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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Federico Maderno
Titolo: Profili diseguali. Racconti della collina
Genere Racconti
Lettori 414 1
Profili diseguali. Racconti della collina
In ordine sparso.

– Verrà qualcuno – disse Rettondini la terza o quarta volta. Intanto, sembrava che il tempo si fosse fermato, lì sulla collina del Toffino. Ad osservarla dall'alto, la scena campestre doveva apparire ben strana, concentrata com'era intorno alla sagoma chiara dell'ambulanza e con tutte quelle persone sedute in terra, dalla stessa parte. Sarebbe arrivato qualcuno e li avrebbe guardati con aria stranita, meravigliato per quell'assurda colazione al sacco tra adulti (due dei quali in divisa) e per l'insistenza con la quale un tizio si ostinava a cercare l'apriscatole, sporgendosi all'interno della vettura.
– Verrà qualcuno, prima o poi... – bisbigliò ancora Rettondini.
– E piantala, Santiddio! – gli urlò Morrichini, chiudendo gli occhi.
Rebuffo era rimasto a controllare eventuali movimenti, soprattutto in direzione delle poche costruzioni dalle quali poteva essere partito l'ultimo sparo.
– Tieni gli occhi aperti – gli aveva detto il Maresciallo, mentre si asciugava il sudore che gli si formava in minuscole perline sulla fronte. – Non credo che possa prenderci alle spalle, senza venire un po' allo scoperto.
Non era un compito difficile. Bastava stare al riparo dell'autolettiga ed osservare la collina spoglia, che si vedeva quasi tutta, attraverso il doppio telaio delle fiancate, dove di vetro traslucido ne era rimasto attaccato davvero poco.
L'unico problema, se si voleva sottilizzare, era il corpo straziato di Ugo Gerbero, a un metro di distanza.
Rebuffo non capiva se era più difficile resistere alla tentazione di guardarlo o decidersi a dargli davvero una sbirciata. Così, se ne stava irrigidito, e lo teneva d'occhio con la vista periferica.
Più difficile da ignorare, l'odore dolciastro che si era sparso dentro l'abitacolo. A Rebuffo dava fastidio, e se pensava che in mezzo ai frammenti di cristallo insanguinato doveva esserci anche una buona quantità di materia cerebrale, faticava a ricacciare indietro i conati di vomito.
– Quanto tempo è passato? – chiese il milite Fasano.
– Una ventina di minuti – rispose qualcuno, dopo aver consultato l'orologio.
– Può darsi che dalla sede comincino a farsi delle domande. Se solo riuscissi a girare l'autolettiga...
– Meglio non toccare niente, qui sopra – obiettò Colamarini.
– E se mettessi in funzione la sirena?
– Aspetti. Non possiamo attirare qui la gente e metterla in pericolo.
– Non si metterà mica a sparare ad un intero paese, no?
– Per quanto ne sappiamo, – osservò Rettondini – potrebbe avere un arsenale a disposizione.
– È stata una mia impressione o l'esplosione del fucile era ben poca cosa? – chiese Colamarini. Si era messo seduto, con le spalle appoggiate alla ruota posteriore dell'ambulanza. La divisa estiva doveva essere ridotta ad uno straccio sudicio, ma quello era ormai un problema irrilevante.
– Io l'ho sentita appena – confermò Rebuffo, lanciando un'occhiata rapidissima alla testa dilaniata di Gerbero.
– Allora, vuole dire che quel bastardo ha usato un qualche silenziatore – aggiunse Colamarini.

Ad ascoltare con maggiore attenzione, si poteva pensare che adesso le cicale fossero più di una. Ma forse era solo l'effetto di un riverbero, sulla facciata di pietra della casa più vicina.
Passavano i minuti e il sole aggirava rapidamente la sagoma dell'ambulanza. La poca ombra scappava veloce verso la parte anteriore del mezzo e si faceva stretta, tanto che adesso, a voler trovare riparo dalla calura, dovevano rimanere tutti addossati alla fiancata, e Rebuffo, che era impegnato a controllare la vallata dalla parte del pericolo e per quello doveva stare in piedi, aveva la fronte e le guance rigate da rivoli di sudore, che si perdevano dietro il colletto chiaro della divisa.
– Porca puttana! – disse Rettondini, che era rimasto lungamente taciturno. – Io, ad aspettare che quello ci faccia secchi uno alla volta, non ci sto.
Sembrava che il suo sfogo fosse caduto nel silenzio, invece Colamarini, dopo un paio di minuti, gli rispose con voce piatta. Teneva lo sguardo fisso avanti e giocherellava, senza rendersene conto, con il cinturino della fondina.
