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Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Fabrizio Bozzini
Titolo: Le parole del Re Inca
Genere Narrativa
Lettori 907 7 7
Le parole del Re Inca
Il Re Inca.
Credo sia giusto iniziare questo viaggio dallo pseudonimo “Il Re Inca”, che ha una sua storia da raccontare.

Era il mese di agosto di qualche anno fa, una mattina calda, nonostante fossero solo le 6:30. L'ora ideale per camminare in riva al mare. La battigia era libera e ai pensieri facevano compagnia il lento, melodico suono della risacca e l'odore del marino.
Ci si poteva perdere in quella tranquillità. Lo sguardo fisso sulla linea dell'orizzonte e il folle fantasticare sul punto di incontro tra cielo e mare.

La meraviglia dei colori e dei riflessi del sole sull'acqua che passavano, minuto dopo minuto, dal rosso intenso all'arancione, al giallo, fino al bianco accecante.
Il borbottio di un piccolo gozzo che rientrava nel porticciolo scortato dal volo di un gabbiano, infine, completava una tela dinamica e multisensoriale. Culla ideale, meditavo, per nutrire quel frenetico intreccio di pensieri che, senza alcun possibile controllo, giungeva alla mente, mentre le mani sprofondate nella sabbia umida e fresca ancoravano a terra quei voli pindarici.

Erano solo pensieri, direte. Erano semplici parole, risponderei.

Pensieri fatti di frasi senza voce e senza storia, che si perdevano in un istante per essere sostituiti da altri.
Continuavo a chiedermi perché dovessero restare inespressi, come a voler nascondere le emozioni dal giudizio della gente.
Sì, il giudizio e il conformismo sociale, che ormai ci soffocano obbligandoci a coltivare la politica dell'apparenza, discostandoci sempre più dalla ricerca della nostra essenza e dalla libera espressione delle emozioni.
Maschere. Alcune inespressive, altre create per mostrare sorrisi che celano menzogne e opportunismo, talune serie e tristi a figurare la rassegnazione e altre ancora ricomposte come splendidi kintsugi a mostrare la visione artistica del sopravvivere in una cultura senza più valori, che rifugge e ghettizza le menti e le emozioni, togliendo loro libertà.

Qualcuno sicuramente penserà: “Ecco. Un folle!”.

La risposta a questa affermazione la espressi, in sintesi, in un tweet del 2014, che ben riassume la mia visione della follia e che non smette di suonarmi attuale:
La follia, quella sana, non curatela. Alimentatela.

Sorrido, perché esistono davvero pochi veri folli, soprattutto se parliamo di quei temerari che si ostinano a esternare emozioni in un'era in cui i social network costruiscono e distruggono falsi miti basandosi sui numeri più che sulla sostanza, dove il bullismo, la volgarità e la totale mancanza di rispetto verso il prossimo tolgono non solo valore all'essere stesso, ma rubano spazio alla bellezza delle parole.

Ogni persona ha bisogno di attimi di poesia, perché fa parte della nostra natura, per quanto lo si voglia nascondere per paura.
Fossero state solo semplici parole, avrei ceduto come molte altre volte alla solitudine di quei “perché” ma, quella mattina, prevalse il desiderio di liberarle, di condividerle e dar voce all'agitarsi interiore.
Una cosa era certa: non volevo assolutamente dare importanza all'autore, ma soltanto ai pensieri e al sentire.
Avvertivo la necessità di condurre l'eventuale lettore direttamente nell'emozione, così che la sentisse anche un po' sua.
Volevo risvegliare quel dire, trasmetterlo e in qualche modo proteggerlo dal tempo.
Non avevo intenzione di usare frasiparole per emozionare, ma di scrivere di emozioni che avevano trovato una via tra le parole.

Nacque così il Re Inca. Ma perché proprio “Il Re Inca”?

Da sempre mi hanno affascinato tutte le civiltà antiche e in particolar modo, tra quelle precolombiane, gli Incas.
Un popolo che rimane avvolto nel mistero, così come la sua genesi.
Le leggende narrano infatti che dal cielo (il Pachacamac) una saetta infuocata si scagliò fin nelle viscere della madre terra (la Pachamama) e dalle sue profondità emersero sette uomini e sette donne, tra cui il Re, il fondatore.

