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Riccardo Bruni, da un piccolo sito web negli anni 90, su cui pubblicava i primi racconti, fino ad arrivare alla presentazione del suo romanzo "La notte delle Falene" al Premio Strega. Ha partecipato a vari progetti collettivi, tra cui YouCrime di Rizzoli, in collaborazione con il Corriere della Sera. Scrive sul quotidiano La Nazione, su Giallorama.it, di cui è uno dei fondatori, e collabora con varie realtà del web, tra cui Toscanalibri.it. In questa intervista racconta la sua storia a Writer Officina.
Oriana Fallaci, l'intervista impossibile a una scrittrice mai morta. Prima di approdare al romanzo e al libro, Oriana Fallaci si dedicò prevalentemente alla scrittura giornalistica, quella che di fatto le ha poi regalato la fama internazionale. Una fama ben meritata, perché a lei si devono memorabili reportages e interviste, indispensabili analisi di alcuni eventi di momenti di storia contemporanea. La raccolta delle sue grandi interviste con i potenti della Terra venne poi inglobata nel libro "Intervista con la storia".
Vito Catalano è nato a Palermo nel 1979. Da anni Lavora ai documenti d'archivio del nonno, Leonardo Sciascia. In una vita fra Italia e Polonia (dove per anni ha tenuto lezioni di scrittura italiana agli studenti di Linguistica Applicata dell'Università di Varsavia), ha pubblicato numerosi articoli sui quotidiani Il Messaggero, Il Riformista, La Sicilia e quattro romanzi: L'orma del lupo (Avagliano editore 2010), La sciabola spezzata (Rubbettino 2013), Il pugnale di Toledo (Avagliano editore 2016), La notte della colpa (Lisciani Libri 2019).
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
Promozione Letteraria. Il termine angloamericano "slogan" deriva dall'antica voce gaelica "sluagh-ghairm", che aveva la funzione primaria di reclutare i combattenti alle armi. Nei tempi moderni, questo termine è legato a una più banale propaganda commerciale e inglobato nel Marketing per definire una frase facilmente memorizzabile. Ma come possiamo creare una promozione letteraria per far meglio conoscere i nostri libri?
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Autore: Daniela Ballestra
Titolo: Si fa presto a dire cane
Genere Narrativa
Lettori 225
Si fa presto a dire cane
Biancaneve.
Quando l'inverno arrivava, le luci nelle case s'accendevano, scrutando l'oscurità come occhi misteriosi tra le cortine di nebbia e desolazione della periferia urbana; qui viveva Diana, un'anziana donna di circa ottant'anni, sola e dimenticata da tutti.
Le sue giornate erano piuttosto noiose, scandite dalla solita routine; al mattino usciva per andare a fare la spesa in città, risalendo lungo lo stradone grigio dove spesso incontrava la sua vicina di casa sempre solerte a ricordarle gli arretrati dell'affitto e lo sfratto imminente.
“Sia paziente la prego, questo mese la pensione se n'è andata tutta per le cure, ad ogni modo la sua casa sarà presto libera”-rispondeva Diana, alludendo alla sua vita giunta ormai alla fine.
Un giorno, la neve cominciò a cadere copiosa, trasformando il quartiere desolato in un paesaggio suggestivo; Diana avvolse un caldo scialle di lana sopra il cappotto e s' avviò verso l'uscita, sulla strada innevata. Camminava tastando il terreno con il bastone, fermandosi ogni tanto, sfidando l'aria pungente.
C'era una gran pace, i rumori erano lontani e ovattati, non passavano le auto in corsa e le persone se ne stavano rintanate nelle case. Concentrata nei suoi sforzi, Diana stava quasi per rinunciare all'impresa, quando passò Clara, una sua conoscente; le disse che l'autobus era bloccato, quindi era inutile arrivare alla pensilina.
Non rimaneva che tornare a casa, tentennando sullo stradone a piccoli passi, con le scarpe zuppe e il viso arrossato dal freddo.
Giunta davanti all'ingresso della casa, Diana si sfilò i guanti per cercare le chiavi nelle tasche, quand'ecco che la sua attenzione fu catturata da un improvviso e insolito tramestio.
Si voltò e vide un piccolo cane impaurito e tremante nascosto vicino al bidone della spazzatura; non aveva un collare, era magro e sporco, si vedeva che aveva bisogno di cibo e d'aiuto, forse era stato abbandonato da qualcuno.
“Ehi...” - disse Diana con tono dolce e persuasivo, cercando di avvicinarlo per conquistare la sua fiducia; ma il povero cagnetto si nascose ancor più dietro il bidone.
La donna, allora, tornò a casa, prese un pezzo di pane e lo inzuppò nel latte, mise tutto in un contenitore di plastica e scese in strada.
Il cane non appena sentì l'odore del cibo, uscì dal nascondiglio avanzando famelico con la coda tra le gambe, verso l'anziana donna che gli andava incontro; poi, ad un tratto si arrestò come per un ripensamento: “Alt! e se questa vecchina mi sta tirando un tranello?...i bipedi umani prima ti fanno le smorfie, e poi ti maltrattano o ti scaricano”
La dura vita della strada e il tradimento subito dal primo padrone, l'avevano reso diffidente verso ogni essere umano.
Diana capì che il povero animale era impaurito, lasciò il piattino sul ciglio della strada e s'allontanò.
Nei giorni successivi, il cane l'aspettava sotto casa; l'iniziale diffidenza era a poco a poco svanita.
Diana scoprì che si trattava di una cagnolina femmina e visto che era arrivata in un giorno di neve, la chiamò Biancaneve.
Quel cane sconosciuto e randagio aveva trovato finalmente una nuova vita e una nuova identità e quando varcò l'uscio della casa, capì che non avrebbe più dovuto temere il freddo, la fame e la solitudine e non si sarebbe più addormentato nella notte gelida sotto un tetto di stelle.
Qualche inquilino ebbe a lamentarsi per la sua presenza nello stabile, ma Diana fece sapere che: “semmai qualcuno avesse fatto del male alla sua Biancaneve sarebbe finito male!”
Intanto, la padrona di casa si era ripresentata per ricordarle lo sfratto. Diana cominciò a pensare con paura al giorno che avrebbe dovuto lasciare la casa.
Dove sarebbe andata? La sua modesta pensione non le permetteva di pagarsi l'affitto di un'altra abitazione.
Forse i suoi lontani parenti avrebbero provveduto a trovarle un posto in qualche istituto, uno di quei luoghi tristi dove si aspetta la morte. E che ne sarebbe stato di Biancaneve?
La donna passava lunghi periodi in compagnia di questi angoscianti pensieri, ripensava alla sua giovinezza, al giorno in cui era andata in pensione dopo una vita di duro lavoro.
La sua salute non era delle migliori, da tempo il suo cuore era malato, e purtroppo, nemmeno la presenza di Biancaneve riusciva a farle tornare il buonumore.
Nessuno suonava alla sua porta per chiederle se avesse bisogno d'aiuto o per offrirle una parola di conforto, e quando non poteva uscire, il garzone della bottega le portava la spesa a casa.
Biancaneve vedeva la sua dolce compagna sempre più stanca, anche se si sforzava di apparire allegra. Ormai, la donna passava
le giornate in poltrona. Quando il medico arrivò, consigliò a Diana di ricoverarsi all'ospedale per eseguire ulteriori accertamenti clinici, ma la donna rispose che non poteva lasciare la sua cagnolina.
Chi avrebbe pensato a lei?
Sapeva che nessuno sarebbe stato disposto ad aiutarla e Biancaneve non meritava di essere lasciata un'altra volta.
“Chieda ai suoi vicini”- le disse il dottore raccomandandosi di pensarci bene e di fargli sapere le sue decisioni.
Passarono circa dieci giorni dalla visita del dottore; nessuno era più uscito ed entrato dalla casa di Diana, finché un giorno, la vicina andò a bussarle per riscuotere l'affitto. Nessuno aprì.
Si sentiva Biancaneve che guaiva dietro la porta.
La donna capì che qualcosa non andava, chiamò i pompieri che sfondarono la porta ed entrarono nell'appartamento, dove trovarono la povera Biancaneve con il muso appoggiato sul grembo di Diana che giaceva come addormentata sulla sedia a dondolo.
“La conosceva?” - chiese un pompiere rivolto alla vicina, mentre un suo collega prendeva la cagnolina per trascinarla fuori dall'appartamento.
“Era la mia inquilina” - rispose - “ e il cane che fine farà?”
“Se nessuno vuol prenderlo andrà al canile comunale”- disse il pompiere. E così fu.
Arrivò un furgoncino dove la povera Biancaneve fu costretta a salire; lei non voleva separarsi dalla sua amica, avrebbe voluto vegliare la sua tomba, aspettando di raggiungerla.
Il giorno che Diana l'aveva raccolta per la strada, aveva creduto
di vivere per sempre vicino a lei. Chi avrebbe mai detto che il destino si sarebbe di nuovo accanito sulla sua felicità?
Era durato tutto troppo poco, un breve incontro e adesso, un lungo addio.
Nell'androne del palazzo si era radunata una piccola folla di curiosi, c'erano gli inquilini che rispondevano alle domande di un commissario di polizia.
“Si era chiusa in casa da un po' di giorni”- disse uno - “..prima era impiegata alle poste, ma ha sempre condotto una vita semplice e riservata”
Stranamente, quelle persone che abitavano nel palazzo e non si erano mai preoccupate dell'anziana donna, ora sembravano conoscerne vita, morte e miracoli.
“Riusciva a malapena a pagare l'affitto” - commentava la solita proprietaria dell'appartamento. Tutti avevano qualcosa da dire: “Viveva da sola con la cagnetta e non c'era mai nessuno che andasse a trovarla, non un parente, un'amica o un conoscente”- disse un uomo. Intanto Biancaneve, da dietro le sbarre del furgone, vedeva allontanarsi sempre più la casa dove era stata per un breve tempo felice. Chissà dov'era diretta ora, forse in un canile, dove i cani senza famiglia rimangono per sempre.
S'accucciò sul freddo pavimento del furgone, quando ad un tratto, fu sbalzata da una brusca frenata.
Un uomo scese dalla vettura, aprì lo sportello e la trascinò giù, tirandola per il collare.
Avrebbe voluto morderlo e scappare, ritornando a vagabondare per le vie del mondo, ma non potè sottrarsi alla sua forte stretta.
“Forse tra pochi secondi sarò già morta e potrò raggiungere di nuovo la mia cara amica” - pensò.
Un capannello di gente curiosa si era radunato alla fermata del furgone. Biancaneve guardò i volti di quegli sconosciuti, sperando che tra questi ci fosse quello di un altro amico.
Nessuno era amico; quelle persone guardavano soltanto per curiosità e i loro volti scomparvero dietro la porta di ferro che si richiudeva.
Questo racconto dovrebbe avere una fine triste, ma finché c'è vita c'è speranza. Il giorno dopo, si seppe che Diana aveva lasciato i suoi modesti risparmi per il mantenimento di Biancaneve in una pensione per cani. Ne parlarono anche i giornali e un famoso settimanale lanciò un appello per l'adozione della cagnolina.
Diverse famiglie mosse a compassione per la sua storia, chiesero di adottarla, ma Diana nel suo testamento si era raccomandata: “Chiunque avesse adottato Biancaneve, doveva essere persona fidata e con tutte le necessarie referenze”.
Furono i coniugi Marina e Marcello a dar prova d'affidabilità per l'adozione; nella loro casa c'era tanto spazio e trattavano la cagnolina con grande amore. Biancaneve era stata fortunata ed ora non le mancava nulla, anche se nei suoi sogni c'era sempre la sua Diana. Non c'era giorno che non la pensasse, e ad una certa ora, s'accucciava davanti la porta di casa come in attesa.
“Vieni”- le diceva Marina -“andiamo a fare una passeggiata...” Biancaneve scodinzolava felice, abbaiando forte, dimenticando per un po' i tristi pensieri. In fondo, Diana avrebbe voluto vederla felice e forse quel lungo addio era solo un arrivederci.
Il sogno di Zampa
Ero legato ad una catena da anni e non conoscevo nulla del mondo che mi circondava. Come farlo capire al mio padrone?
Lui mi aveva comprato da un mercante d'animali che vendeva pappagalli, scimmiette, cani, gatti e uccellini di ogni specie e colore.
Mi aveva legato ad una corta catena nel cortile della sua casa dove riuscivo a vedere solo un pezzo di cielo, attraverso i casermoni che circondavano il palazzo. Ogni tanto sentivo un altoparlante che gridava di sconti speciali di fine stagione, il suono di una sirena e il vocio dei bambini che giocavano nella casa vicina.
