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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Giancarlo Bosini
Titolo: Venezia soluzione estrema
Genere Giallo
Lettori 1070 25 14
Venezia soluzione estrema
Valutando i fatti.
“Da quando il Mulino è stato occupato, sono certo di essere controllato. In questi giorni ho fatto ricerche, volevo capirne di più sulla morte di Carlo Alberto Mendel e su Furlan. Mi sono recato alla Biblioteca Marciana per consultare i giornali dell'epoca. Ballarin era lì anche lui. È entrato subito dopo di me e ne è uscito quando me ne sono andato. Bejamin, quel ragazzino di cui ti ho parlato, era fuori ad aspettarmi e ha notato la cosa. Ho anche svolto ricerche negli archivi del tribunale. Lì la sorveglianza è molto elevata. Ci sono persino delle telecamere che riprendono continuamente la sala di consultazione.”
“Sì, ho sentito di questa cosa;” osserva Matteo, iniziando a sbocconcellare uno dei suoi soliti dolcetti “pare la stiano adottando anche molte banche; sicuramente un buon sistema di vigilanza.”
“Ebbene, quelle telecamere sono collegate a dei televisori che hanno sistemato proprio dove ci si reca per la firma di ingresso e uscita. Quando me ne sono andato, mi è caduto l'occhio. Esattamente in quel momento veniva inquadrato un uomo che stava abbandonando la sala di consultazione; ho riconosciuto Lorenzo Bertol. Ho deciso di attenderlo fuori per cercare di capire le sue intenzioni. Dietro di lui è comparso un'altra volta Ballarin. Mi sono appiattito in un portone, ho aspettato qualche minuto. Quando ho guardato ancora, i due erano spariti. Troppo strano per essere un caso. Infine stamani in albergo mi hanno recapitato un pacchetto anonimo. L'ho subito scartato; dentro c'era della farina insanguinata. La cosa mi preoccupa.”
“Preoccupa anche me. Un chiaro avvertimento. Le tue ricerche non sono gradite. Luigi, una vocina mi dice che stai mettendo le mani in qualcosa di torbido che ancora non conosciamo. Devi essere prudente. Ne hai parlato con qualcuno? Sei stato alla polizia?”
“A dirgli cosa? Che ho letto articoli di giornale e ho consultato documenti pubblici di un processo di cinque anni fa e per questo mi sento minacciato? Mi avrebbero riso in faccia.”
“Ma si può sapere cosa hai scoperto?”
“Più che scoperto, direi riesumato; giornali che grosso modo riportavano le stesse cose, a cominciare dalla dinamica del delitto; come Mendel sia stato avvicinato da Furlan, come questi gli abbia sparato sotto gli occhi di decine di persone, come Montagner abbia tentato di soccorrerlo, ed infine come l'omicida sia stato catturato. Tutti, praticamente, ancor prima che il processo terminasse, indicavano Furlan come il sicuro colpevole, dipingendolo quasi come un mostro, l'uomo che avrebbe ucciso chi lo credeva amico fraterno, l'incarnazione del male; zoppo, mancino, dall'aspetto inquietante, dalla personalità perversa e grande simulatore.”
“Sicuramente articoli basati su pregiudizi o scritti per montare un caso.” commenta Matteo con chiaro risentimento “Per quel che posso ricordare ancora di lui, devo dire che era persona di gran cuore. Zoppicava leggermente per via di una vecchia ferita di guerra, ma quasi non si notava. Colpivano invece il suo naso pronunciato e la capigliatura resa particolare da una forma avanzata di alopecia, ma non per questo il suo aspetto lo si poteva definire inquietante.”
“Anch'io penso siano perlopiù articoli scritti ad arte per creare sensazione. Anche il fatto di volerlo far credere un pittore fallito; da quello che mi hai spiegato, dev'essere stato invece un grande.”
