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Patrizia Rinaldi si è laureata in Filosofia all'Università di Napoli Federico II e ha seguito un corso di specializzazione di scrittura teatrale. Vive a Napoli, dove scrive e si occupa della formazione dei ragazzi grazie ai laboratori di lettura e scrittura, insieme ad Associazioni Onlus operanti nei quartieri cosiddetti "a rischio". Dopo la pubblicazione dei romanzi "Ma già prima di giugno" e "La figlia maschio" è tornata a raccontare la storia di "Blanca", una poliziotta ipovedente da cui è stata tratta una fiction televisiva in sei puntate, che andrà in onda su RAI 1 alla fine di novembre.
Cinzia Tani è giornalista e scrittrice, autrice e conduttrice radiotelevisiva. Dopo la maturità classica consegue la laurea in Lettere Moderne e il diploma come interprete e traduttrice di lingua inglese, francese e spagnola. Debutta nel 1987 come scrittrice con il libro “Sognando California” con cui vince il Premio Scanno. Notata dalla RAI, entra nella tv di stato come inviata di Mixer. In seguito debutta come autrice e conduttrice di alcuni programmi tv: “Chi è di scena”, “L’occhio sul cinema”, “Il caffè”, “Italia mia benché” e “Delitti“. Il suo ultimo romanzo è "L'ultimo boia". .
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Autore: Mauro Bufano
Titolo: Calcio, calcetto, calciotto
Genere Racconti
Lettori 290 1
Calcio, calcetto, calciotto
63 anni, 2 mesi e 10 giorni.

Proprio così. Questa è la mia età oggi.
La calcolo al volo mentre sono seduto negli spogliatoi dopo la partita di calcetto settimanale.
Negli ultimi due o tre anni ho giocato veramente poco, quattro-cinque volte all'anno.
Per questo oggi ero un po' preoccupato. Ho giocato un paio di settimane fa ed è stata piuttosto dura. Pochissimo fiato e soprattutto poca forza. Questo non mi permette di fare quelle poche cose che so fare come vorrei.
In realtà non gioco male. Ho un buonissimo tiro, sono tecnico, ho visione di gioco e mi diverto moltissimo.
Non sono mai stato un gran corridore o un grande incontrista, tranne quando ero veramente giovane. Oggi però, con qualche chilo in più e la mobilità ridotta, ho arretrato la mia posizione in difesa e mi faccio valere anche fisicamente.
Quando mi passano vicino.
In realtà, nonostante il mio metro e ottanta, ho sempre giocato come seconda punta. Una seconda punta dinamica, con una buona predisposizione a sbatterla dentro.
Non sono mai riuscito a spiegarmi perché a volte la palla in mischia si fermi proprio davanti a me, oppure perché “galleggiando al limite dell'area di rigore”, come direbbe qualche giornalista dal linguaggio tecnico, quando tiro finisce spesso dove il portiere non può arrivare.
Ho questo doloretto qui, che in passato non ho mai avuto, provo a fare un po' di pressione e sento che non mi passa.
Rispondo allo sfottò di qualche compagno di partita, che trova il modo di ingigantire un mio piccolo passaggio a vuoto.
Un altro – porca misera sono tutti più giovani di me di vent'anni – invece magnifica in modo esagerato un paio di giocate che ho fatto. Forse sente il bisogno di portare un po' di rispetto alla mia età. Non è bello.
Un'ora e un quarto fa ero seduto esattamente qui. Mentre mi preparavo, pensavo al fatto che ogni volta che gioco potrebbe essere l'ultima. In fin dei conti ho più di sessant'anni e non è detto che ce la faccia, che ne abbia ancora voglia o che continuino a chiamarmi.
Il collega che organizza la partita è di una costanza incredibile. Non è bravo a giocare, però senza di lui avremmo giocato molto di meno tutti. Io forse per niente.
Eppure lui insiste. Ha un portafoglio immenso di persone disponibili. E spesso riesce a tamponare assenze dell'ultimissimo minuto. Ho visto arrivare figli di colleghi, amici di amici, gente che non vive a Roma.
Una volta ha convinto a giocare perfino la persona che governa i campi del circolo. È ucraino e ha più di quarant'anni anche lui. Ricordo la sua preoccupazione, un occhio alla partita ed un occhio alla segreteria.
Un mediano vecchio stampo, di quelli che sbattono i piedi per farti sentire che sono vicini e te la possono prendere da un momento all'altro.
È simpatico. Ogni volta che arrivo mi prende in giro. O perché sono arrivato tardi o perché sono arrivato troppo presto.
Quando arrivo tardi spesso mi fa cambiare nello spogliatoio privato, che è il più vicino al campo.
