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Self Publishing. In passato è stato il sogno nascosto di ogni autore che, allo stesso tempo, lo considerava un ripiego. Se da un lato poteva essere finalmente la soluzione ai propri sogni artistici, dall'altro aveva il retrogusto di un accomodamento fatto in casa, un piacere derivante da una sorta di onanismo disperato, atto a certificare la proprie capacità senza la necessità di un partner, identificato nella figura di un Editore.
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Writer Officina
Autore: Lino Bondavalli
Titolo: Radio morte 2.0
Genere Giallo
Lettori 254
Radio morte 2.0
Era una delle tante “prime serate” negli studi della mitica Radio Sorriso della Notte, un'emittente storica della provincia di Reggio Emilia; davanti a un vecchio mixer marca Davoli, uno dei Dj più controversi, odiati ma seguiti: Renato Delle Terre meglio conosciuto come Dj Barba, perché ai suoi ascoltatori raccontava sempre di avere sempre avuto la barba, fin da bambino, perché lui, in fondo, bambino non lo era mai stato.
Ma la realtà era che lui si era sempre definito pungente e fastidioso, come la barba sul volto di una donna.

Lui che con il suo modo di essere, costruito e imparato ad arte, amava la vita mondana, del vil denaro sonante, ma soprattutto amava essere al centro dell'attenzione, anche a costo di farsi odiare da tutto e tutti, usando i mezzi più subdoli.

“Questa sera abbiamo, come ospite, il dirigente della squadra mobile Ponzoni. Dottor Ponzoni come proseguono le indagini per la morte di quei 4 senegalesi?” chiese il DJ.

“Ma guardi intanto dobbiamo capire come sono morti i 4” rispose il dirigente.

“Cioè? No perché, dalle foto, si nota perfettamente che son stati squartati” istigo subito il conduttore.

“Questo è chiaro, ma intendevo ricostruire ciò che realmente accaduto...” provò a spiegarsi; puntualmente venne interrotto dal conduttore: “No, assolutamente: sono entrati e lì hanno fatti a fettine; devo dirglielo io queste cose”.

“Senta ma lei mi ha chiamato esclusivamente per deridermi? Se mi lascia parlare bene se no...” rispose stizzito il dirigente.

“Se no cosa fa? “.

“Se no me ne vado, io sono l'autorità” esclamo il poliziotto, con un tono tra minaccia e disprezzo; la domanda che potevo pormi era solo una: ma seriamente chi poteva essere così pirla da non ascoltare una trasmissione radiofonica così popolare, aspettarsi un trattamento di favore venendo qua, senza arte ne parte.
Infatti, come ben mi aspettavo, la risposta non tardò ad arrivare: “Prego, mi faccia solo il piacere di disinfettare le cuffie”; per poi ignorare il suo ospite e riprendere da dove aveva lasciato “Ora un pò di musica ecco a voi il mitico rocker Biagio Passiva, godiamoci la sua poesia, e questa è Torna”.

“Lei si renderà conto di aver commesso un grosso errore amico” disse il dirigente; Pppff proprio antipatico anche questo.

“Ma voi ospiti, pensate realmente di essere potenti? Comunque me lo hanno già detto 3 deputati, 2 ministri, 4 sottosegretari e 20 anni dopo io sono qua; ha le ripeto di disinfettare le cuffie, se no manderò il conto in questua” concluse DJ Barba.

Il dirigente, infuriato, uscì di corsa dallo studio di trasmissione, senza neanche mettersi il suo caldo cappotto, maledicendo quella “ospitata” accettata a cuor leggero.

“E' andato via quello?” mi chiese il Dj.

“Barba che cazzo combini; non possiamo metterci contro la questura!” urlò come un pazzo il proprietario nonché editore della radio Riccardo Peroni.

“Ma dai Perro; lo sai che è il mio personaggio, se lui non mi ha mai seguito mi sembra giusto che subisca un po' di intervista cattiva “rispose.

“Non puoi fare sempre così; se non avessimo questo numero di sponsor dietro che mi permettono di pagarti le spese legali, ti avrei già cacciato a calci nel culo”.

“Esattamente gli stessi sponsor che ti hanno fatto rifare questo edificio? O gli stessi sponsor che ti hanno permesso di comprarti quella Maserati edizione limitata, che tieni in garage, perché hai seriamente paura delle cacche di piccione?” insinuò.

“Tu, tu sei...” provo a pronunciare il proprietario.

“Tututututu cosa sei un cornetta del telefono; fammi proseguire il programma in pace va”.

Questo era Renato Della Torre, uno sfacciato Dj, maleducato, arrogante ma aveva anche tantissimi difetti.

Poi, ci sono io, anzi oramai dovrei dire c'ero; il mio nome era Giulio Zanetti, il suo aiuto regista, in teoria, ma nella realtà svolgevo tutto ciò che non era di suo gradimento: regia, redazione, centralino, accoglievo gli ospiti e tutte quelle mansioni, che quel misogino odiava fare.

