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Autore: Davide Latini
Titolo: Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala
Genere Romanzo
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Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala
– Certe cose iniziano quando tutto sembra finito – pensò Roni il giorno in cui il mondo gli crollò addosso.
Osservava con interesse le mani gigantesche di sua sorella Nasima mentre impastava la farina nel parat, sotto lo sguardo attento della mamma.
Avrebbero mangiato il roti per pranzo, come anche il giorno prima, e sarebbe stato l'unico pasto della giornata.
Accese il fuoco rispondendo con un sorriso a un cenno di Nasima, vi poggiò sopra la tava di alluminio, quando sentì delle urla provenire dal Kholpetua, il vecchio fiume.
Roni si voltò di scatto lasciando cadere la padella sul terreno. Cinque uomini correvano e gridavano con il volto scavato da tremendi segni di paura.
– Cosa sta succedendo?
– Un'altra disgrazia. Va' a vedere.

Nelle ultime settimane si erano verificate sin troppe sciagure. Come ogni anno, del resto. Maledetto aprile!
– Tuo padre. – balbettò Manik tra le lacrime, con il cuore sprofondato nel petto: – Una grossa tigre. Silenziosa. In agguato dietro a un cespuglio. Lo ha sorpreso alle spalle. Era lì... davanti a me. Gli si è avventata furiosa bloccandolo come in una morsa... Ha serrato la mascella... mio dio, il sangue scorreva a fiotti dal collo alla schiena... – rimase per un attimo in silenzio. – È morto all'istante. – aggiunse infine.
Il suono di quelle parole trapassò Roni come la lama affilata di una spada.
Il ragazzo sentì le ginocchia cedere. Vacillò.
Un vuoto gelido gli si stava aprendo nel petto, paralizzandolo. Manik aveva allargato le braccia per stringerlo a sé, ma non fece a tempo ad afferrarlo che subito dopo Roni cadde a terra.
Era svenuto.

***

Il padre di Roni, Shaheen, era un Mowali, un cacciatore di miele delle Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie al mondo. Diecimila chilometri quadrati di boschi cresciuti sulle coste dell'India e del Bangladesh per proteggere quei villaggi dai frequenti cicloni che ogni anno infuriano nel golfo del Bengala.
Una volta atterrati a Dacca, bisogna prendere la macchina e scendere verso sud-ovest per trecento chilometri ancora, fino a Khulna, e imbarcarsi su un peschereccio al Porto di Mongla soltanto per raggiungere uno dei numerosi posti che solo chi li abita ha il coraggio di chiamare casa. È qui che prende vita la foresta immensa, intersecata da fiumi dove l'acqua dolce del Gange – che qui si chiama Padma – incontra l'acqua salata del golfo del Bengala.
Le Sundarbans sono famose nel mondo perché ospitano la tigre del Bengala, un felino affascinante e, ahimè, ferocissimo. Pochi sanno però che la “bella foresta” produce anche ciò che i bengalesi comunemente chiamano oro liquido, cioè dire: il miele.

Shaheen era diventato un Mowali prima della nascita di Roni; dopo venti anni poteva definirsi, a ragione, un cacciatore molto esperto.

Il giorno in cui Roni era nato, suo padre gli aveva versato una goccia di quel nettare selvatico sulla punta della lingua, assicurandosi, in quel modo, che da grande potesse diventare un uomo forte e coraggioso, pronto ad affrontare anche le sfide più dure.
– Vivere nelle Sundarbans non è una scelta, è un destino – gli avrebbe ripetuto sempre.
Perché i cacciatori di miele scommettono tutto entrando nella foresta, anche la loro vita: devono guardarsi dai pitoni, dai cobra, dai coccodrilli nascosti nelle acque melmose, dalle api giganti e, soprattutto, dalle tigri. Molti cacciatori non tornano a casa; pochi di quelli che hanno subito l'attacco di una tigre sono rimasti in vita per raccontare la loro storia.
Shaheen era fra questi.
Molti anni prima fu infatti attaccato mentre si inerpicava sopra un albero per cogliere il miele e la cera da un favo. I suoi compagni gli stavano attorno: suonavano corna di bufalo e scoppiavano petardi tra i cespugli per spaventare gli animali e farli andare via.
Come tutti i Mowali, Shaheen non avrebbe preso tutto il suo bottino, ma ne avrebbe lasciato una parte per consentire alle api di ricostruire l'alveare e alla foresta di continuare a vivere.
Stava discendendo, quando una tigre, come fanno del resto i felini, lo assalì alle spalle. Shaheen cadde a terra, terrorizzato da ruggiti spaventosi. L'animale gli saltò addosso premendolo sul terreno e affondandogli gli artigli nel petto. Poi spalancò la bocca mostrando all'uomo gli affilati canini. Quando ogni cosa sembrava però finita, un compagno di Shaheen affrontò la bestia colpendola alla testa con un machete, mettendola finalmente in fuga.
Le ferite impiegarono mesi per rimarginarsi del tutto, ma la vita, quella volta, fu salva.
– La carne dell'uomo è dolce, – scherzava spesso Shaheen con suo figlio, – per questo le tigri ci attaccano.

