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Writer Officina
Autore: Emanuele Giustiniani
Titolo: InUmano
Genere Noir
Lettori 1615 12 16
InUmano
Sai cosa si prova a soffocare un uomo con le proprie mani?

Si potrebbe dire che somigli ad uno strano miscuglio di sentimenti, dove la percezione dell'orrore del gesto viene mitigata da una piacevole sensazione di serenità, dovuta all'essersi finalmente vendicati.
Era così che mi sentivo mentre stavo seduto sul petto di quel Mostro e lo stavo strangolando.
Lo chiamerò Mostro, non uomo né essere umano, perché in lui non vi era nulla che potesse ricondurlo a quel genere di descrizione.
E anche perché i Mostri non esistono solo nelle favole, ma anche nella realtà di tutti i giorni.
Tornando al momento, devo dire che mi sentivo incredibilmente sollevato, anzi euforico per quello che stavo compiendo. Ripensandoci, avrei dovuto provare qualcosa di diverso. Un senso di colpa, una vertigine dettata dall'orrore dell'azione, un brivido di disgusto lungo la schiena.
Niente di tutto questo.

In quel momento, mentre vedevo la scintilla della vita farsi sempre più minuscola nei suoi occhi umidi, ho compreso il motivo. Il perché del mio sentire quella magnifica sensazione scorrere dentro di me. A quell'uomo, esemplare limpido della crudeltà umana, non stavo portando via solo la vita, ma anche qualcosa di più.
Avevo la sua anima.
Sì, la sua anima scorreva dentro di me, attraverso le mani che stringevano il suo collo. Un fluido costante, delicato nei modi ma vigoroso nella sostanza, che mi permetteva di decidere cosa farne di lui.

Intendiamoci.
Avrei potuto benissimo fermarmi. Non era uno di quegli attacchi di rabbia, dove la lucidità svanisce e lascia spazio solamente alla bestialità. No, no. Non posso certo appellarmi all'infermità mentale temporanea. Sarei un vigliacco.
E io sono un assassino, questo si, ma non un vigliacco.

Semplicemente, nel momento in cui i miei polpastrelli premevano sulla carotide di quell'essere, io ero me stesso.
Finalmente, me stesso.
Senza alcun tipo di limite sociale, senza nessun costrutto psicologico che mi impedisse di compiere un gesto simile. Efferato, si dice in questi casi, come nei migliori telefilm polizieschi. Deriva dal latino, e vuol dire rendere selvaggio.
Sarà, ma in quel momento non mi sentivo affatto selvaggio. Anzi, se qualcuno me lo avesse chiesto in quel preciso istante, avrei definito il mio gesto l'atto più sublime di una società civile.
Far scorrere via con le proprie mani la vita di un pedofilo non è forse un gesto di civiltà?
Si, lo è, eccome se lo è!
E io l'ho fatto e ne sono fiero, nonostante sappia che sarò ricordato solamente per questo atto. Ma diciamocelo francamente, mettere sotto le ginocchia l'essere che ha violentato e ucciso mia figlia e sentirlo rantolare mentre premo sulla sua trachea... Oh, Dio, è una sensazione magnifica!

Ma ora basta crogiolarsi ricordando quei bei momenti di perversa intimità passati sopra la cassa toracica di quel Mostro!
Devo raccontare tutto dall'inizio e cercare di farlo in maniera più veloce e esauriente possibile, perché i suoi compari, quelli che hanno protetto il Mostro e gli altri per tutto questo tempo, sono tanti, potenti e dannatamente spietati e non ci metteranno molto tempo a trovarmi e a seccarmi.
Penso di avere ancora qualche giorno prima che mi trovino, ma non ne sono sicuro, per questo conviene che io mi sbrighi.

Una volta finito di scrivere, nasconderò questo quaderno dalla copertina arancione sperando che nessuno di quelli che mi vogliono morto lo trovi. Forse lo troverà la polizia, forse no.
Quando verranno i compari dell'essere che ho felicemente strangolato, saranno talmente concentrati nel decidere in quale delle centinaia di modi farmi soffrire, che non si metteranno a frugare tra le mie cose.
E se anche lo facessero, non lo troverebbero facilmente.
Mentre la polizia riuscirà a trovarlo durante i sopralluoghi che ci saranno dopo il mio omicidio, o almeno è quello che spero.
Spero che trovino il quaderno, intendo, non parlavo dell'omicidio. Anche se vorrei evitarlo, per quanto ogni tanto riaffiori in me la tentazione di morire.
Credo però che questa sarà la fine che hanno intenzione di farmi fare i compari di quell'animale che ho provveduto a sopprimere.

