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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Marco Daniele
Titolo: Il riso della manticora
Genere Poesia
Lettori 1467 8 12
Il riso della manticora
Torneranno i tramonti rosa
degli orizzonti lontani,
torneranno gli spicchi di luna
che accendono le notti d'estate,
torneranno le gocce di brina
sulle foglie sempreverdi,
torneranno i palpiti intimi
e con essi il sottile
piacere dell'esitazione
nel condividere un banale - Ti amo - ,
che incurva gli istanti e muta
un secondo in un millennio
mentre mi specchio in un paio di occhi
color ripieno delle olive ascolane.

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- Date obolum Arte! - .
Orfeo
elemosina a ogni alba
sugli scalini di un gelido cavalcavia,
come un rettile
in un bagno di sole dicembrino.
Ha un saluto e un grazie
per tutti,
anche per chi non si ferma
un breve istante
a ricambiare il suo vecchio sguardo.
Ha un sorriso
per tutti,
anche per chi fa finta
di non vederlo
oltre il proprio respiro di zucchero filato.
Ha perduto la sua Euridice,
o almeno così dice,
e adesso siede
come satrapo infelice
di un regno ormai perduto
su un gradino a mo' di trono
biascicando rosari di poesie
in questo inverno scalzo e coi piedi freddi.

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Lontano lontano
nevica cenere rappresa
e nubifragi di bombe
ma tutto succede sul fondo
di un televisore piatto
e non ti tocca.
Quei cieli vischiosi di morte
non sono i tuoi cieli,
sono di un altro mondo alieno
che vedi in tempo reale.
Negli schermi in HD
tutto sembra più vero
della ciotola di popcorn che stringi
in mano, ma non ti riguarda,
succede lontano lontano.

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Scalza
la Memoria avanza
nel proprio palazzo.
L'ha ridestata il fruscio
di una vecchia foto scivolata
dagli scartafacci di liceo.
Palpitanti vibrazioni
di una luce troppo debole persino per morire
rischiarano nell'oblio della mente
vestigia sbocconcellate dallo scorrere degli anni,
erette quando ogni emozione
sembrava una cosa inedita.
La teredine del tempo,
fantasma perfetto,
sadico adepto del vandalismo mnestico,
rosicchia implacabile
la cariatide del primo amore
dopo aver raschiato l'immagine del primo bacio
dal libro manoscritto dei Ricordi.
L'acqua del Lete
ha smussato e levigato i ciottoli del passato,
i lineamenti del piacere,
gli spigoli del dolore ora sono a prova di bimbo.
Nessun restauro
infonderà nuova vita
in una vecchia reminiscenza di primavera.
Un cigolio risuona
nell'aria vergine di suoni.
Sulla fragile giostra dei ricordi
si diverte un bimbo,
il viso cancellato, il corpo diafano
che evapora sempre più
un giro dopo l'altro.
Svanisce in una nube di falene,
facile pasto dell'oblio
portato dalle ali di uno sciame di cornacchie.
Giacciono vuote e corrose
le anfore dei vani risentimenti:
a cosa servì tanto odiare,
se il tempo ha bevuto ogni goccia di fiele
e cancellato persino l'epigrafe
che ne spiegava l'origine?
Il puzzo della decomposizione
si leva dagli aurei sarcofagi del cuore,
in cui i ricordi più cari s'illusero
di riposare in eterno incorrotti.
Non resta quasi più nulla
del corredo funebre
di quel gran re che ha nome Io.
Un ladro di nome Dimenticanza
è già venuto a razziare,
forzando invisibili chiavistelli,
infrangendo metafisiche ceralacche.
Si è lasciato dietro una scia di cocchi
e appena qualche simulacro
scivolato nella foga del saccheggio.
Fallisce
la Memoria nel ricomporre quel puzzle:
mancano i pezzi,
gli incastri sono cancellati.
In un piazzale di cenere e lacrime
il ghoul succhia con gusto il midollo
dall'ultimo osso di una cotta adolescenziale.

