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Writer Officina
Autore: Amato Salvatore Campolo
Titolo: Terra Nostra
Genere Noir
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Terra Nostra
2008, litorale jonico calabrese – Dopo le sanguinose guerre di ‘ndrangheta negli anni '80, emerge un nuovo “capo locale”. È Giovanni Romeo, gestore di un distributore sulla statale, che si avvicina al clan Macrì e estende negli anni successivi il suo controllo sulla zona, sia con la piccola criminalità che con il controllo sulle attività imprenditoriali, e i suoi “uomini” non lasciano quindi indisturbato un solo cantiere, senza esitare a ricorrere a intimidazioni e perfino a sporcarsi le mani di sangue. Non a tutti, però, questa situazione va a genio: non a Jessica Castaldo, maresciallo fresca di nomina ma determinata, che si metterà sulle tracce degli uomini di Romeo e dei Macrì per risalire ai vertici della cosca e indagherà sulla morte di suo padre pochi anni prima. E nemmeno a Domenico Tripodi, nipote del vecchio boss Giuseppe Ferraro, uno scaltro ragazzo che preferisce “muoversi nell'ombra”. “Terra Nostra” è una crime story all'italiana, accattivante, che racconta le “imprese” e la vita quotidiana delle famiglie criminali che controllano quel fazzoletto di terra calabra in riva allo Stretto.

L'ultimo “referente”
Siamo nella provincia di Reggio Calabria, nel paese di Bovese, affacciato sul mar Ionio, in riva allo stretto di Messina. Qui, nonostante il suolo fosse arido e si poteva solo pascolare pecore e piantare patate poiché il piano regolatore aveva designato la zona come “per attività primaria”. Il risultato? Vennero costruiti manufatti abusivi, senza finiture né forme architettoniche.
A Bovese abitavano poco più di quattromila abitanti. Tutti conoscevano tutti, o erano parenti o erano amici. C'era un ufficio postale che ad ogni primo del mese veniva affollato dagli anziani per il pagamento delle pensioni, un barbiere e un panificio. Nient'altro. Il paese era attraversato dalla linea ferroviaria e dalla statale 106, ed era circondato da ampie distese di terreni incolti che venivano messi a fuoco ogni estate. Era una prassi: le pecore dovevano pascolare, avevano bisogno di erba verde.

Febbraio 2008, Bovese
Erano le 21:40, quando due uomini appartenenti ai Macrì irruppero all'interno di una gelateria. Arrivarono nella piazza antistante e si fermarono senza spegnere l'auto; scese Santo Meduri, chiamato “Pappagallo”, mentre Nino Longo detto “Faccia tagliata” restò in auto a fare da palo. Pappagallo entrò e si avvicinò all'uomo che era alla cassa a fare i conti di fine giornata, insieme a lui c'era anche il cognato che lo aiutava.
Senza dire una parola, iniziò a sparare con un Kalashnikov AK-47 contro i due. Nel locale quella sera c'era anche la moglie di uno dei due dietro nel laboratorio, che sentì tutto, ma lei non fu toccata. Finito il lavoro, Pappagallo salì in auto, e gridò:
– Vai Nino! Accelera! –
– Questo bastardo ha finito di fare gelati! – disse ridendo Pappagallo.
– Sì, è vero! Adesso non ce n'è rimasto più nessuno! – rispose.
– Dammi una sigaretta, Nino! –
– Prenditela, lì nel cruscotto è... –
I due sicari, dopo un centinaio di metri, si imbatterono in una pattuglia dei carabinieri.
– Oh... gli sbirri abbiamo dietro! – disse Faccia di Gomma alla guida.
– Cazzo... – Pappagallo si girò, sparando dei colpi da dietro verso l'auto e riuscendo a ferire un carabiniere alla spalla.
Dopo un lungo inseguimento riuscirono a seminarli, ma dopo quell'incontro inaspettato con gli sbirri dovevano liberarsi subito di quell'auto per non lasciare prove. Così si recarono subito in una fiumara vicino al capannone di Macrì, dove la macchina venne cosparsa tutta di benzina e data alle fiamme.

