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Writer Officina
Autore: Alessandro Filippini
Titolo: Sincope
Genere Narrativa
Lettori 415 2 1
Sincope
Vuoto.

Fa caldo. Mi tocca togliere giacca e maglione. Odore di tabacco misto a sudore. La porta della carrozza che si apre solo di mezzo metro, con fatica. La maniglia appiccicosa, di quel materiale gommoso che ti resta tra le unghie se stringi troppo la presa. Passo la porta, piegandomi sul lato. Rimane così, aperta, quasi ti lasciasse la possibilità di tornare indietro e provare a sistemare tutto. Non è andata come pensavo.
Questa volta l'ho persa per sempre.
Ma va bene così.
Qualche gomma solidificata e annerita è rimasta incollata al tessuto del sedile. Permanentemente. Chi vuoi che rimuova delle gomme da sedili malconci e fetidi? E chi vuoi che accenda il riscaldamento su un treno del genere? E invece no. Lo accendono, cazzo. Siamo a metà febbraio ma, sul treno, vige da sempre la stessa regola: riscaldamento spento al mattino con quattro gradi all'esterno, ma rigorosamente acceso al pomeriggio, quando i primi soli caldi, della non ancora iniziata primavera, ti fanno rimpiangere di esserti portato dietro il giaccone.

Non si direbbe ma sono mite. Sereno. So che non potevo fare di meglio. Voglio solo tornare a casa e dimenticare questa giornata. Appoggio lo zaino a terra e apro la finestra. Devo far sparire il puzzo almeno dalla mia postazione.
Il vento è forte ma piacevole, con una nota un po' invernale. È uno di quei venti che ti danno sollievo sulla pelle al momento, ma poi ti ritrovi, il giorno dopo, con febbre e mal di gola.
Mi siedo. Piedi sul sedile di fronte. Mi lamento tanto, ma sono il primo che contribuisce a sporcarli. L'odore di tabacco si è diradato. Quello di sudore resta impregnato nei sedili e mi tocca sopportarlo.
Vorrei dormire, ma so per certo che non mi sveglierei in tempo per scendere alla mia fermata. Rinuncio all'idea e cerco di restare sveglio. Ho dimenticato le cuffie. Vorrà dire che il paesaggio esterno sarà l'unica distrazione sensoriale che avrò durante il viaggio.
Che poi non è vero, c'è anche il puzzo.

Nella mia carrozza, oltre a me, c'è solamente una coppia di fidanzati. Li ho visti mentre entravo. Stanno verso il fondo, negli ultimi due sedili. Continuano a baciarsi. Non hanno ancora smesso da quando sono entrato. Il ragazzo avrà sui diciotto anni, mentre la ragazza credo ne avrà due o tre di meno.

Il treno si muove e finalmente partiamo. Inizio a fissare fuori. Il sole è più grande che mai. Una palla infuocata. Enorme. Ricordo quando da bambino lo fissavo intensamente e poi mi bruciavano gli occhi. Mi sembrava così lontano. Mia mamma mi diceva di non fissarlo, ma io lo facevo. Ho sempre fatto il contrario di quello che mi diceva. Volevo conoscere tutto. Toccavo tutto e volevo provare tutto. Volevo sapere tutto. Non mi bastava mai.
Sono sempre stato curioso. Forse, proprio questa mia caratteristica, mi ha portato alla scelta di stamattina.
Ripeto, meglio così. Ora sono libero. Posso ricominciare da capo. Adesso che mi ha lasciato andare, posso essere finalmente me stesso. Forse potrò diventare qualcuno.

Scusa, posso chiederti un favore? È il ragazzo della coppietta in fondo al treno. Mi si è parato davanti e mi ha toccato la spalla per richiamarmi.
Eh, certo. Gli dico. Nel frattempo, lo osservo bene. Ha una barba foltissima e ben curata. I capelli corti, quasi rasati a zero. Un piercing, al sopracciglio destro. Cosa vuole? Probabilmente delle cartine, o dei filtri. Ma io non fumo più da parecchio.
Potresti spostarti nell'altra carrozza, visto che c'è poca gente sul treno? Io e la mia ragazza volevamo stare un po' da soli.
Lo fisso in faccia con aria sconnessa. Me lo ha chiesto veramente?
Certo. Hai ragione, divertitevi.
Prendo zaino e giaccone e mi avvio verso la porta semiaperta. Grazie fratello.
Figurati.
Lo osservo mentre ritorna dall'innamorata. Jeans strappati e un'orrenda maglia rosa di due taglie più grossa. Vorrei gridargli di tenersi il cazzo nei pantaloni, almeno finché non sarò nell'altra carrozza, ma non sono certo che sia un tipo che capisca l'ironia. E poi chi sono io, per negare a due ragazzi una bella scopata in treno? Immagino già la nota romantica dell'odore di sudore, misto allo sporco dei sedili. Chi non vorrebbe una scopata così?
Qualche anno fa, avrei avuto da ridire sul sesso in treno, a partire dal rispetto per il luogo pubblico. Capisco, però, come il fascino del proibito possa generare molta eccitazione e poi non ho voglia di parlare con altre persone in questo momento. Decido, quindi, di tenere per me le mie polemiche e di spostarmi nell'altra carrozza.