Quando il mio padrone invitava a casa gli amici, mostrandomi a loro, diceva: “Ecco la mia bestia”.
Un giorno, uno di questi amici del padrone le chiese:
“Perchè lo tieni legato alla catena?” Lui nemmeno rispose.
Ero solo un cane da guardia, ma legato ad una catena e con un rancio fatto d'avanzi della tavola, non avevo nemmeno la forza di abbaiare.
Gli unici a fare la guardia erano i topi che giravano intorno alla mia scodella lercia, e i parassiti che infestavano la mia pelliccia.
Però avevo un sogno semplice che mi faceva compagnia: una cuccia calda, la passeggiata quotidiana al parco, conoscere altri cani, annusare le puzze, correre dietro una palla che rotola, corteggiare qualche cagnolina, sentirmi il principe della casa; insomma, vivere come ogni cane che si rispetti.
In quella casa, invece, ero solo uno schiavo a catena.
Il padrone mi trattava come un oggetto.
“Padrone”, poi, è una parola orribile, non sono schiavo di nessuno e nessuno ha diritto di sentirsi padrone di qualcuno.
Un giorno, un uccellino beccava qualche briciola di pane vicino alla mia ciotola: “Cip, cip...”- mi ringraziò e volò via con le sue ali leggiadre e colorate; allora premetti con forza le zampine davanti al muso per non far passare l'aria: volevo morire.
Ho trattenuto il respiro per un po' fino a scoppiare, ma non ce l'ho fatta; poi, ho rifiutato il cibo per giorni, in un altro tentativo disperato. Allora, il padrone si è deciso a portarmi fuori, mi ha caricato sulla sua auto, non so dove fossimo diretti; forse voleva lasciarmi da qualche parte.
Dal finestrino vedevo case e palazzi enormi, attaccati gli uni agli altri, mi sentivo soffocare e le zampe erano pesanti come blocchi di piombo; ad un certo punto, ci siamo fermati in uno spiazzo; il padrone si è addormentato lasciando lo sportello aperto.
Tutto è accaduto in un lampo: sono scappato, finalmente libero come l'uccellino dalle ali colorate!
C'era tanta campagna e un'aria fresca piena d'odori ed ero contento di correre veloce e rapido come il vento; mi sono nascosto in un cespuglio ed ho atteso la notte.
Quella notte fredda era una coperta calda in confronto al luogo da cui ero fuggito e la felicità per quella ritrovata libertà, non mi faceva sentire i morsi della fame.
All'improvviso, un faro mi ha illuminato il muso:
“Di nuovo il padrone” - ho pensato - “ritornerò prigioniero!”
Invece, erano degli uomini che cercavano una tigre fuggita da
uno zoo. Sembravano buoni questi uomini, mi hanno dato da mangiare e hanno giocato con me; mi hanno portato in un rifugio per cani abbandonati, dove forse passerò il resto dei miei giorni.
Qui, in attesa di ritrovare fiducia nell'uomo ed una nuova famiglia, ho scritto sulla mia cuccia:
“Offresi amore fisso e garantito a costo zero, si valutano compagni umani affettuosi e rispettosi, astenersi padroni”
Vostro Zampa
In orbita
Venusia ha i capelli lunghissimi e bianchissimi che le arrivano fino ai fianchi; questi capelli sembrano di nylon come quelli delle Barbie e sono talmente bianchi, che per disegnarli su un foglio di carta bisogna colorare uno sfondo nero, e per vederli bisogna spegnere la luce, cosicché essi possano risplendere come un neon nella notte.
Venusia ancora non conosce Galactica, la tipa del piano di sopra, eppure usano la stessa candeggina per stingersi i capelli, perché anche lei ce l'ha bianchissimi, e non per l'età, ma solo perché se li decolora con l'acido cloridrico, l'ossigeno e altri intrugli segreti, fino ad ottenere quella tinta opalescente e psichedelica così lunare e asettica.
L'unica variante tra le due è che una è alta quasi due metri e l'altra è una donnina di media statura.
Anche il loro colorito è diverso: Venusia è pallida come la luna, Galactica, invece, ha un colorito super abbronzato da lampada Uva. Venusia è alta e impalata, la sua faccia non fa una piega, non sai mai se è triste o felice; è sempre misteriosa; io credo davvero che venga da un altro pianeta.
Credo che sia allergica alla luce del sole, proprio come una vampira; sarà per questo che porta sempre degli occhialoni scuri che sembrano due fanali. Quando Galactica e Venusia si sono incontrate per la prima volta, mentre aspettavano l'ascensore, si sono sentite sorelle di capello: “il capello extra terrestre”
Quando salgo in ascensore con loro, mi sento come in orbita in
una navetta spaziale, con queste due aliene che la comandano e non è un caso se, spesso, sogno questo ascensore dei primi anni settanta, che anziché fermarsi all'ultimo piano, prosegue la sua corsa fuori dal palazzo, attaccato ad una fune sospesa in cielo verso una meta ignota.
Una volta ho sognato Venusia che mi lanciava contro la sua borsetta metallica gridando: “Avittac!” (cattiva)
In verità, non è affatto cattiva e quando la incontro, mi dice timidamente a mezza bocca: “Oaic!”(ciao)
Insomma, parla uno strano linguaggio, credo che sia straniera.
Venusia è la preda favorita di Annibal, il terribile cane della famiglia del piano di sopra che ha un odio particolare per le donne; la poveretta, ogni volta che esce dall'ascensore, rischia di trovarselo davanti, pronto a farsi una bella parrucca con i suoi capelli di nylon bianchi.
Io ho un cane femmina di nome Puffina, a dire il vero non è proprio un cane, ma un incrocio tra un “mocio vileda” e una nuvola; è alta appena venti centimetri e da quando è arrivato Annibal, viviamo praticamente nel terrore.
Quando usciamo, dobbiamo fare gli appostamenti per scongiurare il pericolo d'incontrarlo, perché Annibal sembra che non desideri altro che farsi un colbacco con la mia Puffina.
E' il cane più antipatico che abbia mai visto; ha una bocca a tagliola, due occhi obliqui iniettati di sangue e lo sguardo assassino.
Sembra un tapiro incrociato con un formichiere, squittisce come un topo e ringhia alle gambe delle persone.
Annibal ha provato diverse volte a tritare tutto ciò che trova disgraziatamente sul suo cammino; è un individuo davvero poco raccomandabile.
Certo, non è colpa sua se qualcuno lo ha creato così, e se è costretto a vivere tra le quattro mura di un appartamento cittadino. Gina Demenz, l'anziana acidissima del piano di sotto, incolpa Venusia di lasciare il portone d'ingresso aperto, anche se non è vero, così come incolpa la mia Puffina di fare pipì nell'ascensore, anche se non è vero.
D'altra parte la Demenz si scaglia sempre contro i più deboli, mai contro i prepotenti e gli arroganti, infatti, con Annibal non si azzarda a dire mezza parola; anche se questo, una volta, l'ha addentata per la manica della sua chilometrica pelliccia scambiandola per una “pantegana”
Mimì e Fifì i gattini pestiferi
Mimì e Fifì, i gattini del sig.Gianbaffo, ne hanno combinata un'altra delle loro: sono scappati dal giardino di casa in cerca d'avventure.
Gli ingenuotti non hanno fatto i conti con Cujo, il cane dei vicini, un tipo per niente raccomandabile, dall'aspetto tutt'altro che pacifico.
Appena lo hanno visto, si sono impauriti e hanno preso la fuga. Corri, corri, sono arrivati fino alla piazza del paese dove si stava svolgendo il mercatino settimanale ed hanno iniziato a scorrazzare in mezzo alle bancarelle, miagolando e chiamandosi a vicenda: “Guarda qui, guarda qua..”- esclamavano storditi da tutti quei suoni e colori.
“Una bancarella di pesce...uhm...che profumo!”
Il pescivendolo gli lanciò due pesciolini.
“Che bontà da leccarsi i baffi!” - dissero i due, afferrandoli al volo con avidità.
Poi, videro una signora che stava entrando nella chiesa della piazza; i gattini sgattaiolarono tra le sue gambe ed entrarono indisturbati.
Il parroco stava celebrando la messa con tutti i fedeli raccolti in preghiera.
“Miao, miao....”
Mimì e Fifì cominciarono a miagolare e a scorrazzare, così rumorosamente, che tutto il silenzio del solenne rito fu interrotto da sonori miagolii.
“Sh, sh...”- rispondeva qualche fedele in preghiera.
“Ma è un gattino” - esclamò meravigliato qualcuno.
“Che ci fa qui?...” - disse irritato qualcun altro.
Il prete dava segni d'impazienza, ma c'era anche qualcuno che sorrideva; alla fine i gattini furono accompagnati alla porta.
“Peccato!” - disse Mimì - “mi divertivo tanto, e poi la casa di Dio è anche la nostra casa, anche noi siamo sue creature, ma a quanto pare, non c'è nemmeno un animale là dentro, a parte quelli dipinti sulle pareti: l'agnello, il bue, l'asinello e la colomba. Perché non è dipinto nemmeno un gattino?”
“Beh...” - disse Fifì a Mimì - “perché non lo dipingiamo noi?”
Detto fatto, i due gattini s'imbrattarono gli zampini con un po' di fango trovato ai bordi della strada ed entrarono di nuovo nella chiesa cercando di non dar nell'occhio; si nascosero sotto un broccato che ricopriva un piccolo altare e aspettarono senza fiatare il termine della funzione per mettersi all'opera.
Disegnarono un gattino vicino all'agnellino dipinto sul muro che portava alla cripta, un altro lo disegnarono vicino al bue e all'asinello su quell'affresco che portava alla stanzetta del miracolo eucaristico. Finita l'opera, se ne uscirono tutti soddisfatti, convinti di avere reso giustizia alla loro specie, ricominciando a scorrazzare per tutta la piazza, finchè sfiniti, furono assaliti dalla fame. Un buon odorino proveniva dalla porta di un'abitazione.
“Entriamo...” - disse temerario Mimì.
C'era una famiglia intorno alla tavola pronta per la cena.
Candida, la bambina con le trecce, esclamò: “Due gattini! e sono anche affamati”
Si alzò dalla tavola e andò verso di loro, li accarezzò lisciando la morbida pelliccia e gli portò un bel brodino.
I due ghiottoni trangugiarono tutto in un baleno, dopodichè, sprofondarono in un sonno ristoratore.
Intanto, il Sig.Gianbaffo accortosi della loro assenza aveva cominciato a cercarli dappertutto, chiedendo notizie ad ogni passante; qualcuno gli disse di averli visti il giorno prima nella chiesa durante la messa.
Gianbaffo trovò Don Salvino furibondo: “Guardi che cosa hanno combinato i suoi gattini” - disse, indicando i disegni sulle pareti.
“Ma le pare!” - disse Gianbaffo - “da quando in qua i gatti sanno disegnare?”
Gianbaffo uscì dalla chiesa preoccupato, ma non si rassegnava.
Voleva ritrovare a tutti i costi i suoi gattini e siccome, “chi la dura la vince” e “la speranza è sempre l'ultima a morire”, come diceva sua nonna Dora, riuscì a rintracciare i gattini che se ne stavano spaparazzati e pasciuti nella casa della famiglia Zufoletti.
“Mimì! Fifì!” - esclamò commosso e felice Gianbaffo nel rivederli.
I due gattini pestiferi gli andarono incontro miagolando e facendo le fusa, ma erano un po' dispiaciuti di dover lasciare la loro nuova famiglia, e siccome anche i gatti sono animali fedeli, tornarono a casa, dove purtroppo non trovarono i figli di Gianbaffo.
“Ho ritrovato i gattini, ma ora ho perso i miei figli” - disse ironico Gianbaffo.
Quando giunse la sera, la famiglia fu di nuovo riunita e anche i figli di Gianbaffo tornarono a casa, felici di rivedere i gattini ai
quali erano molto affezionati.
I gattini, si sa, sono curiosi e incoscienti, ed hanno fretta di conoscere il mondo, qualche volta combinano delle marachelle, ma sanno come farsi perdonare.
“Miao, miao..”, alla prossima avventura perché il proverbio:
“il lupo perde il pelo, ma non il vizio” vale anche per certi gattini.
Due amici in fuga
Capo era un cane maremmano con una pelliccia sporca e mal curata che lasciava intravedere qualche costola sporgente; lo scarso rancio non rendeva giustizia all'aspetto florido e regale della sua antica stirpe. Si guadagnava da vivere mettendo in fila pecore, capre e agnelli; questa era la sua onorata professione.