“Zanna allora dobbiamo allungare la trasmissione di 10 minuti; pensavo che quel tizio fosse un po' più tosto, quindi che facciamo?” mi chiese il dj.

“Potresti raccontare e ricamare un po' sulla notizia dello spacciatore ritrovato a fargli scambi nei cassonetti!” risposi.

“Bravo, ma tanto sai che queste confidenze devono rimanere tra di noi vero?”

Questo era in realtà, uno che cercava la gloria e la soddisfazione verso tutti, ma alla fine, finita la sua sceneggiata non aveva idee nuove, né vecchie, ma solo quelle che gli venivano raccontate o suggerite da altri.

Io, da 25 anni, ero la sua compensazione, ero colui che dettava i suoi ritmi, i tempi che gli regalava le idee, le notizie, nella sostanza ero la parte di ricerca delle cose che lui trasmetteva, anzi che interpretava a suo piacimento.

Giulio Zanetti 43 anni, con una figlia di 17 anni a carico, marito di una donna che era deceduta di tumore al pancreas, e ora qua davanti a deporre, a raccontare dei fatti incredibili, almeno per quanto mi riguarda.

Davanti a me, ce l'appuntato della polizia, tale Piscopo Antonio o qualcosa di simile; io sono seduto, con qualche punto in testa, ma nulla in più rispetto alla fine, di alcuni miei compagni di viaggio o di lavoro.

Sono circa le 8 della mattina, mi pare, o forse prima o forse dopo, non ricordo; siamo a novembre, un mese che è sempre stato abbastanza nero nella mia vita: il primo licenziamento della mia vita è avvenuto a novembre, così come la prima ed unica bocciatura ad un esame all'università, ma anche tragicamente, come la scomparsa della mia dolce Elisa.

Ora Morte, perdita del lavoro e anche la salute, sono partiti tutte e tre insieme.

“Allora ci vuole raccontare tutto?” mi invita l'appuntato.

“Guardi è quello che stavo facendo, però ha ricevuto una chiamata e mi sono messo a pensare alle mie cose”. Rispondo abbastanza seccato.

“Innanzi tutto ci dica come diavolo faceva a sopportare quell'uomo”; dice Ponzoni, il capo della squadra mobile della polizia.

“Dottore, cominciai a lavorare li, circa 25 anni fa; lui era già uno dei più famosi conduttori radiofonici”. Non so perché, ma la mia mente viaggia subito verso quel ricordo della prima volta che entrai lì.

Era il 1998, quella stazione radiofonica aveva la sede, come tutte quelle vecchie radio indipendenti, in uno scantinato di un vecchio rudere abbandonato.
All'ingresso un cartello artigianale, probabilmente residuo dei primi suoi gloriosi anni, con scritto appunto Radio Sorriso della Notte;
tutto il resto del caseggiato era abbandonato, il parcheggio era un piazzale di terreno da campo, mentre appena passavi la porta blindata, trovavi una scrivania adibita a Reception, ma anche da ufficio, da parte di Enrico Peroni il padre di Riccardo.

Stavo per iniziare la quinta liceo, o meglio era l'estate prima, la mia ultima estate vera e propria; stavo correndo con il mio scooter Piaggio ultimo modello, per andare a casa della mia fidanzatina e futura moglie Elisa.

Ad un tratto, una macchina targata Parma, mi tagliò la strada e io caddi come un sacco di patate; la macchina scappò, lo scooter a terra, tutto ammaccato, io con un ginocchio dolorante.

Dall'altra parte, arrivo una macchina, che si fermò e mi chiese come stavo. Era Appunto Enrico Peroni, che mi accompagnò alla sede dell'emittente, per cercare di disinfettare il ginocchio, mentre mettemmo il mezzo appoggiato a terra nel campo.

Appena entrai li, mi sembrò un mondo unico e fatato. Mixer, sala di trasmissione, giradischi, mangianastri e addirittura un lettore CD di ultima generazione.

Vista la mia curiosità, Enrico, mi propose di occuparmi di un programma a settembre, ma che prima dovevo imparare tutto, ovviamente come tirocinio non retribuito.

Non so perché ma accettai immediatamente; forse perché rimasi elettrizzato da tutta quella tecnologia così moderna, che contrastava da quell'edificio così fatiscente, sarà stato il fatto che avrei fatto parte di quel mondo, che sentivo solo tramite il walkman che mi aveva regalato mio padre, la mattina andando a scuola. Ma che importava facevo parte di quel meraviglioso mondo.

Quando lo comunicai ad Elisa, lei mi rimproverò dicendomi: “Ma noi quando ci vediamo allora; scegli se stare con me o con la radio!”; ovviamente scelsi la radio, ma per tutta l'estate non feci altro che correrci dietro e riconquistarla.

