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Gabriella Genisi è nata nel 1965. Dal 2010 al 2020, racconta le avventure di Lolita Lobosco. La protagonista è un’affascinante commissario donna. Nel 2020, il personaggio da lei creato, ovvero Lolita Lobosco, prende vita e si trasferisce dalla carta al piccolo schermo. In quell’anno iniziano infatti le riprese per la realizzazione di una serie tv che si ispira proprio al suo racconto, prodotta da Luca Zingaretti, che per anni ha vestito a sua volta proprio i panni del Commissario Montalbano. Ad interpretare Lolita, sarà invece l’attrice e moglie proprio di Zingaretti, Luisa Ranieri.
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Writer Officina
Autore: Daniele Possanzini
Titolo: Sequenze temporali di una scelleratezza
Genere Giallo
Lettori 665 35 16
Sequenze temporali di una scelleratezza
Parte Prima.
La causa e l'effetto.

Una geniale solitudine.
Da piccolo immaginavo che i belli andassero con i belli, i ricchi con i ricchi, i buoni con i buoni e così via. Pensavo che coloro i quali avessero in comune qualcosa di attraente e positivo vivessero insieme felici e contenti, sedotti vicendevolmente, mentre per gli altri serbavo alcuni dubbi.

Poi un giorno, un furbo mi confidò che era stato attratto da uno sciocco e dall'altra un saccente mi rivelò di esser rimasto affascinato da un ignorantone. Notai, inoltre, come combriccole misteriosamente assortite vivessero soddisfatte e affascinate da sé stesse. Ma non era la bellezza o la ricchezza o la sessualità che li accomunava e nemmeno il livello di cultura, perché ci doveva essere altro. Qualcosa di sconosciuto per me che ipnotizzava gli astuti, così da far andare quest'ultimi con gli stolti, i dotti con gli incolti e persino i belli con i brutti. L'attrazione sessuale non sembrava sufficiente a spiegare. Forse erano stati offerti un regalo o un premio, oppure una speranza. In tutti i casi, qualcosa di indispensabile. Ci sarà tempo per capirlo, pensai.

In definitiva, ci si frequenta e ci si attrae quando si percepisce di possedere qualcosa di necessaria importanza per l'altro che, a sua volta, ne possiede reciprocamente per noi. Questi ‘qualcosa' sono probabilmente diversi, ma sostanziali per ciascuno.

Bellezza, denaro, furbizia, dabbenaggine, forza, onestà, esuberanza, protagonismo e via dicendo, quando si avvicinano, possono attrarsi sorprendentemente in qualsiasi combinazione. Al contrario grettezza, mendacità e avarizia non affascinano, in quanto soltanto quello che può dare un beneficio spirituale o materiale, essendo essenziale e soggettivo, seduce per mille motivi che non conosciamo, anche se li immaginiamo.

Quando inizia l'attrazione, tutto il resto è poco visibile e appare inutile. Accade una magia, tutto è legittimato in nome di questa forza naturale invisibile che ci spinge verso l'altra persona facendoci sperare che ci sia anche qualcosa di noi, così vitale, tanto da attrarla verso noi stessi senza la sua volontà.

Cosa vogliono gli altri non ci interessa quando si seduce. Proprio no.

Andai oltre e mi chiesi se, per analogia o difformità con ciò che avevo già osservato, le persone geniali vivessero tutte insieme o se avessero bisogno di un terreno ben fertilizzato e concimato con individui un po' meno geniali, ma soltanto intelligenti. Un terreno, diciamo, adatto a evidenziare tutta quell'immane potenza di comprensione del mondo regalatagli dalla genialità.

Per stare quindi in geniale solitudine.

Era la mia ipotesi, mai confermata.

Al contrario, dovetti concludere razionalmente che chi si sentiva geniale voleva sentirsi tale anche tra persone geniali, tenendosi così lontano da quella geniale solitudine che avevo ipotizzato. Ostentandosi voleva strafare, vanitosamente.