Gli agnellini erano i più difficili da badare, belavano smarriti, arrancavano sulle fragili zampette per star dietro alla loro mamma. Capo era un soldato e doveva farsi il cuore duro, ogni volta che si avvicinava la Pasqua e li vedeva partire per sempre.
Il pastore non aveva certo pietà; allevava animali per vendere la loro carne, il latte, il formaggio e talvolta, anche la lana della loro pelliccia. Per Capo tutto ciò non aveva senso, ma non poteva evitarlo.
Quei dolci agnellini avevano un cuore e un'anima, non era forse un delitto ucciderli per la loro carne?
Un sentimento di rabbia per quelle ingiustizie a cui doveva sottostare complice, riaffiorava di tanto in tanto nel suo cuore.
E se ci fosse stato un modo per evitare a quel triste destino i suoi amici innocenti? Forse non dipendeva da lui, forse, se tutti avessero smesso di mangiare carne d'agnelli e pecore, non ci sarebbero state tutte quelle morti ingiuste di bestie innocenti che gridavano “pietà”.
Per Capo gli agnelli erano tutti uguali, ma per il piccolo Fiocco, così fragile e perennemente distratto, aveva una tenerezza particolare.
Quando la Pasqua s'avvicinava, Mamma pecora era sempre in ansia per il suo figlioletto perchè Fiocco, come tanti altri agnellini del gregge, sarebbe finito in padella!
Capo non voleva perdere il suo dolce amico ed era stanco di star sempre legato nel campo al caldo e al freddo o sotto la pioggia battente a far la guardia.
Allora, ripensò a quando giovane cucciolo aveva sognato una vita agiata, come cane da guardia nel giardino di qualche casa borghese, a sonnecchiare ozioso, al massimo ad inseguire qualche gatto curioso. Ma la vita, ahimè! era andata diversamente; sua madre era la cagna di un pastore, ed ogni volta che la povera bestia aveva le sue cucciolate, l'uomo crudelmente le uccideva i figlioletti. Capo si era salvato perchè il pastore aveva bisogno di un altro cane, dopo la morte di Osso che aveva servito e onorato il gregge per oltre dodici anni.
Quando il pastore vide che Osso, ormai cieco e vecchio, non ce la faceva più, lo uccise senza pietà e buttò la sua vecchia carcassa in un fosso, come una scarpa rotta.
E' un mondo disumano e crudele quello dei poveri cani pastore in mezzo ai pascoli brulli negli altipiani desolati, servi di gente rude e senza cuore.
Capita però, a volte, che nel cuore indurito di un cane soldato s'accenda una piccola ribellione; fu così che una notte, Capo svegliò il piccolo Fiocco per svelargli il suo destino.
L'agnellino non voleva crederci, era convinto che vicino alla sua mamma-pecora, nulla e nessuno gli avrebbe mai fatto del male, nulla e nessuno li avrebbe mai separati, perchè lui era un cucciolo
e aveva bisogno della sua mamma-pecora.
“Se farai ciò che ti dico” - disse Capo all'agnellino - “un giorno mi ringrazierai. Prima o poi scapperò anch'io, ma ora ascolta: domani all'alba, il pastore ci porterà sull'altipiano, tu rimarrai dietro al gregge con i giovani, quando arriveremo allo stradone asfaltato, ad un certo punto, ti farò cenno, allora ti nasconderai tra l'erba alta del prato. Io farò finta di non vedere, e finalmente sarai libero; in fondo al grande campo, troverai una fattoria, lì abita Matilde, una donna che ha diversi animali: cavalli, caprette, cani, gatti, conigli; li ha tutti salvati da morte certa; accoglierà anche te”
Fiocco avrebbe voluto portare con sè i fratelli e anche mamma pecora, ma capì che non c'era posto per tutti nella fattoria.
Quando il sole sorse, il pastore radunò le pecore con l'aiuto dei cani e si avviò verso l'altipiano; tutto andò come previsto: l'agnellino riuscì a fuggire, raggiungendo la casa di donna Matilde.
La donna aveva una corporatura robusta e un piglio severo da mandriana, ma in fondo era buona, e tutti quegli animali, galline, capre e conigli che abitavano nella sua fattoria, non sarebbero mai finiti in padella.
Matilde avanzò cauta verso Fiocco, ma l'agnellino indietreggiò diffidente. Fu la capretta Bè a conquistare la sua fiducia, correndogli incontro festosa, sollecitandolo al gioco.
La capretta era la guardiana di tutti gli animali della fattoria e scortò Fiocco fin dentro il recinto, mentre Matilde preparava il fieno e l'acqua per rifocillare l'agnellino impaurito, che dopo
aver mangiato avidamente, cadde in un profondo sonno ristoratore. Fiocco sognò il suo amico cane che arrivava alla fattoria, anche lui finalmente libero.
In realtà, Capo era ancora sull'altipiano a far da guardia al gregge.
Alla sera, il pastore avrebbe contato le pecore, qualora si fosse accorto della mancanza di un agnellino, se la sarebbe presa con il cane, lo avrebbe picchiato e legato ad un albero in mezzo ad una radura deserta, lasciandolo ad un crudele destino; perché un cane che non fa il proprio dovere è solo un peso morto, un costo inutile. E così, prima che la conta iniziasse, Capo strisciò tra l'erba verso il margine del campo, sottraendosi alla vista dei compagni.
Non doveva avere paura, lui era un cane pastore, mica un lacchè da salotto! se la sarebbe cavata, il fiuto era allenato e la luna era un faro amico.
E corse... corse a perdifiato, inciampando tra le asperità del terreno brullo nell'oscurità della sera. Fiocco, intanto, aspettava ogni giorno con trepidazione il suo amico cane, ma i giorni passavano invano.
Che fine aveva fatto Capo? Aveva pagato con la vita per la sua fuga? Un giorno passò il gregge. Fiocco lo vide in lontananza, temeva che il pastore fosse sulle sue tracce; si nascose nella stalla e attese con il fiato sospeso. Infatti, poco dopo, il pastore era già nei pressi dell'aia e scrutava ogni angolo, come se cercasse qualcosa; quando vide Matilde, le chiese se per caso avesse visto un agnellino, ma la donna negò fermamente.
Capo intanto,vagava per la campagna; aveva percorso chilometri sotto il sole battente, poi sfinito, s'era accasciato all'ombra di una quercia dopo aver bevuto “acqua di pozzanghere” ed essersi cibato di polli rubati nelle aie, rimediando qualche pallettone.
Fiocco, non vedendolo arrivare, incaricò “Piero lo sparviero” di cercare il povero cane in fuga.
L'uccello, soprannominato “il radar della valle”, volò per monti, boschi e valli e con la “soffiatina” di qualche ape e calabrone, e senza nemmeno tanta fatica, riuscì ad avvistare il cane, giusto in tempo per riacciuffarlo sull'orlo dell'abisso.
Capo fu curato da Matilde con un magico fiore dai poteri miracolosi e in poco tempo fu di nuovo in forze, pronto a diventare il quinto valoroso cane da guardia della fattoria.
Aveva il cuore pieno di gioia per lo scampato pericolo e fu felice di rivedere Fiocco.
Tutto si era concluso per il meglio, ed ora, i due amici non dovevano più temere la cattiveria dell'uomo.
Nessuno li avrebbe più separati.
Sulle ali della libertà
“Non chiamatemi canarino, fringuello, pettirosso, cardellino, chiamatemi con il mio nome: “Piuma, uccellino dal piumaggio variegato e colorato, nato per volare, non per stare in gabbia a morir di rabbia”
A che servono le mie ali? Me ne sto tutto il giorno a zampettare sul trespolo nella noia dei giorni tutti uguali, nel mio orizzonte limitato dalle sbarre di una gabbia. Quale colpa ho commesso? Dicono che “Fuori” non potrei sopravvivere; ma è qui, in verità, che sto morendo.
Il mondo per me non è aria, profumo di fiori, luce e brezza di vento fresco, ma è il buio, quando la mia gabbia viene collocata dentro una stanza chiusa; è la puzza dell'arrosto della casa dei miei carcerieri; è la confusione della città caotica; è il gatto che mi guarda allungando gli artigli; è il troppo sole d'estate e il freddo d'inverno; è il sadismo di chi mi tiene prigioniero per guardarmi, mentre canto di rabbia.
L'orizzonte qui dentro è largo una spanna ed è fatto di case e cemento.
Un giorno, il mio carceriere umano ha preso la gabbia e l'ha portata sul davanzale della finestra.
Un raggio di sole illuminava le mie piume asfittiche; non ero abituato a quella luce che mi stava accecando.
E poi, in una gabbia non è come stare nel bosco dove puoi trovare un po' d'ombra, preparare il nido e respirare il profumo di un fiore.
I miei simili li vedo volare nel cielo, scambiarsi garruli richiami; planare su nuvole soffici.
A volte li chiamo: “Cip, cip, cipììì....”- ma loro nemmeno mi sentono. Un giorno, però, un piccolo passero si è fermato vicino alla mia gabbia a raccattare un semino di miglio caduto dalla mangiatoia. Mi guardava impavido.
“Cip, cipì, cip”... (come vorrei essere libero come te...) - gli dissi cinguettando. Il saggio passero mi rispose:
“La vita sta oltre un cancello che molti non possono aprire, ma il cancello non è come un muro, ci si passa attraverso...”
Ascoltai quelle parole che arrivarono dritte al mio cuore.
“Liberami piccolo passero!” - implorai - “apri questa gabbia e insegnami a volare”
Il passero fece un balzo verso la gabbia e rimase appeso alle sbarre con le zampette, ma il suo giovane becco non riuscì a forzare l'apertura.
“Aspetta” - disse - “ora chiamo rinforzi....”
Il passero tornò dopo un attimo, seguito da una decina di giovani alati. Tutte quelle ali impazzite s'affannarono intorno alla gabbia cercando di aprirla.
Alla fine, dai e dai, quella piccola apertura ferrata s'aprì.
Ma avevo paura a passarci. Cosa c'era là fuori?
Le mie ali mi avrebbero sollevato in alto e non sapevo volare...
“Vola, vola....” - incitavano gli amici piumati.
“Ma come si fa?” - dissi disperato - “io so solo zampettare”
Ma non potevo più aspettare, sarebbe tornato il padrone e mi avrebbe richiuso per sempre.
Così, chiusi gli occhi e contai fino a tre, poi mi tuffai a peso morto fuori dalla piccola fessura aperta.
Caddi ruzzolando al di là della finestra sul cespuglio di una pianta.
Ero libero finalmente!
Il passero fu mio maestro, mi accolse nel suo nido; m'insegnò il volo nel bosco e la caccia agli insetti, ma anche a difendermi dai pericoli e dalle minacce dei cacciatori.
Ogni scoperta era esaltante; il mio animo era rinato.
Guardare il mondo da lassù, sentirsi liberi come il vento, lontano da quegli stupidi umani che avevano avvelenato l'aria e l'acqua, distrutto ogni cosa bella, imprigionato le creature libere.
Era solo di loro che dovevo aver paura, adesso.
Lello l'alberello
La verde e rigogliosa chioma di “Teresa la Quercia” era sempre abitata da tante creature alate: cince, merli, picchi; pochi metri più in là, se ne stava “l'abete Tarcisio”.
Era stato piantato in quel posto dopo un Natale passato con i rami carichi di palle di vetro colorate; poi c'era l'alberello più spoglio del bosco; era sempre triste e solo, sui suoi rami stecchiti non c'era mai una foglia né un uccello a cantare.
L'alberello si chiamava “Lello” ed era molto invidioso delle chiome rigogliose della quercia e dell'abete, e dei fiori di “Susi” il susino. Quando arrivava la sera, Lello chiedeva alla Luna di portargli un po' di luce; così la Luna scendeva tra i suoi rami per fargli compagnia.
Un giorno, durante la festa del paese, gli abitanti del villaggio salirono sulla collina e appesero tanti festoni colorati e ghirlande intrecciate sui rami degli alberi.
Com'erano belli tutti gli alberi “vestiti” a festa!
Lello era così contento che non stava più “nella corteccia” e il giorno dopo, su uno dei suoi rami stecchiti spuntò una piccola gemma e di lì a poco anche una foglia.
Una cincia lo vide e si posò sul suo ramo.
