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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
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"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Maurizio Portoghese
Titolo: Ti porto a casa
Genere Romanzo
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Ti porto a casa
Luna.

Le persiane della sala sbatterono forte, Andrea si alzò di scatto dal letto, cercò di capire da dove fosse pervenuto quel rumore, rimase in silenzio per qualche secondo con tutti i sensi accesi, il fischio del vento si insinuò tra le persiane della camera da letto e tutto per lui si chiarì: si era dimenticato di chiudere le imposte della sala come faceva tutte le sere prima di uscire di casa. Si alzò, infilò le infradito ai piedi e si diresse verso la stanza senza accendere la luce, trascinando il suo passo. Entrò, il chiarore della luna piena illuminava quella notte di marzo. Era il 1996, la sua vita era cambiata totalmente, erano anni che non metteva mano a un quadro, non aveva più idee e la sua mente era sempre annebbiata dal consumo eccessivo di alcolici e altro.
Vide la bottiglia di Bushmills abbandonata sul tappeto bianco e marrone della sala, un paio di collant neri sopra il tavolino da fumo e delle scarpe da donna con tacco dodici un po' più in là.
Si stropicciò gli occhi, vide spuntare da sotto la coperta distesa sul divano una gamba e una testa biondo platino che poggiava comodamente su di un cuscino di panno dello stesso colore del tappeto.
“E questa da dove arriva?” pensò, cercò di riordinare le idee rimanendo fermo in mezzo alla stanza senza trovare una spiegazione.
Si recò alla finestra. L'isola Palmaria sembrava un mostro marino, gli aveva dato quell'impressione fin da piccolo, quando nelle notti più buie non riusciva a prendere sonno. La osservava da dietro i vetri della finestra, più la guardava e più gli sembrava che si avvicinasse e la paura lo faceva correre sotto le coperte, rimanendo fermo immobile fino al mattino.
Piccole goccioline si erano fermate sui doppi vetri, ma non erano gocce di pioggia caduta dal cielo, bensì spruzzi di acqua di mare portati dal vento, un vento di libeccio che quella notte soffiava forte su Porto Venere.
Si affacciò per chiudere le persiane quando vide seduta sugli scogli, proprio sotto di lui, una figura di donna. Rimase impietrito, il vento sulla faccia lo fece riprendere immediatamente, guardò meglio e capì che quella sagoma apparteneva a una ragazza.
- Ehi, - urlò, - levati da lì che è pericoloso. -
Le raffiche portavano via le sue parole, il mare continuava a ingrossarsi, chiuse la finestra, la donna che stava dormendo sul divano si tirò su la coperta e scomparve sotto.
Prese la cappotta cerata gialla da dentro lo stanzino, indossò le Elvstrom ai piedi e uscì.
Scese la scalinata, sessantaquattro scalini di granito erosi dal salmastro portavano fino giù alla passeggiata, le lampade attaccate al muro oscillavano pericolosamente, la luce fioca dava un effetto chiaroscuro al suo percorso, afferrò con la mano sinistra il corrimano di ferro, sentì il profumo del mare appiccicarsi al suo corpo. A metà della discesa spuntò qualcosa dall'oscurità che gli passò in mezzo ai piedi, fece un salto per lo spavento, pensò a un topo. Guardò meglio.
Era un piccolo gattino nero e bianco che corse giù verso la passeggiata, inciampò su uno scalino e rotolò. Lo raggiunse, lo prese con una mano, il micio si girò di scatto soffiandogli in faccia.
Avrà avuto sì e no tre mesi, ma già con un caratterino tremendo. Notò che al collo aveva un piccolo collarino con un ciondolo.
Fece per metterlo bene a fuoco, quando il micio gli diede una graffiata sul dorso della mano, si divincolò e continuò la sua corsa.
Lo seguì, appena in strada la ragazza prese con sé l'animale e si allontanò prendendo la scalinata che portava al piazzale della chiesa. Andrea cercò di andarle dietro, il vento forte ostacolò il suo tentativo, portò un'onda che si infranse sugli scogli e gli spruzzi lo presero in pieno, bagnandolo interamente. Appena si riprese, vide la ragazza salire l'ultimo scalino, voltare a destra e svanire nell'oscurità.