***

Il giorno in cui morì suo padre, Roni era tornato a casa accompagnato dalla mamma e dalla sorella. Gli sguardi di tutti e tre erano rivolti verso il basso, forse in cerca di qualcosa, o chissà, di un qualsiasi punto di riferimento da afferrare, per trovare un minimo sostegno.
L'intera famiglia si sedette attorno a un tavolo su cui era stata sistemata una sacca di riso.
– La tigre ha trascinato il corpo dentro la foresta, dietro i cespugli. Non è stato possibile recuperarlo. – aveva detto loro Manik. – Tutto quello che è rimasto è questa sacca.
Il corpo di Shaheen non avrebbe avuto così neanche la dignità di essere cremato.

Nasima aveva gli occhi gonfi, tratteneva le lacrime.
Roni soffriva in silenzio, finché il suo essere venne travolto da tutti i dolori che da sempre lo avevano accompagnato e scoppiò in un pianto inedito, irrefrenabile. Convulso.
La madre pareva sì rassegnata, ma non sorpresa, assuefatta dai tragici eventi e dal destino a cui la vita l'aveva abituata sin da bambina. I suoi occhi erano fermi e asciutti; la sua immaginazione riusciva addirittura a ricostruire la tragicità di quanto accaduto...
Vedeva Shaheen lottare contro la tigre, lo vedeva mentre provava a colpirla sulla testa con il coltello usato per tagliare l'alveare, e infine lo immaginava gridare aiuto. Ma quei due suoi compagni, gli amici di sempre, non avevano avuto la forza, né la prontezza per muoversi: paralizzati dal terrore, lo avevano lasciato a morire lì, inerme, da solo.
Solamente più tardi si erano spinti nella profondità della foresta per cercare i resti del corpo, ma senza riuscire a trovare nulla.
– Così tante volte gli avevo detto di non spingersi nella foresta per raccogliere il miele, – ripeté fra sé per ben tre volte, una di seguito all'altra, – è un lavoro pericoloso... – guardava severa i suoi figli. Quasi volesse lanciare loro un monito.
Roni sospirò di dolore. Poi fu invaso da un ricordo.
Una volta suo padre lo aveva portato con sé nelle Sundarbans.
Erano andati a raccogliere foglie di Golpatta per riparare il tetto della loro casa di fango, ma non si erano addentrati sin dentro la foresta. Roni aveva avuto però il tempo di ammirare la maestosità di quelle linee e delle tante forme capaci di ingannare lo sguardo umano: le mangrovie verdi specchiarsi nell'acqua come in una magica illusione ottica, i riflessi del sole colorare uno dei panorami più pittoreschi del mondo.
Secondo una leggenda indiana, le Sundarbans nacquero il giorno in cui il dio Shiva si disfece la treccia e i suoi capelli bagnati divennero un groviglio immenso e intricato.
Eppure, anche un paesaggio così bello poteva nascondere tanta sofferenza.

La madre di Roni aveva pianto tanto quel giorno, il giorno in cui suo marito aveva deciso di sfidare la foresta. Aveva pianto, come ogni volta, come tutte le mogli dei Mowali. Così: ogni anno, ogni aprile. Per tre lunghissime settimane, talvolta anche per un mese intero! Come qualsiasi altra donna del villaggio, aveva mantenuto la distaccata compostezza di una vedova, rinunciando ai sari colorati e ai vermigli sulla fronte, perché nelle Sundarbans i mariti vengono dati per morti finché non tornano e le donne si vestono sempre di bianco.
– Cosa pensi che io possa fare? Se il mio destino è quello di essere ucciso da una tigre – le diceva ogni volta prima di partire.
Adesso, come centinaia di altre donne, come ogni altra “vedova della tigre” nelle Sundarbans, si sarebbe dovuta rasare i capelli. E avere un motivo valido per cui piangere.
– Sai bene perché lo ha fatto – le sussurrò Roni strozzando in gola il dolore.
I due si guardarono negli occhi, poi lei gli carezzò la testa: avrebbe avuto voglia di scoppiare nuovamente in un pianto disperato, ma la sua forza fu così grande che questa volta riuscì a trattenersi.