“Cip, cipì..” - cinguettò - “che bella foglia hai, ma perché ne hai una sola?”- chiese
“Non so” - rispose Lello
“Forse dovresti essere un po'meno triste e siccome io sono la “cincia allegra”, ti vorrei portare un po' d'allegria”- disse la
cincia. Lello fu felice di aver trovato una nuova amica, e in men che non si dica, i suoi rami si ricoprirono di foglie verdi.
“Guarda, guarda..al giovane Lello sono cresciuti i capelli! che miracolo é questo? ”- esclamarono gli alberi del bosco
Finalmente, Lello si sentiva ben voluto dai suoi fratelli e da tutti gli abitanti del villaggio, ma quando giunse l'autunno, il vento portò via le sue belle foglie e rimase di nuovo nudo e stecchito.
“Ti porterò ogni giorno una foglia fresca” - gli disse la cincia, senza pensare che ogni foglia staccata dal ramo, si secca e muore. Non rimaneva che aspettare il ritorno della primavera.
Lello s'annoiava molto in quei giorni freddi d'inverno, fu così che decise di andarsene un po' in giro, a vedere il mondo.
Scese in paese e andò dal fruttivendolo.
“Buongiorno Sig.Tancelli, vorrei le più belle arance per le mie chiome...”
“Per servirla sig.Lello, ecco le più belle arance della Sicilia”- disse il fruttivendolo, aiutandolo ad appenderle sui rami.
“Mi sento un po' nudo”- pensò tra sé l'albero - “ci vorrebbe un bel cappotto”
Così fu che entrò nella bottega del sarto del paese e ordinò un bel cappotto di lana. “D' inverno é molto freddo lassù in collina, con questo cappotto andrete al polo Nord” - disse Carlino sarto sopraffino.
Così infagottato, Lello andò dall'ottico Augusto Ciclope e ordinò un paio di occhiali; poi, si fermò dal fioraio per un po' di terriccio fresco.
Quando passò nel quartiere dei “Grigioni”, una gran tristezza si
affacciò nel suo cuore. Non c'era nemmeno un albero!
“Ohibò!”- pensò - “che razza di quartiere é questo? beh,visto che non ho nulla da fare, mi fermerò un po' qui. Non sarò certo fuori luogo”
Lello era così bello con le chiome piene d'arance e il suo cappotto nuovo, che gli abitanti del villaggio vedendolo, rimasero a bocca aperta. Erano felici di vedere un albero: lo avevano sognato da tempo in quel quartiere squallido dove tutti gli alberi erano stati tagliati dal sindaco e la gente era molto triste.
“Il Sindaco ci aveva promesso fiori e alberi, ma non se n'é mai vista traccia, anzi, i pochi alberi che c'erano li ha tagliati per far posto ai parcheggi”- raccontarono gli abitanti con tristezza.
A Natale, i “Grigioni” addobbarono Lello con nastri lucenti e palle scintillanti d'oro e d'argento.
Era il più bell' albero di Natale che si fosse mai visto!
Lello si divertì tutta l'invernata, finché un giorno, giunta la Primavera, arrivò la cincia allegra.
“Presto, presto!” - disse svolazzandogli intorno - “devi tornare sulla collina. E' Primavera!”
Lello non avrebbe mai voluto lasciare i suoi amici, sapeva che la sua presenza era molto importante e ai primi caldi, l'ombra della sua chioma li avrebbe riparati dall'infuocato sole estivo.
“Se resterai qui” - continuò la cincia - “i tuoi rami rimarranno stecchiti, e non potrai fare ombra a nessuno!”
Fu così che Lello, a malincuore, tornò sulla collina e qui, finalmente, le sue gemme si schiusero in foglie verdi e rigogliose.
Laggiù nella valle i frutteti erano carichi di fiori rosa, rossi e bianchi.
“Angelina la Betulla” fu contenta di rivederlo; Lello gli raccontò della sua avventura al paese; era molto preoccupato perché gli abitanti del quartiere non avevano più il loro albero.
“Li chiamano i “Grigioni”- raccontava - “perché intorno a loro c'è solo cemento e nell'aria che respirano non c'è più il benefico ossigeno prodotto dagli alberi. Si stanno ammalando tutti e presto moriranno di tristezza”
“Un'idea ce l'avrei” - disse Angelina - “c'é un giovane Pino che qui non vuol stare, dice che lo hanno sradicato da un luogo pieno di case per portarlo quassù; é triste perché é un pino di città e non riesce ad abituarsi alla vita in collina”.
Così fu che Angelina e Lello andarono dal Pino Marittimo, un giovane albero dal tronco esile e sinuoso con la chioma ancora rada mossa da una leggera brezza.
“Sono giovane” - disse il Pino - “non ho voglia di chiudermi sulla collina, andrei volentieri in paese o in città”
Lello accompagnò il giovane Pino nel quartiere dei “Grigioni” dove tutti lo accolsero con entusiasmo e lo fecero accomodare nel bel mezzo della piazza. Fu così contento di aver fatto quel regalo ai suoi amici che tornò felice sulla collina dove passò il resto dell'invernata e della sua vita.
Il povero Pino, invece, fece ombra ai “Grigioni” per diversi anni, finché il sindaco della città decise di tagliarlo per far posto ad un'orribile fontana di pietra.
Tutti gli abitanti, amici di Pino, erano insorti contro il sindaco
prepotente ed arrogante che aveva ordinato di farne legna da ardere.
Ma il giovane Pino finì lo stesso in fumo.
Gli alberi della collina, saputa la cosa, decisero che mai più avrebbero donato la loro ombra ad un essere umano.
Piumino
Piumino era un cagnolino di razza meticcia con una folta e soffice pelliccia color oro; era stato adottato al canile da una donna di nome Cora, che aveva sentito subito un'attrazione particolare per quel fagottino di pelo. Sembrava che Piumino fosse all'improvviso diventato il cucciolo più fortunato del mondo; il suo cuore scoppiava di gioia perché aveva trovato una compagna umana che si sarebbe presa cura di lui con tanto affetto.
Un giorno, però, all'improvviso la vita di Piumino cambiò di colpo; fu quando Cora ebbe un figlio.
Non appena il bimbo nacque, la donna iniziò ad ignorare il piccolo Piumino, lasciandolo legato tutto il giorno ad una catena; non gli dava più carezze e affetto, si limitava a dargli da mangiare e da bere, il suo amore, ora, era solo per il suo bambino.
Il giorno in cui il bambino compì un anno, ci fu un gran ricevimento nella casa, ma il povero Piumino ne fu escluso e rimase legato alla catena; tutti gli invitati ricoprivano d'attenzioni il bimbetto, ma nessuno si accorgeva di Piumino che era invisibile agli occhi di tutti.
Anche nei giorni successivi le cose non cambiarono; Cora non si accorgeva della sua sofferenza e continuava a tenerlo fuori dalla sua vita; presto Piumino cominciò a rifiutare il cibo e a chiudersi sempre più in se stesso; ormai non aveva più una casa e una cuccia calda, e una catena lo aveva reso per sempre prigioniero.
Probabilmente, Cora non lo aveva mai amato veramente, per lei era stato solo un giocattolo in quel periodo di solitudine.
Piumino si sentiva un condannato senza colpa, e a poco a poco si spense, dopo aver rifiutato per giorni il cibo.
L'indifferenza e il tradimento avevano ucciso il povero cane, che si era illuso dell'amore di Cora; quell'amore dovuto ad ogni creatura che abbiamo deciso di accogliere nella nostra casa.
Continuare a prendersi cura di un animale domestico precedentemente adottato, infatti, non significa togliere amore a qualcun altro; e nessun essere vivente deve essere trattato come un oggetto a disposizione dell'uomo.
Il prezzo della libertà
Milo era un cagnone dal manto dorato con due orecchie cadenti che lo facevano assomigliare ad un incrocio tra un setter e uno spinone; i suoi occhi dolcissimi e imploranti, dall'espressione malinconica, cercavano attenzione e affetto da tutti.
Era un cane espansivo e affettuoso e quando fiutava qualche “anima buona”, gli correva incontro per chiedere coccole e carezze, per questo, si era guadagnato il soprannome di “Milo-Vinavil”.
Eppure, n'avrebbe avute di ragioni per diffidare dell'uomo.
Reduce da una storia d'abbandoni e randagismo, era stato adottato al canile da un contadino che lo aveva preso come cane da guardia; in verità, Milo, “la guardia” non la sapeva fare, chiudeva un occhio con tutti: topi, volpi, faine e manigoldi; aveva un cuore troppo buono.
Nell'aia del contadino non gli mancava nulla: il rancio, una cuccia, un osso, una palla e un prato dove scorrazzare felice, ed anche tanti amici, animali della fattoria. Un giorno, arrivò un cane affamato e lacero che gli rubò il cibo dalla ciotola e lui, con il suo cuore d'oro, lo lasciò fare. Quando il contadino s'accorse che quel cane randagio e straniero rubava il cibo al suo cane, anziché cacciarlo, lo accolse nella fattoria; pensò che potesse dare una mano a Milo per la guardia, sempre che non si vendesse come Melampo al migliore offerente.
Il cane ladro aveva una folta pelliccia bianca e nera; in verità, era una femmina e il contadino la chiamò Bella.
Milo e Bella divennero amici per la pelle; s'avventuravano per
la campagna, a volte rubavano dal pollaio dei vicini dopo lotte furibonde con certi cagnetti che non avrebbero fatto paura ad un moscerino; tuttavia, la scampavano sempre, anche quando qualche contadino li prendeva a “pallettoni”.
A volte, s'addentravano nella riserva di caccia per inseguire lepri e fagiani, per questo furono avvistati da un cacciatore che intimò ad Italo, il loro padrone, di tenerli legati; anche se Milo e Bella, contrariamente al cacciatore, non usavano il fucile e la loro caccia si risolveva in un gioco d'inseguimenti senza spargimenti di sangue. Italo, che fortunatamente era un buon uomo, non voleva legare a catena i suoi cani, nè chiuderli in una gabbia e non si fece intimidire dalle proteste del cacciatore che certo non era il padrone della riserva. Tuttavia, raccomandò a Milo e Bella di rimanere intorno all'aia, ed ogni volta che i due cani provavano ad allontanarsi, li richiamava prontamente.
Milo era più obbediente, mentre Bella sentiva il richiamo della foresta e non rinunciava alle sue perlustrazioni.
Malgrado le lamentele dei vicini e del cacciatore, i due cani si sentivano forti e sicuri, difendevano il loro territorio dagli intrusi e sembravano aver trovato una casa per sempre.
Non dovevano invidiare i cani di città, stressati dal caos e costretti nel cemento, privati delle loro naturali esigenze etologiche.
Il passato doloroso lo avevano chiuso nel cuore per sempre, anche se di notte s'agitavano menando in aria le zampette, bofonchiando e imprecando contro paurosi fantasmi che di lì a poco, sarebbero tornati a voltare le pagine della loro vita.
Qualche mese dopo, Italo perse il lavoro e non potè più pagare
l'affitto. Carla, la proprietaria della casa, gli aveva già dato un “ultimatum” e Italo fu costretto a trovare un altro lavoro che lo avrebbe portato in una città lontana.
L'uomo lasciò i due cani nella casa di campagna, affidati a Mara, la donna che abitava nella villetta sottostante; questa, però, non era molto affidabile, spesso dimenticava di portare il cibo a Milo e Bella che spinti dalla fame si avventuravano a caccia grossa nella riserva di lepri e fagiani.
Il cacciatore li vide e tornò all'attacco; si recò da Mara, intimandole minaccioso di tener legati i due cani; allora, quella donna che non voleva noie, gli chiese di trovare qualcuno che li adottasse. Fu così che Milo e Bella finirono diritti nella trama della più crudele delle favole, dove c'è sempre un orco cattivo, una persona ingenua (che si fida di chi gli risolve i problemi) e una vittima inerme che non può difendersi.
E tutto precipitò in un baleno verso l'irreparabile, quando i due cani furono prelevati dal cacciatore e caricati a forza sul suo sgangherato furgoncino. Milo fu portato da un contadino che lo chiuse nel cortile stretto e angusto dietro la sua casa; Bella, invece, partì per un'altra ignota destinazione. Beatrice la nipote di Carla, informata della sorte dei due cani che conosceva bene, rintracciò il cacciatore per andare a riprenderli.
Il povero Milo, non appena vide la giovane donna, s'alzò scodinzolando, resuscitando dal suo stato di profonda prostrazione, e fu felice di tornare nella sua vecchia casa di campagna dove purtroppo, non trovò la sua amica Bella ad aspettarlo.