Attraverso la porta. Questa volta ne forzo la chiusura. Lasciamo a questi due innamorati un po' di privacy nel loro nido d'amore. Spero solamente che i gemiti del ragazzo e quelli della sua dama rimangano contenuti negli spazi di quella carrozza.
Certe volte mi sorprendo delle cazzate a cui penso. Subito dopo, me ne dimentico. La porta è chiusa, sigillata.
Bene.
Mi trovo qui. Fermo tra le porte di due vagoni. Ho abbandonato la mia carrozza sicura e adesso sono costretto a cercarmi un altro posto. A riabituarmi alla puzza. Accomodarmi. Guardare fuori dal finestrino. Aspettare. Sono costretto a ripetere tutto da capo. Sembra assurdo, se ci penso, come una così banale e ordinaria sequenza di azioni riesca a mandarmi in fumo il cervello. Questo a riconferma della mia stanchezza fisica e mentale.
Che cazzo di problemi mi faccio? Punto il piede in avanti e la mano sulla maniglia. Tiro la porta verso destra. Entro. Calma piatta. Due ragazze sedute sui primi sedili alzano la testa. Mi fissano. Io distolgo lo sguardo e proseguo a cercare il posto. Un vecchio sull'ottantina dorme. Quando la testa fa per cadere, sobbalza di scatto, si riporta su e prosegue a dormire. Mi fa tenerezza. Un gruppo di universitari sta parlando di logaritmi e di funzioni. Argomenti che ho sempre odiato, da prima che mollassi la scuola.
Sto cercando un angolino isolato. Dove non mi sento costretto a dialogare. Dove posso osservare il paesaggio con tranquillità, senza essere disturbato dai discorsi di altra gente.

Mi siedo davanti ad una ragazza apparentemente assopita. Non ho trovato posti migliori. Però almeno dorme. Lei non mi disturberà.
È davvero bella. Ha i capelli neri. Di un nero lucente, caldo. Vorrei accarezzarle i capelli e spostarli dal viso, per poterla osservare meglio. Si notano solo alcuni particolari dell'occhio sinistro e della bocca. L'occhio chiuso mi ha suggerito che stesse dormendo. E infatti è così. Non si è accorta che mi sono seduto davanti a lei. La bocca è semiaperta. Ha le labbra secche, disidratate. Sarà per il caldo. Hanno un colore rosato. Ora che ci faccio caso, tutta la pelle risulta essere parecchio secca.
È vestita con un abito leggero, nero, primaverile, nonostante faccia ancora freddo. Le gambe sono coperte con delle calze, nere anch'esse. Le mani sono nascoste sotto una sciarpa rossa, di cotone. La tiene sulle ginocchia.
Tempo fa mi sarei inventato qualcosa per provare a conoscerla. Ma adesso?
Vuoto. È qui davanti a me. Potrei darmi da fare, iniziare una conversazione, ma non lo faccio. Mi limito ad osservarla.

Quasi morbosamente, decido di analizzare ogni suo particolare. Ha le gambe magre.
E io sono vuoto. È come se mi mancasse qualcosa. È da stamattina che mi sento così. Da quando è successa quella cosa.
Sul sedile in parte a lei c'è uno zaino, quindi potrebbe essere una studentessa. Dalle fattezze e dai lineamenti che riesco a scorgere deduco abbia sui vent'anni. Un'universitaria?
Sono vuoto. Speravo di sentirmi meglio, invece non è così. Il mio non è uno di quei vuoti bianchi, totalmente liberi, privi di emozioni. Ma un vuoto traboccante di rumore. Sento che potrebbe ricominciare a breve. Quel dolore.
Ma non voglio pensarci.
Ha con sé anche un giaccone pesante invernale. Lo tiene sotto lo zaino. I capelli le cadono sui seni, alcuni di essi sono incollati ai sedili. Schiacciati dalla forza elettrostatica.
Un vuoto assordante. Solitamente anticipa il dolore.
Devo tenerlo fuori.
Devo tenerlo lontano da me.