– Vuoi davvero provare ad andartene? – disse. – Guarda che io non ti trattengo.
– Lo ripeto: io, a fare la fine del topo non ci sto...
– Ti ho detto che non ti trattengo.
Tornò un silenzio insopportabile. Rebuffo soffiò un paio di volte, poi abbandonò la sua posizione di vedetta e si accucciò accanto agli altri.
– Maresciallo, provassi a salire sulla Campagnola...
Colamarini fece una smorfia:
– Quello, non ti lascia nemmeno arrivare a mettere le mani sulla chiave.
– Rischio lo stesso.
Parlava con il superiore, ma guardava insistentemente Morrichini e pensava, soprattutto, alla figlia di questo, che poteva dirsi sicuramente una delle ragazze più graziose nel raggio di parecchi chilometri e sembrava non indifferente al fascino intrepido della divisa. Bastava, forse, un'impresa eroica.
Fantasticava, il giovane carabiniere, vagheggiando di epiche gesta, e si vedeva già al centro dell'ammirazione popolare. Era un'occasione forse irripetibile, tenuto conto della favorevole imminenza della festa di San Rocco, ribalta ideale per espandere la sua fama oltre il confine del paese.
– Guarda che io non ti ho detto niente. Se vuoi fare l'eroe, ti assumi le tue responsabilità... Oh, ragazzo, hai capito?
Rebuffo si riebbe dalle sue fantasticherie, in tempo per accorgersi che l'Assessore non lo degnava di uno sguardo.
– Eh? Ah, sì, ho capito.
Si sistemò alla meglio la divisa, per quel poco che c'era ancora da salvare di forma, e fece un paio di piegamenti sulle gambe, per verificare se i muscoli fossero abbastanza reattivi.
– L'arma? – chiese il Maresciallo.
– È nella macchina.
– Guarda di non andare come un pazzo...
– Se riesco a fare i primi tre tornanti, sono a posto.

Come fece l'atto di prendere lo slancio, si sentì afferrare per un braccio:
– Vengo con te, Santiddio!
Rettondini aveva lo sguardo spiritato e non mollava la presa.
– Non faccia sciocchezze. Sono già abbastanza preoccupato per me.
– Io qui, a fare la fine del ratto, non ci sto.
Colamarini alzò gli occhi al cielo, ma non disse niente.
– Maresciallo, che faccio? – chiese Rebuffo, con l'espressione di un ragazzo che vuole disfarsi del fratello minore, per andare alla festa.
– Vi ripeto che qui non ci rimango – si intestardì Rettondini. Iniziò, quasi, a piagnucolare. – Piuttosto, me ne vado a piedi, e succeda quel che deve succedere.
Restarono immobili, alcuni secondi. Alla fine, il Maresciallo valutò che non sarebbe stata un'idea tanto malvagia.
– Va bene. Qui ognuno si prende le sue responsabilità. Lo avete visto tutti che non lo ha obbligato nessuno, vero?
Gli altri annuirono, senza convinzione.

Rebuffo scattò con qualche secondo d'anticipo. Non diede agli altri nemmeno il tempo di spaventarsi, di farsi salire l'ansia per una possibile nuova detonazione.
Riuscì ad infilarsi nel fuoristrada in pochi istanti, con un unico agile movimento.
Rettondini lo seguì quasi subito, ma percorse i primi metri con andatura assai meno disinvolta, tanto che rischiò un paio di volte di finire disteso nella polvere della strada.
Restarono tutti a guardarlo con gli occhi socchiusi, finché lo videro sparire nell'abitacolo. Si aspettavano, ad ogni momento, di udire ancora quello schiocco attenuato. Invece, incredibilmente, non successe niente.
– Buono! – commentò a voce bassa Colamarini.
La Campagnola vibrò sotto il frullare del motorino d'avviamento e il rombo del duecento cavalli risuonò immediatamente nella vallata. Tirarono tutti un silenzioso sospiro di sollievo. Morrichini, che aveva stretto i pugni fino a far diventare bianche le dita, si lasciò andare ad uno scatto d'entusiasmo.
– Quanto ci metteranno? – chiese Soffici, come se non sapesse egli stesso quanta strada li separasse dal primo telefono.
Colamarini accarezzava il calcio della pistola. Parlò quasi tra sé e sé, ma a voce alta:
– Sono sei chilometri fino al paese. Se va tutto bene, tra una mezz'ora abbiamo un paio di pattuglie che ci vengono incontro.