Beatrice aveva saputo che la povera cagna era stata lasciata presso
un contadino dove si precipitò sicura di ritrovarla, ma quando arrivò, non c'era più traccia dell'animale e il contadino le disse che il cane era “fugghito”.
Beatrice non credette certo a quell'uomo bugiardo e mezzo analfabeta, e in cuor suo, era sicura che la povera bestia avesse già fatto una triste fine.
Era forse stata abbandonata in mezzo alla campagna?
La chiamò a perdifiato, cercandola casa per casa, ma di Bella, purtroppo, non si seppe più nulla.
Milo aveva atteso per mesi la sua amica fino al giorno in cui il suo corpo inerme fu rinvenuto sotto una pianta, vicino ad una pelle di coniglio avvelenata, spesso usata come esca dai cacciatori per uccidere gli animali indesiderati.
Il fiore che voleva volare
“Fior d'amore” era stanco di vedere sempre lo stesso orizzonte, di stare sempre nello stesso posto con le radici ben piantate nel terreno, mentre i suoi amici correvano, volavano e camminavano spostandosi per cielo e per terra.
“Vorrei volare come gli uccelli” - pensava con il cuore gonfio di rabbia.
“Uno.. due...tre..”- si piegava sul suo esile stelo cercando di fare un salto per staccarsi da terra; ma, ahimè! rimaneva sempre fermo. Il fiore era sempre triste e depresso in quel quadrato d'erba e di cielo, e per sfuggire a quel tedio mortale, cominciò a sognare. Sognò di staccarsi leggero dal suolo come una piuma e di viaggiare portato dal vento. Com'era bello quel sogno!
All'improvviso, un tonfo sordo accompagnato da uno spostamento d' aria, che per poco non le staccò i suoi bei petali, mise fine all'onirico rapimento.
Girò la sua bianca corolla per scrutare l'erba intorno, a due passi dal suo stelo, giaceva una piccola valigia consunta color cuoio, venuta chissà da dove.
La valigia si era aperta e dalla fessura usciva un radioso fascio di luce.
“Cip...cipì...” - si udì un cinguettio.
Un piccolo uccellino, azzurro come il mare, saltellava sopra la valigia cercando di richiuderla.
“Chi sei?” - chiese il fiore.
“Sono l'uccellino azzurro e questa è la valigia dei sogni, devo
andare in un paese lontano, al di là del mare”
“Beato te, io invece, sono condannato a rimanere attaccato alla terra e non posso vedere altro che questo mare d'erba” - disse il fiore.
L'uccellino, allora, indicò un raggio di luce rosa che usciva dalla valigia e disse: “Fior d'amore, ora volerai!”
Il fiore, all'improvviso, cominciò a fluttuare nel cielo, leggero come una piuma; stava volando ed aveva paura, ma l'uccellino lo teneva ben saldo tra il becco.
“Presto, andiamo! La principessa Malia ci aspetta - disse l'uccellino. I due volarono per monti e per valli, finchè non arrivarono sopra il cielo di una grande città piena di cupole d'oro e sontuosi palazzi. L'uccellino puntò dritto verso la finestra di una delle dimore dorate: era il palazzo della principessa Malia che era molto malata, ma alla vista dell'uccellino s'illuminò come un raggio di sole.
L'uccellino azzurro gli mostrò la valigia, l'aprì e disse:
“Prego, principessa, scelga il sogno che più le piace”; ma la principessa aveva occhi solo per quel bel fiore che l'uccellino stringeva tra il becco; lo prese nel palmo della mano e lo accarezzò dolcemente, poi annusò il suo intenso profumo.
“Questo fiore sarà mio! ” - esclamò
L'uccellino acconsentì, facendole presente però, che il fiore non poteva vivere a lungo lontano dalla sua terra.
La principessa, allora, lo mise dentro un bel vaso d'acqua e lo vegliò notte e giorno con ammirazione, inebriandosi del suo profumo e dei suoi colori; purtroppo, dopo soli due giorni, il fiore
cominciò ad appassire, inclinando la sua bella corolla di petali profumati.
La principessa nel vederlo così sofferente, aprì la finestra e gridò con quanto fiato in gola:
“Vieni uccellino, corri da “Fior d'amore”
L'uccellino udito il grido d'aiuto, volò più veloce possibile per monti e valli, in quel cielo azzurro senza confini; all'improvviso, uno sparò secco lacerò il cielo, l'uccellino fu colpito a morte e precipitò a picco in mezzo al prato, dove il cane di un cacciatore lo afferrò con la bocca.
Intanto, il fiore nel vaso della principessa appassiva sempre più, finchè piegò la sua bella corolla di petali per sempre.
La principessa lo prese tra le dita e pensò che non avrebbe dovuto tenerlo con sé, si sentiva in colpa per la sua sorte; quel fiore le aveva insegnato che per l'egoismo di qualcuno c'è sempre qualcun altro che soffre o muore, pagando caro il sogno di libertà.
Stella Stellina
C'era una volta un bimbo che catturava le stelle in cielo, cosicché la notte rimaneva senza luce ed era così nera e profonda da far paura.
Questo bambino stava facendo un danno all'intero pianeta.
Cos'è, infatti, una notte senza stelle?
E' come un fiume senz'acqua o un cielo senza il sole o un prato senza l'erba e ci sarà sempre un poeta disperato che non potrà più scrivere o cantare di “stelle, cuore e amore”
Ma ora c'è da chiedersi come facesse questo bambino a catturare le stelle. In verità, usava l'arma peggiore: l'inganno e la bugia.
Si metteva a testa all'insù, fissava una stella e poi diceva:
“Stella mia bella scendi da me; non vedo più la strada per tornare a casa, vieni quaggiù perché la tua luce sia più vicina”
La stella generosa s'avvicinava al bambino e questo con un balzo improvviso la catturava con una retina e la metteva nel sacco, se la portava a casa e la chiudeva nel cassetto dove c'erano stelle grandi e piccine di tutte le fogge e qualità.
Un giorno, stava per catturare una stella così piccina che stava quasi in una mano: era la stellina Fiammella.
“Ti prego non catturarmi, lasciami andare” - implorò la poveretta. Stranamente il bambino n'ebbe pietà e la lasciò andare; la vide allontanarsi verso una stella più grande e splendente: era la sua mamma, che commossa dal gesto di pietà del bambino, volle ricompensarlo, invitandolo a salire sopra il suo manto luminoso per portarlo alla scoperta della volta celeste.
Lassù tutta la notte era illuminata: c'erano stelle sorelle che si abbracciavano formando varie figure, stelle e stelline che formavano le costellazioni, e poi stelle che piangevano perché la loro luce si stava spegnendo per sempre ed altre disperate che non trovavano più la loro compagna; e poi c'era la luna che le guardava e controllava tutte come una severa madre guardiana.
“Ascolta” - disse la stella madre al bimbo - “se una persona si comporta bene, avrà sempre una stella che illuminerà il suo cammino, se invece catturi una stella, fai del male anche a te stesso perché non avrai più un'amica e nemmeno qualcosa di bello da guardare che riscaldi il tuo cuore”
Il mondo là sotto sembrava una tela dipinta: case e casette, valli e laghetti, c'era anche la casa del bambino immersa nell'oscurità.
“Ecco, vedi”- disse la stella - “ sopra alla tua casa c'è solo la notte più nera e nessuna stella che hai catturato la può illuminare”
Sì, era proprio brutto quel cielo così nero, ma ora il bambino sentiva qualcosa di bello nascere nel cuore.
Era molto più bello vedere le stelle lassù che splendevano nella notte libere e felici.
“Ma a cosa servite voi stelle?”- chiese il bambino
“A tante cose”- rispose la stella madre - “per esempio a far luce al viaggiatore, ad accendere una speranza, ad illuminare la notte che fa paura; e poi, noi stelle facciamo nascere tanti pensieri e domande misteriose; a volte ci spegniamo per sempre se c'è un bambino troppo cattivo.
Per vederci sempre, voi bambini dovete essere buoni e rispettare la natura e tutto ciò che vive in cielo e in terra”
Il bambino si sentiva meglio perché la stella madre aveva parlato al suo cuore.
Da quel giorno capì che tutte le stelle dovevano rimanere al loro posto perché ognuno ha il suo posto nel mondo e nessuno deve togliere il bene più prezioso: la vita e la libertà.
Appena tornò sulla terra, corse a liberare le stelle che aveva chiuso nel cassetto e giurò che non le avrebbe più catturate.
Finalmente, tutti gli uomini e gli animali avevano ritrovato il loro cielo stellato.
Le avventure del sig. Incontrario Contraddico
C'era una volta un tale di nome Sig.”Incontrario Stortini Contraddico” abitante in via degli opposti n.0.
La sua era una casetta tutta di sbieco, con il tetto di sotto e le porte d'ingresso all'ultimo piano; quando Contraddico Stortini Incontrario la ereditò dallo Zio Palmiro Raggiro, non gli piacque affatto, era troppo precisa per i suoi gusti, così la rifece a suo piacimento.
Stortini Incontrario era famoso nel suo paese perché faceva sempre l'opposto di tutto quello che faceva la gente comune.
“Buongiorno signor Stortini, bella giornata n'é vero?”- gli diceva il fornaio quando c'era una bella giornata di sole.
“Orribile, orribile!”- puntualizzava nervoso e irritato il Sig.Stortini.
“Che caratteraccio!” - bofonchiava la gente al suo passaggio.
Se qualcuno diceva “nero”, lui diceva “bianco”, e solo per contraddire. Così fu che Stortini, non andando d'accordo con nessuno, si ritirò nella sua casetta e usciva solo per fare la spesa e parlava solo con il suo cane. Se d'estate la gente andava al mare, lui andava in montagna con tanto di sci e scarponi!
Certo la vita del Sig.Stortini non era facile! Non trovava mai un amico ed era sempre molto solo.
Un giorno arrivò in visita dall'America un suo cugino, il Sig.Amilcare Fox, lui sapeva del caratteraccio del cugino, allora diceva: “Che bella giornata, n'é vero?”- quando c'erano le nuvole, e : “Che orribile giornata, n'é vero?”- quando c'era il sole.
“Che sciocchezza!” - diceva Stortini - “oggi é una bellissima giornata”, e così via dicendo, sempre il contrario di tutto.
Un giorno il Signor Stortini andò a fare una gita fuori città, ma non appena vide un cartello stradale, cominciò a pensare tra sé quale fosse la giusta direzione; così alla fine, pensa che ti ripensa, dopo ore di viaggio si smarrì perché aveva seguito sempre direzioni opposte a quelle segnalate dai cartelli.
“Aiuto! aiuto!” - cominciò a gridare.
Un pastore che passava lo udì e lo soccorse.
“Mi sono smarrito, dove devo andare?”- disse Stortini
Il pastore gli fece cenno di seguire la direzione dei cartelli, ma Stortini non ne volle sapere, allora, l'uomo pensò che fosse pazzo e lo lasciò al suo destino nel mezzo della montagna.
Dopo circa due mesi, qualcuno al paese s'allarmò.
Dov'era finito quel tipo strambo, il Signor Stortini?
Fu dato l'allarme, finché Stortini non fu ritrovato nella città di “Tuttobene” dove il suo animo inquieto sembrava essersi placato. Stortini aiutava un cappellaio a fare cappelli e li faceva così strani che divenne il cappellaio matto del villaggio.
Quei cappelli sembravano tante pentole rovesciate, però erano di grande effetto e la gente del paese ci andava matta.
Così Stortini fu chiamato dal Ministro dell'Industria del paese di “Bufera”; in quel paese c'era sempre un vento così forte che tutti cappelli dei cittadini volavano via.
Nessuno riusciva più ad indossare un cappello!
Il Ministro affidò al “folle” Stortini il compito di trovare una soluzione; così fu che l'uomo inventò il cappello più bizzarro del
mondo, quello che nessun vento avrebbe portato via: era il cappello con le ali.
Il Ministro obiettò che un cappello con le ali sarebbe volato via anche da solo.
“Appunto..” - disse Stortini - “così il vento che é molto dispettoso non si divertirà a far volar via i cappelli, perché questi se vogliono, voleranno da soli!”
“Sarà...”- disse il ministro perplesso - “... proviamo”
Fatto é che appena i concittadini cominciarono ad indossare il cappello con le ali, spiccarono il volo.
Il primo Ministro andò su tutte le furie e ordinò di arrestare il cappellaio e di sequestrare tutti i suoi cappelli.