Il quaderno, dicevo.
Se mai dovesse finire in altre mani, che non siano quelle di quei mostri o dei poliziotti, è importante che io faccia questa raccomandazione.
A te che mi stai leggendo, fai in modo che questo quaderno rimanga in tuo possesso meno tempo possibile.
Il contenuto è dannatamente pericoloso e non ti conviene rischiare la tranquillità della tua vita per qualche pagina su carta. Mi faresti sentire in colpa e credo che nel posto dove finirò non sia così facile tornare indietro e darti una mano.
Se è ancora vivo, prova a rintracciare l'ispettore di polizia Ludovico Malvasìa.

Non so cosa gli sia capitato in questi ultimi giorni, non riesco più a contattarlo. Spero davvero che stia bene. Lavorava nel commissariato di Piazza Dante, qui a Roma, e dirigeva una squadra che si è occupata anche del caso di mia figlia.
Lo riconoscerai subito, Malvasìa, è un tipo strano.
Non quanto me, ma è strano pure lui. Forse non è nato in quel modo, ma ci è diventato vivendo in questo mondo di matti. Chissà cosa gli sarà capitato per renderlo così.
A volte sembra sciroccato, e fa quello sguardo sperso come se avesse mille spettri in testa che parlano, ridono, urlano, gozzovigliano e spaccano bicchieri di cristallo.
Ma è un brav'uomo. Siamo diventati amici, nonostante le circostanze.

Il nostro sarebbe potuto essere un normale rapporto di amicizia, se non fosse successo quello che è successo. E se io non fossi diventato un assassino di pedofili.
Sto divagando.
Consegna questo quaderno a lui, e digli che è da parte di un padre che voleva solo ricordare. Digli proprio così, un padre che voleva solo ricordare. Lui capirà.
A proposito, io sono Ludovico Marziale e scrivo nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali. Spero sia utile tutto quello che scriverò, se questa storia troverà mai la fine che merita, un giorno.
Ci sono storie che andrebbero dimenticate, altre che andrebbero ricordate. Non saprei dire questa a quale delle due categorie appartenga, ma so solo che quello che troverai scritto in questa specie di diario è stata la parte più importante della mia vita e, con molta probabilità, anche l'ultima.
Capitolo 2





Parliamo di mia figlia, adesso.
La adoravo e la amo tuttora, anche più di prima.
E pensare che non volevo manco diventare padre.

A dire il vero, non avrei mai nemmeno avuto voglia di sposarmi. Vedevo gli amici accanto a me conoscere ragazze, fidanzarsi, andare a convivere e sposarsi, più o meno tutti, e diventare lentamente infelici, più o meno tutti consapevolmente.
Rendendosi conto della situazione che si era creata, alcuni di loro cercavano di trovare un metodo per non essere infelici.
Qualcuno si trovava l'amante, qualcuno tornava ragazzino e se ne andava tutti i sabati sera in discoteca, rincasando all'alba e buscandosi tante urla dalla moglie e una bella lettera dall'avvocato.
Qualcuno invece, forse deciso a rendere la vita ancora più infernale di quanto già non fosse, decise, di comune accordo con la consorte, di mettere al mondo un pargoletto.
E da quel momento, la trasformazione che avveniva sotto i miei occhi dei miei migliori amici mi aveva convinto che, mai e poi mai, sarei diventato padre.

Notti insonni, voglia di dormire in piedi mentre stai aggrappato ai mancorrenti della metro e stai andando al lavoro, capoufficio che sfoga le proprie frustrazioni su di te e tu che prendi e sbagli la pratica, e mandi a monte il faticoso progetto messo in piedi dai tuoi colleghi.
O fai circolare qualcuno con un'assicurazione già scaduta.
O sbagli la diagnosi di un tizio, lo rimandi a casa pensando sia un mal di pancia e il giorno dopo lo ritrovi steso sul tavolo dell'obitorio, con la pelle cerulea come quella dei sanitari del bagno, con i figli in lacrime e un avvocato che ti sorride maligno e ti dice che hai vinto il primo premio, una bella denuncia contro la tua persona, che forse ti porterà alla rovina professionale e personale.
Poi torni a casa, e trovi tua moglie che ti si scaglia addosso.
La vedi sfatta, senza trucco, insoddisfatta del dover stare tutto il giorno a casa a badare ad un esserino che sa solo piangere, cagare e succhiare latte mandando in rovina nel giro di poche settimane sia il matrimonio che il seno della tua bella donna.
Proprio quel bel décolleté che le aveva permesso di acchiappare te, e tanti altri prima di te, e farsi sentire desiderata e viziata sempre più dagli uomini, continuando quell'odiosa tradizione di idolatria iniziata dal padre, da ogni padre che abbia una figlia femmina, e rendendola quel totem viziato e capriccioso che hai avuto la bella idea di sposarti.
E quella creatura furente, che secondo legge è tua moglie, si arrabbia con te perché ti sei dimenticato di comprare qualcosa al supermercato, e mentre lei urla con i capelli scompigliati e le borse sotto gli occhi, tu vorresti solo sbraitarle in faccia di rimando e chiederle perché, visto che non lavora da mesi e non fa un accidente dalla mattina alla sera e ha anche la babysitter a ore che paghi col tuo stipendio a badare alla bambina, non sia scesa lei a comprare quel fottuto latte, o quella scatola di biscotti o quello che cavolo ti ha chiesto di acquistare appena fossi uscito dal lavoro ma che tu puntualmente hai cancellato dalla tua memoria.
Ma non dici nulla, abbozzi, e mentre ti allenti il nodo alla cravatta e ti togli la giacca sudata, le annuisci solamente e le dici che si, mi ero dimenticato, ora scendo subito a prenderlo. E non contento della tua miserrima sottomissione, aggiungi anche le tue scuse.