“Lo era. Altro che pittore fallito! Autodidatta, era partito dalla tradizione figurativa per poi contaminarla di fantastico, creando opere di grande forza espressiva. La sua era un'arte in cui realizzava spazi personali pieni di calore. Era in grado di filtrare la realtà in modo tale da rappresentarla con grande efficacia. Fuori dagli schemi, purtroppo non fu apprezzato né dalla comunità artistica, né dai critici. Solo ora, a distanza di anni, la sua produzione è stata rivalutata, anche se con qualche pudore, dato il suo passato. Non ricordavo fosse mancino, forse una licenza giornalistica per mettere in evidenza una personalità perversa; la mano sinistra, la mano del diavolo.”
“È possibile, comunque è cosa citata nella maggioranza degli articoli che ho trovato; mi sono sembrati tutti uno la copia dell'altro. Solo un quotidiano locale mi ha particolarmente colpito per un dettaglio che altrove non è mai stato riportato: la testimonianza di un uomo che avrebbe sostenuto di aver udito non uno, ma due colpi d'arma da fuoco, però di questo fatto negli atti del processo non c'è traccia.”
“La cosa è davvero strana. Hai scoperto altro?”
“Ho scoperto che in tribunale, Furlan, nelle sue deposizioni alternava momenti di lucidità ad apparenti momenti di confusione mentale, in cui si limitava a ripetere, come una cantilena, la frase Viva Mendel, viva la giustizia, per poi sostenere che il vero assassino sarebbe stato “il tedesco”. Nessuno prese in considerazione le sue dichiarazioni e fu subito considerato un simulatore che si fingeva pazzo per evitare il massimo della pena.”
“È possibile che pazzo lo fosse veramente.” osserva Matteo “Ricordo che, quando me ne sono andato da Murano, Furlan era ammalato di sifilide. Allora non c'erano le cure di oggi e spesso la malattia finiva per attaccare il cervello, causando un'alterazione dell'equilibrio psichico, con disturbi dell'umore, deliri e alterazione del rapporto con la realtà. In pratica, chi è colpito da questa malattia, se non curato in tempo, finisce per non riuscire più a pensare con chiarezza; questo spiegherebbe il suo comportamento durante le deposizioni.”
“Da quel che ho rilevato, esami per verificare se ne fosse affetto non gliene furono fatti; fu sottoposto solo a controlli psichiatrici e alla fine, medici e giurati, scartarono l'ipotesi che Furlan potesse essere malato di mente. Per tutti era oramai il mostro dipinto dai giornali, il pittore fallito e ripugnante nel fisico che aveva assassinato l'amico fraterno, un imprenditore amato da tutti i veneziani. Fu emesso un verdetto di colpevolezza senza valutare quelli che avrebbero potuto essere elementi attenuanti.”
“Quindi sentenza e pena si basarono solo sulle molte testimonianze oculari dell'uccisione di Mendel?”
“Non solo, al processo era stato provato che, la mattina del giorno del delitto, Furlan si era procurato illegalmente una pistola, cosa che inequivocabilmente avrebbe determinato una lucida premeditazione.”
“Un processo condotto in modo molto approssimativo e probabilmente viziato da molti pregiudizi.” constata amaramente Matteo.
“È quello che sostenne anche l'avvocato della difesa, quando fece domanda d'appello contro la decisione dei giudici di primo grado. Furlan assistette impassibile alla sua condanna, il suo difensore lo aveva già avvisato che doveva aspettarsi l'ergastolo, ma prima di essere riportato in carcere, volle fare un'ultima dichiarazione. “Non sono pentito per il gesto che ho compiuto e lo rifarei ancora”, affermò con apparente lucidità. “Ho sparato perché dovevo proteggere il presidente, sapevo che era in grave pericolo”, disse poi, e da quel momento non aprì più bocca. Quando fu fatto uscire dal tribunale, i carabinieri a stento riuscirono a proteggerlo dal furore della folla.”
“Quindi il vero motivo del suo gesto è rimasto un mistero che il processo non ha svelato e non tutti i fatti sono stati chiariti.”
“È così, ma per l'opinione pubblica giustizia era stata fatta. Purtroppo, prima che la domanda d'appello venisse accolta, come sai, Gino Furlan si tolse la vita in carcere, portando nella tomba la sua verità.”
“Dimentichi che ha lasciato il suo dipinto.” mi ricorda Matteo, mentre finisce di gustare il suo ennesimo snack “Quanto hai riportato a galla, ci permette di valutarlo sotto una nuova luce. Innanzitutto, un particolare che non avevamo considerato...”