Tiro fuori dal giaccone il mio blocchetto da disegno e la matita. Inizialmente voglio disegnare la ragazza, però decido di cambiare soggetto. Fisso fuori dal finestrino.
Il sole sta tramontando.
Ho la mano pesante. Traccia linee pesanti. Nere. Una linea parte da sinistra e si trasforma in una curva. Decido di farne diverse, di queste curve. Curve piccole. Curve più grandi. Ma tutte molto pesanti, spesse. Un'onda d'acqua.
Ora faccio la schiuma. Bianca. Con linee sottili. Si erge sulla punta delle mie onde pesanti. È una schiuma leggera. Delle goccioline mi sfuggono ed evaporano nel cielo. Quasi non si nota nel disegno.
La schiuma traccia un confine tra il mare ed il cielo. Il confine è sottile. Non si tratta di una separazione netta. No. È una divisione leggera, quasi impercettibile. Il cielo e il mare hanno lo stesso colore. Sono un tutt'uno. Quasi si mescolano, se non per quelle sottili linee leggere. Non hanno distanze. Sono in due dimensioni, come in un disegno. Tanto che risulta palese che è un disegno. Nulla rispecchia la realtà. Ma era così che lo volevo. Se avessi voluto disegnare la realtà non avrei scelto questo soggetto.
Ho disegnato il sole. È sproporzionato rispetto al cielo. Un sole enorme. Ma spento. Sembra quasi un'enorme Luna. Senza crateri però. E senza luce.
Non è più acceso: l'onda del mare si è infranta su di lui. Non è più rosso infuocato.
È spento. È carbonizzato. È nero.
Fisso il mio disegno. È solo uno schizzo. L'ho fatto in una decina di minuti, sul treno. Inizio a rigirare la matita tra le dita della mano. Passo la matita dall'indice al medio, poi dal medio al mignolo e dal mignolo la faccio ritornare al medio.
Salto sempre l'anulare.
Adesso impugno la matita con tutte le dita e con il pugno chiuso. Mi serve concentrazione per iniziare la definizione di ogni particolare del disegno. Mi serve che il treno non vibri e mi faccia sbagliare. Prendo fiato.
Chiudo gli occhi.

Un botto. Un'esplosione interrompe il fluire dei miei pensieri. Vengo sbalzato in avanti con violenza. Il disegno finisce per terra, sotto il sedile. Finisco addosso alla ragazza di fronte. Lei si sveglia improvvisamente dal sonno.
È spaventata. Prontamente mi scuso con lei.
Un grido acuto e assordante distoglie la nostra attenzione. La ragazza della coppietta nella prima carrozza si precipita attraverso la porta, gridando di chiamare un'ambulanza. Ha le mani e il vestito insanguinati. Non ci capisco più niente. Appena la vedo ho una strana sensazione anche io. Osservo le mie mani. Sangue.
Sangue sulle dita e sul palmo. Cazzo. Sono ferito? No. Non sento alcun dolore. Non mi sono fatto niente. Aspetta. Dov'è la matita?
Panico. Ce l'avevo in mano. Possibile che sia caduta? No. La soluzione è lì, davanti a me.
Sposto lo sguardo dalle mie mani alla splendida ragazza seduta di fronte. Merda. Che cazzo ho fatto?

Ambra.

Vento fresco sulla pelle. Lo sento.
Questo lo sento. Sono vestita leggera. Sollevo le maniche del vestito. Mi osservo le braccia, sono candide. Non ci sono ferite fresche. Nessun taglietto. Nessuna botta. Mi controllo quotidianamente, la sera, da sola a casa, nuda davanti allo specchio.
Il treno è in ritardo. Come ogni volta. Le stesse facce alla fermata. Ogni giorno, gli stessi discorsi. Sento anche il calore dei raggi del sole che tra poco tramonterà. È stata una giornata tranquilla.
Fisso i binari e mi torna in mente la notizia che ho letto stamattina sul cellulare. Un pazzo si è gettato sotto il treno. Alcune linee sono state interrotte per questo.
Sotto al treno. Chissà cosa si prova? Forse neanche lui ha provato tanto. È stata una morte veloce. Ventimila cavalli dritti sulla faccia. Forse era solo ubriaco e non voleva nemmeno uccidersi.
Chissà cosa si prova?

