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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Writer Officina
Autore: Antonio Sposito
Titolo: Ti amerò a prescindere
Genere Romanzo
Lettori 273
Ti amerò a prescindere
Mi chiamo Francesco, sono di Napoli ma mi sono trasferito a Venezia da poco più di due anni. Adoro la mia città natale proprio perché ci sono nato e cresciuto.
Durante l'adolescenza tendevo a lamentarmi spesso con gli amici di ciò che la città mancava di offrire, tra il malfunzionamento dei mezzi pubblici e la scarsità di lavoro avevamo validi motivi per essere scontenti. - Al Nord di certo le cose funzionano meglio! - era la frase che prima o poi qualcuno diceva; io non vi ero mai stato ma provavo a immaginarlo in base ai racconti degli altri.
Il fatto più strano era che gran parte delle testimonianze provenivano da persone che non si erano mai mosse da Napoli, le voci che giravano erano frutto del sentito dire, del passaparola. Nonostante tutto io ero quello che, tra i tanti, non aveva mai pensato di trasferirsi; essendo figlio unico non mi andava di lasciare i miei da soli, avevano dedicato la giovinezza a me e volevo essere al loro fianco quando la vita mi avrebbe chiesto di ricambiare.
Forse è stata la volontà di un'entità superiore a stabilire un andamento diverso delle cose, oppure il destino, non so. Esiste un Dio? Qualcuno sostiene che è solo un amico immaginario degli uomini, ma a me è sempre piaciuto crederci e anche se un giorno dovessi dar ragione a chi la pensa diversamente sento nel cuore che Egli esiste, e in fondo mi fa star bene avere fede. E la fede è fiducia al di là di ciò che si vede. La mia storia lo dimostra.

Partiamo dal principio per comprendere meglio come sono andate le cose. Napoli è per molti la città della disoccupazione; dalle mie parti pochi lavorano, alcuni si arrangiano e altri sono disoccupati. Io facevo parte della categoria di mezzo, di tanto in tanto svolgevo qualche lavoro e sognavo un contratto a tempo indeterminato. Per fortuna i miei non mi hanno mai fatto mancare nulla, mi hanno sempre protetto. Lo hanno sempre fatto come atto d'amore perché: - i figli sono sempre bambini per un genitore - e io lo capivo, ma a vent'anni avevo iniziato a non accettarlo e a venticinque ancora meno. Non si può restare bambini, protetti come si fosse ancora all'interno dell'utero: il mondo esterno può essere assai pericoloso e scegliere di non vivere la propria vita arrecherebbe un danno maggiore. Allo stesso modo sentivo che finché avessi condotto la vita di sempre sarei rimasto poco più che un bimbo cresciuto. Quando guidavo l'auto mi pareva di pilotare un elicottero in missione di guerra; vedevo che per gli altri era più semplice e mi faceva sospettare che forse in me qualcosa non andava.
Con il mio diploma in ragioneria non ero riuscito a trovare lavoro se non come operatore di call center, animatore per feste di bambini, lavori di rappresentanza, promoter e volantinaggio. Avevo sempre considerato il lavoro in genere come un contributo che si dà alla società: se per esempio lavori in una fabbrica di sedie fai qualcosa perché chi è stanco possa sedersi e riposare; se fai l'animatore aiuti i bambini a divertirsi. Gli esempi sono tanti, li ritenevo contributi solo quando si presta un servizio su richiesta della persona che ne vuole usufruire, però nei casi di call center o rappresentanza la vedevo diversamente: erano tipi di lavori dove si guadagnava in base ai contratti che si facevano firmare e questo non spingeva a dare un contributo alla società ma a pensare maggiormente al proprio tornaconto.
Nel call center c'erano due scelte: l'outbound e l'inbound; le ho provate entrambe e proprio per questo mio modo di pensare preferivo il secondo. Con l'outbound inoltre si guadagnava poco. In principio percepivo un fisso come rimborso spese, un corso retribuito e poi aumentavano i miei guadagni in base ai contratti che riuscivo a far firmare. I primi mesi avevo deciso di fare quel lavoro come un gioco, il trucco stava nel non pensare che stavo raccontando delle mezze verità, occultare alcune informazioni e favorirne altre affinché i clienti accettassero ciò che proponevo. Per raggiungere l'obiettivo a ogni operatore veniva dato uno script con frasi di colori diversi che indicavano il tono di voce che dovevamo utilizzare; la team leader aveva piena fiducia in quello script e aveva il compito di starci con il fiato sul collo affinché non perdessimo tempo: ogni telefonata non fatta avrebbe potuto essere un eventuale acquirente perso. Per spronarci ci ricordava che il nostro contratto aveva la scadenza di un mese e che se non avessimo reso quanto da lei richiesto non ci sarebbe stato rinnovato.
