare - dissi, stringendo i pugni.

- Ma non avevi sonno? - chiese Mattia con tono soddisfatto, recuperando il buonumore.

- Pezzo di merda, non ci sto - dissi, ringhiando. - Potevo esserci io al posto di quell'uomo. Poteva capitare a me. -

- Appunto. Vedo che stai capendo. Questi problemi riguardano tutti. E se nessuno interviene, noi non possiamo starcene con le mani in mano. -

Mise in moto la macchina e partì. Ero talmente furioso che non mi ero reso conto che il ragazzo era partito. La sua Golf nera era già lungo il viale e noi ci tenevamo a distanza di sicurezza. Il cuore mi batteva forte insieme alle tempie, ebbi un po' paura ma un fremito interiore mi faceva stringere i denti e soffiare forte dalle narici, come un toro infuriato. Non vedevo l'ora di trovarmi quel furfante a portata di mano e dargli quel che si meritava.

Dopo qualche minuto la Golf entrò in un parcheggio sotterraneo. Accostammo l'auto e ci fiondammo lungo la scala a chiocciola, muovendoci veloci come saette. Seguivamo il rombo del motore per capire a che piano si fermasse infine, giunti al -3, ci fermammo. Il biondo era già nel piazzale e si muoveva veloce, come se avesse fretta. Trovò l'ingresso della scala sbarrata da noi e ci guardò con perplessità. Provò a passare ma lo rigettammo all'indietro. Disse qualcosa nella sua lingua slava e mi diede uno spintone. A quel punto caricai. Lo afferrai per la vita e lo gettai all'indietro fino a farlo sbattere contro una colonna di marmo, sentii il suono secco e sordo della sua nuca che urtava contro il cemento e urlò come un animale sgozzato, poi iniziai a tempestarlo di pugni. Lo colpii allo stomaco, in faccia, sul naso, fino a ridurre il suo volto a una poltiglia sanguinolenta. In mezzo a tutto quel rosso i suoi occhi azzurri risaltavano ancora di più e a un tratto mi riservò uno sguardo misto di implorazione e stupore, come se volesse comunicarmi qualcosa con le sue pupille. - Ti prego smettila - oppure - come fai a continuare ancora a colpirmi? Non vedi come sono ridotto? -

Indifferente a quella vista, continuai imperterrito. Se non mi avesse fermato Mattia giuro che lo avrei ammazzato. - Andiamo via - disse, - ci sono le telecamere. Potrebbe arrivare qualcuno. -

Risalimmo in superficie, ci fiondammo in macchina e nel giro di pochi secondi eravamo già lontani.

Veloci, efficaci e spietati. Eravamo stati perfetti. Dopo quella volta nessuno di quegli slavi di merda si permise più di fare giochi strani per truffare ignari autisti.

Quell'esperienza fu sufficiente a dipanare tutti i miei dubbi. Mi tornava tutto. Il coraggio e la forza erano gli unici strumenti capaci di vincere i mali della società. I deboli e i furbetti meritavano di crepare. Nessuna giustificazione per chi si rassegna alle ingiustizie e le subisce passivamente. Niente compassione per chi ruba agli altri. Era tutto chiaro. Avevo trovato la via.

Andai a casa e mi lasciai andare ad un sonno ristoratore senza sogni. Dormii bene, come non mi capitava da tempo, senza fantasmi che mi tormentassero o sensazioni strane a turbare il mio riposo.
Mi alzai che era già sera. Feci un po' di ginnastica, andai a correre, passai davanti alla sede del Fronte e decisi di fermarmi. C'era anche Pisellino, il manovale siciliano. Fu lui ad accogliermi con una pacca sul braccio. - Nel culo gliel'avete messo! Bravi! - disse.

- Già sapete? -

- Tutto sappiamo. Ottimo lavoro. Ci voleva gente come te. -

Arrivò un altro ragazzo del Fronte, Arminio. Portava tre birre , e ce ne offrì due.

- Alla nostra - disse, sollevando la bottiglia.