“Diamine... Il personaggio che punta la pistola sull'uomo col papillon!” esclamo, precedendo di un attimo Matteo “Solo ora mi rendo conto che impugna l'arma con la mano sinistra!”
“Esatto, la prova che quell'individuo è la raffigurazione dello stesso Furlan. Ma c'è dell'altro, nell'ultima deposizione che fece, come mi hai raccontato, oltre ad affermare di non essere pentito per il suo gesto, disse anche di aver esploso un colpo di pistola per proteggere il presidente. Ora, supponiamo che a causa dei suoi deliri abbia identificato in quella figura Mendel, sarebbe l'ammissione che avrebbe sparato per difenderlo, e non per colpirlo.”
“... E questo confermerebbe la testimonianza dell'uomo citato in quell'articolo. Non un colpo, ma due.”
“Folgore e tuono! Le parole di una delle presunte quartine di Nostradamus che abbiamo trovato.” esclama Matteo, illuminandosi “Folgore, il colpo mortale; tuono, il successivo colpo di Furlan, esploso in direzione dell'uomo col papillon. Le parole che ripeteva come una cantilena, Viva Mendel. Viva la giustizia, ora acquisterebbero un significato preciso. Metterebbero in evidenza la sua amicizia nei confronti della vittima, giustificando il suo gesto come un atto legittimo.”
“È quello che penso anch'io, ma non è tutto. “Dal Germano, sangue umano sarà sparso sopra il grano”. Germano! Capisci Matteo, “il tedesco”! L'uomo col papillon è il tedesco!”
“Se le nostre congetture fossero esatte, le cose non sarebbero andate come la verità ufficiale racconta.” conclude Matteo.
“Questo per me è oramai sicuro, sono sempre più convinto che Furlan sia solo un capro espiatorio e che la morte di Mendel sia stata architettata per impedirgli di indagare su chi, a sua insaputa, lo stava derubando.” osservo infine “Ma chi potrebbe essere, tenendo conto che sicuramente si tratta di qualcuno che lavorava al Mulino? Io non mi arrendo, lo devo scoprire.”
“Sono con te.” mi fa eco Matteo.

IL DOTTOR SAVORGNAN
Di nuovo una notte, di nuovo i miei incubi; un passato che non mi vuole lasciare, che mi ha reso quello che sono oggi, che mi ha fatto scoprire l'amore e il dolore, chi mi ha amato, chi mi ha detto ti voglio bene, ancora mi chiedo come ho fatto a trovare la forza di rialzarmi e andare avanti.
Nel passato è il cammino che il destino ha tracciato per farci arrivare fino al punto in cui ci troviamo e non si può cambiare ciò che è stato, non ci possiamo fare niente, quello che è successo è successo ed è ciò che doveva succedere. Il ricordo diventa una prigione che ci intrappola, portando la nostra vita a un punto morto, impedendoci di guardare al presente e al futuro; dimenticare purtroppo è solo un sogno, vorrei che i momenti felici tornassero e mi facessero sentire come allora.
Le ferite del passato guariscono solo quando smettiamo di ricordare e questo richiede forza, una forza che non trovo. Il tempo passa e noi non siamo più quelli che eravamo, rimangono cicatrici che conserviamo come se fossero una difesa da altra sofferenza, ma, invece di proteggerci, ci rendono il vivere ancor più doloroso.
È ancora presto, ma la vita è già cominciata; osservo anziani leggere il giornale, mentre alcune donne chiacchierano al vociare di bambini che giocano. Si respira tranquillità, quella tranquillità che tanto mi manca.
San Giacomo da l'Orio, un campo con alberi e panchine, fin dal mattino si presenta vitale e molto frequentato.
La zingara che prima elemosinava all'angolo viene ora verso di me; porgimi la mano sinistra e scoprirai che la vita ti sorprenderà, mi sussurra fissandomi con il suo sguardo profondo. Rimango a guardare i suoi occhi quasi incantato; senza esitare le tendo la mano. La guardo studiare le linee che solcano il mio palmo e sento il suo profumo che quasi mi stordisce.
