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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Davide Cifalΰ
Titolo: Libero da ogni limite
Genere Narrativa
Lettori 2095 15 20
Libero da ogni limite
Spento.
Ero semplicemente spento. Mi ritrovai quasi di colpo a convivere con una parte di me stesso che non conoscevo. Ma come ? Per anni non avevo fatto altro che scalpitare, attendere impaziente un momento come quello per riscattarmi. E proprio adesso che ero libero di fare tutto quello che volevo, io che facevo ? Mi bloccavo.
“ Non dovrei sentirmi cosi' – mi dicevo – proprio adesso non mi diverto piu'? “.
Qualche paura che nemmeno io riuscivo a comprendere mi bloccava testa, gambe e cuore. Il campetto di calcio dell'oratorio ma anche le scuole calcio, hanno salvato molti ragazzini smarriti com'ero io, togliendoli dalla strada, dando loro un futuro migliore basato sullo spirito di sacrificio e la disciplina. Eppure io non ero un ragazzo di strada, ma nelle fattezze tanto ci assomigliavo e come tale venivo scambiato.
Tutti erano convinti che lo fossi. Perche' io ai tempi delle scuole superiori giocavo a calcio nella squadra del quartiere ? Non ero ne' un ladro, ne' un orfano. Solo un rissoso. Si, adesso che ci pensavo io giocavo per sconfiggere i miei demoni. Mi scoprii debole pero', nell'unico periodo in cui non potevo permettermi di esserlo.
“ Proprio adesso ! ”
Proprio adesso che perfino la mia famiglia sembrava comprendere le mie esigenze ( o forse era solo pieta' perche' non stavo bene ? ) mi ero bloccato. Il mio atteggiamento sul campo, cosi' come quello che avevo all'improvviso anche nella vita, non era lo stesso di sempre. Non era l'atteggiamento che avevo programmato quando da bimbo mi sentivo un leone in gabbia e volevo spaccare il mondo. Eppure due giorni prima, pur non sapendo niente di calcio avevo fatto un figurone in una partita tra calciatori veri. Tutto questo perche' avevo fame. Ora che i miei obiettivi sembravano vicini come non mai ed avevo dimostrato a me stesso che potevo raggiungerli, ero diventato remissivo, arrendevole. Ero impaurito. Forse sentivo di non meritare di vincere. Mai come adesso i miei obiettivi erano apparsi tanto vicini e raggiungibili. La depressione mi aveva fatto diventare magro come un chiodo e sofferente anche in volto come un malato ? Ma figurati ! Io mi sentivo bello, forte e pure fortunato. Non mi rendevo minimamente conto o forse non volevo rendermi conto di quanto grave fosse il mio stato, che per quella depressione cronica occorrevano antidoti seri. Non semplici parole. Le barriere che dovevo abbattere erano solo mentali. Del mio aspetto fisico che poteva lasciare a desiderare non me ne fregava proprio un cazzo. E' sempre stato un problema per gli altri quello, non per me. A quattordici anni avevo cominciato col calcio.
Tardi, molto tardi, ma in quel momento quella era la mia metafora di vita ideale, metafora che avevo abbracciato completamente per ambire a un autentico miracolo. Diventare subito bravo e farmi ingaggiare da una squadra di professionisti. Un sogno impossibile ma io ci credevo. E poi la mia vita era fatta anche di altre cose. Oltre al calcio, in quel periodo frequentavo anche la scuola superiore dove avevo sempre desiderato andare : l'istituto tecnico industriale Guglielmo Marconi. Io che non sapevo fare neppure una moltiplicazione a mente...
Testardo com'ero pero', avevo scelto quell'indirizzo semplicemente perche' da bambino avevo detto cosi', che un giorno ci sarei andato. Proprio come aveva fatto uno dei miei cugini a suo tempo, una delle poche persone che stimavo, Ivano,il figlio di zia Franca. Una delle persone alle quali avevo sempre desiderato assomigliare perche' era un tipo capace in tutto, solare, sempre ottimista. Dentro a quell'istituto scolastico, nella stessa aula che frequentavo io avevo anche conosciuto l'amore. Luana...