Tenevano ancora gli occhi sopra il fuoristrada. Il mezzo operò una rapida manovra e si allontanò ad andatura regolare, trascinandosi dietro una nube caffelatte che si disperdeva rapidamente sull'erba. Ad una settantina di metri dal punto di partenza, la strada si contorceva bruscamente in un tornante ed era necessario rallentare considerevolmente il passo. Sentirono il motore perdere giri, la Campagnola parve sul punto di fermarsi, ma riprese ad andatura lentissima, cominciando ad inclinarsi verso l'interno della curva. Fu a quel punto che la ruota anteriore, più caricata, cedette di schianto.
L'esplosione, secca come quella di un petardo, superò facilmente il rumore sordo del motore.
– Cristo! – sbottò Colamarini, così tempestivamente da sembrare che si aspettasse qualche nuova sorpresa.
Gli altri tre, forse, non avevano ancora compreso quale fosse il problema.
– E adesso che diavolo succede? – domandò il milite Fasano aggrottando la fronte.
– È partito il pneumatico.
– Lo – fece Fasano.
– Come, “lo”?
– “Lo” pneumatico.
Il Maresciallo lo guardò come se lo vedesse per la prima volta:
– Ma tu guarda...
– Avete finito di fare salotto? – gridò isterico Soffici.
La Campagnola aveva rischiato di ribaltarsi, ma dopo qualche incertezza si era appoggiata alla ruota ormai sgonfia e aveva trovato un discreto equilibrio. Videro Rebuffo scendere con cautela, tenendosi addossato alla carrozzeria, e poi fare un salto a terra.
– Cosa fa, adesso? – chiese Soffici. Nessuno gli diede risposta.
Il carabiniere si era accucciato a lato della ruota. Lo videro trafficare brevemente sotto il parafango. Quando si rialzò lo fece di scatto. Si voltò nella loro direzione e cominciò a fare gesti esagerati con entrambe le mani.
– Che cazzo... – commentò Morrichini.
La voce di Rebuffo giunse come distorta. Si capiva che gridava, ma forse, proprio per tutta la foga che ci metteva, ne veniva fuori un verso strozzato e non propriamente comprensibile.
– State giù, capito? – si intese, alla fine.
Colamarini si portò le mani attorno alle labbra, a forma di cono.
– Che è successo? – sbraitò.
– Una pallottola! È stata una pallottola, capito?
– Cazzo! – sbottò il Maresciallo, e lo ripeté una mezza dozzina di volte, ad intervalli regolari e con tono crescente.
Rebuffo era risalito sulla Campagnola, assai meno prudente di come ne era sceso. L'auto ondeggiò qualche secondo, poi prese a scendere beccheggiando lungo la curva.
– Sta cercando lo stesso di scendere a valle – disse Colamarini, con aria preoccupata.
– Non può farcela. Non può farcela, fino in paese – commentò Fasano, a bassa voce.

Il mezzo dell'esercito procedeva a piccoli scatti, penosamente. Eppure, con molta fortuna riuscì a percorrere il resto del tornante e si ritrovò ad affrontare un tratto rettilineo, dove la pendenza era particolarmente forte. All'inizio, lo sbandamento provocato dall'asimmetria fu così accentuato da condurla quasi dentro la cunetta, poi Rebuffo sembrò trovare un assetto migliore e riuscì a riportarla al centro della carreggiata.
– Non ha voluto colpirli – disse il milite Fasano, continuando a seguire con lo sguardo la Campagnola, che muggiva in seconda marcia e si apprestava a raggiungere una nuova curva.
– Come fa a dirlo? – chiese Soffici, distogliendo un attimo lo sguardo dalla strada.
– Se avesse voluto, avrebbe sparato prima. Quando erano più vicini, e come bersagli erano anche più facili della ruota di un'auto.
– Magari, si è distratto un attimo...
– Chi è, il cecchino soprappensiero?
Tornarono a guardare verso il basso, lungo il nastro tortuoso della via sterrata. L'auto aveva raggiunto il tornante successivo e procedeva ancora lentamente, ma la curva, dalla parte opposta della foratura, avrebbe reso assai più difficile l'operazione di svolta.
– E ora? – mormorò Morrichini. Aveva impugnato nuovamente il fazzoletto e lo passava nervosamente attorno al colletto sbottonato.
La Campagnola mostrava, adesso, la sua parte posteriore. Ondeggiava pericolosamente e a considerare le luci dei freni, quasi costantemente accese, c'era da credere che non avanzasse affatto.
