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Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Marina Bertamoni
Titolo: La pazienza della formica
Genere Noir
Lettori 607 11 11
La pazienza della formica
Milano, un intricato caso per l'ispettrice Luce Frambelli.

La notte è una bocca scura che inghiotte ogni cosa, la metropoli è un mostro che finge di dormire.
Nelle strade gelate sta inquieta un'umanità dolente. Qualcuno si trascina verso gli alberi, guidato da un radar invisibile, in cerca delle postazioni dove è possibile scambiare la vita con la morte. Un rapido gesto, uno sfiorarsi di mani nel buio, ed ecco che per pochi spiccioli l'inganno prende forma e la dignità si umilia di fronte al bisogno.
Qualcun altro giace a terra, insensibile al freddo, in viaggio verso un paradiso truffaldino, che promette pace ma regala tormento. In vena, goccia dopo goccia stilla una gioia effimera, madre di un insaziabile desiderio.
Sbuffi di vapore dolciastro salgono dalle grate che a intervalli regolari bucano il marciapiede. Un altro spicchio di umanità vi si accuccia accanto e vi trova il calore indispensabile alla sopravvivenza, forte di quell'inspiegabile istinto che tiene vivi anche quando non c'è più nulla che giustifichi un'esistenza.
Il primo treno partirà solo tra un'ora, la stazione adesso è popolata da fagotti informi, addossati ai muri in cerca di riparo. Presto arriveranno i primi pendolari, frettolosi e noncuranti, chiusi nei loro cappotti così come nelle loro vite normali e monotone, scandite dagli orari della ferrovia. Passeranno veloci, protetti dallo scafandro della loro indifferenza, percependo il pericolo del contatto con l'inferno.
A poco a poco, da quei mucchi di stracci emergeranno esseri umani, come bruchi dalla crisalide, e affronteranno un altro giorno di elemosina e fatica, cercando di tenere a bada la disperazione.
Sotto una pila di cartoni fradici una sagoma indefinita resta immobile nell'alba gelida, in attesa di una pietà che tarda ad arrivare.

Le cose cambiano, che lo vogliamo o no cambiano e dobbiamo farcene una ragione.
Le persone vanno e vengono, le nostre certezze si possono sgretolare in un attimo, un momento è tutto rosa, quello dopo tutto nero.
Nulla è immobile, tutto è mutevole. Quando credi di aver raggiunto l'equilibrio, ecco che una folata di vento ti colpisce, scaraventandoti a terra.
È la vita, non ci si può far niente.
È la morte, inutile combattere.
Tutte queste banalità attraversano la mente dell'ispettrice Luce Frambelli mentre, stretta al braccio del collega Campiglio, guarda gli addetti delle pompe funebri calare lentamente la bara di mogano nella tomba.
Ha pianto parecchio, ma ora i suoi occhi sono asciutti, neppure la brezza, che irrispettosa le scompiglia i capelli ramati, riesce a rubarle una lacrima.
Oltre al naturale dispiacere, c'è stato lo sbigottimento per quel gesto così assurdo, eppure comprensibile, e chissà, anche prevedibile, se solo fosse stata meno distratta.
La Questura di Lodi con stima e gratitudine, così recita la frase di circostanza impressa sul nastro viola che orna la corona di garofani bianchi.
C'è poca gente, praticamente solo colleghi della Questura. In quasi due anni di permanenza a Lodi il vice questore Binaschi non era riuscito ad avere nemmeno dei conoscenti, figurarsi degli amici.
La Questura era stata il suo mondo ed ora era il suo epitaffio.
Luce sospira ed inizia a tremare.
“Frambè, tutto bene?” chiede Campiglio premuroso.
“Sì, bene” risponde lei secca. Fabrizio Calligaris ― l'altro poliziotto che con Frambelli e Campiglio costituiva la squadra agli ordini di Binaschi ― è al suo fianco, le mani intrecciate dietro la schiena, il mento puntato in alto e le labbra strette. Sta facendo uno sforzo immane per non piangere.
Luce si gira a guardarlo e sente qualcosa sciogliersi dentro. L'espressione di Fabrizio le fa tenerezza, forse perché il dolore genera empatia, anche quella che pensavi impossibile.
“Il vice questore Paolo Binaschi è stato per noi un esempio di rettitudine e dedizione al dovere, che non potremo mai dimenticare. La sua morte lascia nella Questura di Lodi un vuoto incolmabile, ma il suo esempio resterà per noi tutti, a imperitura memoria di un uomo eccezionale, le cui doti investigative...”
Il Questore legge il discorso dal foglio stropicciato che ha estratto dalla tasca insieme al fazzoletto. Anche per lui il suicidio di Binaschi è stato un colpo durissimo.
“Si chiamava Paolo...” dice Campiglio sottovoce.
“Sì, certo, non lo sapevi?” risponde Luce.
“Eh, mah, sarà che l'ho sempre chiamato solo capo o Binaschi. Il nome di battesimo no, non me lo ricordavo.”