Tornò indietro e ripercorse la scalinata salendo il più veloce possibile per poterla incrociare, ma appena fatti i primi venti scalini, gli mancò il fiato, si appoggiò con la mano destra al muro, guardò in alto e la vide passare per il carruggio. Sentì un fuoco dentro di sé e le gambe perdere forza, si attaccò alla ringhiera con entrambe le mani e vomitò.
Percorse l'ultimo tratto fermandosi più volte, le gambe gli tremavano, era come se avesse affrontato la scalata sul tetto del mondo.
Guardò fino in fondo al carruggio, scandagliò ogni piccolo angolo nella speranza di poterla vedere, il rumore del vento che si insinuava tra le vecchie case copriva ogni altro rumore e lui sentì solo il suo fiato corto e il battito veloce del cuore entrare nel cervello.
Arrivò finalmente a casa, aprì la porta e si diresse diretto in bagno, tolse la cerata completamente fradicia e sporca di bava, fece una doccia calda. Poi guardò l'orologio attaccato alla parete e si accorse che erano appena le quattro e quindici.
Pensò a quella ragazzina, al gatto, al ciondolo e al nuovo giorno.
Sapeva cosa significasse quest'ultimo, telefonate da parte dei galleristi che pretendevano quadri, doversi occupare a malavoglia di lui, farsi da mangiare e aspettare la sera dove ormai viveva la sua vita.
Tornò in cucina, si accese una Lucky e si sedette. Sentiva fischiare il vento. Quel vento lo aveva sempre affascinato, molte volte era rimasto in casa davanti alla finestra a osservare le evoluzioni dei gabbiani, altre si era precipitato sopra le alture di Porto Venere per osservare le grosse onde infrangersi sotto gli scogli della chiesa di San Pietro.
Ripensò ancora alla ragazza, al micio e al ciondolo che aveva attaccato al piccolo collo, era sicuro di averlo già visto da qualche parte, ne era certo.
Sentì che l'ansia stava prendendo il sopravvento, cercò di eliminarla pensando a altre cose, ma quel pensiero era troppo insistente. Provò a dire tra sé e sé un piccolo ma efficace scioglilingua – “tre tigri contro tre tigri, tre tigri contro tre tigri” – fino a quando quel senso di oppressione che aveva sul petto e il nodo alla gola non fossero spariti, un metodo che gli aveva insegnato il suo amico Paolo.
La cosa funzionava abbastanza, certo, non sempre ci riusciva e quando proprio era al limite preferiva ricorrere a un buon bicchiere di whisky o forse anche più di uno per annebbiare la mente ed evitare di prendere ansiolitici.
Quella notte per sua fortuna funzionò.
Diede le ultime due tirate alla sigaretta, giocò con il fumo facendo dei piccoli anelli che si andarono a dissolvere in mezzo alla stanza, gettò il mozzicone nel bicchiere di plastica. Avrebbe usato quell'acqua per bagnare le piantine grasse disseminate per tutta la casa, aveva letto da qualche parte che qualche goccia di quel liquido era un buon rimedio e un ricostituente per le piante. Poi spense la luce della cucina e tornò in camera. Si girò e rigirò nel letto senza prendere sonno fino alle sei e trenta. Sconfitto, decise di alzarsi.
Andò in bagno si fece la barba e poi andò in sala. La ragazza era ancora ferma nella stessa posizione di qualche ora prima, la guardò con attenzione cercando di ricordarne il nome. Niente, rammentava a malapena il locale dove l'aveva conosciuta la sera prima.
Si vestì e uscì, fece il giro di tutto il paese controllando vicoli e scalinate, arrivò su al cimitero, poi tornò indietro fino alla chiesa di San Pietro, tornò di nuovo indietro e proseguì verso il molo dove alcuni pescatori stavano controllando gli ormeggi delle barche. Si avvicinò e chiese se per caso avessero visto una ragazzina con un gattino, senza ottenere una risposta affermativa.
Intanto il vento continuava a soffiare forte e il mare a ingrossarsi sempre di più.
Rientrò a casa, la bionda si era svegliata e stava facendo la doccia canticchiando il motivetto del momento.