Rebuffo combatteva forsennatamente contro la pendenza del tracciato e la situazione disastrosa del fondo stradale.
Morrichini ciondolava la testa e sbuffava:
– Vanno ad ammazzarsi, per la miseria.
– Basta che non facciano cazzate. Ci mettano quello che serve, anche un'ora – disse Colamarini, senza troppa convinzione.
– Col cavolo – sbottò il milite dell'ambulanza. – Io non voglio restare secco, qui sotto il sole.
– E che vuole fare? – chiese Colamarini, senza aspettarsi una riposta.
– Adesso, ve lo faccio vedere.
Si staccò dalla fiancata del mezzo ed avanzò, allo scoperto, una dozzina di passi. Teneva le braccia aperte, con le mani all'altezza delle tempie, il capo un po' incassato tra le spalle e gli occhi socchiusi, come uno che teme di essere colpito dalla grandine o da un fulmine.
– È pazzo – disse Morrichini.
Intanto, però, non succedeva nulla. Fasano se ne stava là impalato, in quella posizione assurda.
– Visto? Che vi dicevo? – urlò il milite con voce che si era fatta stridula per la paura e l'esaltazione.
– Venga qui, disgraziato!
– Venite fuori voi!
Colamarini si era messo le mani nei capelli.
– Porca la vitaccia boia! – ringhiò, con gli occhi al cielo.
Tornò a guardare verso la Campagnola. Così, da lontano, sembrava che si fosse definitivamente arenata, ma sollevava piccoli sbuffi di polvere, e allora si poteva ancora sperare che Rebuffo fosse a combattere con lo sterzo e i freni.
Fasano saltellava in mezzo all'erba secca, tenendo sempre le braccia alzate, e poiché adesso era decisamente più rinfrancato e ringalluzzito, lasciava che gli arti rilassati fluttuassero nell'aria, in una specie di danza tribale.
Poi, improvvisamente, si bloccò e divenne terribilmente serio:
– Sapete che vi dico? Io adesso, tranquillo tranquillo, me ne scendo a valle. Anzi, se arrivo al fuoristrada, dico a quei due di seguirmi giù a piedi, che si fa prima.
Diede le spalle all'autolettiga e, ancora una volta, sollevò le braccia, più in alto che gli fu possibile, per chiedere una silenziosa conferma di non belligeranza a chi eventualmente lo avesse nel mirino.
– Ora lo seccano, quel deficiente! – disse piano Morrichini. Ma non ne era più tanto convinto.

Il milite iniziò ad allontanarsi lungo il declivio. Lo faceva con passo controllato e tenendo il capo reclinato, con l'aria di chi si sta guardando la punta delle scarpe. Percorse in quel modo una trentina di metri, quindi la sua andatura iniziò ad essere più disinvolta, se non proprio tranquilla.
– Ora lo seccano, ora lo seccano... – biascicava Colamarini, quasi con una litania, e pareva adesso che se lo augurasse.
– Cosa facciamo? – chiese Soffici. Pareva affascinato da quanto stava succedendo verso valle, come si trattasse di una prova di coraggio o di un rito iniziatico.
– Cosa vuoi fare? – gli urlò contro Morrichini.
– Andiamo anche noi?
– Io da qui non mi muovo. Sarebbe da pazzi – disse Colamarini, guardando Morrichini negli occhi.
– Fate come volete – replicò Soffici. – Ma i matti siete voi due, a rimanere qui.
Si staccò dalla fiancata dell'autolettiga e si spinse qualche metro in avanti, sull'erba rinsecchita del prato. Pareva un automa, una marionetta. Peggio, sembrava sotto l'effetto di allucinogeni. Forse per emulazione, protendeva anche lui le mani verso l'alto.
– Ehi, aspetti! Mi aspetti che vengo anche io! – gridò in direzione di Fasano. Ma quello, ormai, trotterellava con incedere deciso verso il fuoristrada, e nemmeno si voltò al richiamo.
– Venite anche voi! – disse ancora Soffici. – Cosa restate a fare, lì?
Aveva sfoderato una vocina esaltata, da pazzo, come chi sta realizzando che un'impresa disperata gli sta andando inaspettatamente bene.
Sembrava che camminasse sui ricci di castagno, ma intanto si era allontanato di una ventina di metri e continuava a lanciare richiami a Fasano, nella speranza di vederlo almeno rallentare per aspettarlo.
Morrichini si appoggiò con la schiena all'ambulanza. Aveva il volto lucido dal sudore e un'espressione sfatta, quasi malaticcia.
Colamarini continuava a guardare nella direzione della Campagnola.