***

Il primo ad accorgersi della sparatoria fu un pescatore della zona che a quell'ora stava rientrando dalla rimessa delle barche. Dopo aver sentito i rumori degli spari si avvicinò alla gelateria; avendo visto le due persone a terra con una donna a terra che piangeva, prese il suo cellulare e chiamò subito alla stazione dei carabinieri di Casalotto.
– Pronto, correte correte! A Bovese nella gelateria! –
Ad arrivare sul posto dopo qualche minuto furono l'appuntato Gabriele Giuliacci ed un collega carabiniere. Appreso dell'omicidio, l'appuntato chiamò subito i RIS e il Maresciallo Jessica Castaldo, che solo da pochi giorni aveva preso servizio nella stazione dei carabinieri di Casalotto. Giuliacci nel frattempo stava parlando con la moglie di una delle due vittime per acquisire le generalità.
Giunta sul luogo del delitto, il Maresciallo si avvicinò al proprio sottoposto e gli disse:
– Buonasera Giuliacci... iniziamo bene, no?! –
– Buonasera Maresciallo... infatti! –
– Chi sono?! –
– Maresciallo, il titolare si chiama Bruno Gullì e l'altro è il fratello della moglie. –
– Va bene, delle vittime che sappiamo? –
– Maresciallo, ho parlato con un pescatore, un certo Peppino. Sembrerebbe che il titolare sia pregiudicato e che sia un vecchio affiliato del clan Ferraro. –
– Un pescatore?! –
– Sì, così si è presentato. Proprio un uomo simpatico, anche se sembra sapere “il fatto suo”... –
– Vabbè... – il Maresciallo salutò e si ritirò verso casa.
02.
Il distributore di benzina
Sulla statale, al km 21, si trovava un distributore di benzina, annesso a un punto ristoro; era gestito da Giovanni Romeo. Era un uomo di cinquant'anni con un fisico robusto e palestrato, vestito sempre sportivo in jeans e maglietta, una catenina d'oro con il crocifisso fissa al collo, molto conosciuto nella zona per la sua attività commerciale e molto devoto ai San Pietro e Paolo. Erano i santi protettori della città dove viveva, Casalotto, poco a nord di Bovese.
L'attività veniva gestita a livello famigliare dalla moglie Francesca e dalle due figlie Maria e Lucia. Giusy invece era ancora la piccolina di casa e frequentava le scuole elementari. Con loro lavorava anche il fidanzato di Lucia, Consolato Foti, un bel ragazzo di 35 anni; lui invece viveva a Bovese.
Proprio da quel distributore, tutti i giorni passavano centinaia di TIR e autotreni per effettuare il rifornimento di gasolio. Molti avevano il disegno di un giaguaro sul telo del rimorchio: erano i più belli, le cabine erano verniciate con dei colori vivaci. Insomma, si facevano notare. Spesso, al termine del rifornimento, i camionisti si fermavano al bar per bere un caffè e scambiare qualche parola con Giovanni Romeo, che dopo tanti anni conosceva bene chi lavorava in quel settore.
Un giorno, a fermarsi al punto di ristoro di Romeo per un caffè fu il titolare di un'azienda di autotrasporti della città.
L'uomo spense il motore della sua grossa BMW grigia e scese, dirigendosi verso il bar. La campanella dell'ingresso suonò mentre lui oltrepassava la porta e percorreva quel piccolo spazio che lo separava dal bancone. Ancora leggermente insonnolito, ordinò la colazione e, mentre la consumava, si presentò alla barista:
– Piacere fanciulla, sono Stefano Minniti della ditta “Autotrasporti fratelli Minniti”. –
– Piacere mio, sono la figlia di Giovanni Romeo, il titolare. –
Lui sorrise. – Sì sì, lo so chi è tuo padre, anche se non lo conosco personalmente e mi farebbe piacere incontrarlo. –
In quel momento entrò proprio lui; i due signori si presentarono ed iniziarono a parlare.
– Quindi, signor Minniti, avete un'azienda di autotrasporti! Bene bene.... –
Romeo aveva già sentito parlare di quel Minniti. Era lieto che si fosse fermato al suo punto ristoro.
– Chiamatemi pure Stefano! – disse l'altro ridendo.
– E a me chiamami Giovanni! –
– Mannaia, di questi tempi è dura... Con lo Stato che ci sta sempre addosso con le imposte, le tasse! –
– Sì, e poi quelli là si mettono tutto in tasca loro! –
– Compare, che bello parlare con qualcuno di queste cose – commentò Minniti finendo l'ultimo sorso dalla tazzina.
– Il caffè te l'offro io, compare Stefano – disse l'altro sorridendogli.
– Grazie Giovanni, ora devo proprio scappare, ci si vede. Stammi bene, ti raccomando! –
I due si salutarono baciandosi sulle guance e l'uomo tornò alla sua BMW.
Da quel giorno, si instaurò presto un legame di amicizia. Del resto, Romeo ne fu ancora più felice quando venne a sapere che la sua attività avrebbe potuto trarre grandi benefici da quella conoscenza...
Ma torniamo a Stefano: egli era socio, insieme al fratello Paolo, di una delle aziende di autotrasporti più importanti della provincia di Reggio Calabria; sposato con Silvana Macrì, avevano un figlio di nome Giacomo. Paolo invece era sposato con una donna di origini romane, Loredana Sapone, da cui aveva due figli, Rocco e Teresa.
I Minniti avevano gli uffici e il deposito dell'azienda “Autotrasporti f.lli Minniti” proprio a Casalotto, a pochi chilometri dal distributore di Romeo sulla SS 106 Jonica.
Ed eccoci arrivati al vero motivo per cui Giovanni poteva beneficiare da quell'amicizia: Silvana era la sorella di Giacomo Macrì, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Giovanni Ferraro nel 2003, e di Don Vincenzo Macrì.
Quest'ultimo, pluripregiudicato per reati di mafia, più volte carcerato ed in quel periodo agli arresti domiciliari, viveva a Trimpoli, sempre sul mar jonio, città poco più a nord di Casalotto e Bovese. Era lui il capofamiglia dei Macrì, nonché il boss della zona: si occupava degli affari illeciti legati ai trasporti su gomma e al commercio di infissi grazie all'azienda del fratello Antonio. La suddetta ditta si chiamava “Infissi Macrì S.r.l.”: una società in principio finanziariamente sana e pulita, che però col tempo venne inquinata dagli affari illeciti del fratello.