Come dicevo, piano piano ho cambiato posizione.
Quando giochiamo a calciotto mi sono spostato prima a centrocampo e poi in difesa. Qualche volta gioco anche in porta. Ma solo perché siamo senza portiere e ci giochiamo a turno cinque minuti per uno. È un toccasana per recuperare il fiato.
Mi diverto sempre. Cerco sempre una piccola scusa per essere contento di come è andata la partita. Abbiamo vinto, ho segnato qualche gol, ce la siamo giocata fino all'ultimo.
Mi piacerebbe potermene vantare anche quando torno a casa, ma il mio piccolo gineceo non si interessa al calcio.
Moglie e tre figlie femmine. Il senso speciale della mia vita.
Ma niente, di calcio non si interessano. O forse se ne interessano, ma non abbiamo la confidenza giusta per parlarne. Tutt'al più mi aspettano per prendermi un po' in giro.
- Avete vinto?
- Hai segnato?
(in falsetto e con la vocina per i bambini piccoli)
È stata dura riuscire a mantenere l'impegno settimanale del calciotto.
Chi ha una famiglia sa perfettamente cosa intendo. Non è che non vogliono che tu vada, anzi. La routine quotidiana è già faticosa di per sé e si arricchisce continuamente di piccole ulteriori esigenze, che vanno a scontrarsi con la tua pianificazione settimanale.
Ho tenuto duro. Ogni volta che siamo riusciti ad organizzare sono andato. Piuttosto ho fatto le altre cose in momenti più complicati.
Intanto guardo sul telefono cosa dice il mio contapassi.
Cinque chilometri e mezzo in un'ora. Beh, non male. Considerando che quindici giorni fa avevo fatto solo quattro chilometri.
Sarà per questo che sento sempre ‘sto doloretto. Ho un po' esagerato. Preferisco non alzarmi.
La partita è stata tirata fino all'ultimo. Abbiamo cominciato malissimo, andando sotto parecchio. Poi ci siamo messi meglio in campo. Abbiamo stretto un po' i denti e l'abbiamo addirittura ribaltata a cinque minuti dalla fine.
Il pareggio è stato il risultato giusto.
Nella squadra avversaria c'era questo pennellone con la maglia da portiere che giocava di punta. Forse quarant'anni, più grosso e più alto di me.
Abbiamo pensato tutti, ma dove va? E invece, finta, controfinta, giravolta, protezione col corpo... Non gliel'ho mai presa. E lui ce ne ha fatti tre in dieci minuti.
Pennellone in romanesco significa molto alto. Rende l'idea.
Io intanto ho cambiato metodo.
Mi son detto, gli sto un po' più addosso. Magari lo anticipo.
Certo devo correre di più, ma intanto vediamo.
Ed è andata.
Non gliel'ho presa mai lo stesso. Però, con me vicino, i suoi compagni non gliel'hanno più passata.
Ed io mi sono trovato in una posizione leggermente più avanzata di prima e sono stato coinvolto di più nel gioco.
È proprio come dice Zanardi. Quando pensi di essere cotto, tieni duro altri cinque secondi, magari poi succedono cose.
Nella nuova posizione ho cominciato ad avvicinarmi alla porta e mi sono detto – vediamo se la butto dentro almeno una volta?
Di solito oltre a preoccuparmi di quale sarà la mia ultima partita, mi preoccupo anche di cercare di ricordarmi quale sarà il mio ultimo gol.
Sembra strano, ne ho fatti un bel po' ma me ne ricordo pochi. Vorrei ricordarmi l'ultimo però.
Qualche anno fa, avevo appena compiuto sessant'anni, mi sono trovato a giocare una partita. Come al solito speravo che non fosse l'ultima. Ero contento di essere riuscito a giocare dopo i sessanta, ma una cosa è giocare e una cosa è segnare.
Puoi continuare a giocare per anni, ma non è detto che riuscirai a far gol.
E così, mentre allegramente mi intristivo di questi pensieri, mi sono fatto un autogol.
Cross rasoterra dal fondo, il portiere rimane incollato alla riga di porta, ed io che ho fatto bene la diagonale e sono in anticipo sull'attaccante, che è enormemente più veloce di me, la prendo di stinco, palo, gol. Nella mia porta.
Merda! Non solo non segnerò più, ma l'ultimo gol sarà un autogol!
Non mi passa. Mi fa male. Se mi vedono così a casa, mi fanno nero.
- Con l'età che hai non puoi più giocare a calcio
- È uno sport traumatico
- È a strappi.
