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Romana Petri vive tra Roma e Lisbona. Editrice, traduttrice e critica letteraria, collabora con «ttl La Stampa», il «Venerdì di Repubblica», «Corriere della Sera» e «Il Messaggero». Considerata dalla critica come una delle migliori autrici italiane contemporanee, ha scritto tra romanzi e raccolte di racconti ben 23 libri. Ha ottenuto prestigiosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio Mondello, il Rapallo-Carige e il Grinzane Cavour. È stata inoltre finalista due volte al Premio Strega. Tra i suoi libri più conosciuti Figlio del lupo e l'ultimo uscito: La Rappresentazione.
Ariase Barretta. È nato in un quartiere popolare di Napoli. Si è laureato all’Istituto Orientale, per poi proseguire gli studi presso le università di Modena, Barcellona e Madrid. Alla passione per la scrittura ha sempre affiancato quella per la musica, dedicandosi allo studio della teoria musicale, del pianoforte e della composizione corale presso i conservatori di Salerno e Benevento. Ha lavorato come redattore e traduttore per numerosi network televisivi italiani e internazionali e per varie case editrici. Il suo ultimo romanzo è Cantico dell'Abisso.
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Autore: Mike Papa
Titolo: Nocturna
Genere Horror
Lettori 581 1 1
Nocturna
Parla il male.

La birra è ormai calda, ma la bevo lo stesso. In qualche modo mi toglierà il saporaccio rugginoso che mi ha lasciato in bocca l'odore del sangue.
Mando giù l'ultimo sorso, appuntandomi mentalmente, almeno per la centesima volta, di rimediare un frigorifero.
Mi alzo dalla poltrona da dove sono stato cinque minuti a rimirare il mio lavoro, apro il rubinetto dell'acqua e col tubo comincio a lavare via il sangue, incanalandolo nel pozzetto di scolo.
Quaggiù nel seminterrato fa caldo, la mancanza di finestre rende l'aria stagnante e quasi irrespirabile. Ma in compenso è un posto sicuro, quindi non mi lamento più di tanto. L'arredamento è spartano: oltre alla poltrona, piena di bozzi e ammuffita, ci sono solo un carrello porta-attrezzi da meccanico e un tavolo da obitorio, adesso occupato dalla mia ultima vittima.
Prima ho parlato di lavoro, ma non sono stato esatto. Quello è il divertimento, la vera fatica comincia adesso: devo tagliare il corpo in pezzi per poterlo trasportare con più facilità e poi pulire tutto senza lasciare la minima traccia. Al solo pensiero mi assale la stanchezza, chiudo l'acqua, risprofondo nella poltrona e stappo un'altra birra. Diamine, il frigorifero comincia a essere una priorità!
Dopo tre lunghi sorsi mi rilasso e comincio a pensare. È una cosa che faccio sempre più spesso, andare a ritroso fino alla prima volta.
Jenny, si chiamava. Una ragazza carina. Sui diciassette. Fu solo per caso che iniziai con una donna, non incaponitevi a trovare implicazioni sessuali in quello che faccio. Non ce ne sono e non ce ne sono mai state. Fidatevi.
C'eravamo appartati al parco come una qualsiasi coppietta, ma all'improvviso, mentre la baciavo a occhi chiusi, ebbi una visione di lei nuda, non in pose lascive o provocanti, ma orribilmente mutilata, col corpo straziato e coperto di sangue. Capii che stavo vedendo il mio futuro, come sarei stato, come dovevo essere. La martoriai finché potevo e la finii con una grossa pietra. Quando gli occhi le uscirono dalle orbite per i colpi alla testa l'emozione fu così intensa, così totalmente appagante che capii di aver visto giusto a proposito del mio destino.
La lasciai lì, ero talmente immerso nel delirio del piacere e nella consapevolezza di aver dato un senso alla mia vita che non valutai nemmeno per un secondo le conseguenze del mio gesto. Le conseguenze legali, intendo. Fu solo per fortuna che non ce ne furono, e io interpretai questa buona sorte come uno sprone a continuare sulla mia strada.
E ne ho fatta, di strada!