***

Dopo qualche giorno dal pluriomicidio avvenuto nella gelateria di Bovese, il Maresciallo stava cercando più indizi possibili per ricostruire i fatti. Sul luogo del delitto erano stati rinvenuti diversi proiettili, uguali a quelli dell'autopsia dei due cadaveri. L'arma usata era un Kalashnikov AK-47, un fucile d'assalto prodotto nell'Unione Sovietica. Quella mattina, in stazione, si presentò la moglie della vittima per l'interrogatorio. Entrò disperata, con le lacrime agli occhi.
– Buongiorno, signora. Giuliacci, falla accomodare. –
– Salve Maresciallo, la mia vita è distrutta... –
– Signora mi dispiace, suo marito o suo fratello avevano problemi con qualcuno? Che lei sappia? –
– No, Maresciallo, ma quando mai! Sia mio marito che mio fratello si sono dedicati sempre alla famiglia e al lavoro in gelateria. –
– Ma ha avuto precedenti in passato... –
– Sì, era appassionato di caccia, aveva in casa molti fucili, alcuni dei quali non dichiarati e qualcuno per invidia gli ha fatto la spia... lo sapete come sono ‘ste cose... –
– Sì, capito... Signora, può andare adesso, se ho bisogno la chiamo. –
– Va bene Maresciallo, arrivederci. –
Jessica Castaldo era convinta che la signora le stava nascondendo qualcosa, ma non voleva metterla troppo sotto torchio dopo quello che le era successo.