Rimasi anche quella notte a fare ronda. Il mattino dopo le prime pagine dei quotidiani erano dedicate al pestaggio del biondo. Notizie positive per noi, in quanto sembrava che i media parteggiassero per noi. La vicenda era narrata senza pietismo verso la vittima, anzi. Vennero sottintese le sue responsabilità.

- La vittima, un albanese ventottenne di Durazzo, in Italia da otto anni, ha precedenti per spaccio e sfruttamento della prostituzione. Si pensa a un regolamento di conti tra delinquenti - diceva un trafiletto in fondo alla pagina, sotto a una foto segnaletica che ritraeva il biondo.

- Colpisci chi se lo merita e prima o poi sarai elogiato - disse Mattia, facendomi un occhiolino mentre passava accanto a me, notando che stavo leggendo l'articolo.


Il diario di Lorenzo presentava qui l'interruzione. Qualcuno ne aveva strappato le pagine, forse proprio lui, l'autore.

- Brigadie', mangiate qualcosa, fidatevi, che si ragiona meglio a panza piena. - Giorgetti, accanto a Lorenzoni, stava addentando un panino.

- Ma che cazzo ti stai a magna', Giorge'? -

L'odore di aglio aveva invaso l'abitacolo, costringendolo a spalancare lo sportello. - Senti che puzza. Mi vuoi intossicare? -

- Brigadie', questo panino è speciale. Come li fanno qui non li trovi neanche ad Ariccia. Una porchetta così buona non potete farvela scappare. - Le sue labbra e il mento erano completamente unti di grasso, la guancia piena era rigonfia a causa del boccone che stava masticando. Lorenzoni guardava l'appuntato con disgusto, poi distolse la vista da quell'immondo spettacolo e uscì. Si accese una sigaretta e contemplò la strada trafficata, piena di macchine che sfrecciavano lungo la strada provinciale. Le piastre del chiosco dietro di lui lavoravano a ritmi elevati, abbrustolendo salsicce e costolecci in quantità industriali. Lo sfrigolio della carne mentre cuoceva creava un rumore talmente intenso da essere udibile nonostante il rombo dei motori e lo strombazzare degli autisti che attraversavano la strada di fronte. Gli odori degli scarichi delle auto e il sapore della sigaretta si confondevano nella gola, generando una sensazione acre e pungente.

Il cellulare di Lorenzoni squillò.

- Pronto? -

- Brigadie'... -

- Eh... -

- Io non ci sto capendo un cazzo. -

- Eccoci...che è successo? -

- La vittima...il Serpi...sa che c'aveva in bocca? -

- Gesù, Balestrieri, oggi mi fa male la testa. Non facciamo gli interrogatori per cortesia, dimmi che è successo. -

- Brigadie', la scientifica ha detto che quel tubo che aveva in bocca il Serpi era un quaderno incellofonato e arrotolato, spinto a forza fino in gola. -

- Un quaderno? -

- Si, brigadie'...ma lei non sta esaminando un quaderno? Ce ne sono due? -

- Gesù, Giuseppe, Sant'Anna e Maria! Balestriè! Ti ho detto niente indovinelli. E non mi fa' 'ncazzà, che poi inizio a buttare bestemmie! -

Quando perdeva la pazienza, Lorenzoni iniziava a bestemmiare , e soprattutto a parlare in dialetto. Giorgetti se ne era accorto e si era defilato. Sapeva bene che in quei momenti col suo superiore era impossibile discutere pacificamente. Afferrò la sua lattina di Coca e andò ad appostarsi dietro al chiosco, aspettando che la tempesta passasse. Aveva ancora da terminare il suo panino.

- Mi scusi, brigadie'...dunque...ricomincio da capo. Abbiamo due quaderni. E anche quest'altro sembra un diario. -

- Lo avete già fatto esaminare? -

Seguirono interminabili secondi di silenzio, Lorenzoni rimase in attesa della risposta che tardava ad arrivare. A un certo punto, rendendosi conto che l'attesa si era prolungata un po' troppo, ebbe il dubbio che fosse caduta la linea. Guardò il display, il timer gli segnalava che la chiamata era ancora in corso.