“Vedo un passato triste, uno spettro che ogni giorno ti tortura, ma anche una luce che ti porterà sollievo. Scoprirai che il dolore non dura per sempre, tutto cambierà presto, qualcuno ti aspetta e ti sarà vicino. Penserai che una persona ti abbia usato, ti sentirai tradito, non lasciarti ingannare, i suoi sentimenti sono sinceri. Devi credere nella vita.”
“Oramai ho smesso di farlo da troppo tempo.”
“Hai amici leali, lo vedo, e quando l'amicizia è vera vuol dire che credi nella vita, devi solo rendertene conto, ci riuscirai. Vuoi pescare una carta?” mi domanda porgendomi i suoi tarocchi.
Penso agli Arcani, rappresentano i capi temporali e spirituali della vita, le virtù, l'amore, la morte e la risurrezione; allungo la mano e scopro una carta. Quando rialzo gli occhi incontro ancora il suo sguardo, ora mi appare più sereno.
“La Torre;” osserva a voce bassa “un cambiamento improvviso che conduce alla distruzione di quello che c'era prima, per portare a qualcosa di totalmente differente, l'inizio di una nuova vita. Un mutamento da cui uscire trasformati, ma anche felici. Un'occasione per vedere il mondo con occhi diversi, ma attento, il pericolo è in agguato, più vicino di quanto tu possa pensare. Solo se sarai forte saprai rinascere dalle ceneri come la Fenice e sfruttare questa trasformazione. Spetta a te guardarti da qualcuno che ti vuole male e cambiare il tuo destino. Devi credere nel filo rosso, solamente se coglierai l'attimo riuscirai a unire i due capi di quel filo. Alcune possibilità passano una sola volta nella vita e riconoscerai qual è quella da afferrare solo affidandoti al cuore. Lui non sbaglia...”

Attendo Isabella, nell'aria ancora il profumo della zingara. Penso che nulla avvenga per caso; il caso non esiste, tutto è ciò che deve essere e ogni cosa modifica il corso dei fatti, a volte portando nuovi elementi nelle storie in cui ci sentiamo coinvolti, fino ad arrivare a inaspettati colpi di scena.

“Ho chiesto a un amico che lavora per quel giornale. L'uomo che cerchi si chiama Adelfo Pavan.” mi racconta Isabella, quando ci sediamo ai tavolini di una delle osterie che animano il campo.
“Ti ha detto dove posso trovarlo?”
“Allora stava a Dorsoduro, aveva una bottega da falegname; ora sembra sparito, era già anziano, forse non è neppure più vivo.”
“Voglio provare a rintracciarlo; devo andare a fondo. Sono convinto sia un altro tassello che il destino ha voluto mettere sulla mia strada per giungere alla verità.”
“Ne sono convinta anch'io, niente succede casualmente e tutto ha un perché. Bisognerebbe sentire qualche vecchio abitante di quel sestriere.”
“Forse qualcuno che ci può dare una mano c'è. Quel ragazzino, Bejamin, è di Dorsoduro. Da quando è stato ucciso suo fratello, nel sestriere lo hanno adottato un po' tutti e di sicuro conosce parecchie persone.”
“L'hai visto di nuovo?”
“È spesso in giro per raggranellare qualche mancia; me lo trovo davanti di tanto in tanto, credo mi si sia affezionato.”
“Mi sembra che anche tu ti stia affezionando a lui.”
“Sa farsi voler bene. A Dorsoduro lo conoscono tutti e ogni volta che può aver bisogno c'è sempre qualcuno pronto ad aiutarlo in qualche modo. Vive con uno zio, ma forse sarebbe stato meglio se lo avessero portato a Santa Maria della Pietà, piuttosto che essere affidato a un alcolizzato che non perde occasione per maltrattarlo, più di una volta l'ho visto con dei lividi. È in gamba, più maturo della sua età e poi mi ricorda...”
“Ti ricorda?”
“Nulla.” le rispondo, arrotolandomi una sigaretta.
“Sai,” mi spiega Isabella “per il mio giornale avevo seguito il caso di suo fratello. Brutta fine. Te ne hanno parlato?”
“Mi ha raccontato qualcosa Bertol.”