Quella buona amicizia
Non era passato molto tempo da quell'incontro tra Stefano e Giovanni che, una notte d'estate, al distributore di quest'ultimo comparve un furgone cassonato.
Parcheggiato di fronte al punto ristoro, scesero due tizi di nazionalità rumena: già da giorni avevano puntato due slot machine all'interno del bar.
I due si avvicinarono con una mazza e iniziarono a rompere la vetrina, tirando una trentina di colpi finché finalmente il vetro cedette. Entrarono nel locale dirigendosi immediatamente verso il loro obiettivo. Sfortunatamente però, mentre cercavano di scassinare la prima slot, un'auto arrivò al distributore per fare rifornimento. Quando i tizi videro la luce dei fanali, ebbero paura di essere presi dal proprietario con le mani nel sacco e scapparono a mani vuote.
L'indomani, all'apertura del bar, la moglie di Giovanni si accorse subito della vetrina rotta e della slot distrutta; spaventata, chiamò la figlia Lucia e il genero per avvisarli dell'accaduto. Appena arrivato sul posto, Consolato esplose adirato con parole decisamente poco caste:
– Questi bastardi e figli di buttana, mannaia questi rumeni di merda! –
– Stai calmo amore, adesso chiamo mio padre e andiamo subito dai carabinieri subito a fare denuncia! Mamma, stai tranquilla... –
Consolato era furioso per il danno, anche se era stato fatto da zingari per necessità e non per altri scopi. Lucia prese il cellulare e chiamò.
– Papà! Papà! Vieni al distributore, per favore. –
– Che succede, Lucia?! –
– Vieni e poi ti dico. –
– Ok ok, arrivo. –
Arrivato al distributore, Giovanni per prima cosa si accertò dei danni: fortunatamente, i ladri non erano riusciti a rubare l'incasso delle slot.
Lucia era ancora in preda al panico.
– Papà, dobbiamo subito andare a fare denuncia verso ignoti. –
– Lucia, non ti preoccupare, non è successo nulla. Questa volta non andrò dai carabinieri, non serve a niente. Risolverò la questione in altri modi. –
– Ma papà...
– Ci penso io, non succederà più niente qui, rilassati e prepara due caffè, grazie. –
Giovanni poi si rivolse al genero.
– Consolato, lascia pure tutto in mano a Lucia. Beviti un caffè che poi partiamo. –
– Ok, ma dove andiamo? –
– Poi ti dico, non ti preoccupare. –
Finito il caffè e saliti in macchina, Giovanni accese il motore, lasciò andare il freno a mano e partirono.
Mentre viaggiavano, il conducente iniziò a parlare:
– Consolato, per caso sai dov'è il deposito di Stefano? –
– Stefano chi? –
– Stefano! Quell'amico mio che ha i camion! –
– Ahh sì... e che c'entra lui? –
– Tu non preoccuparti! Fammi strada, su! –
– Ok va bene, vai avanti per altri tre chilometri e poi dove c'è una cancellata di colore blu fermati... –
Dopo qualche minuto di silenzio, Consolato riprese la parola:
– Apposto, siamo arrivati penso, adesso scendo e gli dico di aprirmi. –
Consolato conosceva quel posto perché era un vecchio amico del nipote di Stefano, che si chiamava Rocco e lavorava negli uffici. Era sempre più incuriosito dal fatto che Giovanni, in una situazione come quella, stesse andando da Minniti invece che a sporgere denuncia, così scese dalla vettura e si avvicinò al citofono. Voleva scoprire a cosa stesse mirando.
– Sì... chi è? –
– Consolato sono... c'è qua Giovanni con me... –
– Salite, salite... l'ufficio lo sai dove sta, fagli tu strada a Giovanni. –
Si aprì il cancello, i due entrarono nel piazzale dell'azienda e si avviarono all'interno.
Appena Giovanni vide Stefano lo salutò con affetto, stringendogli la mano e baciandolo.
I due ospiti vennero fatti accomodare su un paio di sedie poste di fronte alla scrivania. La stanza non era troppo grande, ma non era nemmeno un buco, le pareti erano fresche d'imbiancatura e c'erano appesi dei quadri con raffiguranti camion ed auto da corsa. Stefano chiuse la porta, e mentre si dirigeva alla sua poltrona dietro al tavolo cominciò a parlare:
– Allora, Don Giovanni, come mai da queste parti a quest'ora della mattina?! –
– Eh compare Stefano, sempre le stesse cose! Ogni tanto gli zingari o i rumeni fanno i capricci e danneggiano le proprietà altrui... –
– Che hanno combinato? Da te? –
– Sì sì, da me al bar... Hanno rotto la vetrina e distrutto una slot machine, per fortuna non gli è andata bene e non hanno rubato nulla... ma sono comunque danni, mannaia! –
– Ma hai fatto la denuncia? Spero di no! –
Giovanni lo guardò fisso negli occhi, e rispose: – No no, stavolta niente denuncia... stavolta ho pensato che qualche amico potrebbe darmi una mano... ed ho pensato a te e a tuo cognato. –
Stefano annuì, e sorrise. – Hai fatto bene, mio compare Giovanni. Non ti preoccupare, non succederà più! –
Dopo averli tranquillizzati, Minniti gli offrì un caffè dalla macchinetta e si propose per la riparazione della vetrina e della slot, dicendo che ne avrebbe parlato lui a suo cognato.
Terminata la bevanda, gli ospiti lo salutarono e andarono via.