- ...ista. -

Proprio mentre stava allontanando il microfono dall'orecchio Balestrieri aveva ricominciato a parlare e lo aveva fatto a mitraglia, sparando parole una dietro l'altra come se fossero proiettili. In poco più di un secondo, nel tempo necessario per Lorenzoni di allontanare e riavvicinare il cellulare all'orecchio, aveva buttato fuori qualcosa come venti parole.

- Non ho capito Balestriè...che hai detto? -

Silenzio. Poi un crac, un fischio e un rumore di campane.

- Identico...fascista...comunista... -

- Come? Non ti sentoooo...ma dove cazzo stai? -

- Brigadie'...campane...san Domenico...mezzogiorno... -

Lorenzoni intuì che il Balestrieri stava passando davanti alla basilica di San Domenico. Erano le 12:00, orario in cui ogni giorno le campane suonano a festa.

Lorenzoni staccò la chiamata e si rivolse a Giorgetti. - Hai finito di magnà? Forza, che ripartiamo. - Ma l'appuntato era al telefono, e fece un cenno con la mano al brigadiere. Dall'espressione seria del viso sembrava una telefonata importante.

- Brigadie', novità - disse, dopo aver messo il cellulare in tasca. - Era Anselmi. Dice che ha provato a chiamarvi ma la linea era occupata. Ha lasciato detto a me. Hanno analizzato l'archivio e hanno riscontrato delle similitudini con ciò che c'è scritto nel diario. Il pestaggio del ragazzo di colore c'è stato davvero... anche il nome è lo stesso...Abdul...e anche il racconto sull'aggressione ai ragazzi di sinistra pare sia vero... -

- E scommetto anche quello sul ragazzo dell'est aggredito in un parcheggio... -

Giorgetti annuì. - Kuka Noka, trentatre anni, kosovaro, residente a Siena da diciannove anni. Scappato dalla guerra del '99, giunto in Italia con un permesso umanitario. Sposato, padre di tre figli. Professione muratore. Aggredito da due sconosciuti in un parcheggio sotterraneo, mai identificati. Le telecamere non ne hanno permesso l'identificazione. Il pestaggio è stato talmente violento da ridurlo su una sedia a rotelle. -

- La stessa cosa che è successa ad Abdul, quindi - disse Lorenzoni, riflettendo ad alta voce.

- Questo non me l'ha detto. Ma se c'è scritto nel diario sarà così. Comunque quello scritto sembrerebbe autentico, se non fosse per un piccolo dettaglio. -

Il cellulare di Lorenzoni squillò di nuovo. Era ancora il Balestrieri. Guardò il nome sul display, poi tornò a fissare il suo sguardo severo su Giorgetti. Gli fece cenno col mento di proseguire.

- Il problema è il Fronte. Lì non c'è stato nessun riscontro tra i personaggi del diario e i membri dell'organizzazione. Nessuno che si chiama Spartaco, Pisellino, Dimitri o Mattia... -



- Giorge', ma vi devo spiegare tutto io? Possibile che siete così tonti? Poi non vi lamentate se fanno le barzellette sui carabinieri. E' chiaro che sono nomi in codice, no? Ora passi per Spartaco, ma secondo te qualcuno si può chiamare davvero Pisellino? -

Giorgetti sollevò le spalle. - Sarà...comunque gli interrogati negano che qualcuno tra loro abbia quei soprannomi. Ovviamente rigettano ogni accusa di un loro coinvolgimento nelle aggressioni ai danni di Abdul e di Kuka. Hanno ammesso solo i fatti con gli studenti del collettivo di sinistra, che però si sono rifiutati di chiamare pestaggio ma lo hanno definito uno scontro. Si sono giustificati dicendo che hanno cominciato prima loro e il membro del Fronte che li ha stesi, tale Bernardo Bonaventi, ha dichiarato di aver agito per legittima difesa. Gli hanno mostrato le pagine del diario e dice che gli eventi si sono svolti in modo diverso rispetto a quanto lì riportato. Quelli che lo hanno affrontato lo avrebbero colpito alle spalle con una mazza di legno e ha anche una prova, una cicatrice dietro la nuca, a testimoniarlo. Inoltre ha detto anche che quella notte era da solo. Non c'era nessun Lorenzo Neri in sua compagnia. E qui viene il bello, Brigadie'... -