Fatto sta che per recarmi a lavoro necessitavo dell'auto e tra entrate e uscite non mi restava molto. Quel tipo di mansione non mi gratificava molto e dopo soli tre mesi iniziai veramente a scocciarmi, per cui mettendo sulla bilancia i pro e i contro decisi di dimettermi.
I miei si congratularono della decisione ma non per il tipo di lavoro che avevo scelto di abbandonare, in realtà ogni volta che potevo evitare di guidare erano felici. Volevo convincerli che non era necessario preoccuparsi ma la loro paura ormai era diventata la mia, pertanto non riuscivo a essere persuasivo. Pensai che se avessi dimostrato che ero bravo alla guida non mi avrebbero fatto più tante raccomandazioni, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che chi dovevo veramente convincere era me stesso. Mi sentivo come se a causa dei timori in me radicati avessi un freno tirato che mi impediva di andare avanti nonostante il desiderio di farlo. Allora decisi di mettermi in condizione di essere obbligato a guidare: sapevo che mio padre era pigro e si sarebbe stancato di accompagnarmi mettendosi lui al volante, occorreva semplicemente trovare un posto dove, per necessità, avrei dovuto recarmi io solo. A cosa tenevano particolarmente i miei? Cosa vogliono in genere i genitori per i figli? L'università, per esempio: avrebbero apprezzato la mia scelta, mi avrebbero persino supportato lasciandomi la macchina. Magari se avessi deciso di laurearmi avrebbero accolto la mia scelta con entusiasmo e data la difficoltà di andarci con i mezzi pubblici avrebbero accettato di lasciarmi prendere l'auto. Fu l'unica cosa che mi venne in mente.
In alternativa avrei potuto trovare un lavoro valido. Ammetto però che l'idea dell'università mi piaceva perché stare tra i banchi mi ricordava il periodo felice della scuola. Che bello era essere adolescente! Mi era piaciuto così tanto che desideravo riviverlo ancora, da adolescente non avevo il problema dell'auto perché prima dei diciotto anni non è possibile prendere la patente: una paura in meno o forse una responsabilità in meno, magari entrambe le cose. Il fatto è che dopo i diciotto anni gran parte dei miei amici già guidavano un'auto e doverci rinunciare contribuiva a restituirmi un senso di inadeguatezza.
Che tornassi studente fu un'idea che entusiasmò anche i miei. Ma quale università scegliere? Ci mise poco mio padre a suggerirmi di prediligerne una tra quelle facilmente raggiungibili con i mezzi pubblici; poteva essere una buona idea, magari avrei utilizzato a volte il treno e altre l'auto.
In breve eccitato dall'idea di conoscere nuove persone, seguire i corsi e sentirmi ancora come a scuola mi aveva fatto dimenticare l'obiettivo principale; inconsapevolmente il desiderio di migliorarmi mi aveva condotto, guidato dalle mie paure, a una situazione di regressione verso i giorni in cui ero stato più felice.
Scegliere la facoltà non fu semplice e con il senno di poi compresi che il motivo era che non sapevo cosa veramente volessi; quali fossero le mie inclinazioni a prescindere dalle persone a me care era un quesito a cui proprio non riuscivo a rispondere. La cosa peggiore tuttavia era non esserne consapevole.
Comprai una guida universitaria per informarmi sulle facoltà e gli sbocchi lavorativi che offrivano e la consultai insieme ai miei per chiedere un consiglio. Loro non mi aiutarono a scoprire cosa desiderassi veramente, bensì dedicarono del tempo per decidere al posto mio quale fosse la scelta più giusta. Mio padre chiese se avevo fretta di ricevere un suo parere, risposi che non ne avevo, si ritirò con il libro e si chiuse nel suo stanzino per consultare alcuni siti Internet; mia madre fiduciosa si tenne da parte. Sembrava una scena vista in Forum, quando il giudice si ritira per deliberare. La sera a cena ebbi il responso.
A Caserta vicino la stazione ci sono varie facoltà e data la facilità per raggiungerle avrei potuto meglio seguire i corsi eliminando – o almeno riducendo – il fattore stress. Secondo mio padre le facoltà lì presenti erano in numero esiguo e come se non bastasse, sempre secondo il suo punto di vista, erano anche le più importanti. Mia madre annuiva e al termine di ogni frase mi guardava dicendomi: - Francesco, tuo padre ha ragione - . Questo rendeva ancora più difficile per me esprimere un eventuale disaccordo.