“Suo fratello era considerato il Robin Hood di Dorsoduro; Geronimo, lo chiamavano, per via dei suoi lunghi capelli corvini e per gli zigomi alti, che lo facevano assomigliare a un indiano d'America. L'hanno ucciso con una coltellata a pochi passi da uno dei suoi nascondigli. Si è parlato per la sua morte di una vera e propria esecuzione, forse per via dei nemici che si era fatto. Nessuno avrebbe mai pensato che un giorno potesse finire così. A Dorsoduro è subito diventato leggenda, non tanto per le sue fantasiose rapine, quanto per l'immagine di fuorilegge buono e generoso; non aveva mai sparato un colpo e gran parte del frutto dei suoi furti lo distribuiva alle famiglie povere del suo sestriere, per lui non teneva quasi nulla. Sicuramente è per questo che Bejamin gode di tanta solidarietà, è certamente una forma di gratitudine nei confronti del fratello.”
“Un bandito d'altri tempi.” commento, proprio quando un vociare crescente inizia a coprire le nostre parole.
Discendendo il Ponte Ruga Bella, decine di uomini e donne avanzano preceduti dai loro striscioni. Si arrestano nel campo; ancora i lavoratori del Mendel, ancora nell'aria le voci della solidarietà veneziana. Accanto agli operai una grande massa di studenti, di gente qualunque, di ragazzi e ragazze, mentre da gracchianti megafoni si lanciano slogan contro una possibile chiusura. Non sembra la protesta del Mendel, sembra la protesta di un'intera città, forse un ultimo grido di battaglia di un'epoca destinata a finire. Mi ritornano alla mente le parole di Bejamin: “Perché non fai qualcosa per salvare quei poveretti?”. Mi accendo un'altra sigaretta.
“Ancora qui, architetto?” qualcuno mi domanda.
Mi volto, l'uomo che ho sempre visto col camice bianco è di nuovo riapparso.
“Proprio non l'ha voluto seguire il mio consiglio.” mi dice con aria di disapprovazione “C'è stato un nuovo incontro con la direzione del Mulino,” aggiunge “ma purtroppo le trattative si sono arenate un'altra volta.”
“Lo immaginavo che sarebbe finita così, in questo momento non hanno elementi da poter offrire, se non promesse che con molta probabilità non potranno essere mantenute.”
“Sì, è come dice lei. Intanto quegli operai si stanno comportando in modo veramente eroico, non è certo da tutti.”
“Ho già vissuto episodi come questo.” gli rispondo “È cosa che capita quando è in gioco la sopravvivenza.”
“Da quando è stata proclamata l'occupazione, è in ballo anche la solidarietà di una intera città. All'ingresso del Mulino sono stati affissi molti cartelli di protesta e i picchetti degli operai impediscono l'ingresso, ma questo non vale per il sostegno dei concittadini. Dovrebbe vedere quante donne portano da mangiare e da bere, in modo che la mensa possa continuare a funzionare per gli occupanti. Vengono persino i barbieri giudecchini a tagliare gratuitamente barba e capelli. La produzione in realtà non è stata fermata e va avanti per quel che è possibile fare. I dipendenti del Mendel non vogliono che il loro gesto possa mettere in difficoltà il Mulino più di quanto non lo sia già. Si stanno autogestendo e, creda a me, lo stanno facendo nel migliore dei modi.”

“Non sapevo conoscessi il dottor Savorgnan.” osserva Isabella, poco dopo.
“Credevo che quell'uomo fosse un infermiere. Non conoscevo il suo nome. È quello che mi ha soccorso quando ho avuto l'incidente al Mulino.”
“Macché infermiere. Era il medico personale di Carlo Alberto Mendel. Toccò proprio a lui eseguire l'autopsia. Secondo il suo referto, il colpo mortale sarebbe stato sparato da una certa distanza e non quasi a bruciapelo, come hanno sostenuto i testimoni, ma, su richiesta della parte civile, nuovi accertamenti stabilirono che il foro di entrata del proiettile era tale da non poter affermare con certezza se fosse stato esploso da vicino o da breve distanza. La verità è rimasta un mistero.
Giancarlo Bosini
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