Ora vi consiglio di prestare molta attenzione a quello che sta per accadere. Non c'è altra possibilità per voi di comprendere questa storia di efferatezza inaudita in cui ci siamo ritrovati tutti noi personaggi del romanzo. Per noi è un lavoro, mentre per voi sarà un antipatico rompicapo che, tuttavia, nel caso migliore vi attrarrà progressivamente strappandovi la volontà.

Niente paura! È solo un romanzo, per ora.

Vanità

Aveva terrore che si scoprisse il suo imbroglio.

La sua vita privata, la sua professione e la sua reputazione erano a rischio; le aveva progettate nei minimi particolari, correggendo in tempo gli errori e integrando le mancanze, dove necessario. E lo aveva fatto per eccellere, solo per quello.

In quei giorni, quando tutto ciò a cui teneva si stava sgretolando e quell'eccellenza era ormai appesa a un filo, anche le parole, tutto il suo parlare e l'accento, diventavano primordiali, in qualche modo amorali e caratterizzavano la sua vera indole.

- Ci mancava quella testa di cazzo! - esclamò scuotendo la testa ripetutamente.

Geniale nel nascondere una parte oscura della sua personalità quando non era in solitudine, se ne vantava quando, invece, lo era.

Aveva deciso di intervenire per rimettere le cose a posto, così come aveva già fatto in passato in un'altra situazione in cui si cacciò, anche allora a causa della sua vanità. In questo caso, diversamente, l'effetto del suo intervento avrebbe dovuto essere di certo letale, poiché era l'unica soluzione efficace. Il danno, eventualmente subito, sarebbe stato distruttivo e irrecuperabile. L'azione doveva quindi essere preventiva.

Nonostante l'informazione non fosse stata ancora divulgata, la sua sorgente era la minaccia peggiore.

Su questo aveva riflettuto molto negli ultimi giorni.

Era ancora in tempo, ma non troppo.

Entrò quindi nell'androne di quel palazzo-fortezza, si diresse verso la porta di legno, spinse l'anta e si fermò in tempo sulla soglia per non cadere in fondo alle scale. Era buio e accese la piletta che aveva con sé. Da lì discese molti bassi gradini che portavano verso l'inizio di uno stretto corridoio circolare; lo percorse fino alla fine e si sorprese quando realizzò che quel cunicolo sotterraneo era stato, invece, creato a spirale.

Esso rappresentava qualcosa che, in quel momento, non coglieva e che scatenò nel suo ego una sensazione di sfida.

Aveva contato trentatré porte di cantine in fila e, all'ultima giravolta, la più stretta, aveva notato che in terra c'era un pozzo collegato a un canale nelle vicinanze, sebbene a un livello più basso. Il fiume stava gradualmente modificando il suo corso e da qualche decennio, che era nulla rispetto all'età di quell'immenso palazzo risparmiato misteriosamente dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, risaliva, anche se poi defluiva dallo stesso condotto da cui faceva ingresso. Il palazzo era disabitato da molti anni.

- È proprio quello che cercavo! La memoria di un segreto ha bisogno di una cassaforte per rimanere inviolata. Tuttavia, il resto deve scomparire. Altroché! - esultò.

- Prima di tutto vediamo un po' come nascondere. E poi vedremo come svelare - rise beffardamente sapendo di riuscire nel suo intento, come al solito.

Ritornò pensosamente verso l'ingresso seguendo il cunicolo; puntava la luce bianca della piletta dentro le cantine, una dopo l'altra, curiosando attraverso le piccole grate delle porte. All'improvviso si fermò a due terzi del percorso, misurando dalla fine degli scalini, perché sentì un rumore d'acqua proveniente dalla cella che era a quell'altezza. Aprì la porta, si abbassò un po', illuminando e introdusse anche la testa per ispezionare meglio.

- Questa cella, ventiduesima dall'ingresso se non sbaglio, sembra molto alta ed è provvista anche di un pozzo sul pavimento che scarica direttamente nel fiume. In più, guarda... guarda... ci si può entrare dentro passando anche da quella botola sul suo soffitto. Dovrebbe corrispondere al tombino che si trova in quel bagno di servizio condominiale situato nell'androne di sopra. Chi lo utilizza più, ormai? I barboni di notte. In questa cella posso nascondere tutto quindi, perché dal suo pozzo faccio sparire nel fiume ciò che introduco dal tombino del bagno. Caspita! Vuoi vedere che in passato la cella ventiduesima serviva proprio per far sparire le persone che entravano in quel bagno? Era stata già progettata come una trappola. Vuol dire che servono, ogni tanto... - sogghignò.