Avevo sempre temuto mio padre. Durante la mia infanzia, quando lui e mamma avevano qualche discussione, sembrava che la rabbia modificasse il suo aspetto, diventava sempre più rosso in viso, le vene sul collo si gonfiavano e il tono di voce cambiava. In casi estremi esibiva scatti d'ira che mi erano rimasti impressi. Non so i motivi che lo portavano ad adirarsi tanto in certi momenti, ero troppo piccolo, ma il timore di poterne essere la causa e subirne le conseguenze mi aveva da sempre condizionato. Come contraddire una decisione presa da mio padre? Inoltre era solito dire che lui era stato giovane prima di me, che la vita la conosceva mentre io la stavo scoprendo; questo doveva bastare a convincermi che le sue decisioni fossero più attendibili delle mie e pertanto meritavano di essere prese seriamente in considerazione.
- Bene papà, tra le varie facoltà c'è Scienze infermieristiche? Mi piacerebbe tanto diventare infermiere, desidero aiutare le persone malate e sapere come farlo realmente mi darebbe una grossa gioia - .
- Sì Francesco, ma queste sono fantasie adolescenziali. La realtà è che tu non ami le responsabilità e un infermiere ne ha tante. Poi dovrai fare siringhe, vedere sangue... insomma non è facile. A Caserta non c'è Scienze infermieristiche, ma Biotecnologia. Magari è più semplice e potresti esserne portato - .
Rimasi in silenzio. L'etichetta che mio padre mi aveva appiccicato di irresponsabile mi limitava tanto e avrei voluto trovare le parole per controbattere, ma avevo paura.
Intervenne mia madre, che fissandomi annuì e poi aggiunse: - Francesco, tuo padre ha ragione - .
- Ma io non mi rivedo in questa descrizione - risposi aggrottando le sopracciglia.
- Giovanotto tu sei troppo permaloso, e questo non va bene. Da fuori io posso notare cose che a te sfuggono - ribatté papà.
Mia madre annuì ripetendomi ancora la solita frase. La osservai immaginandola con indosso una maglietta con la stampa del viso di mio padre, poi scossi il capo e tornai con i piedi per terra. D'altronde ero più felice che lei e mio padre si sostenessero anziché vederli litigare.

La mattina seguente alle sette in punto sentii la sveglia di papà suonare. Mi sembrò strano perché aveva il turno di pomeriggio quel giorno. Inizialmente pensai che forse aveva dimenticato di disattivare la sveglia e che, dopo averla spenta, sarebbe tornato a dormire. Io intanto fantasticavo sul mondo universitario.
D'un tratto spalancò la porta della mia stanza. Mi voltai di scatto per il rumore improvviso: i suoi capelli, in genere ben ordinati, avevano preso da un lato la forma del cuscino.
- Francesco stai dormendo? - mi chiese con lo stesso tono di voce che si utilizza generalmente a mezzogiorno.
- Non più papà... Dimmi tutto - replicai mezzo assonnato.
Dalla sua espressione percepii che il mio modo di rispondergli lo aveva infastidito.
- Vestiti, andiamo a Caserta! - riprese sempre con lo stesso tono di voce.
- Adesso, papà?! - chiesi sperando di poter contrattare.
Non mi rispose e compresi che era proprio il caso di alzarmi dal letto.
In realtà io e mio padre dal punto di vista organizzativo eravamo totalmente opposti. Mentre io tendevo a procrastinare, lui invece non si dava neppure il tempo di decidere una cosa che già sentiva un irrefrenabile impulso ad attuarla. Per questa sua caratteristica io e mia madre lo avevamo soprannominato “Action Man”: aveva sempre avuto molto senso pratico e soprattutto da quando era diventato operatore socio sanitario non amava perdere tempo, forse a causa degli orari di lavoro. Anche quando era di riposo si alzava presto e non riusciva mai a stare fermo. A volte mi chiedevo come facesse. Solo la sera, quando la giornata era al termine, riusciva a sedersi sul divano e a rilassarsi sorseggiando una birra analcolica dinanzi al televisore.
Stando ai racconti di mia madre, lui è sempre stato così. C'è stato un periodo che mi parlavano spesso della storia del loro incontro e a me piaceva ascoltarli e immaginarli giovani. Quando si incontrarono per la prima volta avevano rispettivamente ventiquattro e ventitré anni; mia madre era la più giovane. Era un caldo pomeriggio di luglio, fu grazie a una coppia di amici di mio padre che si conobbero. Lui da tempo infatti era single e loro volevano farlo incontrare con questa amica, che poi sarebbe diventata mia madre. Un giorno che lei era libera, e mio padre anche, furono invitati a mangiare un gelato nella villa comunale.