Lo stesso pomeriggio, arrivarono al distributore gli operai di Antonio Macrì per sistemare la vetrina rotta e sostituire la slot danneggiata. I clienti, come al solito, si fermavano al distributore per fare rifornimento, ma i lavoratori continuavano le loro mansioni, senza lamentarsi nemmeno una volta per quel viavai. Sembravano molto professionali e seri: non si perdevano in chiacchiere. Dopo la pausa pranzo Maria portò loro un caffè in segno di ringraziamento e loro ne furono piacevolmente sorpresi, la ringraziarono e tornarono all'opera. Prima di sera avevano già finito tutto, così Romeo chiese loro chi dovesse pagare per il servizio reso, ma gli operai risposero che erano stati mandati direttamente da Don Vincenzo e che quindi non avrebbe dovuto sborsare un centesimo. Romeo li ringraziò e gli disse di mandare i suoi saluti al Don.

A cena, Stefano si trovava insieme al cognato Vincenzo, nella sontuosa residenza Macrì del quartiere di Trimpoli.
Don Vincenzo incarnava tutti gli stereotipi del malavitoso di vecchio stampo: sulla settantina, sigaro in bocca e bastone per reggersi, modi solenni e carisma da vero boss. Mentre mangiavano, discutevano sull'ottimo lavoro che era stato fatto nella gelateria di Bruno Gulli, poi Stefano gli raccontò dell'accaduto di Giovanni al distributore.
– Senti... non è che si può risolvere questa faccenda degli zingari? –
– Quelli del quartiere 209? – chiese Don Vincenzo mentre era intento a tagliare la bistecca che aveva nel piatto.
– Sì sì... quelli là, stanno facendo troppo casini... devono capire che non possono andare a Casalotto senza il nostro permesso! –
Don Vincenzo annuì solennemente, e rispose con voce tranquilla: – Me la vedo io Stefano, tu non ti preoccupare... piuttosto, quel tuo amico del distributore... puoi farmi avere un appuntamento con lui? –
– Dici a Giovanni Romeo? –
– Sì sì, lui... voglio parlarci, farci due chiacchiere, vedere che persona è... capito? –
– Certo cognato, ti faccio sapere. –
A fine serata, Don Vincenzo chiamò il suo picciotto Nino Longo detto “Faccia Tagliata”, dicendogli di passare un attimo da casa. Riconoscibile da un taglio sulla guancia sinistra avuto a seguito di una rissa, il ragazzo parcheggiò la sua auto, scese ed andò direttamente nella sala, dove il padrone di casa lo stava aspettando:
– Saluti Don Vincenzo, cosa comanda? –
– Nino, vai da Cosimo Bevilacqua, quello zingaro testa di cazzo, e gli dici di non avvicinarsi più al distributore di Romeo. Hai capito?! –
Il ragazzo non batté ciglio. – Va bene Don Vincenzo, sarà fatto! –
– E digli anche che da oggi in poi qualsiasi affare su Casalotto deve passare dalle mie mani! –
– Va bene, va bene! –
Il picciotto salutò Don Vincenzo e ripartì con la sua Fiat Punto nera dalla carrozzeria ribassata e i vetri oscurati.
Amato Salvatore Campolo
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