L'unica ragazza su questa terra capace di farmi battere veramente il cuore. Non potevo permettermi crisi esistenziali. Se volevo cambiare vita, quella era la sola unica occasione per gettare le basi. Domani non avrei avuto altre chances. A quelli come me non ne capitavano molte. Il 2002 finora e' stato l'anno piu' significativo di tutti per me. Poteva essere quello della svolta, ma se non mi fossi dato una mossa sarebbe stato quello del mio elogio funebre. Rifiutandomi di reagire, avrei trasformato il mio futuro in un incubo, incubo dal quale non mi sarei piu' svegliato. Come infatti accadde. Dovevo ritrovare il mio spirito combattivo e dovevo farlo subito.
9 GENNAIO 2002 – PADRONE DEL MIO DESTINO :
“ Non ti preoccupare Davide. Sei come gli altri. Non importa se sei cosi' magro. Anzi, tu sei migliore perche' hai piu' volonta'. Gli altri sono distratti...sono solo dei ragazzi distratti. Tu sei diverso...”
A dirmi quelle parole fu Orazio. Il mister, l'allenatore dell'Oikos Club, la squadra nella quale giocavo come terzino destro. Stavo facendo un po' di riscaldamento poco prima che iniziasse la partita e lui guardandomi intui' a cosa stessi pensando. Lui sapeva che per me quella non era solo una partita di calcio. Com'era buffo il mister ! Con quella criniera riccia brizzolata sembrava che avesse una testa enorme. Sembrava il papa' di Francesco Renga, o Francesco Renga da vecchio ! La faccia da bonaccione ed il fisico rotondetto lo rendevano ancor piu' simpatico. Mi aveva preso in simpatia, era l'unico naturalmente...
I miei compagni di squadra, cosi' come quelli di scuola mi odiavano. Del resto, quello era il periodo in cui il mio carattere di merda aveva raggiunto l'apice. Ora sapevo se non altro la ragione per cui mi fossi ridotto cosi', cosa mi avesse portato a cadere quando sembrava che avessi il carattere d'acciaio. Non mi piacevo, sembravo in pace con me stesso, soddisfatto del ragazzo forte che ero, ma in realta' non mi accettavo. Per questo volevo cambiare e sono cambiato fino ad ammalarmi. Odiavo il mio volto, odiavo il ragazzino che ero, la mia vita ed il mio rapporto con la gente che mi detestava e aveva ragione. Ero una merda. Volevo vincere ma i miei tormenti dominavano su di me ininterrottamente. Cercando di fare tesoro delle parole di mister Orazio pero', entrai in campo bello determinato ma soprattutto contento...contento di giocare. Erano anni che desideravo fare il calciatore ed anche se quella era solo una partita tra ragazzi tristi che inseguivano una realta' migliore, una partita senza spettatori, mi sentivo come se avessi gia' realizzato qualcosa. Orazio diceva che gli piacevo, forse un po' per pieta'. Solo un cieco non si sarebbe accorto di quanto fossi sofferente. Diceva sempre che in contrasto con il mio fisico divenuto esile ero feroce nell'atteggiamento e che si vedeva da lontano un chilometro la mia grinta e la mia voglia di imparare. Almeno prima del definitivo crollo che avrebbe influenzato poi non solo la mia stagione calcistica all'Oikos ma anche tutto il resto. Mercoledi' 9 Gennaio 2002 : La mia prima partita dell'anno. Anno che volevo iniziare alla grande. Oltre ad essere lento e impacciato sul campo, avevo sempre avuto il problema dei compagni. Non c'era sintonia tra noi, neppure a livello di gioco. Non mi passavano mai il pallone perche' dicevano (ed era vero ) che non ero capace, pretendevano solo che io lo passassi a loro (naturalmente per ripicca lo facevo poco e niente). Non mi permettevano di sentirmi parte di quel gruppo. Anche il campo come l'aula scolastica, in breve tempo era diventato un ring dove facevo a cazzotti con tutti, riuscendo praticamente sempre ad averla vinta. Ero ancora un selvaggio, anche se sembrava che facessi fatica anche a stare in piedi e non potevo piu' avere l'incredibile forza fisica che fino a poco tempo prima lasciava tutti a bocca aperta. Quel selvaggio a mia insaputa pero', si stava spegnendo del tutto diventando quasi insipido. Solo che quel giorno non me ne accorsi. Una volta tanto nella mia vita recitai il ruolo di protagonista assoluto. Un miracolo per uno abituato a fare da comparsa o peggio ancora l'antagonista. Il brutto e cattivo della situazione, quello a cui puntare il dito e dire : “ Che soggetto ! “ Mister Orazio, a forza di sgolarsi per me, adulandomi ogni volta che con impegno recuperavo un pallone, correvo come un matto comportandomi come se mi stessi giocando la Champions League, durante quella partita' inculco' i miei pensieri anche ai miei compagni. Giocavamo contro una squadra piuttosto mediocre ma poco importava, il mio atteggiamento almeno quel giorno fu quello giusto.