- Passiamo al secondo punto. Dunque... dunque... vediamo un po'. Il mio segreto se ne starà nella ventunesima cella che è qui a fianco. Il ventuno si avvicina... Devo ammettere che questo cunicolo, con le sue celle e i suoi archi, ha qualcosa di particolare che ancora non afferro. In tutti i casi, qui seppellirò tutto il racconto della mia impresa. La mia confessione, direbbero in tribunale. Quando entreranno non troveranno più il corpo del reato perché sarà scivolato via nel fiume dal pozzo della ventiduesima cella adiacente. Rimarrà solamente la descrizione di come si è arrivati a commettere il crimine. Sarà possibile ripescare tutto il mio piano, tutto questo progetto, dal giorno in cui non ci sarò più. E in quel momento si scoprirà che fui io a governare gli eventi. Solo io. -

Provò un'intima soddisfazione, strizzò gli occhi e scosse la testa come per svegliarsi bene e ritornare in sé.

Per vanità non voleva che la notizia della sua impresa si dissolvesse nell'oblio, dopo aver sprecato tanta genialità nell'eseguirla. Voleva, invece, che fosse il materiale dell'impresa a svanire nel nulla. Doveva scongiurare una sorta di ineluttabile damnatio memoriae, la ‘condanna della memoria'. Il corpo del reato, invece, quello, sì, che doveva sparire.

- Queste celle manterranno il mio segreto finché lo vorrò. Mi piace l'idea, tuttavia si dovrà essere in grado di raggiungerle in qualche modo. Su come suggerirlo, ci penserò in seguito. Forse con una filastrocca o un rompicapo. Sarebbe bello. Arriverà qui solo chi lo merita, chi capisce. Grande che sono! - promise.

Abbassò gli occhi per pensare ancora a come avrebbe potuto fare e immaginò con infantile piacere i posteri che venivano indirizzati, incuriositi, alla ventunesima cella e lì, inorriditi, venivano a conoscenza, superando altre prove e difficoltà, della sua geniale scelleratezza compiuta nella ventiduesima. Purtroppo, per loro a quel tempo ormai vuota.

Poi risaliti tutti i gradini e uscendo all'aria aperta, accadde qualcosa in quella sua mente tecnicamente eccellente, anche se psicologicamente non molto robusta. Era chiaro che le sue reazioni non fossero ordinarie in situazioni anormali come quella. Realizzò, infatti, che la cella ventidue potesse avere una qualche peculiarità grazie alla sua posizione in quel singolare corridoio. Si convinse che l'architetto di quello stabile doveva esser stato una persona molto originale e amante delle allegorie; tuttavia aveva da tempo la profonda convinzione che anche la propria genialità non fosse da meno. Immobile ancora sulla soglia d'ingresso, si girò di scatto verso i gradini, osservando per qualche secondo in basso nel buio e, aiutandosi con la mente e con le dita delle mani, rappresentò le operazioni da fare come un direttore d'orchestra che ripassava l'opera.

Ci sono! pensò. - Che musica, quando le cose sono pianificate! - disse a voce alta. Non c'era nessuno nelle vicinanze.

La spazialità di quella cella affascinò così tanto il suo intelletto smanioso che, un attimo prima che si allontanasse da quel luogo, consentì di cogliere finalmente quel suggerimento sfuggito all'inizio.

Avrebbe così consegnato ai posteri il suo disegno criminale guidandoli con l'aiuto di una filastrocca, addirittura crittografata, per indirizzarli a conoscere le sue gesta.

Un rompicapo quindi soltanto per persone eccellenti.

La sua vanità, incitata da un disprezzo razionale per quell'umanità migliore della sua, suggeriva così.
Daniele Possanzini

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