- Come? Le novità ancora non sono finite? -

Giorgetti bevve il resto della lattina di coca in un sorso, ruttò leggermente portandosi una mano davanti alla bocca e disse: - quelli del Fronte hanno dichiarato che non c'è mai stato nessun Lorenzo Neri nella loro organizzazione. Non sanno chi sia e non ne hanno mai sentito parlare. -

- Magari vogliono coprirlo... -

Aspetti. C'è di più. All'anagrafe non risulta nessun residente a Siena che abbia quel nome. Anche tra i dipendenti dell'azienda di trasporti non risulta nessuno con quell'identità. Lorenzo Neri dovrebbe essere un ragazzo sulla trentina, mentre gli unici addetti ai servizi di cassa della biglietteria della Tiemme sono donne oppure uomini ultracinquantenni. E nessuno di loro sembra avere simpatie per l'estrema destra. -

- E le donne? -

- Come, brigadie'? -

- Le bigliettaie donne. C'è qualcuna di loro che risulti legata ai movimenti di destra? -

- Verificheremo...lei pensa che Lorenzo Neri possa essere in realtà una donna e che abbia scritto il diario sotto pseudonimo? -

- A questo punto non si esclude niente. Richiama l'Anselmi e digli di verificare, se non l'ha già fatto. Voglio sapere per filo e per segno la vita di quelle signore. Quando hai finito sali in macchina. Ti aspetto dentro. -

Povero scemo, Arma'. Non sai più a cosa aggrapparti, eh? Stai sparando a caso per far vedere che non te ne stai con le mani in mano? Arrovelli sto' cervellino difettoso che ti ritrovi per stare dietro alle minchiate? Ma secondo te una donna si metteva a pestare due immigrati, partecipava ad un'organizzazione di estrema destra dove sono tutti omofobi e violenti? Sei proprio un deficiente.

- No, non di nuovo - pensò Armando Lorenzoni.

Negli ultimi tempi aveva cominciato ad avere delle esperienze strane. C'erano dei momenti in cui aveva la sensazione di uscire dal corpo e di osservarsi dall'esterno. Poi sentiva una voce che gli parlava dentro la testa. Non ne aveva parlato con nessuno perché temeva di essere congedato, ma era chiaro che gli stava succedendo qualcosa di grave. La sua psiche cominciava a essere inquinata, la sua percezione della realtà era sempre più confusa. Talvolta gli capitava di non riuscire a distinguere sogno e realtà, immaginazione e mondo concreto. Aveva delle allucinazioni, gli oggetti si animavano, gli parlavano.

La radio si accese, sentì gracchiare nel walkie talkie. Pensò che fosse la centrale e afferrò la ricetrasmittente per rispondere alla chiamata. - Lorenzoni a centrale, passo. -

Un fruscio, accompagnato da una pernacchia, uscì dagli altoparlanti della radio. Poi udì una voce beffarda, allegra e squillante. - Qui è radio Fascio amici ascoltatori, è ancora il vostro Lorenzo Neri che vi parla. Avete appena ascoltato Faccetta nera versione remix, non so voi , ma quando la ascolto mi arrapo come se avessi davanti una gran gnocca. In effetti mi immagino una bella negra da spolpettare, yummm...bei tempi quando si andava in Africa ad ammaestrare i Dugongo e a chiavare le loro donne, eh? Peccato non esserci stati , ma il pallone è rotondo, non disperiamo. Torneranno i bei tempi del Mare Nostrum e dell'Italico Impero.