Il vice questore Binaschi non era uno che si desse da fare per farsi notare. Amava il profilo basso, la sobrietà del non apparire e odiava lo sgomitare dell'arrivista, il vociare del cialtrone tutto fumo e niente arrosto.
Per questo aveva subito ingiustizie e vessazioni. Dire che siano state queste le causa della sua decisione di togliersi la vita è una giustificazione troppo semplice da accettare.
Luce si è interrogata a lungo, dopo quella mattina fatale in cui la notizia era arrivata. Binaschi non era venuto in Questura e non rispondeva al telefono. Avevano lasciato passare qualche ora poi, su insistenza di Luce, erano andati a cercarlo a casa. La porta era chiusa e nessuno aveva risposto alle ripetute scampanellate.
Avevano chiamato i pompieri, pensando che il vice questore fosse rimasto vittima di un malore.
L'avevano trovato nella vasca da bagno, annegato. Una disgrazia? Tutti l'avevano pensato, senonché la successiva autopsia aveva rivelato nel suo sangue una dose di barbiturici ben oltre la soglia lecita.
La notizia aveva sconvolto l'intera Questura e la domanda era una sola: perché?
Luce aveva trascorso notti insonni, ma non aveva trovato la risposta. Binaschi non aveva lasciato uno scritto che spiegasse le motivazioni. Del resto, a pensarci bene, non aveva una moglie, non aveva dei figli, non aveva nessuno a cui volesse veramente far sapere perché aveva deciso di togliersi la vita.
Aveva solo dei colleghi, con qualcuno aveva contatti più frequenti, ma certo non era a loro che avrebbe voluto dare spiegazioni.
Il feretro è sul fondo della fossa, e palate di terra, gettate con ritmo regolare, iniziano a ricoprirla.
Mentre la bara scompare alla vista, Luce promette che il ricordo di Paolo Binaschi, vice questore di Lodi, non scomparirà mai dal suo cuore.

È una mattina di inizio marzo, solatia ma fredda. Da settimane non piove sulla pianura, i gas di scarico e i fumi dei riscaldamenti domestici appestano l'aria, che solo saltuariamente è bonificata dai venti del nord, taglienti come lame affilate. La primavera è ancora lontana e chissà cosa porterà. I campi, ricoperti di terra dura e friabile, sembrano implorare il cielo, che arido non li ascolta. Il baluginio del sole è talmente accecante da essere fastidioso, eppure la temperatura è bassa, vicino allo zero, e il respiro si trasforma subito in una nuvoletta di vapore, che svanisce in fretta.
Luce cammina spedita, il passo cadenzato e lo sguardo fisso in avanti.
Ha scoperto che camminare è medicina per il suo malessere e appena può cammina per ore nella campagna lodigiana, senza sosta e in completa solitudine. Percorre chilometri su chilometri e non avverte la fatica fin quando non torna al punto di partenza, il ponte sull'Adda.
Si concentra sul ritmo del passo, cercando di svuotare completamente la mente dai troppi pensieri che vi si affollano.
La morte di Binaschi è stata un duro colpo, ma non è solo questo il motivo che la spinge a cercare l'isolamento nelle lunghe passeggiate mattutine.
Ha bisogno di riflettere su di sé, sulla sua vita e sul suo futuro.
Dal ponte sul fiume torna a casa, in via Secondo Cremonesi, fa una doccia, infila la divisa e, sempre a piedi, va in Questura.
Arriva in anticipo di dieci minuti rispetto all'orario previsto e trova Calligaris, col quale divide l'ufficio, già al lavoro.
“Buongiorno” esordisce Fabrizio, senza togliere gli occhi dallo schermo del computer. “Fatto una bella passeggiata anche oggi?”
Prima di rispondere, Luce si abbandona sulla sedia davanti alla propria scrivania. Non può fare a meno di notare la differenza tra la sua postazione di lavoro, linda e ordinatissima, e quella di Fabrizio, carica di scartoffie polverose.
“Abbastanza. Penso di aver fatto una decina di chilometri.”
“Beata te, che riesci a svegliarti così presto e hai pure voglia di ammazzarti di fatica. Col freddo che fa, poi! Fosse per me, starei a letto fino a mezzogiorno.”
“Beh, Fabrizio, siamo parecchio diversi io e te, ormai dovresti averlo compreso.”
Sì, Fabrizio l'ha compreso, finalmente. Per molto tempo ha cercato in tutti i modi di abbattere il bastione che Luce ha eretto a propria difesa, senza riuscirci. Ha subìto rifiuti, umiliazioni, anche male parole, sempre con la speranza che prima o poi Luce si sarebbe lasciata alle spalle la storia finita male con Davide, il suo ex, e quella sciocca infatuazione per Angelo, lo scrittore dal passato turbolento e dal presente fascinoso.
Fabrizio era lì per lei, a sua disposizione, pronto ad amarla incondizionatamente, un cane fedele che aspetta fiducioso una carezza che non arriverà mai.
Da un po', però, la riluttanza di Luce nei suoi confronti non gli fa più così male.