- Faceva un caldo infernale che quasi volevo telefonare i miei amici e dare buca. Ma a quei tempi non esistevano i cellulari e così, per rispetto alla loro amicizia, andai ugualmente. Poi quando vidi tua madre, il suo sorriso, dimenticai il caldo e le mani iniziarono a sudarmi e a diventare fredde - .
Quando mio padre raccontava queste cose mia madre lo guardava ancora innamorata e io speravo di prendere sonno presto la sera in modo da non compromettere la loro eventuale intimità.
Del loro racconto mi ha sempre affascinato che tra i ricordi prevalesse quello del giorno in cui si erano innamorati l'una dell'altro anziché dei diversi diverbi avuti in seguito; spesse volte bastava si guardassero per mettersi d'accordo su cosa fare, dove andare o decisioni varie. Quando chiesi loro come avessero fatto a raggiungere una tale complicità mio padre mi rispose che negli anni vissuti insieme tutto era servito a conoscersi meglio, anche le discussioni. Apparentemente sembravano d'accordo su ogni cosa e anche quella mattina trovarono facilmente un'intesa: mio padre mi avrebbe aiutato con l'università e mia madre si sarebbe occupata della casa impegnandosi a fare in modo che il pranzo fosse pronto per le 12:30.
Mentre finivo di prepararmi mio padre, senza dir nulla, si accese una sigaretta e si avviò verso l'automobile.
- Francesco sei pronto? Tuo padre ti sta aspettando - avvertì mia madre dalla camera da letto dopo aver udito la porta chiudersi.
- Ok mamma, metto le scarpe e scendo! - .
La salutai e mi diressi rapidamente verso la macchina.
Mio padre intanto mi attendeva con la sigaretta fuori dal finestrino e la radio sintonizzata su una frequenza che trasmetteva musica anni Sessanta. Non mi piaceva quella stazione, ma evitai di cambiarla; mi aveva dato l'impressione di essere già abbastanza agitato quella mattina e non me la sentivo di contraddirlo.
Avvertivo una strana sensazione. In effetti era combattuto perché da una parte voleva proteggermi e guidarmi come quando ero un bambino, mentre dall'altra si rendeva conto che a quell'età era il caso che badassi da solo alle mie cose. Anche io spesse volte provavo la stessa sensazione ma come lui non riusciva a lasciarmi andare, allo stesso modo io mi sentivo incapace di pensare da solo a me stesso.

Mio padre sapeva che l'università era situata vicino alla stazione ma non ricordava precisamente dove. Parcheggiammo all'uscita principale, dove era lo stazionamento degli autobus e dei taxi, e chiedemmo dell'università a un paio di turisti, che ci risposero di non essere del posto.
Una ragazza che passava lì per caso ci sentì, forse una studentessa. Si avvicinò a noi quasi con titubanza e poi rivolgendosi a mio padre chiese: - Scusate, mi pare di aver sentito che siete in cerca dell'università. È cosi? - .
- Sì, la facoltà di Biotecnologia – rispose lui – Sapresti indicarcela? - .
- Vi conviene scendere il sottopasso. Andando diritto troverete altre scale – e lui intanto annuiva – Salite le scale e poi girate a sinistra. Dopo poco troverete l'università alla vostra destra - .
- Ti ringrazio - le rispose stringendole la mano.
- Si figuri - .
Il percorso che ci aveva indicato era semplicissimo e in breve trovammo l'università. Fu semplice riconoscerla grazie all'enorme scritta all'esterno - Seconda Università degli Studi di Napoli. Facoltà Scientifiche - . Sulla sinistra, dopo l'entrata principale, c'erano dei grossi cartelli grigi con i nomi delle varie facoltà e delle frecce sottostanti indicanti la direzione da seguire per raggiungerle. Io e mio padre seguimmo le indicazioni per Biotecnologia.
Una lunga fila di studenti ci fece intuire dov'era situata la segreteria: erano tutti lì per l'iscrizione e io ero tra i pochi accompagnato dal papà, gran parte erano in compagnia di amici o addirittura da soli. Dall'aspetto sembravano più giovani di me ma allo stesso tempo capaci di badare a se stessi; io invece lasciavo ancora che i miei genitori facessero da intermediari tra me e la vita.
Questa cosa mi pesò facendomi sembrare l'attesa più lunga di quanto non fosse realmente. A giudicare dall'espressione probabilmente anche mio padre provava la stessa cosa.
Antonio Sposito
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