Intanto salutiamo il nostro ascoltatore Armando Lorenzoni che pensa di fregarmi. Brigadie', brigadie'èè, svegliaaa! Le dedico Ciao nasone, con tanto affetto per lei e i suoi amici ebrei, spero che gradisca il graffiante sound dei Manganello Bello. Ehi ragazzi, diamoci dentro un po'. Un bacione dal vostro Lorenzo, vi voglio bene.

Ah, dimenticavo. Due belle notizie appena arrivate in redazione. Un barcone è affondato al largo della costa della Tunisia, quarantré presenti a bordo dell'imbarcazione e ben trentasette dispersi, alè! Diciamo buon appetito ai bei pescioloni che popolano le nostre acque. Altra bella notizia, i nostri eroi dell'associazione amici mici hanno salvato ben otto gattini che erano stati abbandonati in uno scatolone. Una vecchina ha sentito un miagolio provenire da un bidone dell'immondizia, ha aperto il cassettone e si è trovata davanti a dei micini affamati e infreddoliti. Li ha subito portati all'associazione dove gli sono stati riservati i primi soccorsi, poi l'intervento di un veterinario ha fatto il resto. Per fortuna, tutto è bene ciò che finisce bene. I mici paiono in salute e presto potranno essere adottati. Chi fosse interessato contatti Loredana dell'associazione Amici mici al 0577/ 34111. Fra qualche settimana potrete godere della compagnia di un pelosetto. Cosa c'è di più bello di dare amore a un animale e riceverlo a sua volta?

Chiudo con una riflessione: dico a te, che hai abbandonato questi micetti. Ma non ti vergogni? Sei un essere senza cuore, codardo e perfido. Semmai volessi vedere un mostro nella tua vita basta che ti osservi allo specchio.

Ok, amici, per ora è davvero tutto. Buon ascolto con: CIAO NASONE. -

- Brigadie'...brigadie'... -

La voce di Giorgetti giunse da lontano, aveva l'impressione di essere in fondo ad un tunnel dove i suoni rimbombavano e anche i bisbigli risultavano amplificati.

- Brigadie'...non la sente la radio? -

- Chi è? Cosa? Spegnila! Spegnila! Maledetto Lorenzo Neri. Lurido fascista, ma io ti chiappo, ti chiappo... -

Lorenzoni aveva iniziato a colpire la ricetrasmittente con il diario, mentre uno sconvolto Giorgetti cercava di tranquillizzarlo. - Brigadie', ma che avete? - chiese, bloccandogli un braccio.

- Centrale a volante 2, mi sentite? Centrale a volante 2, mi sentite? -

La radio rimandava ossessivamente quel messaggio. Giorgetti afferrò il walkie talkie e premette il tasto di risposta. - Qui è volante 2, passo. -

- Finalmente! Ma dove siete? Passo. -

- Massetana, passo. -

- Recatevi immediatamente sulla provinciale 136, all'altezza del chilometro 12. Segnalata auto fuori strada, in mezzo ai campi, passo. -

- Ricevuto, passo. -

Giorgetti mise a posto la ricetrasmittente e guardò Lorenzoni con aria preoccupata. - Come sta, Brigadié? -
- E' un po' di stanchezza, Giorge'. Non ci fare caso. Dormo poco la notte, sono un po' stressato... -

- Brigadie', lei ha bisogno di una vacanza - disse Giorgetti, rimettendo in moto.

- Seee, e dove vado? Almeno a lavoro mi distraggo. A casa vado fuori di cervello. -

- Samantha non si è fatta più sentire? -

- Solo tramite avvocati. -

- Glielo vuole dare il divorzio? -

- E che devo fare? -

- Magari potrebbe parlarci per vedere se si può recuperare qualcosa... -

- Seee Giorge'. Sa come diceva la buonanima della mia mamma? A' camicia ca' nun vuole sta' 'ncuoll a te, stracciàl. - (La camicia che non ti vuole stare addosso, stracciala).

- Peccato, brigadie'. Vi meritate il meglio, davvero. Spero che troviate un'altra brava donna. -

- Altrettanto, Giorge'. Adesso statti zitto che devo finire di leggere. -

Riaprì il diario per leggere le ultime pagine, quelle sopravvissute all'eliminazione di quelle che secondo lui erano potenziali prove.