Il cellulare che ha appoggiato di fianco al PC ronza discreto. Fabrizio volge lo sguardo e legge il nome lampeggiante sul display, trattenendo a stento un sorriso.
La scena non sfugge a Luce. Fabrizio è diverso, solo un cieco non noterebbe quell'espressione ebete che ogni tanto gli si dipinge in faccia. Ha smesso di assillarla con le sue richieste, non insiste più per portarla a cena. Un paio di giorni prima ha perfino rifiutato di aiutarla a sgomberare la cantina, adducendo un generico ‘ho da fare'.
Le cose cambiano e a quanto pare anche Fabrizio è cambiato.
“Non rispondi?” chiede Luce.
Fabrizio rifiuta la chiamata, poi comincia a comporre un messaggio, le dita veloci e sicure sulla tastiera.
“È una chiamata privata e ora sto lavorando.”
L'ispettore capo Pasquale Campiglio riempie lo specchio della porta con la sua considerevole mole.
“Giovani di belle speranze, il capo è già in sala riunioni” dice. “Ci vuole lì subito.”
“Buongiorno anche a te Campiglio” risponde ironica Luce. “Cosa bolle in pentola?”
“E che ne so. È da quando è arrivato che salta di qua e di là, come un grillo. Sembra che qualcuno gli abbia messo una molla sotto al culo.”
“Tutta questa agitazione non fa presagire niente di buono” commenta Calligaris.
“Forza, alzate il sedere dalla sedia e venite in sala riunioni. Andiamo ad aiutarlo a scarabocchiare quella sua lavagna e a passargli i post-it da appiccicarci sopra.”
Il nuovo vice questore è arrivato da due settimane. Si chiama Rossano Bentivoglio e arriva dal commissariato Mecenate di Milano.
È un uomo sulla cinquantina, piccolo di statura e rotondetto, con uno spiccato accento meneghino che l'ha subito reso antipatico a Campiglio.
Non ha pensato neppure per un attimo di raccogliere l'eredità di Binaschi nel solco della continuità.
Quanto la buonanima era taciturna e riflessiva, tanto il vice questore Bentivoglio è vulcanico e scoppiettante. Non perde occasione per ricordate alla squadra la sua provenienza da un commissariato della metropoli, dove non c'era certo tempo di annoiarsi, come invece sembra destinato a fare a Lodi.
E allora perché ha accettato il trasferimento?, gli ha chiesto un giorno Campiglio. Siamo come i parroci di campagna, ha risposto Bentivoglio, quando ne muore uno bisogna che un altro lo sostituisca al più presto, altrimenti le pecorelle vanno smarrite.
L'indelicatezza di quella osservazione ha dato il colpo di grazia al suo rapporto con la squadra.
A questo si somma l'originalità del suo metodo investigativo, giudicato dai sottoposti un po' troppo creativo. Bentivoglio si vanta di aver fatto un corso in America, quando era ancora un giovane poliziotto desideroso di fare carriera. Da quell'esperienza ha riportato in Italia un metodo d'indagine stile fiction televisiva. Per prima cosa, una volta insediatosi nell'ufficio che era stato di Binaschi, ha fatto appendere al muro della sala riunioni una lavagna, sulla quale ha intenzione di mettere in pratica quanto imparato in America, per mezzo di brain storming e affinity diagram.
E questo è il giorno giusto per cominciare.

Bentivoglio è seduto a capotavola, la lavagna dietro di lui è pulita.
“Buongiorno a tutti!” esclama. “Vi ho chiamati perché ho ricevuto una telefonata dal collega De Marchi, del commissariato Mecenate, che mi ha raccontato una storia alquanto bizzarra.”
Campiglio, Frambelli e Calligaris prendono posto intorno al tavolo, scambiandosi sguardi preoccupati.
“Tre giorni fa è stato trovato un cadavere a Milano, nei pressi della stazione ferroviaria di Rogoredo, nelle vicinanze del famigerato ‘boschetto'. Avete presente?” chiede Bentivoglio.
I tre annuiscono. Alla periferia sud di Milano, al confine con San Donato Milanese, c'è un pezzo di terra stretto fra i moderni condomini di Santa Giulia e le case popolari del quartiere Corvetto, un'area piantumata diventata tristemente nota come ‘il boschetto della droga'.
Decine di derelitti battono ogni giorno i dintorni della stazione, elemosinando pochi spiccioli da pendolari frettolosi e indifferenti. Di notte, lungo bui sentieri di terra battuta, vanno invece a cercare chi vende un po' di sollievo alla loro disperazione. Tanti sono giovanissimi, spinti nelle spire della droga da spacciatori senza scrupoli che li hanno adescati fuori di scuola; altri sono più adulti e cercano negli stupefacenti una fuga dalla realtà, indispensabile ma solo temporanea. Con pochi euro si compra una dose e ci si fa sul posto, seduti sotto un albero o accoccolati vicino a un cespuglio. Qualche ora di oblio, prima di risvegliarsi e ricominciare daccapo la triste questua, in vista di un'altra notte nel boschetto.