Quello che ora è sul tavolo, con pezzi del corpo mancanti e altri scarnificati fino all'osso, è il numero ventitré. Dalle mie parti è un numero benaugurate, ma non ho mai creduto a queste baggianate. Sono sempre stato un pragmatico, io. Uno coi piedi per terra. Sicuro.
Butto un occhio all'orologio: si sta facendo tardi, devo muovermi.
Accendo la sega e comincio a tagliare. Il sangue schizza, ma non così tanto. Ne ha perso già un bel po' durante quella che ho cominciato a chiamare, da qualche tempo, S.P.E., Seduta Psicoanalitica Estrema. Una volta pensavo che queste sedute facessero più bene a me che a quelli che si accomodavano riluttanti sul mio lettino, poi ho capito che i veri beneficiari del trattamento sono proprio loro, che si lasciano tutto alle spalle, le menate quotidiane, i piccoli e grandi problemi di questa vita sempre più difficile e alienante, col mutuo da pagare, gli alimenti, le grane sul lavoro... Al contrario, a me, dopo, tocca pulire, e vi giuro che compito più ingrato non c'è. Ho provato ad assumere una colf, ma quando l'ho accompagnata qua sotto e ha capito di cosa si trattasse per poco non le veniva un infarto. Ci mancava solo che morisse prima che potessi ucciderla io. La numero undici. O dodici? No no, il dodici era il prete, ne sono più che sicuro, perché è con lui che ho inaugurato il mio banco da lavoro.
Ci ho messo del tempo ad organizzarmi, d'altronde un tavolo da obitorio non lo trovi al negozio all'angolo, ma alla fine mi sono sistemato abbastanza bene. Prima improvvisavo. Ho torturato, sezionato e smembrato direttamente sul pavimento. Addirittura, una volta, forse due, sul sedile posteriore della mia macchina, quando il bisogno era così impellente da impedirmi di raggiungere casa. Tre volte, ora ricordo: il professore, la postina e il barbone. Quella sì che era vera fatica! E gli attrezzi... Usavo cesoie da giardiniere, taglierini, sega da falegname... A pensarci adesso mi viene da sorridere, a ricordare come ero maldestro e impreparato. Ma ho sempre ricevuto in cambio più di quello che ho dato, questo è certo.
Oggi penso di essere diventato bravo in quello che faccio. Adesso so alla perfezione dove infilare il bisturi per provocare più dolore, so quali nervi recidere per disarticolare gambe e braccia, so come far arrivare i miei pazienti sull'orlo della morte e lasciarli lì in bilico per qualche minuto, far credere loro che alla fine potrebbero anche cavarsela, instillare nella loro mente distrutta dal dolore una fievolissima speranza di uscirne vivi, menomati ma vivi. Vivi. C'è qualcosa di sovrumano, di... miracoloso nel come sarebbero disposti ad adattarsi a quella che potrebbe essere la loro vita dopo la S.P.E., con le gambe che finiscono sotto il ginocchio, le mani senza dita, oppure privati dei genitali, di un occhio, o delle labbra. Sarebbero pronti a concludere la propria esistenza su una sedia a rotelle o dentro un letto, nutriti da sonde, cacando e pisciando dentro sacche collegate a quel che resta dei loro corpi. Gliela leggo negli occhi, la speranza. A tutti. A quel punto ogni volta mi domando se quella sarebbe ancora da considerarsi vita e ogni volta la risposta è No. Quindi, nella mia infinita misericordia, annullo per sempre le loro prospettive miserabili. Di questo vado orgoglioso.
La decina di sacchi neri per l'immondizia sono pieni, non mi resta che trasferirli sul furgone, portarli all'inceneritore e ciao. Altra fortuna: lavorare all'impianto di smaltimento rifiuti. Un enorme inceneritore tutto per me, almeno a quest'ora di notte. Ho le chiavi. Sono sul serio un ragazzo privilegiato.
Mi guardo intorno: c'è ancora molto da fare, da pulire. Da arredare, se mi ricorderò del frigo. Ma sono ottimista, più andrò avanti più migliorerò la mia opera, fino a diventare perfetto.
Fino a diventare Dio.



Mike Papa
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