2.
Siamo in tanti. La piazza è piena, oltre a noi del Fronte c'è anche la cittadinanza. Donne, vecchi, anche bambini, che sventolano il tricolore e manifestano orgogliosamente il loro amore per il suolo patrio. Ci muoviamo all'unisono, come un unico essere vivente alimentato da un respiro collettivo. Intorno a me vedo fratelli, che hanno portato altri fratelli, e questa marea si propaga in ogni vicolo, richiamando per le strade i cuori che palpitano e gli animi che s'infiammano al suono di semplici parole che evocano il divenire del nostro popolo. Giustizia. Libertà. Ordine. Progresso. E tutti insieme urliamo, qualcuno piange e anche io fatico a trattenere le lacrime. Mi commuovo, perché non mi sono sentito mai così vivo. Grazie al Fronte, che mi ha permesso di cambiare il mio destino.
Dimitri sale su un tavolino. Arringa la folla come uno dei padri della rivoluzione. Sento che trattiene qualcosa, spinge in fondo nella gola quell'ordine che darebbe fuoco alle polveri, ma forse sente che non è ancora il momento. Dì quelle parole, fratello. Dille. Sfioro un braccio di Mattia, sento una vibrazione sotto la sua pelle che è la stessa che pervade il mio corpo. Sbatto contro le persone davanti a me, dietro, ai lati. E ci contaminiamo a vicenda con quella misteriosa energia.

Sale in cattedra anche il Forti, coordinatore di Italia Nuova. Anche lui urla, più forte di Dimitri. Il segnale sta per arrivare, lo sento. I celerini ci circondano, fanno qualche passo avanti. La sentono anche loro quella tensione, fa loro paura. Si avvicinano , e noi non indietreggiamo, anzi, andiamo loro incontro.


- Riprendiamoci la nostra patria - urla il Forti.

- Viva l'Italia! - urliamo noi del Fronte. Poi succede tutto in un attimo. Scoppia un petardo. Qualcuno, tra gli sbirri, cade. Parte la carica. Sparano i lacrimogeni ad altezza d'uomo, rispondiamo con pietre e molotov. Qualcuno tra la folla si gira e si rivolta contro di noi. Infiltrati di sinistra, che hanno finto di essere dalla nostra parte.

Siamo attaccati su due fronti, ma noi siamo il Fronte e non abbiamo paura. Siamo tanti, siamo di più. Spingiamo, respingiamo, inseguiamo, il nucleo della piazza defluisce lungo le arterie della città, disperdendo quella massa iper concentrata che aspettava solo il momento opportuno per esplodere e diffondersi.

Siamo dappertutto.

E' la rivoluzione.

- I fatti del 27 -

- Come dite, Brigadie'? -

- Le ultime pagine del diario. Sono una cronaca dei fatti del 27. -

- Capisco... -

Rimasero entrambi in silenzio. Non c'era bisogno di aggiungere altro. I fatti del 27 erano ben noti, e imponevano quel doveroso silenzio che deve esserci ogni volta in cui siamo in presenza di qualcosa che ci provoca vergogna. E ciò che avvenne quel 27 marzo di due anni prima rientrava tra gli eventi che smuovono le coscienze, fino a far tremare per il senso di colpa che colpisce a ondate come un mare in tempesta.

Era in gioco la democrazia e per poterla salvare fu messa a riposo, in una sorta di sonno indotto affinché si curasse e allo stesso tempo non assistesse allo scempio che si stava consumando per preservarla. Le masse di estrema destra erano scese in piazza, guidate da un nucleo di servizi segreti deviati che stavano cercando di mettere in atto un colpo di Stato in collaborazione con alcuni reparti delle forze armate italiane. Era dal '70, anno del fallito - Golpe Borghese - , che l'Italia non si era trovata così in bilico e rischiava di sperimentare una nuova dittatura.