Dopo qualche giorno di affiancamento con Enrico, ero già in grado di battere i tempi di marcia delle varie trasmissioni, gestire il comparto musicale scartoffie comprese, gestire il cosiddetto bobinone e tantissime altre cose.

Ad Agosto ero già regista e ideatore di svariati programmi radiofonici, con Enrico, che mi fece un regolare contratto da operatore part time.

Ma proprio il giorno della mia firma, il noto dj Barba, si ruppe la mano.

Lui gestiva in autonomia il suo Talk radiofonico, ovvero “Ma che Barba”, non voleva avere nessuno che dovesse dettargli i tempi; ma in quel caso venne da me e mi disse: “Allora ragazzino, io qua sono la star. Ora o tu segui i miei tempi, o io ti faccio cacciare in 5 minuti. Sii onorato di essere il mio regista provvisorio, ma ricordati che è solo momentaneo”; un momentaneo che è durato 25 anni.

“Insomma vuole rispondere?” Mi intima Ponzoni.

“Lo conosco da circa 25 anni che vuole che le dica, ogni santissima giornata” sono ancora più scocciato.

“Allora ci dica che è successo quel giorno?” chiede l'appuntato.

Il mio pensiero ritorna a quella sera, quella brutta sera a quella fottutissima sera.

Dopo quella intervista e finito il programma, mi diressi verso la mia auto ma arrivò Riccardo fermandomi sullo stipite della porta; sembrava ancora in pieno stato di collera, con una impellente necessità di sfogarsi.

“Quello, come si permette?”.

“Cazzo Perro, voglio andare da mia figlia, prima che decida di fare un festino con gli amichetti. Comunque stai tranquillo, lo sai che è fatto così! Vedrai che domani, ti chiameranno i vari sponsor, che si complimenteranno per lo share che avremo fatto”; rispondo.
“Vieni che ti devo parlare, andiamo in ufficio” mi comunicò con una faccia emblematica.

Il passo dell'uomo è decisamente molto più affrettato di ciò che mi aspettassi, sembrava voler arrivare in quelle stanze in pochissimi istanti, quasi come per poter svuotarsi di qualcosa.

Arrivati alla sua porta, mi accorgo che di una piccola tastiera, appena in alto, dove lui digitò dei numeri e improvvisamente la porta si aprì.

Appena entrati in quella stanza, mi fissò e mi disse: “Vedi che mi tocca fare per colpa di quell'uomo!”.

“Hai messo un allarme alla porta del tuo ufficio?” chiesi con una faccia quasi preoccupata.

“Alla porta del mio ufficio, all'ingresso, a casa mia, vetri antiproiettile alla macchina, insomma un lavoro completo; anche sensori di movimento ne parcheggio e da domani una guardia giurata armata” mi comunicò.

“Ok, ora mi stai terrorizzando; sono qua da dieci ore e non ho un cambio di mutande” risposi.

“Vedi queste lettere?” e mi buttò una decina di buste sulla scrivania.

Ne presi una e dissi: “Non è che sono le bollette della luce e me le vuoi far pagare a me?”.

“Leggi prima di dire stupidate; le bollette della luce arrivano in banca. Poi il tuo stipendio non basterebbe” affermò.

Decisi di aprire quella che era tra le mie mani; il foglio contenuto all'interno indicava solo un messaggio “Morirai presto” ed era scritto con il sangue.

“Hai avvisato le forze dell'ordine?” chiesi.

“Secondo te? Il sangue è di una gallina o comunque di un animale e quello fa incazzare il capo della squadra mobile locale. Morirò presto”.

Non chiesi neanche cosa ci fosse su quelle altre lettere, ma già lo immaginavo; la cosa incredibile è che Riccardo, non aveva nemici, era amato da tutti. A differenza del padre, che per raggiungere certi livelli, più volte aveva pestato i piedi a qualche persona di dubbia moralità.

“Zanna; chi potrebbe essere? Ci conosciamo da quando eravamo piccoli monelli non so chi sia!” fù la sua richiesta disperata.

“Perro, ascolta, non ti ho ancora perdonato perché nell'estate del 1998 ti baciasti con Elisa, ma pazienza. Altri che possano avercela con te non né conosco; anzi si, quelle della manutenzione, alle quali non dai due colpi neanche sotto tortura”.

Appena dissi ciò, mi sorrise velatamente rispondendo: “Ma preferisco saltare nei cactus nudo e farmi beccare dai corvi in contemporanea, piuttosto che, anche solo parlare con quelle due”.
Dopo quella battuta, lo vidi molto più rilassato e tranquillo tanto che mi fece uscire di lì e mi disse sottovoce: “Domani ti chiameranno per interrogarti, ti prego fatti venire in mente qualcosa; Buonanotte”; salutai anche io, molto più rilassato e me ne andai dalla sede.
Lino Bondavalli
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