Stortini saputa la cosa, fece le valigie e partì di gran fretta; non si sa per quale via, forse colto da un violento temporale, arrivò portato dal fiume in piena vicino alla sua casa con il tetto per terra.
“Casa dolce casa!”- esclamò.
Il gatto Miciò e il cane Rorò lo aspettavano con ansia.
“Amici” - disse Stortini - “che avventura ho passato e come sono felice di rivedervi!”
Il giorno dopo tornò in paese e tutti lo salutarono dicendo:
“Bentornato Signor Stortini, ha visto che solleone oggi?”
“Eh sì un bell'acquazzone”- replicava Stortini
“Ma dov'é stato tutto questo tempo?”- gli chiesero
“Cosa dite...” - rispose Stortini - “sono stato sempre qui!”
Un giorno, mentre Stortini era fuori a fare la spesa, la sua casa andò a fuoco.
“Presto, presto!....” - gli dissero i paesani -“la sua casa sta bruciando!”
“Che esagerati” - disse Stortini - “siete i soliti burloni, credete che sia tanto sciocco da credervi?”
Così fu che Stortini non diede peso alla cosa e quando tornò a casa trovò la sua abitazione distrutta dal fuoco!
L'uomo ebbe un collasso e fu ricoverato all'ospedale.
Da quel giorno, qualcuno lo saluta dicendo:
“Buongiorno Signor Stortini, bella giornata di sole n'é vero?”
E lui risponde: “E' vero, é proprio una bella giornata di sole!”
Il vecchio Adamo
Adamo era un vecchio palazzo seduto in riva al mare con un vialetto alberato come scendiletto e una verde collina alle spalle.
Da circa un secolo, si stagliava imponente tra i vecchi villini liberty del paese dei “Grigioni”; sembrava un gigante un po' spettrale, carico d'antenne sotto un tetto di più recente fattura.
Il treno gli correva vicino solleticandolo e facendolo tremare; quegli scossoni aprivano sempre nuove crepe sulla sua faccia rugosa, ma Adamo sopportava tutto, malgrado il fegato un po' incrostato e le arterie arrugginite.
E n'aveva viste di persone e di storie!
Era finito anche nei cataloghi turistici del paese, perché era stato il primo albergo per i villeggianti d'inizio secolo.
Era un relitto, come quelli che il mare restituisce dopo una mareggiata, riaffiorato dagli abissi con le mura cariche di un secolo di storia.
L'amministratore aveva provato a proporre un restauro per il povero Adamo, ma la maggior parte dei suoi inquilini, in verità, dopo i mesi estivi lo abbandonavano come una nave che sta per affondare e lo lasciavano andare alla deriva.
Quando la villetta vicina fu restaurata, Adamo ebbe una vera e propria crisi depressiva: pezzi di cornicione e di tetto cominciarono a rovinare, minacciando l'incolumità dei passanti e i muri dell'ingresso si gonfiarono, lasciando cadere pezzi d'intonaco.
Il Signor Stanislao, che abitava nell'attico sotto il tetto, si preoccupò non poco.
Quando Paloma, la sua fidanzata, lo andava a trovare, gli diceva: “Che brutta casa che hai!”
E il povero Stanislao rimaneva tutto mortificato.
La signora Gasparina, che abitava al terzo piano, invece, sembrava solo preoccupata che le finestre dell'androne fossero pulite.
La famiglia Menefrego, nella figura del Sig.Manfredi, non sembrava accorgersi di nulla.
Solo durante l'estate, quando tutti gli appartamenti del palazzo erano abitati, l'amministratore riuniva l'assemblea condominiale e si facevano grandi progetti.
“Adamo ha bisogno di una nuova dentiera e anche di un nuovo cappello....le sue arterie sono piene di grasso”
“Allora imbianchiamo l'androne”- proponeva Stanislao.
Si discuteva per ore, finchè il Sig. Occhialuto Forforonio, amministratore delegato del palazzo, non decideva il da farsi.
Alla fine, però, di tanti buoni propositi non se ne faceva mai nulla. Ogni anno puntualmente la stessa storia. Così, il povero Adamo si vendicava: una rottura di tubi nell'appartamento del Sig.De Grettis, un allagamento in quello del Sig.Befani e una crepa nel muro del Sig.Pampurius.
Un giorno, stufo di stare sempre in quel posto, Adamo salì sul primo peschereccio fermo in riva al mare e prese il largo, così, quando gli abitanti del palazzo rientrarono dal lavoro non trovarono più la loro casa!
Adamo se n'era andato in un bell'isolotto in mezzo a villette ridenti piene d'alberi e fiori e tra una villetta rosa e un villino lillà, sembrava un dinosauro preistorico.
Il sindaco dell'isola fu presto avvertito di quel nuovo ospite piuttosto invadente, mentre tutti gli abitanti scappavano inorriditi.
“Chi ha scempiato così la nostra isola?”- tuonò dalla tv il sindaco minaccioso.
La collina si era rivoltata contro l'intruso:
“Va via brutto schifoso!” - disse - “non vedi che mi stai rovinando tutta la capigliatura?”
Quando le guardie del sindaco arrivarono, Adamo aveva già
“levato le tende” e se l'era data a gambe.
Tornò così a casa, attraversando il mare; e quando arrivò, trovò tutti i suoi inquilini che lo aspettavano ansiosi; si rese conto allora, d'essere molto importante per loro, e anche se era vecchio e brutto, tutti lo rivolevano al suo posto.
Il Sig.Gradasso, uno dei tanti inquilini, gli confessò che se non fosse tornato non avrebbe cercato un'altra casa, e piuttosto si sarebbe dato naufrago su una zattera in mezzo al mare.
Perfino il Sig.Stanislao era commosso nel rivedere la sua casa.
“Sa cosa le dico Sig. De Grettis?” - disse Stanislao - “dovremmo apprezzare di più ciò che abbiamo, e il vecchio Adamo meriterebbe un po' più d' attenzione”
“Cosa sarebbe di me se non ci fosse il vecchio Adamo a ripararmi dalle intemperie, a darmi un tetto sopra la testa!” - concluse Gradasso.
“Giusto quello...” - disse De Grettis - “...ormai rimarrà giusto quello”
Così fu che tutti gli inquilini s'accordarono per restaurare il palazzo che presto fu tutto bello riverniciato.
Ora sì che Adamo faceva un gran figurone in mezzo agli altri villini della zona! era tornato un giovincello e poteva ancora sperare in un altro centinaio d'anni di vita.
I suoi abitanti sarebbero diventati vecchi e a loro posto sarebbero arrivati i figli e lui sarebbe stato ancora lì, ad accoglierli tra le sue spesse arterie arrugginite come un vecchio patriarca.
La principessa triste
C'era una volta una piccola principessa triste, così triste che tutta la sua corte era molto preoccupata.
La principessina, alta poco più di una spanna, aveva tutto ciò che desiderava: un bel castello, tanta ricchezza, una stanza piena di giochi e tanti buffoni che la facevano divertire.
Eppure, era sempre triste.
“Che cosa mi manca, perché sono sempre triste?” - si chiedeva.
Un giorno, volle provare a diventare una persona come tante altre; “Cosa fa una persona qualunque? deve lavorare, fare la spesa, cucinare....che noia e che fatica!” - pensava la principessa.
“Meglio andare a vedere cosa c'è oltre le mura della città”
Si vestì da povera con un cappellaccio sulla testa, indossò un vestito consunto e s'incamminò sulla strada come una mendicante, imboccando il sentiero che portava alla boscaglia.
Cammina, cammina, si fece sera e scese la notte.
Povera Principessa triste! Era sempre vissuta nella bambagia e quando vide scendere le tenebre, le saltò il cuore in gola.
Il bosco era pieno di rumori paurosi e cominciò a piangere disperata, prendendosela con se stessa per la testardaggine che l'aveva portata fin lì.
Alla fine, vide una grotta e ci si rifugiò; rimase per qualche minuto tremante di paura raggomitolata su se stessa, finchè sfinita e stremata si addormentò. In quel sonno profondo, le apparve la Fata buona del bosco.
“Oh Fata buona..” - disse la principessa - “aiutami a ritrovare la
strada di casa; ti prometto che d'ora in poi, non mi metterò più in testa strane cose”
La fata promise che l'avrebbe aiutata e quando la principessa si svegliò, trovò un piccolo cagnolino bianco e soffice come un fiocco di neve.
“Ecco”- disse la fata, presentandole il piccolo batuffolo bianco- “sarà lui ad indicarti la strada di casa”
La principessa strinse tra le braccia il piccolo cagnolino che scodinzolando festoso le fece strada per un breve sentiero, fin dove la fitta boscaglia lasciava il posto ad una strada sterrata.
I due percorsero qualche miglio, e furono presto ai piedi del castello; quel castello, che fino a qualche giorno prima era una prigione da cui fuggire ora sembrava il posto più bello dove vivere.
La principessa raccontò ai suoi cortigiani la sua triste avventura, dicendo che se aveva ritrovato la strada di casa era stato per merito del suo piccolo cane.
“Che questo cane abbia tutti gli onori che merita” - gridarono all'unisono i cortigiani.
La principessa e il cane erano ormai indivisibili e non potevano fare a meno l'uno dell'altra.
Un brutto giorno, però, mentre passeggiavano nel parco del castello, Pintus, un cortigiano geloso, fece tuonare il cannone del palazzo; il piccolo cane si spaventò per quel rombo improvviso e fuggì verso la boscaglia.
La principessa, presa dalla disperazione, pianse fiumi di lacrime e tutto il castello fu allagato in un batter d'occhio.
I cortigiani nuotavano aggrappandosi a tutto ciò che trovavano, alcuni rimasero appesi ai lampadari; anche il cortigiano geloso stava rischiando di annegare. In un batter d'occhio, quel mare di lacrime straripò e travolse il villaggio ai piedi del castello.
“Cosa succede? ” - chiesero i contadini
“La principessa ha perso il suo cagnolino!” - gridò uno dei cortigiani - “se non lo ritroveremo, annegheremo tutti!”
Così, i contadini e i cortigiani cominciarono a cercare il cagnolino, dappertutto.
Intanto, la principessa non riusciva a fermare le lacrime e i sudditi facevano a gara per raccoglierle in grossi secchi.
Alla fine, le dame di corte le diedero a bere una pozione di “latte di luna” che dona il sonno alle anime in pena.
La principessa, finalmente, s'addormentò e sognò la fata buona.
“Oh, fata buona, dove hai portato il mio piccolo cane? perché se n'è andato senza dirmi nulla?”
La fata rispose che il cane non era andato via, ma si trovava nel bosco.
“Tornerà vedrai, dovrai solo aspettare”
Quando la principessa si svegliò, era più tranquilla e non piangeva più, anche se ormai tutto il castello era sommerso dalle sue lacrime e i cortigiani continuavano a galleggiare aggrappati a mobili e sedie.
“Chissà chi era stato a far tuonare il cannone del palazzo” - si chiedeva tra sé la principessa.
Intanto, scrutava l'orizzonte nella speranza di veder tornare il suo amato amico. Forse la Fata buona l'aveva ingannata, e il sogno
era stato solo una sua sciocca fantasia, quand'ecco che sentì abbaiare sotto la finestra. Il cuore della principessa batteva forte, quasi a scoppiare per la gioia. Il suo piccolo amico era tornato!
Tuttavia, il castello era ancora circondato dall'acqua di lacrime e il piccolo cane non sapeva come fare per raggiungere la principessa. Allora, una giovane e timida nuvoletta commossa dalla scena, offrì la sua morbida chioma al cagnolino e lo portò fin sulla torre del castello, dove la principessa lo abbracciò e baciò con il cuore pieno di gioia. Il cane la guardò come per volerle dire qualcosa: che gli era mancata, sì, ma anche che c'era qualcuno che le voleva molto male.
Il cortigiano Pintus si era dato alla fuga; era lui il traditore!
“Cosa importa...” - disse la principessa - “ora tutto è finito e qualsiasi suddito sa che se farà del male al mio cane, lo farà anche a se stesso”
“Sono fortunata” - proseguì - “ il mio piccolo amico è salvo e mi ha fatto capire tante cose sulle persone che mi circondano e su chi mi vuole male”
Quel giorno al castello ci fu una gran festa e la principessa fece regali a tutti i cortigiani che furono molto contenti di rivederla così felice ed anche di aver trovato un re: il piccolo “Re- Cane”, il più buono e bello del reame.
Battista cane artista
Battista, cane artista, dipinge mattina e sera
e la sua mamma, ormai, si dispera!
A scuola non vuole più andare,
sol col pennello vuol colorare.