In questa occasione fu però coinvolto il popolo, fu dunque più difficile reprimere il tentativo. Il paese fu davvero sull'orlo di una rivoluzione e per fronteggiare la crisi le forze dell'ordine e i militari rimasti fedeli allo Stato si concessero alcune licenze nel modo di operare: arresti, torture, sparizioni mirate. Quando l'ordine pubblico fu ristabilito si contavano a centinaia i casi identificabili come reato o abuso di potere. Coloro di cui non si era più avuta nessuna traccia furono definiti - invisibili - , la maggior parte dei quali erano diciottenni idealisti e di belle speranze.

Il paese sanguinò per giorni, le indagini si protrassero per mesi con il risultato di creare un voluminoso fascicolo che prendeva polvere negli archivi di qualche ufficio della Procura.

Anche Lorenzoni era in piazza e coordinava un nucleo antiterrorismo dei carabinieri. Era stato testimone di abusi da parte di alcuni suoi sottoposti ma non aveva mosso un dito per fermarli, né aveva denunciato la loro condotta presso i tribunali speciali quando la situazione si era ristabilita.

Aveva assistito anche ad alcuni interrogatori condotti in una stanza segreta sotto Piazza dell'Indipendenza. Erano stati arrestati ed individuati dei pezzi grossi delle associazioni che avevano preso parte al tentativo di Golpe e la parola d'ordine giunta dal Ministero era - farli cantare a qualunque costo. - Servivano nomi, piste da seguire per smontare l'assetto messo in piedi da quegli scellerati che volevano far ripiombare l'Italia nell'incubo delle dittature e per ottenerli erano autorizzati a utilizzare qualsiasi strumento. Lorenzoni aveva potuto constatare fino a che punto potesse spingersi un uomo a cui veniva garantita l'impunità. Scosse elettriche, waterboarding, calci nei genitali, amputazione delle dita. Tutto per amore della democrazia.

Le urla dei prigionieri erano coperte con musica sparata ad alto volume, che rimaneva accesa anche quando venivano portati in cella, così da privarli del sonno e proseguire la tortura.

Sempre la stessa, identica canzone ripetuta ossessivamente, - Anarchy in U.K. - dei Sex Pistols, che ossessionò Lorenzoni nei mesi a venire. Se gli capitava di sentirla veniva colto dalla nausea e violenti brividi di freddo scuotevano il suo corpo.

Dopo quei fatti iniziarono a manifestarsi i suoi disturbi psichici. Di notte aveva gli incubi, aveva problemi a trattenere lo sfintere e gli capitava spesso di piangere. Tutto in silenzio, tutto di nascosto. Il lavoro era la sua vita e non ci avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Niente psicoterapia quindi, né cure. Solo un lento declino verso la follia che intanto aveva travolto come una valanga il suo matrimonio. Samantha non aveva retto al terrore che suo marito gli trasmetteva, aveva intuito che si fosse rotto qualcosa dentro di lui e aveva cercato di convincerlo a curarsi, ma davanti ai suoi continui rifiuti aveva mollato la presa ed era andata per la sua strada.

Dopo i fatti del 27 per molte persone la vita non fu più la stessa. Tra questi c'era senz'altro Lorenzoni, brigadiere dei Carabinieri.

- E pensare che è iniziato tutto in questa città - disse Giorgetti, gettando uno sguardo allo specchietto retrovisore che gli rimandava l'immagine lontana delle case e delle mura del centro storico.

- A volte il male si nasconde nei luoghi più impensabili. Dove meno se ne parla c'è più ombra dove nascondersi e lì ci si può ingigantire. -

- Avete sempre le parole giuste, brigadie'. Insomma, avete finito di leggere il diario? Che ne dite? -
- E che ti devo dì...non si capisce una mazza. Per alcune cose sembra un documento storico e attendibile. Per altre sembra solo frutto di fantasia. Partendo dal fatto che questo Lorenzo Neri, l'autore del diario, pare che non sia mai esistito... -

Erano arrivati a destinazione. Un'altra pattuglia era già sul posto, ma dei colleghi della scientifica nessuna traccia. La Giulietta aveva le porte spalancate e non c'era anima viva lungo la provinciale.