Ecco, questa era la discesa verso quell'inferno che mai e poi mai avrei voluto percorrere. E invece, dopo anni di eroica resistenza, dovetti capitolare e scendere, con passo pesante e animo lugubre, quei duri scalini.
Iniziai ad uscire e a vedere gente, spinto dai miei amici, ormai tutti infelicemente sposati. E si sa, se una coppia è infelice, desidera ardentemente che tutte le altre lo siano.
E se sei single, beh, come ti permetti, cerca subito qualcuna e correte, mano nella mano, verso quel sentiero dell'infelicità che tutti chiamano vita da adulti.
A nulla erano valse le mie rimostranze: ehi, ho solo quarant'anni, sono ancora un giovincello, mica posso fare un simile passo! E se poi divento come voi, infelici e legalmente costretti a stare insieme per forza?
Sarebbe stato meglio se non lo avessi mai detto! Avresti dovuto vedere le facce che fecero, e gli insulti che presi, quando rivolsi loro quelle parole. Mi fecero ritornare sui miei passi, anche se rimasi sempre un po' diffidente e non cambiai presto opinione, a dirla tutta.

Perciò, stanco delle loro lamentele per l'avanzare della mia età e la mia troppo persistente esistenza in solitaria, cominciai ad uscire, passando le serate nei vari pub. Proprio mentre stavo bevendo una birra media, mi si avvicina una ragazza, dai capelli di un rosso scuro come la birra che stavo tracannando e mi attacca bottone.
Hai intenzione di bere questa birra tutto solo soletto?

Aveva una voce talmente delicata che sembrava stesse intonando una melodia mentre parlava.
Io la guardai e non potei fare a meno di sorriderle. Un volto che esprimeva tanta dolcezza e vivacità non puoi far altro che ammirarlo come fosse un'opera d'arte.
Era molto carina e, almeno in apparenza, sana mentalmente. O almeno abbastanza brava da nascondere, al primo approccio, gli inghippi e le stranezze che tutti noi abbiamo.
In effetti, potrei aver bisogno di una mano per finirla tutta. Vuoi aiutarmi tu? le chiesi, con fare da piacione consumato.

Volentieri. Mi piace dare una mano a chi ne ha bisogno... sorrise maliziosa, mentre si aggiustava una ciocca di quei capelli ricci, rossi e fiammeggianti come la sua personalità.
Si mise a sedere al mio tavolaccio di legno e parlammo. O meglio, lei parlava, tanto, mentre io facevo si con la testa e sorridevo di circostanza.
A un certo punto della conversazione, quando ormai ci eravamo inoltrati in discorsi di un certo spessore, mi pose una domanda particolare.
Che cos'è per te la felicità?
Ricordo di non aver saputo rispondere. Domanda troppo difficile per uno già bello ubriaco.
Alzai le spalle, dubbioso.
Non saprei. Forse non l'ho mai conosciuta, la felicità, ecco perché non so descriverla.
Così, mentre cercavo di reprimere il rigurgito birresco che lottava ostinato per uscire sguaiatamente dalla mia bocca, lei mi chiese di rivederci.
Ed io, con uno strano entusiasmo che avrei poi pagato a caro prezzo, acconsentii.
Ci rivedemmo, un'altra volta ancora, arrivando al bacio. E alla fine della serata, io e la Roscia finimmo a fare sesso. O almeno, io feci sesso, lei credo facesse l'amore con me, ma non mi aveva avvertito, sennò mi sarei improfumato di più e le avrei detto paroline dolci.
A furia di farlo tanto spesso nelle settimane seguenti, e di accompagnare i nostri incontri con troppo alcool, finii col fare una mossa tardiva e una mattina ci ritrovammo col fiato sospeso, in bagno, ad aspettare il responso del test di gravidanza.
Fa' che sia negativo, ripetevo in maniera quasi ossessiva parlando a bassa voce, fa' che sia negativo.
Fu positivo.
Capitolo 3