Accese l'ennesima Lucky e l'aspettò in cucina. Lei arrivò indossando l'accappatoio azzurro e un asciugamano bianco in testa, a mo' di turbante. Sorrise, si alzò in punta di piedi e lo baciò sulla guancia, fece cadere l'accappatoio a terra e tolse il turbante. Lui la guardò, spostò le cose che erano sul tavolino della cucina facendone cadere alcune, la fece sdraiare sopra, si spogliò e si gettò su di lei.
La sua pelle profumava di spezie e rum, come i suoi capelli. Le labbra morbide come il velluto baciarono il collo di lui e le sue mani gli accarezzarono la schiena, dalle spalle al fondo, lasciando al ritorno leggere striature rosse.
Un brivido percorse il corpo di Andrea che appoggiò le mani sul tavolino, si tirò su inarcando la schiena, lei gli sorrise e lui aumentò il ritmo.
Alle nove precise uscirono da casa, doveva riportarla a Viareggio, ma prima si fermarono al bar da Ernesto per fare colazione.
- Buongiorno Nes, mi fai un caffè doppio e un cornetto alla crema e, per lei... Tu cosa prendi? -
- Spremuta di arancia e basta. -
- Okay ragazzi, vi sedete o tutto al volo? -
- Al volo, Nes, al volo. -
Nes era il diminutivo di Ernesto, glielo avevano dato i ragazzi del paese, lui amava essere circondato da tutti quei giovani e cercava di rimanere al passo con i tempi per non perdere nessuno di loro.
- E questa bella bionda come si chiama? - Disse guardando Andrea.
Lui prese tempo, il vuoto, non riusciva proprio a ricordare.
- Oxana - rispose lei.
Ernesto cominciò ad attaccare bottone subissandola di domande e complimenti.
A un tratto si accese un ricordo dentro la mente di Andrea, finì il caffè e disse che doveva tornare un attimo in casa.
Fece una corsa, le scale che portavano all'appartamento salite a due a due, entrò e andò al piano di sopra. Aprì la porta dello studio, erano quasi due anni che non ci metteva piede.
Numerose tele appoggiate al muro, due cavalletti con quadri appena cominciati, colori, pennelli, stracci e poi il grande baule di legno e cuoio dove teneva le sue cose e i suoi ricordi.
Lo aprì e cominciò a rovistare senza sapere cosa stesse cercando. Venne fuori una cartellina con diversi disegni appena abbozzati, ritagli di giornale, un vecchio orologio da polso con il vetro rotto, un mazzo di chiavi e il suo portachiavi raffigurante la mascotte di España 82, ma niente di tutto questo gli interessava. Trovò anche una piccola agendina nera datata 1980, la aprì a caso e trovò questo appunto: “La gioventù è davvero una cosa meravigliosa, ma è qualcosa che spesso non si apprezza mentre la si vive. La vita scorre velocemente. Prima di accorgercene siamo già vecchi. Per questo motivo negli anni verdi dovremmo essere il più attivi possibile. Piuttosto che una vita di pagine bianche, vivete un'esistenza piena di memorie, di battaglie ben combattute e meravigliose esperienze. Non lasciare nessuna traccia, invecchiando e morendo, è un modo triste di vivere.”
Rimase fermo immobile per qualche minuto leggendo e rileggendo la frase, infilò l'agendina nella tasca interna del giubbotto, alzò il viso e guardò con attenzione la stanza. Decise proprio in quel preciso istante che avrebbe ricominciato a dipingere.
Uscì di casa e si fermò al panificio.
- Buongiorno! -
- Buongiorno Andrea, cosa ti do di buono? Ti ho già messo via il pane. -
- Lo prendo dopo, Anna. Ti volevo chiedere una cosa: hai per caso visto una ragazzina con un micetto questa mattina? -
- No, mi spiace, qua non è passata. -
- Okay Anna, passo più tardi. -
Stava per uscire dal negozio quando la donna lo richiamò.
- Aspetta Andrea, ho visto, però sul presto, due ragazzine alla fermata dell'autobus, avevano gli zaini e forse un gattino. -
- Grazie Anna. -
Si incamminò verso il bar a passo svelto, pagò il conto e insieme alla bionda si diresse verso il parcheggio.