Ecco il treno. Un rumore di freni che stridono accompagna la comparsa di un ammasso di lamiere. Proverei qualcosa se mi buttassi sotto? A volte ci penso. Ma non ci faccio caso.
Le porte si aprono e la gente esce. Una madre fatica a scendere con il figlio nel passeggino. Non dovrei aiutarla. Non dovrei fare sforzi, se non indispensabili. Così ha detto il medico.
Mi guardo intorno. Nessuno. Non c'è nessuno che sale da questa porta. Ci sono solo io.
La aiuto. Prendo il passeggino e lo appoggio a terra. Lei mi ringrazia e se ne va. Sono la prima a salire. La carrozza è vuota. Mi siedo in un posto laterale, vicino al finestrino. Entrano dei ragazzi. Li conosco, li ho già incrociati in università. Hanno l'aria da saccenti del cazzo. Non sopporto quelle persone.
Sistemo lo zaino sul sedile a fianco. Copro le mani con la sciarpa.
Un uomo anziano si accomoda su un sedile, non prima di aver riposto la valigetta nello scomparto. Ha i capelli bianchi e degli anelli d'oro alle mani. Ammiro gli anziani, penso che tutti dovrebbero farlo. Invece, spesso, vengono denigrati.
Chiude gli occhi. Da lì a poco si addormenterà.

Fra poco mi addormenterò anche io. Stamattina mi sono svegliata presto, per prendere il treno delle sei e trenta. In realtà non dormo mai tanto. Non mi piace dormire. Ma in treno mi assopisco e recupero il sonno perso di notte.
Ogni mattina, davanti allo specchio, rivedo le mie cicatrici. Alcune piccole. Altre lunghe. Certe hanno forme strane. Altre ancora sono in posti buffi. Sono lì. Sono parte di me.
Non me ne vergogno. Neanche di quelle più visibili. Poi posso vantarmi. Posso vantarmi con la gente e dire la classica frase da soldato reduce di guerra: ogni cicatrice racconta una storia. Le mie ne raccontano tante. E tante ne racconto io a loro, quando le osservo, nuda, davanti allo specchio. È diventato una specie di rito.
Devo evitare di crearmene altre. Questo è il mio obiettivo. Tutto qui. Fosse facile.
Devo evitare di farmi male in qualsiasi modo possibile.
Mia madre è molto protettiva. E fa bene. Mi chiama se ritardo di cinque minuti e non mi permette di andare in molti posti da sola o in compagnia di gente che non conosce.

Ho vent' anni ma non ho mai avuto un ragazzo, non ho mai fatto sesso. Anche se vorrei tanto provare. Una volta ci sono andata vicina. Molto vicina.
Dopo essermi spogliata, lui ha visto il mio corpo martoriato, pieno di lividi, cicatrici, botte. È scappato.
In realtà non so nemmeno se sarebbe una cosa compatibile, il sesso con me. Riuscirei a provare qualcosa? In teoria sì. Ma mi spaventa il fatto che potrei non provare nulla. Non saprei. E di sicuro non andrei a chiedere delucidazioni al medico che segue la mia situazione. Lo stesso coglione che mi ha detto esplicitamente in faccia che molto difficilmente supererò i venticinque anni di età.
Immaginate di prendere una ragazzina di quindici anni e dirle che non sopravvivrà per più di dieci anni. Ovviamente con annessa spiegazione scientifica, con tanto di dati statistici. La malattia, le emorragie interne frequenti. Le ferite accidentali. Quelle volontarie.
La tua è una condizione decisamente rara. I casi accertati al mondo sono pochi. Non possiamo stabilire con certezza quanto vivrai. Possiamo darti delle stime.
Non la presi bene, quella volta. Andai a casa e provai a suicidarmi. Presi un coltello da cucina e cercai di trafiggermi il petto. Me la cavai con una frattura all'emitorace sinistro. Lo sterno deviò la lama, allontanandola dal cuore. Tutto sommato, mi andò bene.
Mi sottoposero ad un intervento chirurgico per estrarre la lama. Quantificare i danni. Mi affidarono ad una psicologa. Aumentarono la frequenza delle visite di controllo. Io, cretina, che speravo di risolvere qualcosa. Avevo solamente peggiorato la situazione.
Quindi a volte ci penso. Ecco. Cosa si prova a morire?