Peccato pero' che quel momento di gloria alla fine si sarebbe rivelato un fuoco di paglia. Vincemmo per due gol a zero.
Entrambi i gol li segnai io, ma la cosa che ebbe quasi del miracoloso fu l'improvvisa ammirazione che i miei compagni cominciarono a mostrare per me. Il mister aveva trovato le parole giuste per farmi apparire sotto un'altra luce. Dovevamo vincere per forza, visto che venivamo da alcune brutte figure che avevano messo in repentaglio la nostra credibilita' e le nostre speranze di giocare un campionato vero tra ragazzi della nostra eta'. Eppure gli stessi con cui prima litigavo, rischiarono di perdere anche quella partita pur di passare la palla quasi sempre a me. All'improvviso sembrava che il loro obiettivo non fosse piu' vincere, bensi' regalare un bel momento a quel ragazzo infelice di Davide Cifala'. Cominciarono a partire da subito a coinvolgermi nel gioco come non avevano mai fatto prima. Io ovviamente ne approfittai, non limitandomi solo a fare il terzino. Ogni pretesto fu buono per partire all'attacco e improvvisarmi attaccante, il ruolo dove avrei voluto giocare se solo fossi stato piu' rapido e con piu' esperienza. Nel primo tempo sbagliai tanti gol solo davanti alla porta, lo feci per la troppa foga, la troppa fame di vittoria. I miei compagni pero' non si diedero per vinti, continuarono a costruire azioni solo con lo scopo di farmi segnare il gol del vantaggio. Molte pacche sulle spalle arrivarono ogni volta che mi arrabbiavo dopo un errore, soprattutto da Mathieu Clement, il piu' forte giocatore della nostra squadra, nonche' mio compagno di banco a scuola dove era il primo della classe.
“ Davide, stai giocando bene ! Vedrai che nel secondo tempo ti faremo fare qualche gol. Ce la farai, i nostri avversari di oggi sono scarsi...”
E lui quando prometteva manteneva. Appena iniziato il secondo tempo infatti, proprio grazie ad un assist preciso di Mathieu, mi ritrovai per l'ennesima volta solo davanti al portiere. Fui fortunato, il terzino sinistro della squadra avversaria era partito leggermente in ritardo e non fece in tempo ad anticiparmi. Il pallone gonfiato tuttavia rimase impassibile quando si accorse che ero io che stavo avanzando e sorridendo al portiere che nel frattempo usci' dalla porta per cercare di non farmi calciare, esclamo' rivolto a questi :
“ Va beh, tanto non segna...” Non persi la concentrazione. Le vie del culo sono infinite, o forse Gesu' Cristo da lassu' ci mise lo zampino per far stare zitto quello stronzo che mi aveva deriso, ma dal nulla riuscii a fare una cosa che normalmente non sarei stato in grado di fare. Senza avere la minima idea di come avessi fatto, scavalcai il portiere con una sorta di cucchiaio in stile Francesco Totti. Io avevo tirato un po' cosi', a casaccio, invece mi riusci' un eurogol. Rete ! Oikos in vantaggio. 1 a 0. Esultai come fa Ibrahimovic, spalancando le braccia come a dire : “ Io sono il migliore ! “, poi ovviamente mi rivolsi al difensore che mi aveva preso in giro, ridendogli in faccia : “ Ti e' piaciuto stronzo ? La prossima volta devi partire prima se vuoi riuscire a fermarmi ! “ Orazio nel frattempo sembrava Bruno Pizzul quando ai mondiali di Usa 94 commentava le imprese del mitico Roberto Baggio, comincio' a saltellare urlando “Gol di Davide ! Gol di Davide ! “
Facendomi giocare dal primo minuto tra lo stupore generale, senti' di aver vinto la sua scommessa. Quante critiche che si era beccato per me !