Nella mansarda ha sistemato un bel tavolo
un bel cavalletto e tanti colori:
“ Vediamo un po” - dice Battista -
“oggi dipingo una natura morta”
ma poi s'annoia e più non gli importa.
Esce in giardino con blocco e matita
disegna farfalle, alberi e case, il cielo azzurro,
le colline, il sole e una nuvoletta;
passa il postino e disegna anche lui!
I cagnolini della zia Maria posano per un ritratto,
non stanno fermi e Battista diventa matto!
Alla cagnolina del sig.Bacelli
ha fatto un ritratto tra i più belli.
La sua matita è come impazzita,
disegna un cerchio e due puntini,
due baffi, due orecchie:
ecco Micetto, il gatto del tetto!
Tutti gli amici hanno un ritratto,
perfino il gatto!
Alla fine Battista ha la casa piena
di ogni faccia e di ogni scena!
Tanti colori e musi pelosi,
amici e nemici più o meno rabbiosi.
Battista ha trovato
un lavoro ben pagato
sulla sua porta ha eposto la scritta:
da Battista ritratto d'artista.
Il regalo del cuore
“Cos'è il Natale?” - si chiedeva Giada tra sè
A scuola, la maestra le aveva detto che era il giorno in cui tutti i popoli della terra di religione cristiana festeggiano la nascita di Gesù.
“A Natale bisogna essere più buoni” - le diceva la maestra
“Ma perché solo quel giorno?” - chiese Giada
“Ma no, bisogna essere buoni sempre e con tutte le creature della terra” - rispose ancora la maestra
Però Giada non sapeva cosa c'entrasse Gesù con l'albero di Natale e Babbo Natale.
E poi, se tutti dovevano essere più buoni perché a Natale c'erano tante tavole imbandite piene di cibi prelibati e tanti bambini, invece, non avevano nemmeno un tozzo di pane?
E se bisognava essere più buoni, perché si tagliavano gli abeti per metterli in un vaso piccolo e per addobbarli con luci e palle colorate per poi buttarli nella spazzatura dopo le feste? e perché tante famiglie partivano per le vacanze di Natale e lasciavano sulla strada i loro cani e gatti? e perché i parenti che si rincontravano, finivano per litigare sempre?
Allora, a Natale non erano tutti più buoni, anzi, sembravano diventare tutti più cattivi!
Così, quando la maestra disse di scrivere un tema sul Natale, Giada si ricordò del Natale dell'anno prima e decise di raccontarlo; ecco come andò:
“A Natale arrivava la zia Adelina con il marito Piero e i due figli,
tutti andavamo a cena dai nonni.
Ci ritrovavamo insieme intorno alla tavola imbandita: la mamma, io e il papà, il nonno Carlo e la nonna Agata, lo zio Sandrino, la zia Adelina, lo zio Piero e i due figli.
Lo zio Sandrino, un ragazzetto adolescente, era per noi come un amico; da quando eravamo cresciuti, non si vestiva più da Babbo Natale per consegnarci i doni, ora si vestiva con delle giacchette di pelle e i capelli dritti; lo avevano costretto la zia Adelina e lo zio Piero a vestirsi da Babbo Natale, qualche anno fa, per far divertire i più piccoli.
La prima volta che vidi Babbo Natale, alias zio Sandrino, scoppiai a piangere per la paura; solo due anni dopo, scoprii che Babbo Natale era lo zio Sandrino e quando la maestra ci disse di scrivere una lettera a Babbo Natale, scrissi: “Caro zio Sandrino.....”
Mio cugino Tonino, invece, voleva crederci a Babbo Natale, e lo aspettava ogni anno; era un bambino sognatore e forse quell'illusione, in cuor suo, gli regalava un'emozione importante.
I nostri Natali erano allietati, si fa per dire, dai litigi che si scatenavano tra i parenti radunati per il gran pranzo.
Appena lo zio Sandrino apriva bocca, anche solo per chiedere un po' d'acqua, c'era sempre sua madre che lo bacchettava acida: “Sandrino, potresti allungare di più quel braccio; Sandrino, potresti vestirti un po' più decentemente, almeno per le feste...”
E poi la zia Adelina che tirava fuori vecchi rancori, le bastava una parola storta per buttarla in “cagnara”
Allora, gli adulti facevano in discussioni furibonde.
Se questi erano gli adulti, era meglio rimanere piccoli per sempre.
La zia Adelina accusava la mamma di aver ricevuto più cose di lei dalla famiglia.
“Suvvia Adelina” - interveniva lo zio Piero - “questi discorsi proprio a Natale e poi davanti ai bambini”
Lo zio Sandrino voleva accendere il televisore per coprire le grida della zia, sperando che si raffreddassero gli animi.
“Dov'è il telecomando della tv? ”- cominciò a chiedere agitato.
“Adesso cosa c'entra il telecomando?!” - disse la zia Adelina -
“questo ragazzo è proprio un cretino!”
Mentre tutti s'accapigliavano furibondi, mio cugino Tonino si era alzato dalla tavola ed era uscito nel giardino, malgrado fuori ci fossero zero gradi e il freddo gelava ogni cosa.
Uscii anche io, in maniche di camicia, ma non sentivo affatto il freddo, tanta era la voglia di trovare un po'di pace.
La strada era silenziosa e deserta, l'aria pungente ghiacciava il naso, e le scarpe di vernice slittavano un po' sulla terra brinata.
Il cugino Tonino lanciò un urlo che rimandò un'eco per tutta la vallata.
“Ohhhhh! - gridai anche io più forte, chiamando un invisibile qualcuno.
Quell' urlo senza senso ci aveva fatto bene, meglio dei dolcetti di Natale, mentre le urla della zia ancora riecheggiavano nella casa.
Sembrava che “urlare” fosse un'usanza molto comune tra la gente. Nessuno sapeva più parlare pacatamente.
Le case in lontananza erano vuote e spettrali nella nebbia di dicembre, solo qualche luminaria pulsava come un cuore vivo.
“Chissà se c'è qualcuno dentro quelle case e se sta litigando” - disse Tonino - “eppure a Natale dovremmo essere tutti più buoni”
“Si, vabbè, intanto, facciamo una corsa” - risposi correndo verso il ciglio della strada
Ci mettemmo in posizione di partenza l'uno accanto all'altro.
“Uno, due, tre...via!”
Scattammo come razzi divorando una manciata di strada brinata, attenti a non scivolare.
Tonino era un bimbo grassoccio, divorava troppe merendine e faceva una vita sedentaria, ma quella corsa lo aveva rimesso al mondo.
“Facciamo un'altra corsa fino a laggiù” - dissi, indicando un mucchio di legna. Arrivai in un lampo vicino ai ciocchi accatastati, ne presi uno che sporgeva dal mucchio e lo tirai verso me. Tira, tira, venne giù qualche ciocco e la pila crollò.
Caddi all'indietro sulla terra dura, le scarpe della festa ormai erano tutte infangate e uno strappo alla camicia aveva fatto il resto. Tonino mi aiutò a rialzarmi.
“Ma che hai combinato?” - disse con il viso paonazzo per la corsa - “ e poi smettila di frignare”
“Ma, io non sto frignando” - dissi.
“Mii, miii......”
Uno strano verso veniva da sotto la legna; qualcosa si muoveva lì sotto.
“Ma è un cucciolo!” - esclamò Tonino intravedendo una testina
pelosa e due zampotte che annaspavano disperate per riaffiorare in superficie.
“E adesso che facciamo?” - dissi - “mica possiamo lasciarlo qui al freddo. Forse ha una mamma che lo sta cercando”.
“Ok piccolo, stai tranquillo, ti vogliamo aiutare”- disse Tonino
“Allora va a prendere del cibo, no?” - dissi nervosa
La zia e la mamma s'arrabbieranno se lo portiamo con noi - replicò Tonino
“Ma se è un cucciolo abbandonato, non ci sarà nessuna mamma pelosa che se ne prenderà cura e morirà di fame e di freddo” - risposi Il cucciolo tremava come una foglia e gemeva impaurito; Tonino lo avvolse nella sua giacca.
“Sarà quel che sarà...” - disse
Era inutile nasconderlo, bisognava mettere i “grandi” davanti al fatto compiuto.
Appena la nonna ci vide con il cucciolo in braccio, esclamò:
“ Oddio....io non ne voglio sapere! ”- sembrava che avesse visto il mostro delle nevi. Era rimasta a bocca aperta, congelata come una statua di sale.
Nessuno aveva mai avuto cani; soltanto lo zio Piero, che aveva vissuto in campagna, si ricordava di un cane da caccia di suo padre che stava chiuso in un recinto.
“Se il Natale significa essere più buoni” - dissi ad alta voce, ricordando l'insegnamento della maestra - “dobbiamo esserlo con tutte le creature di questo mondo”
“Chi si occuperà di questo cane adesso?” - disse la mamma
“Noi..” - rispondemmo timidi.
“Si fa presto a dire cane..” - ci rimproverò la mamma.
“Adelina, vedi di portarlo a casa tua, perché in fondo, pure tuo figlio...” - seguitò irritata la mamma rivolta alla zia.
Le due ricominciarono a litigare.
“Avanti..” - disse lo zio Piero, con tono duro e impietoso -
“ riportate quel cucciolo dove lo avete trovato”
“Ma morirà di freddo e di fame!” - rispose Tonino implorante.
Il cucciolo se ne stava con gli occhi socchiusi tra tutto quel vociare, sembrava l'imputato di un processo in attesa della sentenza di vita o di morte.
Il cugino Tonino si stava facendo convincere dai grandi, allora, in un lampo fulmineo, strappai il cucciolo dalle sue braccia, lo strinsi a me e uscii, correndo a perdifiato lungo la strada verso la campagna.
Dietro di me, lo zio Piero urlava di fermarmi, ma io non lo ascoltavo; avevo preso un sacchetto con qualche avanzo di cibo e dopo aver corso per qualche centinaio di metri, mi nascosi dietro un vecchio capanno insieme al cucciolo.
Rimanemmo stretti l'un l'altro, in compagnia del battito veloce del nostro cuore.
Se non fosse stato per il freddo e per la fame, avremmo potuto vivere così per sempre, e nient'altro ci sarebbe servito per essere felici.
Quel cucciolino color miele aveva bisogno di un nome perché fosse il mio cane, e siccome il suo cuoricino batteva forte, decisi di chiamarlo “Cuore”.
Dopo aver mangiato e superata la paura, “Cuore” giocò con una
pallina fatta di carta, poi iniziò a inseguire la sua stessa coda, contorcendosi come un ballerino di break- dance; non piangeva più e sembrava tranquillo.
Ci addormentammo inseguendo un sogno di libertà che durò molto poco; presto, infatti, i miei genitori ci ritrovarono.
“Non volevo tornare con loro, non volevo separarmi dal mio amico, in fondo, un cagnolino che male fa?”
“Va bene” - disse la mamma - “hai vinto tu, porta a casa il tuo cucciolo, ma ricorda che te ne dovrai prendere cura perché non è un giocattolo”.
Che strano! la mamma era diventata buona e comprensiva come la fatina delle favole.
Ma perché bisogna sempre arrivare a questo punto? perché i grandi non capiscono subito?
In pochi giorni, il piccolo Cuore riuscì a conquistare tutti, anche lo zio Piero e la zia Adelina, perfino quel bulletto dello zio Sandrino si scioglieva come neve al sole, ogni volta che Cuore gli faceva le feste.
Sembravano tutti cambiati, e da allora, durante i pranzi di Natale, quando qualcuno alzava la voce per litigare, Cuore cominciava ad abbaiare, esibendosi in qualche buffa moina, così tutti scoppiavano in una risata che riportava la pace, cancellando ogni tensione, ogni lite e conflitto.
Quel cagnolino aveva compiuto un miracolo: aveva reso più buone quelle persone che non riescono ad esserlo nemmeno a Natale.
Il mare di Malvina
Malvina viveva felice nell'Oceano; come ogni delfino che si rispetti, percorreva chilometri e chilometri, cavalcando le onde per raggiungere in velocità le sue prede.
I delfini sono mammiferi e non possono rimanere sott'acqua senza respirare, se non per pochi minuti; è facile, quindi, vederli a pelo d'acqua, muoversi in branchi o cavalcare le onde, tracciando mirabili danze acquatiche d'incomparabile bellezza, ma come tanti altri animali devono difendersi da un nemico comune: l'uomo.
Anche Malvina temeva l'uomo, dopo aver visto sua madre Violetta morire tra le reti dei pescatori che arrivavano a frotte su enormi barconi.