Polizia e Carabinieri si impegnano in azioni congiunte per ripulire la zona dai venditori di morte, con scarsi risultati. I pusher si dileguano, avvisati dalle numerose vedette, e tornano quando le acque si sono calmate, per riprendere indisturbati le loro redditizie attività.
Ci sono associazioni e persone di buona volontà che quotidianamente si avventurano nel boschetto, offrono generi di conforto e un prezioso ascolto, nel tentativo di strappare dagli artigli del mostro esseri umani ormai privi di difese.
Ma c'è anche chi ha ipotizzato una soluzione più drastica: arrivare in forze con i lanciafiamme e bruciare tutto, alberi e cespugli, spacciatori e tossicodipendenti, fare tabula rasa ed eliminare la malapianta alla radice.
Un tentativo che non risolverebbe il problema, ma si limiterebbe a spostarlo in qualche altro luogo altrettanto defilato e discreto, perché certi bastardi non li elimini neppure con il fuoco e certe disperazioni sono incurabili.
“Non c'è da sorprendersi” dice Campiglio. “Da quelle parti ne sono già stati trovati altri, di cadaveri, tutti accomunati dalla stessa causa di morte.”
“Stavolta è diverso” prosegue Bentivoglio. “Si tratta di un uomo, età apparente tra i cinquanta e i sessanta, non ci sono segni di violenza. Il corpo è stato trovato sotto una pila di cartoni. Bisognerà aspettare l'autopsia, ma al primo esame il medico legale afferma che la morte è per assideramento.”
Nonostante l'inverno sia agli sgoccioli, le temperature notturne si aggirano intorno ai dieci gradi sotto zero e durante il giorno si raggiungono a malapena i due o tre gradi sopra. È uno degli effetti indesiderati di un clima che sembra impazzito.
“Un barbone ucciso dal freddo” dice Calligaris. “Anche questo, purtroppo, non è un caso raro. Ce ne sono alcuni che rifiutano di andare nei dormitori, e finiscono per crepare sui marciapiedi. Una cosa assurda, difficile da comprendere.”
“Ma perché la morte per assideramento di un clochard a Rogoredo dovrebbe interessare la Questura di Lodi?” chiede Frambelli. Bentivoglio la fissa ammirato, dei tre che ha davanti è la sola che è arrivata subito al punto, senza divagazioni.
“Perché il collega, cercando elementi per poterlo identificare, ha scoperto una cosa strana: nella giacca del morto, cucita nella fodera, c'era una carta d'identità francese intestata a tale Charles Martin. De Marchi ha fatto fare una ricerca negli archivi, per capire chi fosse questo Martin, e ha fatto una scoperta sorprendente: la foto sulla carta d'identità è la stessa del passaporto di un certo Andrea Lorchi, un pilota di aerei da turismo. La foto era in archivio a causa di un vecchio caso rimasto aperto. Si tratta di un incidente aereo avvenuto nel 1998, in provincia di Lodi. Un Piper, pilotato da Lorchi, si è schiantato al suolo uccidendo l'unico passeggero, il cui cadavere fu recuperato nel relitto. Il corpo del pilota, invece, non fu mai ritrovato.”
Tutti tacciono per qualche secondo, poi Campiglio prende la parola.
“Dunque... ci sta dicendo che Lorchi e questo Martin sono la stessa persona? Cioè, che un italiano che si credeva morto in un incidente aereo è ricomparso dopo decenni, assiderato a Rogoredo e con un'identità francese? “
“Esatto!” risponde Bentivoglio. “De Marchi mi ha avvisato perché i dubbi sull'incidente del '98 non sono mai stati chiariti e un'eventuale supplemento d'indagine sarebbe di nostra competenza, dato che l'incidente è avvenuto nelle campagne di Valera Fratta e al tempo l'inchiesta fu condotta dalla Procura di Lodi.”
“Beh, certo è strano” commenta Luce, “ma ne sappiamo troppo poco per poter trarre delle conclusioni e dire che ci sia sotto qualcosa di losco. Siamo certi che la foto della carta d'identità corrisponda al cadavere?”
“Sì Frambelli, anche se nella foto l'uomo è più giovane è riconoscibile, perché ha una voglia piriforme sulla fronte che lo identifica. È lui, Andrea Lorchi.”
“Piriforme?” chiede Calligaris.
“Sì, a forma di pera. Un segno distintivo abbastanza originale che consente un'identificazione certa.”
“Bene” dice Campiglio. “E noi cosa dovremmo fare?”
Bentivoglio raccoglie i fogli che ha consultato per fare il suo resoconto alla squadra.
“La morte di Lorchi è considerata accidentale. Quella del presente, intendo. Il poveraccio ha cercato di ripararsi con i cartoni, ma la temperatura notturna non gli ha lasciato scampo. E comunque, la competenza è del commissariato Mecenate e noi non ci possiamo immischiare. Però, possiamo indagare sulla sua presunta morte, quella del passato. Riprendiamo in mano il caso dell'incidente aereo, e vediamo se riusciamo a capire come andarono le cose. Ci troviamo di fronte a un cold case, e io voglio trovare la soluzione.”