- Hai bisogno di tonificare il fisico. Perdere qualche chilo
- Non ti pieghi più bene
- DOVRESTI ANDARE IN PALESTRA
Ripenso a Zanardi e dico: No. La palestra NO. Ho fatto beneficenza in passato, quando con senso di responsabilità mi sono iscritto. Ho pagato la quota di iscrizione, ho cominciato e mi sono arreso subito.
Io non ce la faccio ad andare a tempo con gli altri, mi viene il fiatone, non reggo. Basta.
Il resto, mancia.
Con il calcio non mi succede. Prima di giocare penso che forse potrei risparmiarmi di andare, che sarà faticoso, che potrei sentirmi male.
Poi vedo il pallone e passa tutto.
C'è solo un momento di difficoltà. Quando devo rompere il fiato. Da giovane non mi succedeva.
Dopo l'autogol, ovviamente, sono andato a giocare con ancora più convinzione.
Finché un giorno....
Doppietta!
E di nuovo autogol. Non ci posso credere!
Manca ancora qualche minuto, vado avanti su un corner a nostro favore. Sento qualcuno che dice: attenti a Mauro! Che è sempre una gran soddisfazione. La palla arriva, la prendo bene di testa e va a sbattere contro il palo. Fischio finale!
Poi per fortuna, anche se saltuariamente a causa di un torneo organizzato con una certa serietà, abbiamo rigiocato e ho segnato di nuovo.
Ai tornei non partecipo. Sia perché non voglio mettere in imbarazzo i compagni, che si sentirebbero in obbligo di farmi giocare mettendo a rischio il risultato, sia perché so che con i punti in palio qualcuno perde un po' la testa e fa cose che non mi piace vedere.
Comunque tornando alla partita di oggi ci accorgiamo che la situazione è cambiata. Difendiamo bene e ripartiamo. O meglio, ripartono gli altri. Spesso, quando li vedo partire in contropiede, mi domando sempre se vale la pena correr loro dietro con la mia ridicola velocità di base. Loro sono quasi in porta e io sono ancora a metà strada.
E poi, anche se fosse, chissà se me la passano.
Le persone che giocano al calcio sono buffe. Sul passaggio si misura l'intelligenza.
Alcuni, molto bravi, non la passano mai. Altri la passano solo ai propri amici. Tu vieni bellamente ignorato. Altri ancora la passano solo a quelli bravi.
Insomma la morale per queste persone è la seguente: tu fatti il mazzo a recuperare la palla, poi dalla a me!
E bravo!
Io vengo a giocare una volta a settimana per rincorrere gli altri e darla a te! E cosa racconto a casa? Quante volte ho recuperato il pallone?
Una volta ho giocato con un collega, bravino più o meno come me. Aveva talmente tanta sfiducia che l'ho sentito dire: “Passamela, che te la ripasso.”
Altre volte per evitare di perdere la palla, in piena apnea da ripartenza, ho ricevuto passaggi e ho chiuso triangoli di prima, giusto in tempo per vedere lo stupore manifestarsi improvvisamente sul volto del mio compagno.
Ecco. Arriva la palla. Sono a tre metri dalla porta, un po' spostato sulla sinistra. La fermo bene e mi giro per il tiro. C'è solo il portiere.
Bum!
Palo!
Non è possibile! La palla corre lungo la line di porta supera l'altro palo, esce fuori.
L'azione successiva. Di nuovo, mi giro, la tiro di punta per non dare il tempo di intervenire al difensore.
Palo di nuovo!
E vabbè, allora...
A calcetto accade spesso di prendere il palo. La porta è molto piccola.
Veramente non sto più giocando in difesa. Adesso finisce che invece di segnare noi, ci segna il pennellone.
Altra azione. Il mio compagno ha fatto una corsa pazzesca. È tutto spostato sulla destra. Lo so, non alzerà la testa, non mi vedrà. Ha corso come un fulmine e non avrà il tempo di accorgersi di me, che sono da solo.
Infatti tira. Solo che la prende non proprio bene e... indovina un po'?
La palla viene da me. L'ho detto, non so perché accade. Ed io sono lì che l'aspetto.
Da sempre.
Piatto, tra palo e portiere. Goal.
Mi devo segnare come è successo. Hai visto mai?
Poi ne ho fatto un altro, di punta come nell'azione del secondo palo.
Torno a casa super soddisfatto.
Peccato per questo doloretto. Ma ci sta. È il mio piccolo pegno.
Penso che sia una tallonite. Saranno gli scarpini. Non mi ci sono mai trovato completamente bene.
Sarà pure che corro male.
Non sono più quello di una volta. Non guarisco più da solo.
Zoppico e mi avvio verso casa.
Mauro Bufano
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