Mi imposi di calmarmi un attimo dopo. Va bene essere euforici, carichi, fiduciosi in se stessi, ma dovetti ricordarmi di non essere affatto un bravo calciatore e che per quanto ci tenessi a migliorare, il mio obiettivo numero uno era quello di tornare ad essere un ragazzo in gamba. Forse non piu' lo schiacciasassi che rideva di fronte ai pericoli ma quantomeno uno capace di ribellarsi a cio' che non voleva diventare. Il difensore stronzo mi porse la mano
“ Hai le gambe troppo lunghe, mi fai confondere ! Sei stato bravo...” Mi sembro' sincero, dunque gliela strinsi e poi gli sorrisi.
“ Pensiamo a divertirci dai...”
Naturalmente quel gol mi fece diventare determinato come non mai. Cambiai idea. Convinciti pure di essere un calciatore ! Sii feroce. Spacca tutto ! “
Volevo mettermi tutto alle spalle, i momenti no, le sconfitte... “ E' il momento della verita ! “ dissi a me stesso. Il momento in cui potevo andare oltre a qualsiasi limite, in cui potevo essere il piu' esemplare di tutti pur non essendo un campione, pur avendo cominciato da poco, addirittura a quattordici anni a giocare a calcio. Il momento in cui potevo imporre a tutti il mio fascino pur non avendo un bell'aspetto. Ora, quei principi, quell'animo nobile che fino a li' avevo visto solo io,lo avrebbero visto anche gli altri. “ Ora non ti ferma piu' nessuno ! “
Ero bravo a motivarmi da solo. Mi ero rotto il cazzo di essere quello che non sapeva fare mai niente. Il bravo della situazione dovevo essere io stavolta. Non passarono neanche dieci minuti. Mathieu era a centrocampo e cercava qualcuno a cui passare il pallone. Lo stavano marcando stretto. Io ero vicino al portiere della nostra squadra, fermo. Ci pensai un attimo, poi scattai in avanti
“ Mathieu, passa ! “
Mathieu non se lo fece dire due volte e quando mi portai esattamente a limite dell'area di rigore mi passo' la palla. C'era una gran distanza ma con tutta l'adrenalina che avevo in corpo mi convinsi di poter segnare. Tutti si aspettavano che tentassi un cross per qualche altro compagno, invece tirai direttamente in porta. Una botta secca, potente, leggermente angolata. Il portiere della squadra avversaria non fece in tempo a muoversi, non vide nemmeno partire il pallone. Gol ! Due a zero ! Feci una sorta di giro d'onore per il campo e diedi il “cinque” a tutti i miei compagni. Orazio stavolta esulto' in modo contenuto ma mi lancio' uno sguardo compiaciuto da padre affettuoso che mi tocco' il cuore. Improvvisamente quella divisa verde che portavo non mi parve piu' sprecata per me. Baciai piu' volte la maglietta, sentendomi per la prima volta uno di loro, uno dell'Oikos Club.
Avevo appena trovato la mia dimensione. Improvvisamente per mister Orazio, quel ragazzetto scheletrito con i capelli a spazzola “ gellati “ e le basette alla Lupin III, non era piu' solo un ragazzo triste, ma forse lui lo aveva sempre saputo...
Altrimenti perche' prendersi la briga di farmi giocare sempre ? Dando vita tra l'altro a molte discussioni animate con i miei compagni ? Un mio compagno di nome Salvatore, il primo a darmi il “ cinque” dopo il mio gol da fuori area, ricordo che quando arrivai in squadra era molto scettico nei miei confronti. Ricordo che un giorno in allenamento prese da parte il mister credendo che io non li vedessi e non li sentissi e gli disse :
“ Davide non ce la fa neppure ad arrivare fino a meta' campo senza stancarsi. Non sa calciare bene. Come possiamo passargli la palla ? Per perderla forse ? “
Orazio con fermezza lo ammutoli' con una saggia risposta “ Perche',tu ce la facevi forse fino a pochissimo tempo fa ? “
Anche questo era stato un mezzo miracolo. Salvatore era un attaccante di razza, aveva cominciato a cinque anni, grazie ad una famiglia che lo aveva sempre appoggiato. Era mille volte piu' bravo di me, con un po' di fortuna avrebbe fatto carriera, eppure quel giorno mi stava festeggiando come se fossi il suo idolo. Aveva imparato la lezione ed anch'io l'avevo imparata...