Bentivoglio osserva i volti sconsolati dei suoi collaboratori, che guardano la lavagna alle sue spalle. Tra poco quella lavagna si riempirà di scritte, frecce, bigliettini, fotografie, tutto quello che farà assomigliare la sala riunioni a un set di C.S.I.
“Scusi, dottore” interviene Campiglio, “l'ha detto lei, la competenza è di Milano. Per quale motivo non si occupa il commissariato Mecenate di questo Charles Martin?”
“Glielo dico io, il perché: il commissariato Mecenate ha in corso una tale quantità di indagini che noi non immaginiamo neppure. Un caso di questo tipo, nel quale non si configura alcun reato, non costituisce una priorità.”
“Dottore” dice timidamente Calligaris, “abbiamo già un sacco di lavoro, c'è la faccenda dei furti nei garage della zona di Porta Cremona, e poi la storia dei pusher davanti alle scuole superiori, i borseggiatori seriali del mercato del sabato, il racket della prostituzione sulla provinciale, trovare tempo anche per un caso vecchio di decenni...”
“Cosa vorrebbe dire, che si tratta di una perdita di tempo? Eh no, Calligaris, la ricerca della verità non è mai una perdita di tempo.”
Almeno su questo Luce è d'accordo con il vice questore. Bentivoglio si rivolge a lei.
“Frambelli, le affido la ricerca di informazioni su Andrea Lorchi e Alberto Castrovillari, il passeggero perito nell'incidente. Trovi tutto quello che può, lascio alla sua iniziativa personale questo aspetto. Calligaris, lei scandagli i nostri archivi. Voglio sapere tutto sull'incidente aereo del 1998, in particolare riguardo agli esiti dell'indagine.”
“E io cosa devo fare?” chiede Campiglio.
“Lei si occupi di Charles Martin. De Marchi mi ha mandato una copia della carta d'identità” dice Bentivoglio allungando un foglio all'ispettore capo. “Deve avere lasciato delle tracce, veda di trovarle e di seguirle. Dobbiamo cercare di riscostruire almeno i suoi ultimi giorni di vita.”
Campiglio osserva sconfortato la fotocopia che Bentivoglio gli ha teso.
“La carta d'identità è falsa?” chiede Campiglio.
“No, è autentica, rilasciata alla Caienna, nella Guyana Francese, nove anni fa.”
Il vice questore mette sul tavolo anche alcune foto.
“Ci sarebbero anche queste, sono le foto del cadavere di Lorchi. Non credo servano a molto, comunque collezionatele nella pratica.”
Fabrizio prende le foto senza guardarle.
Bentivoglio si alza, segnalando che la riunione è finita.
“Ci rivediamo qui non appena avete le informazioni che ho richiesto, per fare il punto con un brain storming” dice. “E mi raccomando... il cold case ha la precedenza sul resto.”

L'atmosfera nel piccolo ufficio è pesante.
“Ci mancava il cold case” dice Campiglio. “Ragazzi io ve lo dico: se va avanti così, chiedo il trasferimento.”
“Non esagerare!” risponde Luce. “Io penso invece che la cosa sia intrigante, un bel mistero alla Hercule Poirot che ci permetterà di mettere in moto le nostre celluline grigie. E sarà un ottimo modo per accrescere la nostra cultura sulla miseria dell'animo umano.”
“Tu leggi troppi libri gialli, Frambè. Se davvero vuoi approfondire lo studio delle umane bassezze, dedicati ai reality show, sono meno impegnativi e più didattici.”
“Certo che la storia di quest'uomo è davvero curiosa. Cosa può essergli successo?” si domanda Fabrizio.
“Te lo dico io che cosa gli è successo” risponde Campiglio. “È sopravvissuto all'incidente, con una notevole dose di fortuna. Stordito e rintronato dalla botta, si sarà allontanato dal relitto, avrà vagato un po' per la campagna e poi... chissà dove sarà finito. Di certo, ha perso la memoria e per questo è finito a vivere sotto i ponti.”
“Teoria interessante” dice Frambelli “anche se penso che per salvarsi da un incidente del genere più che fortuna serva un miracolo.”
Fabrizio mette sulla scrivania le fotografie del cadavere di Lorchi che gli ha dato Bentivoglio. Le foto sono tre, prese da angolazioni diverse.
“Poveraccio, guarda com'era ridotto” dice Calligaris. “Barba lunga, viso emaciato e si capisce che da parecchio non vedeva l'acqua e il sapone.”
Luce guarda a sua volta le immagini.
“Però... i vestiti non sembrano quelli di un barbone. Sono sporchi e sgualciti, ma mi pare roba di qualità.”
Campiglio alza un sopracciglio. Eccola qua, la solita Luce Frambelli, quella che vuol sempre trovare il pelo nell'uovo, la nota stonata, il particolare che non quadra. L'ispettore capo sospetta che anche in questa indagine la sua cocciutaggine renderà tutto più difficile.