– Che dici? Se provassimo anche noi? – disse improvvisamente l'Assessore, ma si sentiva che era niente affatto convinto.
– Vuoi farmi credere che quello non sta aspettando noi due? – domandò con voce piatta il Maresciallo.
– Così, senza un segno, un indizio?
– Cosa pretendevi? Che ti mandasse un preavviso di due settimane?
– E se fosse...? Non so...
– Ecco, bravo, non sai. Però, lo sai benissimo.
– Va bene. Ci piazziamo qui e non ci muoviamo finché arriva qualcuno. Rebuffo, prima o poi, riuscirà a portarlo a valle ‘sto fuoristrada, no? E anche quei due, va a finire che arrivano davvero prima loro.
Diede l'ennesima sbirciata all'orologio:
– Nella migliore delle ipotesi, non arriverà nessuno prima di un'ora e mezza.
– Possiamo farcela – disse il Maresciallo, accarezzando la fondina della pistola.
Tornarono a guardare, qualche istante, in direzione della strada. La Campagnola era arrivata in prossimità di una curva e si era visibilmente inclinata su un lato. Rebuffo doveva essere nuovamente in una posizione critica e procedeva a piccoli, impercettibili sobbalzi.
I due che si erano allontanati a piedi, attraverso le balze della collina, giunsero in quel momento all'altezza della vettura. Nel passargli accanto, lo incitarono a liberarsi dell'improbabile mezzo di trasporto.
Forse, il carabiniere seguì il loro consiglio, oppure si ostinò a portare a valle l'auto, per proseguire, poi, a velocità più sostenuta.
Morrichini e Colamarini non se ne accertarono. Si erano seduti per terra, scansando per quanto era possibile i rimasugli dei vetri ed appoggiando la schiena alla carrozzeria dell'ambulanza. Il metallo era ancora piacevolmente fresco, ma lo spicchio d'ombra si era ridotto ormai a pochi centimetri e non si riusciva più a tenere il capo al riparo dal sole. Il Maresciallo aveva sistemato la pistola in bilico, sulle ginocchia.

– Quella sera... “Quella”, intendo: tu eri davvero convinto che fosse tutto finito?
Morrichini fece una smorfia:
– Quel giorno, avevo solo voglia che fosse tutto finito. E mi sono convinto che potesse essere così. Anzi, ero arrivato perfino a convincermi che quello che era successo fosse quasi inevitabile, che fossimo solo delle pedine del destino.
– Un modo come un altro per autoassolversi?
– Un modo per poter andare avanti. Ma in fondo, cosa è successo quella sera?
Colamarini si voltò di scatto, con un'espressione sconcertata:
– Ma vuoi scherzare? Cosa vuole dire: “cosa è successo”? C'eri anche tu come c'eravamo noi, no?
– No, un attimo. Aspetta: voglio dire... Non dico cosa è successo... praticamente. Ma “come è potuto succedere”. Cosa ha portato a quel punto. O cosa abbiamo fatto, per arrivare a quel punto. Non ne abbiamo mai parlato veramente. Dopo, intendo.
– Perché non c'è molto da dire. Io non vado a cercare scuse. Almeno quello, lo evito.
– E allora cosa è stato?
– Dio, quanto sei ipocrita. Prova a chiedertelo ogni volta che metti in moto la tua cabrio. O magari quando inviti i tuoi amici politici sul bordo della piscina. Magari, potrebbe venirti un'ispirazione.
– Non hai capito un accidente. Dico così perché dopo... è finito come è finito. Non come volevamo, probabilmente.
– Vuoi dire che è stato solo un incidente? Potevi darti da fare per salvarlo, allora.
Rimasero in silenzio qualche minuto, ognuno seguendo un suo ragionamento e con la mente stordita dalla calura.
Morrichini si decise a togliersi la giacca. La sistemò dietro la nuca, perché il contatto con la fiancata dell'automezzo cominciava a diventare fastidioso, e la temperatura aumentava considerevolmente.
– Perché dopo dieci anni? – chiese, non solo a se stesso.
– Dieci anni possono servire a molte cose. Bisogna considerare come ne è venuto fuori, e...
– E se non fosse lui?
– Ancora questa idea assurda.
– Intendo, se fosse una persona pagata da lui...
– Non cambia niente, allora.
Restarono in silenzio. Adesso che la Campagnola era riuscita ad allontanarsi abbastanza, o era stata addirittura abbandonata, si sentiva solo più il forsennato esercizio delle cicale, sulla collina del Toffino.
Federico Maderno
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