Ora sapevo che nella vita un uomo puo' diventare qualsiasi cosa. Bisogna volerlo. Quante volte da bambino avevo sognato di fare tutto questo ? Pensavo fosse impossibile. Pensavo non si potesse andare contro la propria natura. Ora sapevo che nessuno nasce sotto una cattiva stella, nessuno nasce sfigato. Nessuno e' condannato all'etichetta del perdente per pura questione di fato. Noi decidiamo cosa essere. Avevamo appena vinto la partita e tutti erano incantati da me, soprattutto quelli che mi avevano sempre scassato il cazzo sottolineando i miei difetti con la penna rossa. Io e Orazio ci guardammo negli occhi
“ Ti sei divertito ? “
Lui si impegnava sempre a ricordarmi che il calcio prima di tutto dev' essere divertimento. L'ambizione era secondaria dal suo punto di vista. L'importante e' fare una cosa per il semplice piacere di farla.
“ Tanto “ risposi.
Mi fece una carezza sulla fronte e non ci fu piu' bisogno di dire altro. Era orgoglioso. Mai nessuno lo era stato di me. Si comporto' da padre, da fratello maggiore, da amico... ed io sentii dentro ancora un energia pazzesca, una gioia immensa, come se la vita per me fosse cominciata solo allora, soltanto a quel punto. Forse era proprio cosi'...
Mi hanno rubato i sogni, le speranze. Quel bambino pieno di gioia non c'e' piu'.
Lentamente tutti i colori che avevo dentro sono spariti anche fuori. Vedo l'universo in base a come sono io, fosche nubi, le stesse che mi porto io nel cuore, quelle che intimoriscono chiunque mi si avvicini. Odio la mia vita e odio me, la logica conseguenza umana di questa vita.
Ho scelto il karate per ricominciare da capo. Un altro sport, un'altra filosofia. Combatto perche' voglio trovare la mia pace interiore contando soltanto su me stesso. Non permettero' mai piu' a nessuno di condizionarmi e combatto per esorcizzare il dolore che la vita mi ha costretto a subire, per prendere quello stronzo del destino a calci nel culo. Quante cose avevo dovuto affrontare...ed ero soltanto un ragazzo. Erano trascorsi poco piu' di due anni da quel giorno in cui Jessica mi aveva lasciato e di acqua sotto i ponti ne era passata. Non valeva la pena di soffrire per lei, eppure ci avevo sofferto e in quei due anni avevo passato altri momenti d'inferno, in cui proprio non riuscivo a sentirmi normale. Proprio non riuscivo a ricominciare. Poi un giorno avevo deciso di indossare il kimono e i guantini da karate e prendendo a pugni la mia angoscia mi ero sentito meglio almeno per un po'... Mi ero costruito un'altra corazza, un personaggio. Per non soffrire piu'...
Eccomi li' con i miei vent'anni portati piuttosto male : con la mia aria infelice, feroce e trasandata. I capelli lunghissimi sciolti che mi arrivavano fino alla schiena, un vistoso pizzetto e uno sguardo talmente incazzato col mondo che secondo il mio maestro Giulio avrebbe terrorizzato anche una tigre. Ma dietro a quell'aspetto da duro, nonostante non fossi piu' sotto peso e fossi forte fisicamente, c'era ancora il calciatore triste con quella sensazione di incompiuto addosso. La stessa insopportabile sensazione di incompiuto. Sono un ventenne brutto e malandato che per sentirsi uomo ogni tanto attacca briga. Prima o poi mi finira' male, ma e' l'unico modo che conosco per non far vedere che non valgo niente. Sono peggiorato in realta' e il mondo intorno a me sembra peggiorato a sua volta. Perfino il vento sembra lamentarsi e nel profondo silenzio di questa valle, niente piu' mi soddisfa. Nel paesaggio incantato che avevo costruito nella mia mente da bambino non ci sono piu' fiori, ne' farfalle. La pioggia e' piangente, non vedo luce, non vedo sbocchi, ne' qualcuno qui per me disposto ad aiutarmi. Devo aiutarmi da solo come sempre. Odio tutto, odio me stesso e odio la gente. Le luci sono tutte accese, le porte spalancate. Come un gabbiano in volo mi sono cimentato nel ruolo di componente del mondo reale, finche' sbadato non ho smarrito le ali, cominciando a vivere di illusioni soltanto. E adesso sono qui, in questo merdoso palazzetto per cercare di vincere uno squallido torneo di karate che di sicuro non mi cambiera' la vita. Rivivo ogni fase triste della mia vita, ogni disdetta, ogni attimo... Ho vent'anni e non ho una vita mia. Non avrei mai creduto che sarebbe andata a finire cosi'... Sul tatami cerco di salvare non gli altri per una volta, ma me stesso. Cerco me stesso. Vivo negli inferi abitati dai demoni, sono un anima che vuol perdersi nell'infinito. Ogni tanto sono affascinato dalla morte, ogni tanto mi sento morto. Morto prima ancora di morire.