Salirono in auto, una Citroën DS rossa con il tetto color crema, una vettura un po' datata, una delle poche rimaste in circolazione nella provincia.
Guidò fino al deposito degli autobus e chiese informazioni sulla corsa di Porto Venere del mattino presto. Un autista che aveva fatto quella tratta gli disse di aver visto le ragazze e di averle fatte scendere in prossimità della stazione centrale.
Ripresero l'auto e andarono in stazione, parcheggiò nel piazzale lasciandoci sopra Oxana e si precipitò in biglietteria. Fece la solita domanda e l'addetto si ricordò di aver venduto un solo biglietto per Firenze a una delle due ragazze.
Tornò all'auto e si diressero a Viareggio prendendo l'autostrada.
Oxana avrebbe voluto aiutarlo in qualche modo, le sarebbe piaciuto rimanere al suo fianco. Le poche cose che Andrea le aveva raccontato l'avevano turbata, voleva sapere che fine avesse fatto la ragazza, ma Andrea in quel momento non aveva bisogno di nessuno accanto a lui, sarebbe stata solo un peso e il suo zaino era già troppo pieno.
La accompagnò in stazione, fecero il biglietto, scesero le scale che portavano al secondo binario, si salutarono baciandosi sulle labbra e lei gli sussurrò: - Sai dove lavoro, ti aspetto. A presto. -
La guardò incamminarsi lungo il marciapiede. Il ragazzo delle pulizie smise di fare il proprio lavoro e fece un cenno al collega, lei si girò verso Andrea e gli lanciò un altro bacio.
Lui sorrise suscitando invidia nei due. Uscì dalla stazione, salì in auto e guidò veloce verso casa.
Aveva una sensazione strana, mai provata. Sapeva che sarebbe successo qualcosa, lo percepiva dentro di sé. I chilometri correvano veloci facendo a gara con tutti quei pensieri che si materializzavano nella mente. Parcheggiò l'auto vicino al piccolo distributore di benzina e si diresse verso la punta di Porto Venere come attratto da una calamita.
Il vento stava portando grossi nuvoloni neri e l'aria si era fatta molto più fresca, guardò in alto e vide la ragazza seduta sul muretto sotto il castello.
Un brutto presentimento lo attraversò.
Corse veloce su per quei grossi gradoni sconnessi, tutti diversi l'uno dall'altro. Inciampò diverse volte, il cuore batteva forte, gli sembrava quasi che stesse andando fuori giri, spingendo per uscire dal petto, ma non poteva fermarsi. Pensò di non riuscire ad arrivare per poterla salvare. Aveva la gola secca, gli mancava il respiro e quel lieve sibilo bruciava in modo pazzesco. Prese il viottolo a destra che portava alla chiesa di San Lorenzo, voleva poterla prendere alle spalle. Arrivò finalmente nel piazzale, era ancora seduta sul muro e davanti a lei lo strapiombo arrivava al mare.
La vide muoversi e notò il micio accovacciato sulle sue gambe. Si avvicinò piano, il vento spingeva il rumore dei suoi passi lontano.
Riprese a fatica il fiato e il controllo del battito, poi, quando le fu vicino disse:
- Bel panorama, non credi? -
Lei si girò di scatto, lo guardò, ma non gli rispose.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
- Dicevo, bel panorama... Forse non capisci la mia lingua, scusa. -
Lo guardò ancora con i suoi occhi neri, senza dire nulla.
Sopra le sue gambe il gattino si mosse, si tirò su e cominciò a stirarsi.
- Ma che bel micetto - fece lui.
Lei lo prese e lo tirò a sé.
- Tranquilla - e allungò la mano per accarezzarlo.
Notò che non aveva più il ciondolo.
- Non hai paura che ti scappi, che possa caderti giù? - aggiunse.
Lei, quasi spazientita, gli disse, con accento spagnolo: - No, e lasciami stare. -
- Okay ragazzina. Non sono venuto fin quassù per infastidirti o molestare, non me ne può fregar di meno se hai deciso di spiccare il volo. -
A quel punto lei si girò di scatto e scoppiò in un pianto di liberazione.
Bingo! Aveva colto nel segno.