Sette. Il numero sette, che potrebbe sembrare casuale, non lo è affatto. È infatti, comune in tantissime culture, tanto da essere considerato un numero magico. Sette sono le virtù, sette i vizi capitali, sette i cieli nel Corano, sette i doni dello Spirito Santo, sette sono i chakra, tanto che nel buddismo il sette rappresenta la completezza. Potrei andare avanti con molti altri esempi, ma mi fermerò al settimo:
sono passati sette anni da quella mattina agostana.

Questa è la parte epica del nome. Non vuole certo assumere l'arroganza o i contorni della mitomania, ma solo il fascino e il rispetto verso quella civiltà la cui cultura, il rapporto con gli elementi della natura, nonché il tragico epilogo nell'accogliere quella che noi definiamo società civile che, invece, li sterminò, hanno da sempre fatto in qualche modo parte di me.
La leggenda narra anche che il Re, prima di andarsene per ricongiungersi al padre Pachacamac, promise agli Incas che un giorno sarebbe tornato per guidarli nuovamente.


Arrivarono con navi
e il permesso di un Dio che non era il mio,
furono accolti e fummo travolti,
come un ingenuo giaguaro,
incantato dalla bellezza del volo
di un'aquila nel cielo.
Così, l'ultimo di noi se ne andò,
e tutto ciò che lo rappresentava
resta, ancora oggi, mistero.

Credo sia necessario, a questo punto, rubarvi giusto il tempo di qualche riga, perché ritengo doveroso, subito dopo quello che ho appena scritto, dare la giusta dignità alla civiltà degli Incas che, sviluppatasi in Perù, costruì un impero che si estendeva in gran parte del Sud America, capace di terrazzare le Ande per coltivarle e di edificare, su terreni ancora più impervi e senza mezzi moderni capolavori architettonici come Machu Picchu.
L'incontro con gli spagnoli guidati da Pizarro alla ricerca di ricchezza e oro, il leggendario Eldorado, fu visto dagli Incas come il ritorno dei loro fondatori per due principali particolarità:
la prima era rappresentata dal fatto che, in attesa del ritorno del Re, gli stranieri “bianchi e canuti” si presentarono agli Incas con tratti somatici simili a quelli dei fondatori e, tra loro, proprio come ricordavano, parlavano una lingua strana e non comprensibile dal resto del popolo. La seconda particolarità era rappresentata dalle armi da fuoco, sconosciute agli Incas, che loro ricollegavano alle antiche leggende in cui i fondatori, per proteggerli, combatterono epiche guerre nei cieli su serpenti alati capaci si lanciare saette infuocate.

Ecco perché gli invasori furono accolti con doni.
A onore di cronaca, va comunque ricordato che la sottomissione degli Incas non fu così facile e banale per Pizarro, se pensate che ci vollero anni di gloriose battaglie in tutto l'impero, durante le quali, uomini muniti di semplici lance e pugnali si difesero strenuamente da cavalieri addestrati (gli Incas non conoscevano i cavalli) e da mercenari in cerca non di gloria ma di ricchezze, attrezzati con armature e armi da fuoco.

Esiste anche il lato più intimo in questo nome.
Il Re rappresenta il mio opposto, o meglio, si identifica nell'essenza che si mostra con le parole e le emozioni a contrastare l'apparenza di quella maschera protettiva che la vita e la società ci impongono. In fondo, come diceva Eraclito, “l'armonia si basa sull'equilibrio degli opposti” e in questo io e il Re formiamo una coppia perfetta, perennemente in guerra.

Non sono mai pace, ma sempre tempesta.

L'approdo dove ancorare quelle parole, nell'ormai lontano agosto del 2014, fu Twitter, il micro-blog social dei 140 caratteri.
Quella limitazione costringeva alla sintesi e rappresentava al tempo stesso una sfida a non disperdere o banalizzare l'utilizzo delle parole.

Quella mattina nacquero un Re, un account Twitter e il primo aforisma:

Un tweet è per uno,
Fabrizio Bozzini
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