Da quel momento in poi, ricordo solo una gran carrellata di eventi succedutisi a velocità sostenuta.
Esami medici, visite dal ginecologo, incontro con i suoi genitori. Senza contare paure e ansie, e sentimenti contrastanti. Tante le domande che ci giravano in testa: saremo capaci di crescere un bambino? Riusciremo a dargli il meglio?
La mia Roscia si salvò dall'incontrare i miei. Erano entrambi morti poco tempo prima.
Mio padre di tumore e mia madre appresso a lui dopo qualche settimana. Morta di non tumore, ma di semplice e mutualistico dolore per la perdita subita.
Si muore così tanto facilmente di disperazione nel mondo che uno nemmeno se ne accorge.
Ti lascia la fidanzatina alla quale avevi dichiarato pochi giorni prima il tuo innamoramento, e tu lentamente muori. Ti precipiti sotto casa di lei, immaginando di farle cambiare idea e di tornare di nuovo assieme, come nei migliori film rosa, e vedi nel cassonetto davanti alla sua abitazione i biglietti d'amore ornati con il cuore di un bel rosso acceso con le vostre iniziali sopra, che le avevi regalato e disegnato tu stesso, e lentamente muori.
Porti dal veterinario il tuo cane affetto dalla parvovirosi e ti dice che bisogna sopprimerlo, e tu ti spegni assieme a lui.
Meno male che io non ho mai avuto un cane, mi ha detto bene, pensi, mentre il tuo amico piange la sua perdita canina. Ma i bigliettini, quelli no, quelli non erano del tuo amico.

Come dicevo, la mia cara Roscia del pub, non dovette passare come me ore di imbarazzo a spiegare ai miei genitori come ci eravamo conosciuti e cosa eravamo costretti a fare per salvare le apparenze.
Come vedete, la mia futura sposa ebbe tutte le fortune.
Almeno fino ad un certo punto della sua vita.

I genitori della mia Roscia si dimostrarono comprensivi e ci dettero una mano ad organizzare il matrimonio. Loro lo volevano far celebrare civilmente, io invece religiosamente, come avrebbe voluto mia madre. Essendo in difetto io, e mancando di polso come poi mi avrebbe sempre rinfacciato la mia futura moglie qualche tempo dopo, decidemmo di sposarci in comune.
In agosto.

Fu una cerimonia simile a quelle in cui consegnano il diploma di laurea.
Tu vestito di tutto punto, lei elegante molto più di te e gli invitati, costretti ad esserci e a dimostrarsi felici di passare tutto il giorno con quel caldo afoso e le ascelle che colavano sudore e la messa in piega che non teneva più e nemmeno il deodorante, a giudicare dagli effluvi che si spargevano nell'aria, e gli invitati, dicevo, che speravano che un meteorite si sfracellasse proprio sopra le nostre teste durante la cerimonia, così da lasciarli liberi di prendere la macchina e passare le ferie al mare al Circeo, a spettegolare assieme alle vecchie imbolsite signore ingioiellate sedute nella prima fila degli ombrelloni.
Ma non successe nulla di tutto questo, e gli invitati furono costretti a bruciarsi la giornata appresso a noi e a ostentare una condivisa gioia che non esisteva, se non in casi isolati.
Arrivò il tempo di cercare casa per andare a vivere assieme.
Come forse immaginerai, la spesa, quella grossa, quella che ti infila a forza il primo guinzaglio di metallo e spine attorno al collo, e che risponde al nome di mutuo, ovviamente toccò a me che sono il marito. Poi mi accollai le spese di tutti i mobili, scelti da lei ma pagati da me, e i soldi iniziarono a diminuire rapidamente, come i momenti di spensieratezza.
Poi toccò alla macchina.
Ehi, disse la mia Roscia un giorno, mica vorrai farmi andare in giro con una macchina vecchia di dieci anni, vero? Mio padre se la cambia ogni due anni, ne ha regalata una nuova a mia madre, prende sempre macchine moderne e super accessoriate, mio padre...
E tuo padre ha un po' rotto le palle, eh, che ne dici?
Ma non si può risponderle così, no, non puoi, che sei matto? Oramai sei solo un marito, vale a dire l'essere posto sullo scalino più basso della vita matrimoniale e sociale. Pensavi di essere protagonista, forse? Sei più idiota di quel che sembri, sai?