“E poi... cos'è questo?” chiede Luce indicando un punto sul bavero della giacca.
Fabrizio tira fuori dal cassetto una lente d'ingrandimento.
“E bravo Calligaris, te l'hanno dato al corso per Sherlock Holmes questo utile strumento?” lo prende in giro Campiglio.
Luce tende la mano.
“Passamela, Fabrizio” intima perentoria. Calligaris obbedisce senza reagire, è abituato ai modi bruschi di Luce.
Frambelli si china sulla scrivania, avvicinandosi alla foto. Il flash del fotografo è rimbalzato su qualcosa che ha restituito un curioso bagliore.
“Sembra un bottone di metallo.”
Fabrizio si avvicina e Luce gli passa la lente.
“Se è un bottone, l'hanno attaccato nel posto sbagliato” commenta.
“Potrebbe anche essere spilletta o un distintivo, è appuntato sul bavero. La giacca sembra di buona fattura, anche se è stazzonata. Un buon taglio sartoriale, difficile da trovare addosso a un barbone. Anche gli altri bottoni sono di metallo, ma sembrano di un altro colore.”
Campiglio sbuffa impaziente.
“Quando avete finito disquisire sulle capacità del sarto di Lorchi, ci sarebbe da lavorare.”
Luce restituisce la lente a Fabrizio.
“Che priorità diamo a questa faccenda?” chiede Calligaris, guardando la pila di pratiche in equilibrio precario sulla sua scrivania.
“Hai sentito Bentivoglio, no? Il cold case ha la precedenza su tutto il resto” dice Campiglio, imitando malamente l'accento milanese del vice questore.
“Allora iniziamo subito” dice sbrigativa Luce.
“I compiti li ha assegnati Bentivoglio” le risponde Campiglio. “Diamoci dentro, ché prima facciamo questo buco nell'acqua e prima possiamo tornare a occuparci delle cose serie” conclude, certo che l'indagine sarà solo una perdita di tempo.

Rossano Bentivoglio guarda dalla finestra il parco dell'Isola Carolina. La vista dall'ufficio del commissariato Mecenate era sul piazzale di un distributore di benzina, qui almeno la vista è sul polmone verde della città. Il trasferimento a Lodi gli ha fatto piacere, un cambiamento era necessario. Gli hanno raccontato la storia del vice questore che lo ha preceduto e non ha potuto fare a meno di provare un profondo senso di compassione.
Bentivoglio conosce la solitudine nella quale il mestiere di poliziotto ti può sprofondare. Ci sono scelte che devono essere prese senza che possano essere condivise con altri e responsabilità esclusive che pesano più di macigni.
Eppure ama il suo lavoro e sa che non potrebbe fare altro. È un lavoro difficile da conciliare con la vita privata, per questo in tanti rinunciano a farsi una famiglia: insopportabile il rischio di far soffrire chi ami, a causa delle troppe assenze o peggio del pericolo al quale ogni giorno ci si espone.
Lui, però, ha voluto tentare ugualmente, e per anni si è barcamenato tra il dovere e l'amore.
Se deve fare un bilancio onesto, crede di essere riuscito a mantenere l'equilibrio. Ci ha pensato la vita a mandare tutto all'aria, ma questo è da mettere in conto per chiunque, non è che il fatto di essere un poliziotto possa fare la differenza.
Sulla sua scrivania c'è una fotografia in bianco e nero, un bel ritratto delle due donne che sono state e saranno sempre il perno della sua esistenza. La prende in mano e la guarda con tenerezza.
Teresa se n'è andata ormai da cinque anni. Una donna meravigliosa, che aveva accettato il suo mestiere con rassegnazione, mai una lamentela, mai un rimprovero, sempre lì ad aspettarlo quando tornava a casa, magari con qualche ferita da curare, non tanto nel corpo quanto nell'anima.
Dio, quanto gli manca.
L'altro viso sorridente che lo guarda dalla foto gli infligge una fitta dolorosa al cuore. Distoglie lo sguardo e rimette la foto sulla scrivania, collocandola con precisione in modo che lo guardi mentre lavora.
Sospira e decide che concentrarsi nel lavoro è l'unico modo di scacciare i cattivi pensieri.
Fintanto che resta in ufficio, ha una scusa buona per non sentire i sensi di colpa.
Il vero problema è quando torna a casa, nel suo appartamento in Via Bacchiglione, a Milano. Ogni sera i ricordi si ripresentano puntuali, insieme ai rimorsi.
Bentivoglio apre la cartellina dove ha riposto le poche informazioni che De Marchi gli ha passato.
Non ha ancora conosciuto a fondo i tre collaboratori che gli hanno assegnato, però ha la sensazione che non abbiano molta voglia di confrontarsi con un caso fuori dagli schemi.
Ci vuole pazienza, nelle indagini come nei rapporti personali, e a lui la pazienza non manca.
Spera che questo cold case sia molto complicato e che lo costringa a straordinari e notti trascorse in ufficio.