Le prese una mano e la tirò su. La fece sedere sul muretto con le gambe, questa volta rivolte verso la terraferma, la guardò negli occhi e le disse: - Come ti chiami? -
- Luna - rispose.
- E questo micetto? -
- È una gattina e non le ho ancora trovato un nome, ma è grazie a lei se sono ancora viva. L'ho trovata l'altra sera e non mi ha più lasciata. -
- Okay, ora facciamo una cosa, andiamo a casa mia, mangiamo qualcosa tutti e tre e poi le troviamo un nome. -
La ragazza decise che forse era la cosa giusta da fare, scese dal muretto e insieme percorsero la scalinata e il viottolo che portavano in paese.
Si fermarono a prendere il pane e una scatoletta per la gattina.
Appena entrati nell'appartamento, Luna gli chiese se poteva usare il bagno, lui le suggerì di farsi una bella doccia calda mentre avrebbe preparato il pranzo.
Diede da mangiare alla micia che divorò la scatoletta all'istante, accese la televisione e cominciò a preparare, quando: - ...ma veniamo alle notizie di cronaca. È stata ritrovata sana e salva una delle due ragazze spagnole scomparse a Firenze durante una gita scolastica. La ragazzina è in buone condizioni, ma non si sa ancora nulla sull'accaduto né sulla sua compagna. Vi ricordiamo che se qualcuno dovesse avere notizie dell'altra ragazza può telefonare al numero in sovrimpressione. -
Gli si gelò il sangue, spense immediatamente la televisione.
Luna uscì dal bagno tutta profumata, si sedettero a tavola e cominciarono a mangiare.
Aspettò che finisse e dalla velocità con cui mangiò gli spaghetti capì che erano giorni che non faceva un pasto decente.
La volle mettere alla prova.
- Dai, raccontami un po' di te. Cosa ti ha portato qua, che scuola fai, di dove sei, la tua famiglia? -
Lei gli rispose con un'altra domanda.
- Perché ti dovrei raccontare qualcosa di me se io non so nulla di te? -
- Forse perché sono curioso o forse perché posso darti una mano. -
- Una mano in che cosa? E se io non volessi il tuo aiuto? -
- Allora solo perché sono curioso. -
Fece un sorriso, incrociò le gambe sulla sedia e la gattina salì con un balzo su di lei e si accovacciò. Cominciò ad accarezzarla e a raccontargli la sua storia.
Quando finì i loro occhi erano pieni di lacrime.
Lo stato d'animo oscillava tra la rabbia e la tristezza, alternandosi.
Le accarezzò la mano e quel batuffolo nero e bianco poi disse: - Ora faremo due cose, la prima è darle un nome. Ho pensato a Stella, così si abbina al tuo, che ne pensi? -
- Direi ottimo, ma siccome è piccola la chiameremo Stellina. -
- Fantastico! - rispose.
- La seconda, è che dovrai andare al comando dei carabinieri e dire chi sei. -
- Non ci penso nemmeno, - rispose, - io non ci torno a casa. -
Passarono più di un'ora a parlare, alla fine a fatica riuscì a convincerla.
Lei prese il numero di telefono, l'indirizzo e promise di chiamare appena fosse arrivata a casa. Non avrebbe fatto il nome di lui con nessuno e lo avrebbe chiamato per qualsiasi cosa.
Gli lasciò in custodia la piccola Stellina e promise che sarebbe tornata a trovarla, diede un bacio alla micia e si allontanò. La seguì dalla finestra della cucina fino al comando dei carabinieri.
Richiuse la finestra e provò un senso di tristezza e di vuoto allo stomaco allo stesso tempo. Si sedette sul divano cercando di raccogliere le idee, il racconto di Luna lo aveva scosso. In quel preciso istante Stellina fece un balzo e atterrò sulle sue gambe conficcando le sue piccole unghie nei jeans e cominciò a fare le fusa.
Andrea le accarezzò la piccola testa, chiuse gli occhi e si addormentarono.
Due ore dopo l'auto dei carabinieri con a bordo Luna passò sotto le finestre della casa di Andrea. Lei alzò gli occhi e guardò fuori dal lunotto posteriore, una lacrima le bagnò il viso.
Maurizio Portoghese
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