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Ora sono convinto
che la bellezza del mondo è nascosta in ogni cosa,
sotto ogni fazzoletto di materia e ogni velo
dell'anima,
specialmente dove non andremmo mai a guardare:
nelle piccole e misere cose,
nella quotidianità priva di sex appeal,
nella natura che diamo per scontata.
Ma io guarderò anche lì,
batterò il gong della rinascita,
denuderò ogni bellezza che c'è nel mondo
e la porgerò al mio prossimo,
ma non distillata da ogni bruttezza
– con buona pace di Simonide –
bensì mescolata anche a ciò che è turpe
e obbrobrioso
perché l'obbrobrio e la turpitudine ne aumentano
la perfezione.
Allora canterò
la divinità che si cela persino nel più misero
dei parameci e nel più sgradevole dei parassiti,
la frenesia operosa della provvida formica,
la crudeltà della vespa icneumone,
l'ultimo istante di vita del pesce fuor d'acqua,
il piacere di cercare conchiglie e ossi
di seppia sulla battigia,
le pulsazioni della medusa, ninfa urticante
alla corte del re Poseidone,
il solfeggio della balena nelle cripte
amniotiche del mare,
il freak show del piano abissale dove nessuno sa
cosa sia la luce del sole,
il tarabuso e le sventure intessute nel suo muggito,
il capriccio peterpanesco dell'axolotl,
i mille misteri cosmici crittografati
nella tela di un ragno,
la solitudine dello scarafaggio
sopravvissuto alla guerra atomica,
il coraggio della iena che ride
nella buona e nella cattiva sorte,
la saggezza dell'ippopotamo, che ha capito
come tutta la vita sia solo
uno scorrere indefinito
e vi si lascia levigare,
l'ingenuità del castoro, che cerca di bloccare
quello scorrere e per questo è così
simile a noi umani,
la sofferenza del koala, del canguro, del vombato
e di tutti gli altri fratelli marsupiali
messi al rogo all'altro capo della Terra,
la foglia orfana dell'albero
che volteggiando va a morire sul terreno,
il verme minatore che scava
nel ventre maturo della mela,
il traffico di ragnetti rossi sul muricciolo sotto casa,
la coda della lucertola che si contorce
orfana del corpo materno,
il lamento del fagiano reso vedovo dal cacciatore,
la nuvola di pece dipinta nel cielo settembrino
dagli uccelli migranti,
il manto cangiante dell'itterico autunno
di mezz'età,
la spoglia desolazione
del vecchio inverno decrepito,
il rigoglio infantile della primavera
dalle labbra di rosa,
l'arrogante pienezza dell'adulta estate,
la sinfonia rosa del mandorlo sbocciato
e l'organo in lutto per il mandorlo sfiorito,
i labirintici arabeschi che germogliano
in una lastra di marmo,
il Sole padre di vita e di morte,
cosmico melograno e corona di fuoco,
la Luna madre di tutte le maree,
utero di tutti i sogni e le speranze
e le larve della nostra specie,
alveare di fantasmagorie sepolte
nel suo lato oscuro,
la Terra culla e patria violentata,
pomo della discordia per infinite generazioni
di Orazi e Curiazi, di Achei e Troiani,
di Kaurava e di Pandava, di Olimpi e Titani,
di Asi e Giganti,
il miracolo solo apparentemente insulso
del seme che mette radici,
la prima molecola organica venuta al mondo
per pura casualità,
i milioni di specie che hanno perso
la corsa dell'evoluzione sparendo
senza traccia,
gli altrettanti milioni ridotti in fossili
come premio di consolazione,
gli imperi ormai in polvere
dei trilobiti e dei placodermi,
delle meganeure e dei pelicosauri,
dei tecodonti e dei sauropodi,
il primo ominide in cui giacevano in potenza
tutti gli scienziati e i poeti, i condottieri e i criminali,
i politici e i sapienti, i ladri e i santi,
i dittatori e i salvatori di anime,
i millantatori di indulgenze e gli ingenui,
i vinti e i sommersi,
e i miei avi, mio nonno, mio padre,
io, i miei figli, i loro figli, i loro discendenti
che ignoreranno chi io sia,