Sarebbe una benedizione, e sperare non costa nulla.

Angelo rallenta il ritmo, respirando a pieni polmoni l'aria mattutina. A ogni respiro sente il freddo insinuarsi attraverso il naso e pervadere tutto il corpo, sudato per la lunga corsa. Percorre camminando gli ultimi metri della sterrata che conduce alla sua cascina e quando arriva di fronte alla porta si ferma per un attimo, guardandosi intorno. È una mattina splendida e luminosa, l'odore dei campi si spande per tutta la campagna, speranza di primavera.
Solo il freddo intenso è fuori posto in questo idilliaco quadretto, una fastidiosa stranezza che mina tutto l'insieme sapientemente costruito dalla natura. Quello che lo circonda riflette ciò che ha dentro, in uno specchio magico. Come questa insolita stagione è illuminata da un sole di ghiaccio che non scalda, anche la vita dorata di Angelo è accompagnata da un invisibile tormento, mai sopito.
Visto da fuori, Angelo Di Dio è un uomo molto fortunato. Diventato uno scrittore di fama internazionale quasi per caso, sfuggito alle noie che dà la celebrità grazie al provvidenziale pseudonimo con il quale pubblica i suoi romanzi erotici, Angelo è un giovane di bell'aspetto, è in buona salute, ha una casa meravigliosa, ha successo con le donne, è privo di problemi economici.
Uno da invidiare.
Le terribili vicende nelle quali è stato coinvolto1 ― l'omicidio della sua ex, del quale è stato accusato e scagionato, e la ricerca della verità nel suo passato, che l'ha portato a scoprire di non essere chi pensava di essere ― l'hanno profondamente cambiato e hanno inciso nella sua anima ferite che non si rimarginano.
Dopo tutto quello che ha passato, può considerarsi un sopravvissuto, un naufrago salvato all'ultimo momento grazie all'aiuto di persone che, in realtà, lo stavano tenendo sotto controllo solo per incastrarlo.
Se non fosse stato per Luce, la poliziotta della Questura di Lodi, e per Calligaris, quel suo collega allampanato, ora non sarebbe qui a godere dello splendore della campagna, addormentata ma prossima al risveglio.
Sempre che il gelo allenti la morsa e permetta alla natura di compiere ancora una volta il miracolo.
La cascina nella quale vive è isolata, la campagna la protegge estendendosi a perdita d'occhio. È il suo buen retiro, il luogo nel quale ha trovato rifugio quando tutto nella sua vita sembrava andare in pezzi.
Angelo entra in casa e prima di spogliarsi e farsi una doccia passa dal salone, dove nel caminetto scoppietta allegramente un fuoco che riscalda l'ambiente.
Il telefono che ha lasciato sul tavolino davanti al divano manda segnali lampeggianti, segno che qualcuno l'ha cercato mentre era fuori a correre. Quando esce per allenarsi non porta mai il cellulare, non vuole essere distratto dalla fatica che lo fa sentire vivo.
Controlla chi l'ha cercato e il nome sul display lo fa sospirare.
Luce.
Non sa che fare con questa ragazza, che ha imparato a conoscere e con la quale condivide qualcosa di profondo, un aspetto molto più intimo di qualsiasi relazione amorosa o sessuale: il dubbio circa le proprie origini.
Tutto è nato da una lettera2, un messaggio che il padre di Luce ha mandato alla madre, quando lei era ancora neonata, nel quale accennava a un segreto che lei non avrebbe mai dovuto conoscere.
Il mondo di Luce si è sgretolato davanti all'incertezza: quello che credeva un rapporto trasparente e fiducioso si è impregnato del veleno del sospetto. Impossibilitata a chiarirsi con i genitori, entrambi morti ormai da anni, Luce si è trovata di fronte alla decisione più difficile: affrontare la verità oppure lasciare tutto com'è, evitando di gettare un sasso nello stagno della sua vita.
Ha risolto il dilemma chiedendo aiuto ad Angelo, delegando a lui l'onere della ricerca.
Angelo è stato bravo e ha trovato nel passato dei genitori di Luce alcuni fili pendenti, che andrebbero annodati.
Ora sta a lei decidere se legare quei nodi o lasciare che i fili diventino ragnatele sottili, pronte a imprigionare per sempre ogni ambiguità.
Angelo non può fare di più per aiutarla. Lui ha medicato il proprio dolore nell'unico modo che conosce, ha iniziato a scrivere un libro sulla sua vicenda personale, un romanzo autobiografico nel quale spiegare cosa succede a un bambino quando i genitori ne fanno la vittima di scelte scellerate.
La scrittura è la sua terapia, non sa che medicina consigliare a Luce.
Sicuramente l'avrà chiamato per parlare ancora di questi argomenti, ma Angelo è rimasto a corto di parole. Prima o poi Luce dovrà capire che crogiolarsi nell'incertezza non fa che accrescere la sofferenza.
Prima o poi lo farà, ma ci deve arrivare da sola.