C'e' un solo match che per quanto io possa allenarmi duramente, non potro' mai vincere. Posso anche vincere questo fottuto trofeo, la mia vita non cambiera'. Vincere un trofeo ti fa sentire onnipotente per un po',rimani contento per qualche ora, poi la vita ricomincia. La vittoria e' una piccola illusione. L'ho capito quest' estate, quando Venerdi' 20 Luglio 2007 ho superato l'esame che mi ha fatto avanzare di grado, diventando cintura gialla. Non ero felice, perche' non sapevo chi avessi cercato di sconfiggere in realta' su quel tatami, se l'avversario del giorno o i demoni che qualcuno mi aveva messo in testa sin da piccolo. Adesso a Dicembre dello stesso anno ho la possibilita' di esibirmi davanti a una platea. Forse ho un po' meno paura rispetto a quando cinque anni fa mi cimentavo nei panni del calciatore ma ho lo stesso peso sullo stomaco di allora. Non riesco a scrollarmi quest'esistenza di dosso. Forse non importa quali complicazioni tu possa incontrare nella vita, cio' di cui devi essere grato e' il fatto stesso che sei su questa terra. Una volta ho tentato di attraversare un torrente incrostato di ghiaccio, ma non potevo pretendere di scorgere da lassu' il mio domani, poiche' non c'erano le basi per poterlo costruire.
Poi avevo tentato di raggiungere una vasta pineta attraversando una vasta radura ma ero stato troppo lento. Infine avevo fatto un sogno : io e la mia famiglia felici in una casa rossa con le finestre bianche, con un grande prato... Ho bisogno di Villain, del personaggio nel quale mi sono calato per non far vedere la mia sofferenza. Magari un giorno mi tagliero' i capelli e la barba e riaccogliero' il ragazzo con la faccia pulita di un tempo, ma non adesso. Ora come ora, nei miei sogni vedo qualcuno che ha abbattuto quella reggia costruita nei miei sogni e al suo posto sono rimaste macerie nelle quali sto affogando dal dispiacere. Nessuno puo' capire come io mi senta. Anche in quel palazzetto, nonostante io non sia piu' un malato, non mancano quelli che mi guardano dall'alto verso il basso. Quelli che mi credono cattivo o che per qualche ragione ridono mentre mi guardano. Non capiranno mai...
Non capiscono che al mondo non esistono buoni dal cuore nobile o cattivi dal cuore di pietra. Siamo uomini, punto e basta, con i nostri atti di generosita' ed altrettanti di ipocrisia, con vite piu' o meno complicate. Lascero' tutto di me su quel tatami : la mia forza,il mio sudore, la mia anima. Il limite estremo del mio io mi aiutera'. Non voglio piu' dipendere affettivamente da nessuno, saremo solo io ed il mio avversario stavolta... E questa volta, per quanto lui potra' colpirmi duro, vincero' io. Quando sei sul tatami ti rendi conto di essere solo. Non puoi scappare, devi guardare la paura in faccia ed affrontarla. Non importa quanto bravo tu possa essere,in quel momento sei solo. Puoi allenarti duramente ma sai che da qualche parte c'e' sempre qualcuno piu' forte di te. Non importa, devi affrontarlo lo stesso. Non sempre vincono i piu' forti, a volte vincono i piu' volenterosi. Indipendentemente dal risultato, prenderai tante botte, perche' se non sei disposto a farti male non puoi vincere.
Davide Cifalΰ
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