Quando ti sposi, il tuo grado sociale e professionale si eleva agli occhi dei tuoi vicini, dei colleghi, dei datori di lavoro, con una rapidità sorprendente. E, con la stessa rapidità, la tua libertà personale, la felicità e il libero arbitrio si spengono come una candela sotto i colpi dell'implacabile vento di maestrale chiamato matrimonio.
Da marito, degno di rispetto e di affetto, ti tramuti in una bestia da soma.
Un somaro, più esattamente.
Servi solo ad accompagnare la consorte in macchina a fare la spesa, a passare ore a cercare un parcheggio nei sotterranei dei centri commerciali fuori dal Raccordo Anulare, a contemplare nei mega negozi svedesi gli sguardi vacui di chi è veterano molto più di te e sa che solo la morte potrà liberarli da quello stillicidio che si ripete dolorosamente ogni fine settimana. E agognano il momento in cui arriverà la triste mietitrice e li porterà via da quei divani, quelle sedie, quelle tovagliette dai nomi impronunciabili e che a te sembrano sempre più simili a bestemmie lanciate alle antiche divinità nordiche, piuttosto che nomi di oggetti.
Dimenticavo, servi anche a trasportare roba, a riparare qualcosa che si rompe dentro casa, a partecipare ai compleanni, battesimi, feste di laurea, onomastici, la nonna che campa da 110 anni e che si domanda ma che ci faccio ancora qui, capodanni, Natale, Pasqua, Pasquetta, Ferragosto, ricorrenze dei morti e dei santi, e dell'anima de li mejo mortacci tua che mi fai uscire pure se ho la febbre a 39 gradi e le viscere che escono dalla bocca.
In poche parole, diventi un factotum, un servo utile da tenere buono con qualche coccola.

Ma in tutto questo la pancia della mia roscia mogliettina, tondeggiante, e ancora tanto sensuale bisognava ammetterlo, continuò ad allargarsi.
Le sue forme diventarono da magre e scattanti a morbide e sinuose, tanto da farmi vedere in lei una trasformazione incredibile.
Ogni tanto mi soffermavo a guardarla e pensavo, cavolo, nonostante tutto è anche più bella di quando l'ho conosciuta e andarci a letto, ora che è gravida, rende tutto più perversamente eccitante.

Poi nacque lei.
Una femminuccia tutta occhioni e boccuccia sorridente, e sapevo già che per lei avrei dato la mia vita e la sarei andato a salvare in capo al mondo, perfino ad Amsterdam, se una sera, ormai adulta e in compagnia dei suoi amici fricchettoni, si fosse trovata in pericolo.
Lei avrebbe invocato il mio nome, affinché il mio cuore lo sentisse e uscissi precipitosamente di casa per salvarla.
A meno che non fosse proprio la sera in cui trasmettano la partita di Champions della Roma.
Allora anche chi se ne frega, si facesse salvare da qualcuno dei suoi amici fattoni, pensi, piuttosto che rompere le palle a me, ché sono cinquant'anni che non andiamo in finale, aho, vedi un po' se devo perdermi proprio ‘sta partita.
Ma avrai capito, tu che ancora mi leggi, che sarebbe stata una grande bugia, perché ci sarei andato comunque a salvarla.
Continuai a tenerla in braccio e mi sembrò di galleggiare.
E fu in quei momenti, che venni fregato.

Devi sapere che il mio pensiero fu questo, quando la cullai: è ancora piccolina e fragile, e stringe quei minuscoli ditini e agita in aria i piedini che – oh, Dio - quanto sono morbidi vien voglia di morderli, e sentii che sarei stato il suo scudo contro gli attacchi del mondo cattivo e feroce, e non avrei mai voluto che le accadesse nulla di male, ma le augurai che ricevesse solo bene, tanto bene, e tanto amore.
Tutto quello che di bello non ho mai ricevuto in vita mia, piccolina, voglio che sia donato a te.
Sei così tenera, così zuccherosa, che vorrei fossimo sempre così, cristallizzati in questo momento in cui ti tengo fra le mie braccia, piccola e dolce, tutta per me.
Ti chiamerai col nome che ha scelto per te tua madre, sussurrai a quel piccolo orecchietto, morbido e gommoso, mentre la cullavo, ma per me sarai sempre la mia Dolcezza.
Emanuele Giustiniani
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