Campiglio ha trasmesso i dati della carta d'identità trovata addosso a Lorchi alle questure italiane e alla polizia francese.
“Dire Charles Martin in Francia è come dire Mario Rossi in Italia, Lorchi si è scelto l'alter ego più anonimo possibile. La data di emissione, risalente a nove anni fa, coincide con la sua richiesta di cittadinanza, concessa a quanto pare per meriti militari.”
“Meriti militari? Faceva il soldato in Francia?” domanda Calligaris.
“È un aspetto da approfondire. La cosa davvero interessante, però, è un'altra” dice Campiglio passando un foglio a Frambelli. “La carta d'identità è servita per registrare Charles Martin in un albergo di Milano, la Pensione Cancelli, in zona Stazione Centrale.”
Luce legge la nota che le ha passato il collega.
“Si è registrato circa cinque mesi fa” osserva. “Se risiedeva lì, non era un senzatetto.”
“Non lo era cinque mesi fa, non sappiamo cosa sia successo dopo” risponde Campiglio. “Chissà da dove arrivava...”
“Non sarà facile scoprirlo. Il luogo nel quale è stata emessa la carta d'identità, la Guyana, è un territorio d'oltremare della Francia e dunque Charles Martin era a tutti gli effetti un cittadino francese, che poteva circolare liberamente in tutta l'Unione Europea.”
Calligaris fa una rapida ricerca in rete, consultando uno dei tanti siti che recensiscono le strutture alberghiere e mettendo come chiave il nome della pensione nella quale Martin ha soggiornato.
“Hotel con una stella, a giudicare dalle foto è poco più di una topaia.”
Frambelli e Campiglio di avvicinano allo schermo del PC di Fabrizio. Le foto mostrano un portone anonimo, privo di insegna. Le immagini delle stanze, buie e prive di servizi privati, restituiscono tutto lo squallore del posto.
“Non sarà stato un barbone, ma di certo non nuotava nell'oro se questo era il massimo che poteva permettersi” dice Campiglio, grattandosi la testa dubbioso.
“Sempre meglio di dormire in strada a meno dieci, rischiando di crepare di freddo” commenta Fabrizio.
“È proprio questo che dobbiamo scoprire!” esclama Frambelli. “Perché Lorchi, pur avendo una stanza in una pensione, è finito a dormire in strada, lasciandoci la pelle?”
“Questa storia sta prendendo una piega imprevista” le fa eco Campiglio. “Andrea Lorchi, alias Charles Martin, potrebbe nascondere molto più di un passato da pilota di aerei da turismo di cui si sono perse le tracce. Vale la pena chiamare l'albergo e capire quando è stata l'ultima volta che ha dormito nella sua camera.”
“Ho fatto anch'io i compiti a casa” dice Fabrizio, leggendo le note appuntate su un taccuino. “L'incidente aereo è avvenuto il 12 novembre 1998. Il tempo era brutto, ma non c'erano particolari problemi per quanto riguarda i voli aerei. Il volo in questione, operato da una compagnia privata, era partito dall'aeroporto di Bresso, vicino a Milano, alle 6.50 e doveva atterrare a Ciampino, Roma, alle 8.15. Qualcosa deve essere successo pochi minuti dopo il decollo. Secondo i rapporti della torre di controllo, l'aereo a un certo punto è andato in stallo e poi in picchiata e i ripetuti richiami del controllore di volo non hanno avuto risposta. Si è schiantato al suolo alle 7.08, nel territorio del comune di Valera Fratta. A bordo del relitto sono stati trovati i resti di Castrovillari Alberto, di anni 52, di professione manager di alcuni dei più noti nomi dello spettacolo. Del pilota, Andrea Lorchi, nessuna traccia.”
“E come è stata giustificata l'assenza del suo cadavere?” chiede Luce.
“Si pensò che fosse stato sbalzato fuori durante la caduta, anche perché le cinture di sicurezza del posto di pilotaggio erano sganciate. I paracadute in dotazione al velivolo erano al loro posto, non ne mancava nessuno. Cercarono il cadavere nei campi, per un raggio di cinque chilometri dal punto del disastro, ma senza risultati. Dopo un po', le ricerche del corpo furono sospese e trascorsi i dieci anni per Lorchi è stata decretata la morte presunta.”
“E invece, eccolo ricomparire in una notte gelida a Rogoredo, abbandonato su di un marciapiede a morire di freddo” conclude Campiglio.
“E questo l'abbiamo appurato!” esclama Frambelli. “Ora chiamo l'albergo, così nel pomeriggio andiamo a vedere di persona dove questo personaggio misterioso s'era fatto la tana.”
Luce ha negli occhi la scintilla che s'accende ogni volta che un'indagine esce dai binari convenzionali per prendere una strada che riserverà delle sorprese.
Quanto brutte saranno queste sorprese, è meglio non chiederselo. Per Frambelli, quello che conta è che l'adrenalina è entrata in circolo e lei non si fermerà fino a che tutte le domande non troveranno risposta.
Marina Bertamoni
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