il calamaroide senziente
che tra cinquecento milioni di anni
erediterà la Terra,
il compendio inscritto nelle carni di ogni uomo
e di ogni donna,
i polsi forti del contadino, le mani ruvide
come vino asprigno,
l'incantesimo della galaverna
che dona agli alberi una pelliccia di ermellino,
la fantasia dell'artista che immagina di andare là
dove nessun uomo è mai andato prima,
la soddisfazione del professore
al pensiero – illusorio? – di forgiare
una generazione migliore della propria,
la giovanile e fresca complicità di due amanti
soli contro il mondo,
l'impeto ormonale di un desiderio così puro
nella sua inesperta carnalità,
la vecchia e saggia complicità
di due coniugi ottantenni che sanno guardare
oltre l'arabesco di rughe e il candore
delle vecchie chiome stoppacciose,
la fretta della ragazzina che vuole già essere donna
e di nascosto indossa i tacchi e si ammira,
l'odore delle caramelle che ci riporta all'infanzia,
il ricordo della prima cotta custodito gelosamente
in un cassetto del cuore,
il dito grassoccio del bimbo
che disegna sulla condensa la porticina
per accedere ai sogni imperituri,
i rivoli di pioggia che ruscellano dendrogrammi
sul parabrezza,
le vene liquide e pulsanti dei continenti
che confluiscono nel letto degli oceani,
la ballata della cometa che viene a morire
arsa dal Sole,
il rimpianto del pianeta rosso
che non è riuscito a ospitare la vita,
la danza macrocosmica dei planetesimi, dei mondi,
delle lune, delle meteore, delle stelle, delle galassie,
dei quasar, dei buchi neri,
la danza microcosmica delle cellule, dei mitocondri,
delle molecole, degli atomi, dei protoni,
dei neutroni, dei neutroni, degli elettroni,
degli iperoni, della materia esotica e degenere,
dei quark, dei gravitoni, dei fotoni,
delle stringhe e delle brane,
la particella infinitesimale in cui forse giace
la risposta alla domanda: - Cos'è la materia? - ,
i miliardi di soli luminosi
e di pianeti che danzano intorno a essi
– forse su alcuni ci sono già o ci saranno
tra qualche eone esseri come me,
che si porranno le mie stesse domande
e dispereranno per l'assenza di una risposta –,
i miliardi di soli oscuri e sconosciuti
che attendono solo di essere trovati,
i miliardi di mondi stranieri, vicini e lontani,
figli di altri astri, madri di altre vite,
mondi di pioggia adamantina,
mondi di amniotiche placente oceaniche,
mondi di tesori biologici sepolti sotto il ghiaccio,
mondi di altre giungle, di altri deserti, di altri déi,
i primi vagiti nelle nebulose che danno la vita,
l'ultimo boato delle supernove prima di morire,
il sibilo sempre uguale e sempre diverso delle pulsar,
il disperato grido d'aiuto della luce
che non può sfuggire ai buchi neri,
il bagliore dei mille cori angelici
che splendono in ogni quasar,
i miliardi e i trilioni e i triliardi di attimi
che ci hanno preceduto, prima ancora
che questo mondo venisse all'esistenza,
l'eco del Big Bang – o forse il primo respiro di Dio? –,
i miliardi e i trilioni e i triliardi di attimi
che seguiranno, dopo che questo mondo
sarà svanito dall'esistenza,
la miracolosa alchimia della carne
che nell'amplesso dà la vita,
la maratona uterina vinta
da un umile spermatozoo su milioni,
l'ontogenesi che ricapitola la filogenesi,
il momento esatto in cui l'embrione
trasmuta in feto,
il primo respiro dei polmoni di un neonato,
il primo palpito d'amore tra i banchi di scuola,
il primo buco aperto nel cuore da una delusione
e le centinaia di buchi che verranno dopo,
l'ultimo battito cardiaco di un morente,
la certezza che l'anima deve esistere
e non è mai creata né distrutta,
ma può solo trasmigrare,
la vita che eternamente scorre
e resiste a ogni estinzione,
a ogni catastrofe,
a ogni morte.
Marco Daniele
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