Quell'anno le stagioni erano andate assai male. Tutte e sei. Proprio così: sei. Perché il Bangladesh è il paese delle sei stagioni.
La prima stagione è l'estate, che i bengalesi chiamano grisma, e va da metà aprile a metà giugno. Poi i monsoni, barsa; l'autunno, sharat; il tardo autunno, hemanta; l'inverno, shit; la primavera, basanta.
La primavera, di solito fresca e piacevole, si era trasformata per loro in una vera e propria catastrofe. Mentre i tecnici, a migliaia di chilometri di distanza, davano la colpa al riscaldamento globale e al cambiamento climatico, senza alcun preavviso un ciclone si era scatenato sulla costa e poi nell'entroterra, distruggendo case e barche, uccidendo uomini e animali, portando morte e fame ovunque. Ma sono cose davvero normali da queste parti...
Se in altri posti del pianeta ci vogliono secoli o millenni affinché la natura trasformi il paesaggio, qui, in Bangladesh, nel “paese delle diciotto maree”, le isole appaiono e scompaiono nel giro di poche settimane. Talvolta alle maree basta anche una sola notte per allargare un fiume o modificare la forma di un'isola. E quando emergono nuove terre, le mangrovie cominciano a germogliare e le ricoprono di fitte foreste.

Anche la barca di legno di Shaheen era stata danneggiata dal clima. Sebbene fosse di legno buono: legno puro del Pashur. Quando Shaheen, appena dieci giorni prima, l'aveva vista distrutta nel fiume ebbe come un capogiro perché era affondata e sapeva che non sarebbe più riuscita a galleggiare.
Sarebbero infatti serviti moltissimi soldi per ripararla, e ripararla significava poter continuare ad andare a pesca. Per lui e per la sua famiglia non ci sarebbe stata alcuna possibilità di sopravvivenza altrimenti.
– La fame. – lamentava spesso Roni. – La fame. – ripetendo le parole di suo padre.
Proprio così. Quando gli stomaci sono vuoti, si è disposti a tutto.
La fame – quella nera, quella che giorno dopo giorno si incava nel volto – aveva costretto suo padre ad andare.
Chi vive nelle Sundarbans non ha alternative o altra via di scampo: neanche l'agricoltura è qui possibile, perché il livello dell'acqua marina è assai alto e il terreno diviene sin troppo salato per tutto.
Ma è forse tardi per recriminare...
***

– Dovremmo soltanto andarcene da Gabura. – finì per mugolare Nasima davanti alla sacca di riso che le rimaneva di suo padre. – Qui non si può più stare.
– Andarcene? Che dici? E dove? – le chiese Roni perplesso.
Nasima borbottò sconsolata:
– Non so. A nord, magari a Dacca. Come ha fatto Rafiqul l'anno scorso: adesso fa l'infermiere in un ospedale. – la ragazza parlava come se andarsene fosse davvero una questione di vita o di morte. Ma questo fece innervosire sua madre. – Non è giusto continuare a fare questa vita. – aggiunse.
Roni guardò sua sorella negli occhi e si sentì sopraffatto da moltissimi pensieri. Aveva sentito parlare di Dacca anni prima, alla Madrasa, ma non si ricordava molto. Tentò di scandagliare tra gli angoli della mente ma qualunque risposta gli parve inutile. Fissava Nasima e pensava che con il passare degli anni sua sorella era cambiata molto; i suoi comportamenti erano diventati più ribelli, eppure aveva un cuore grande, e lui lo sapeva.
Roni provò a formulare un pensiero, una risposta che però sua madre da subito interruppe:
– No, Nasima. Basta. – reagì soltanto alzando le spalle. Quindi aggiunse: – Non possiamo andarcene da nessuna parte. Sono centinaia di anni che la nostra famiglia vive qui. Nel ‘43 ci fu una grande carestia in cui morirono quattro milioni di persone; non ce ne siamo andati neanche quella volta. E ti ricordi il ciclone Aila del 2009? La nostra casa fu stata spazzata via. Anche quella volta un milione di persone hanno perso la casa. – sospirò, fece ancora una piccola pausa. Per poi concludere: – Ma noi non abbiamo alcuna possibilità, siamo bloccati qui da sempre.
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