Quel giorno Malvina si era salvata per un soffio; era stata sua madre ad allontanarla, sacrificando la sua vita.
La deportazione, di solito, avveniva in periodi stabiliti dell'anno, quando i delfini nuotavano dietro le navi da turismo o nel periodo in cui i branchi seguivano le rotte migratorie.
I pescatori arrivavano sulle grosse barche, gettavano le reti e aspettavano le ghiotte prede che avrebbero fruttato molto denaro.
Questi uomini cattivi, spesso progettavano trappole imprevedibili, a volte spingevano i delfini in qualche baia, attirandoli con il cibo e bloccandoli con le reti.
I mercanti poi sceglievano i migliori, per lo più i cuccioli da spedire nei delfinari, gli altri, invece, venivano uccisi ad arpionate dai pescatori.
Qualche delfino, grazie alla speciale comunicazione ad ultrasuoni, era riuscito a far sapere ai suoi fratelli liberi quello che accadeva nei delfinari.
Malvina era terrorizzata da quei racconti, e grazie alle “Sentinelle Blu”, un corpo di delfini specializzato contro il pericolo “uomo”, era scampata alla cattura più volte; ma i delfinari chiedevano sempre nuovi esemplari per rimpiazzare quelli che morivano per lo stress; per questo Malvina era sempre in pericolo.
Quei maledetti uomini avevano dei macchinari infernali che facevano strani rumori e rintracciavano anche una pulce d'acqua, localizzandola nell'Oceano.
Per quanto scaltri e intelligenti, i delfini avrebbero potuto sfuggire all'uomo soltanto spiccando il volo con le ali, e visto che ciò era impossibile, la loro salvezza era solo una questione di fortuna.
Quella fortuna che tradì Malvina un giorno di febbraio quando fu investita da un frastuono terribile, un rumore metallico e acuto che per poco non la fece diventare sorda, facendola impazzire. Stordita e senza più forze, si ritrovò intrappolata tra le maglie di una rete.
Pochi giorni dopo, era già in una piscina di cemento piena di cloro con gli occhi e la pelle che bruciavano, costretta a far salti e piroette per afferrare il suo cibo quotidiano.
Il suo pranzo se lo doveva conquistare: era quel pesciolino che una donna vestita da pesce, in bilico su un trampolino, teneva a penzoloni tra le dita.
Malvina avrebbe fatto qualsiasi cosa per avere quel pesciolino.
Il pubblico la vedeva piroettare a suon di musica, ricadere nella vasca, pinneggiare, attraversare un cerchio facendosi cavalcare dalla donna- pesce che schiamazzava e raccoglieva l'applauso finale.
Quando Malvina ricadeva sul fondo della vasca, doveva stare attenta che i filtri non la risucchiassero com'era successo alla sua amica Susi qualche mese prima.
Quella vasca per lei era solo una bacinella in confronto all'immensità dell'Oceano; si sentiva oppressa e avrebbe voluto fuggire, ma era prigioniera e schiava, ormai.
Ogni giorno che passava era sempre più triste e depressa, sapeva che in quei luoghi la vita di un delfino non durava nemmeno un anno, e in pochi giorni aveva visto tanti suoi compagni morire. Loro almeno, avevano trovato la pace.
Fu così che Malvina decise di non cercare più quel pesciolino che volava sempre più in alto e lontano; aveva ancora qualche forza residua, poteva farcela, bastava un colpo di pinna.
Battè forte la possente coda, fendendo l'acqua in un vortice, puntando il muso verso l'oblò di vetro che la separava dagli spettatori curiosi. Fu un un attimo.
Un ultimo salto nel mare del silenzio dove il blu dell'Oceano si univa a quello del cielo.
Malvina fluttuava leggera come una bolla di sapone e cantava una lieta canzone che richiamò altri delfini.
In quella pace senza tempo, nessun uomo avrebbe teso le sue reti.
Un tesoro sprecato
Dalia camminava a testa bassa sul ciglio di quel dannato stradone buio, facendo attenzione che le auto in corsa non la travolgessero.L'uomo che l'aveva adottata in un canile, qualche mese prima, se n'era disfatto così, senza un grido di dolore, condannandola alla fame, alla sete e alla solitudine. Non sapeva dove andare adesso. Pensò alla sua sfortunata esistenza, all'amore che non aveva mai conosciuto, alla sua vita precedente, prigioniera senza colpa nell'aia di un contadino, legata ad una corta e pesante catena.
Chissà dov'era Viola, la giovane donna che si era accorta di lei, un giorno, passando vicino all'aia. Quella donna aveva visto la profonda piaga sul suo collo causata dal collare di ferro allacciato troppo stretto, e d'allora, aveva cominciato a curarla, portandole cibo buono, facendola correre libera per la verde campagna. Quei brevi momenti di libertà erano indimenticabili ed ogni volta che Viola se ne andava, Dalia guaiva disperata.
“Resisti, abbi fiducia ” - la rincuorava Viola - “prima o poi riuscirò a trovarti una nuova casa e avrai anche tu l'amore di una famiglia che ti merita, libera da questa catena e dal tuo passato”
Purtroppo, la donna avendo altri due cani non poteva adottare Dalia, ma era decisa a portarla via a tutti i costi da quell'uomo arretrato e ignorante che non sapeva prendersene cura.
Ci sarebbe voluto tempo, ma quando la cagna rimase incinta e il contadino minacciò di sbarazzarsene con tutti i cuccioli, l'unica sistemazione provvisoria che Viola riuscì a trovare fu presso un rifugio per cani abbandonati. Lì, Dalia partorì sette cuccioli rachitici
e malaticci che furono fortunatamente adottati. Viola sperava che anche la loro mamma, un giorno, potesse trovare una buona adozione; per questo si era raccomandata a Clara, la volontaria del canile; ma quella raccomandazione non servì a molto.
Dalia fu affidata ad un uomo che l'aveva scelta tra tanti altri cani, dopo che Clara gli aveva decantato la sua docilità. Quell'uomo era falso come un Giuda e Dalia lo sentiva; non aveva avuto il coraggio di sferrargli un morso, perché l'avrebbero rinchiusa in qualche stanza lercia del canile, perdendo per sempre la speranza di un premio di buona condotta.
Non poteva far altro che arrendersi al suo destino e affrontarlo con tutto il male che le avrebbe riservato. L'uomo, infatti, si rivelò un ubriacone che picchiava moglie e figli e non risparmiava nemmeno la povera Dalia; qualche mese dopo, l'energumeno si ripresentò al canile, deciso a lasciare il cane, dicendo che il figlio era allergico al pelo. Clara gli pose come condizione il pagamento di una retta mensile perché l'animale risultava a tutti gli effetti di sua proprietà e non poteva sbarazzarsene così; ma l'uomo non volle pagare e si liberò della povera Dalia nel modo più meschino: abbandonandola a diversi chilometri di distanza.
La povera cagna percorse chilometri in preda alla disperazione, finchè giunse presso un vecchio mulino abbandonato dove un giovane bracco con le orecchie pendenti le abbaiò contro furioso. Era un cane scheletrico legato ad una lunga catena, lasciato dal vecchio mugnaio che se n'era andato; una donna pietosa lo sfamava tutti i giorni. Dalia s'addormentò sfinita sotto un albero, lontana dalla vista del vecchio cane che finalmente placò il
suo abbaiare stonato. L'indomani fu svegliata dal rumore di una macchina da cui scese una donna carica di buste e sacchetti; le andò incontro affamata, attirata dall'odore del cibo e con grande sorpresa riconobbe in quella donna Clara, la volontaria del canile. Anche Clara riconobbe Dalia, e le bastò un attimo per capire tutto; si sentiva in colpa per non averla ripresa quando quell'uomo violento e crudele l'aveva riportata al canile.
E passarono ancora molti mesi prima che si presentasse l'opportunità di una seconda adozione per la sfortunata creatura.
Lei ce l'aveva messa tutta per fare il bravo cane da guardia, ma al proprietario di un ristorante non era andata bene: era troppo buona e docile per la guardia, non faceva paura nemmeno ad un moscerino e l'aveva rimandata al mittente come un pacco postale.
Solo il passare del tempo chiuse la sfortunata e tormentata esistenza di Dalia; almeno lassù, nel Paradiso degli animali, lontano dal mondo cattivo degli uomini, aveva trovato la sua pace. Sulla terra la sua missione d'amore era fallita, o forse no, perché Viola non l'avrebbe mai dimenticata, lo sguardo dei suoi occhi buoni era rimasto per sempre nel suo cuore, insieme alla rabbia per non essere riuscita a sottrarla ad un ingiusto e implacabile destino.
Il volo di Mimosa
Quel giorno di luglio era particolarmente caldo, volavamo alla volta di Milano dove Valeria aveva un urgente impegno di lavoro; era il nostro primo volo e il solo pensiero di viaggiare nella pancia di quell'uccello metallico sospeso nel vuoto, mi rendeva ansiosa e agitata.
Si scoppiava di caldo e mancava l'aria dentro quel trasportino di plastica, ma è così che noi animali dobbiamo viaggiare: inscatolati come sardine o impacchettati come pacchi postali; eppure, non siamo bestie feroci né pericolosi attentatori.
Si è mai visto un animale dirottare un aereo?
Di solito, sono i bipedi umani a farlo, ma quelli, in gabbia non ce li mette nessuno, anzi, viaggiano comodi sulle poltrone dell'aereo; bevono, mangiano, scherzano o si guardano un film; anche i loro figli, quei bimbetti pestiferi che urlano, smocciolano e attaccano il chewingum sotto i sedili, non sono chiusi nelle scatole di plastica; anche se qualcuno ce li metterebbe volentieri, per esempio il passeggero del sedile numero 41, che ha rimediato un calcio da un bimbetto irrequieto.
Il padre si è scusato dicendo:“Sa com'è... il viaggio, lo stress e poi... è solo un bambino”
La sottoscritta Mimosa però, l'hanno chiusa in una scatoletta di plastica e “zitta a cuccia”, anche se avrei voluto viaggiare seduta sulle ginocchia di Valeria senza dar fastidio a nessuno.
Un'odiosa hostess passava su e giù per il corridoio dell'aereo, dispensando sorrisi ai passeggeri e vigilando sulla mia prigione.
Valeria si sentiva continuamente osservata dal suo sguardo inquisitore.
Le ore non passavano mai; il cielo dietro l'oblò era come un mare azzurro solcato da onde di nuvola.
In quel trasportino l'aria era sempre più calda e asfittica; cominciò a girarmi la testa, mentre la vista s'offuscava e il respiro si faceva sempre più affannato.
Avevo le zampe piegate in due, intorpidite e rattrappite, mi sentivo come la contorsionista chiusa nella valigia; solo che io non mi ero mai allenata per diventare una contorsionista; soltanto una volta, al parco, m'ero appiattita come una sogliola per riprendere la pallina che era finita dentro un tubo di cemento.
Valeria si stava accorgendo del mio malessere, aprì la porticina del trasportino per farmi uscire, contravvenendo al regolamento; subito l'hostess se n'accorse e la rimproverò come se avesse commesso chissà quale delitto.
“Non vede che sta male?.....” - disse seccata Valeria
Ma quella era irremovibile, faceva finta di non capire e le ordinò di rimettermi nel trasportino.
Sentivo le loro voci che discutevano e si scontravano, poi più nulla. Ero svenuta.
Questa storia potrebbe avere un tragico finale, come succede spesso nella realtà, ma a volte basta poco perché ci sia un lieto fine, magari basta ribellarsi ad una smorfiosa hostess dal cuore di pietra e ai suoi stupidi regolamenti.
Valeria non ascoltò gli ordini della hostess, mi tirò fuori dalla piccola prigione di plastica, appena in tempo per prestarmi i
necessari soccorsi; bastò qualche pezza bagnata per abbassare la temperatura, e respirare l'aria per riossigenare i polmoni.
Quando a poco a poco, riaprii gli occhi, la prima immagine che vidi fu quella della mia Valeria, la mia adorata compagna umana e salvatrice.
Era così commossa, appena mi vide, che scoppiò in un pianto liberatorio di felicità.
Grazie al suo coraggio e alla sua determinazione ero salva.
Valeria aveva capito che bisogna ribellarsi e reagire; non accettare tutto quello che ci viene imposto dagli altri; perché nessuno deve calpestare la libertà e la vita di un essere vivente.
E quando la vita di qualcuno a noi caro è in pericolo, non c'è regolamento che tenga.
Daniela Ballestra
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