Giorgetti e Lorenzoni si affacciarono oltre il guardrail e notarono due figure, avvolte da una luce biancastra intermittente , accanto allo scheletro carbonizzato di un'auto che sorgeva in mezzo a un prato oltre la banchina. Un cerchio nero lasciato dalle fiamme era disegnato sul terreno e la luce che di tanto in tanto balenava sulle teste dei due uomini, erano i flash della fotocamera con cui gli uomini dell'arma stavano documentando l'accaduto.

Giorgetti e Lorenzoni si avvicinarono alla carcassa annaspando in un mare di spighe di miglio. - Strano - disse Lorenzoni, - da dove è passata la macchina? Non c'è un punto in cui le spighe sono piegate. -

Il campo di miglio era intatto. Folto, vivo, rigoglioso. Da dove era arrivata l'auto? Si voltò e notò che il guardrail non era sfondato in nessun punto.

- Buongiorno - disse Lorenzoni, salutando i colleghi.

- Saluti, brigadiere - dissero gli uomini, quasi all'unisono. Erano del RIS, il reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri ed erano all'opera per raccogliere prove.

Insieme a loro c'era anche il Fucilari, vigile del fuoco, vecchia conoscenza del Lorenzoni.

- E tu, che sei venuto a piedi? - disse.

- Ho scroccato un passaggio all'Arma. Mattinata impegnativa, tutti i mezzi erano già occupati e per venire qui sono salito a bordo del primo mezzo di passaggio davanti alla Caserma. -

- Ottimo. Veniamo a noi. Che ci dite? -

- Cadavere carbonizzato in auto. Cause dell'incendio ancora non note - rispose Fucecchi del RIS.
Lorenzoni si avvicinò alla carcassa di ciò che un tempo era stata la macchina. Ormai rimaneva solo qualche linea di ferro rossiccia a delineare i contorni di quelli che un tempo erano l'abitacolo, le portiere e il bagagliaio. Si intravedeva ancora la rimanenza dei sedili, di cui sopravvivevano le molle. Del cadavere però nessuna traccia. Lorenzoni pensò che forse lo avevano portato già via, poi guardò meglio. Si intravedeva un pezzo di scheletro umano lungo e sottile che poteva essere la spina dorsale, praticamente fuso con ciò che rimaneva del sedile. Era l'unico osso sopravvissuto alla furia delle fiamme, il cui calore aveva polverizzato costole, teschio, gambe e braccia.

Lorenzoni distolse lo sguardo con aria di pena e si strofinò gli occhi. Non era la prima volta che assisteva a scene del genere , ma non si era mai abituato.

- Come ci è arrivata qui la macchina? - chiese. - Sembra piovuta dal cielo. Non vedo un punto di sfondamento. -
- Infatti presumo che la macchina fosse qui da molto tempo - rispose Fucecchi, - abbandonata da qualcuno. Deve essere servita per far sparire un cadavere scomodo. Mi gioco la tredicesima e le ferie che l'incendio è doloso e troveremo tracce di benzina versata come innesco per l'incendio. -
Il cellulare del Lorenzoni squillò di nuovo. Era ancora il Balestrieri.

- Scusa, Balestrie'. Non ti ho richiamato, sono stato un po' incasinato. Dimmi tutto. -

- Brigadie' non mi spieghi niente. Nessun problema. Io le dico quello che devo dire e ho fatto il mio. Poi si senta libero di non sentirmi più. - Il suo tono era leggermente risentito e lasciava intendere un senso di fastidio da parte sua.

- Va bene Balestrie', poi ne parliamo. Veniamo al sodo. -

- Brigadie', il diario. E' molto simile a quello del Neri. Solo che cambia la matrice politica... -

- In che senso? -

- Nel senso che si cambia sponda. I fatti narrati sono in tutto e per tutto simili a quelli dell'altro diario, ma sono raccontati dalla prospettiva di un comunista. -
Arsenio Siani
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