Il treno parte. E io cado tra le braccia di Morfeo.
A lezione ho imparato come, a volte, prima di addormentarsi, il nostro cervello ci lancia dei segnali potenti: le cosiddette allucinazioni ipnagogiche. Possono interessare diversi campi sensoriali. Nel caso in cui non ci creino disturbi evidenti, sono eventi fisiologici. Molti artisti, scrittori, scienziati, inventori le hanno descritte come sensazioni in grado di aumentare la loro creatività. Spesso la soluzione di un problema complesso può essere fornita durante questi particolari stati mentali.
Le mie sono vivide. Intense. Molto reali. Soprattutto, molto distorte. Si presentano sempre quando mi addormento in treno.
Le vicende variano di volta in volta. Ma ci sono dei temi che sono sempre presenti: morte, dolore, sofferenza.
Alla psicologa non ho ancora parlato di queste allucinazioni. Voglio riuscire a comprenderle da sola.
È proprio per questo che sto studiando psicologia. Per essere più preparata di lei e non dovere più rivelarle nulla.
Lo so, è un piano di merda.
Ma tanto non mi rimane molto da vivere.
Questa volta non ho avuto allucinazioni. Mi sono addormentata senza particolari problemi. Meglio così.

Un colpo di frusta al collo. Vengo svegliata violentemente. Un rumore tremendo. Assordante. Sbatto la testa contro il vetro del finestrino. Riesco a sentire la pressione.
Riesco a sentire la pelle che si lacera contro il vetro.
Questo lo sento.
Mi vola qualche ciocca di capelli in bocca.
Apro gli occhi. Una testa. Un ragazzo sopra di me. Ha la testa infilata tra le mie tette. Lo sento mentre mi domanda scusa e velocemente si risiede al suo posto.
Sono confusa.
Devo capire che botte ho preso e cosa è stato compromesso. Di sicuro la testa. Sbattuta sul vetro. Poi che altro?
Un urlo interrompe la mia disperata indagine. Una ragazza irrompe nella carrozza, gridando di chiamare un'ambulanza. Ha le mani insanguinate.

Mi controllo il corpo affannosamente, in cerca di qualche trauma. Non ci metto molto ad accorgermene, in realtà.
Vi sareste mai aspettati di svegliarvi un giorno con una matita conficcata nella spalla? Io no. Eppure è lì. Una matita gialla con la gommina rossa sulla parte finale. Conficcata per due terzi della sua lunghezza nella mia spalla.
Trafitta da una matita. Sembra una barzelletta, ma è così.
Osservo il ragazzo davanti a me. Ha le mani insanguinate. È il mio sangue.
Ho la testa pesante. Tocco la ferita e mi sporco di sangue. Cerco di ragionare.
Non togliere quella matita. Schizzeresti di sangue il sedile e il ragazzo e peggioreresti solo le cose.
Rimane una cosa da fare: aspettare l'ambulanza e sperare che abbia almeno due posti.

Grida. Gente che si alza in piedi. Non sembrano esserci altri feriti. L'ambulanza è stata chiamata, dice una voce.
Le mie allucinazioni questa volta sono piuttosto reali, per essere davvero allucinazioni.
Fisso il viso del ragazzo che mi ha appena pugnalato con una matita. Ha paura. Mi osserva. Lo osservo.
Non dice nulla. Non si è nemmeno scusato di avermi accidentalmente trafitto.
Eccolo. Sta tornando in sé.
Stai bene? Mi chiede. Cazzo. Scusami. Avevo la matita in mano e ti sono finito addosso. C'è stato un botto, un'esplosione. Scusami tanto.
Osservo le sue labbra mentre parla. Non lo ascolto nemmeno. Sta spiegando cosa è successo e perché ho una matita nella spalla. Lo osservo solamente.
Che situazione surreale.

Decido di interrompere il suo sproloquio di scuse e spiegazioni.
Calmati. Sto bene. Non sento niente. Io non sento il dolore. Adesso restiamo calmi ed aspettiamo l'ambulanza. Tutto si sistemerà.
Silenzio.
L'ho zittito. Ha gli occhi sbarrati di fuori come uno con l'ipertiroidismo. Una volta ho conosciuto una signora così, sembrano dei pesci palla. È assurdo.
Distolgo lo sguardo.
Forse non avrei dovuto dirglielo.
Sul finestrino una strisciata di rossetto ricurva. Sembra un'onda di un mare in tempesta.
Alessandro Filippini
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