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Dacia Maraini nasce a Fiesole (Firenze). La madre Topazia appartiene a un’antica famiglia siciliana, gli Alliata di Salaparuta. Il padre, Fosco Maraini, per metà inglese e per metà fiorentino, è un grande etnologo ed è autore di numerosi libri sul Tibet e sull’Estremo Oriente. Nel 1943 si trova con la famiglia in Giappone e vive la drammatica esperienza di un campo di prigionia. Ad oggi, è considerata a pieno titolo "la signora della letteratura Italiana".Gli ultimi romanzi pubblicati con Rizzoli, sono Corpo Felice e Trio.
Erri De Luca. Nato a Napoli nel 1950, ha scritto narrativa, teatro, traduzioni, poesia. Il nome, Erri, è la versione italiana di Harry, il nome dello zio. Il suo primo romanzo, “Non ora, non qui”, è stato pubblicato in Italia nel 1989. I suoi libri sono stati tradotti in oltre 30 lingue. Autodidatta in inglese, francese, swahili, russo, yiddish e ebraico antico, ha tradotto con metodo letterale alcune parti dell’Antico Testamento. Vive nella campagna romana dove ha piantato e continua a piantare alberi. Il suo ultimo libro è "A grandezza naturale", edito da Feltrinelli.
"Il destino di ogni uomo è un segreto sepolto nel silenzio" A pronunciare queste parole è Glenn Cooper, uno scrittore che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo e che ha un legame particolare con la storia Italiana. Il suo ultimo libro si intitola Clean - Tabula Rasa e racconta di una epidemia mondiale molto simile a quella che abbiamo appena vissuto.
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Writer Officina
Autore: Matthew Arkham
Titolo: L'Abisso
Genere Horror
Lettori 1244 12 17
L'Abisso
La vita è tutto ciò che non hai programmato...

Credetemi, tutto quello che sto per raccontarvi, è vero.
Per quanto terribile, per quanto assurdo, per quanto mostruoso e irreale possa sembrare alle vostre orecchie, credetemi, è tutto vero.
Il mio nome è Malcolm, Malcolm Cupo; per i vecchi amici, Mac.
Mi trovo in un luogo ombroso e sconsacrato, sono ferito, sanguinante, seduto su un vecchio seggio di legno marcito, coi gomiti poggiati sulla dura pietra secolare, nella stanca luce protettiva di un'arrugginita lanterna a olio. Faccio dei lunghi respiri per quietare il dolore... e intanto scrivo su questo libretto nero. Sì, sì, so cosa state pensando: "Siamo nel ventunesimo secolo, maledetto pazzo, esistono tablet e smartphone che possono collegarsi alla rete internet in un istante. Ti basta un semplice clic e puoi inviare il tuo folle messaggio in tutto il mondo".
Già. Soltanto un clic.
Be', voglio informarvi che sono in un luogo remoto, isolato dalla civiltà, gravemente ferito, e intorno a me ci sono soltanto la notte e la foresta buia. Quassù non ci sono né tralicci né ripetitori telefonici. Niente prese per ricaricare batterie a ioni di litio. Nessuna rete informatica di interconnessione per avvertire il mondo di cosa stia accadendo là fuori. Con me ho solo carta e inchiostro, tipo Melville, London, Conrad e altri miti del passato.
È successo tutto così in fretta... e finora non ho avuto il tempo di mettere in ordine le cose. Ma anche uno scrittore fallito, come me (sì, un perditempo amatoriale), riuscirà a raccontarvi di quest'orrore tutto in una sola notte. Dovrò essere rapido e far appello a tutta la mia lucidità per convincervi che quanto sto per dirvi è reale. Che Lei è reale. Prima, però, devo chiedervi un favore: aprite la mente a tutto quello che i nostri genitori, rimboccandoci le coperte quando eravamo bambini, nel tentativo di rassicurarci, hanno sempre definito come mito e leggenda. Ci hanno sempre voluto far credere che l'abominio in realtà non esiste. Invece esiste. Ed è tornato in vita tra questi antichi monti dell'Appennino tosco-emiliano. Sì, sì, so bene che stenterete a crederlo, e penserete che sono pazzo, o ubriaco, o drogato, oppure tutto questo insieme. Be', lo ammetto, in passato ho abusato di alcol e sostanze psicotrope per sfuggire ai mali del mondo... ma alla fine ho capito che il male era dentro di me. Sono stato ricoverato per un grave esaurimento nervoso. Ho abusato di tante cose, soprattutto di me stesso e della pazienza della mia ex moglie, ma adesso sono pulito. Sono lucido. E vi dico che, sì, è facile rifugiarsi nell'ovvietà rassicurante per sfuggire ai mali oscuri del mondo, ma non dovete credere a questo inganno. Non cercate di sfuggire alla bruta realtà soltanto perché è meno rassicurante dei giochini in tivù, di un lavoro noioso, o della routine che vi protegge dal mistero. Non si sfugge al mistero. Perché Lei è qui. È risorta per noi...
Ma torniamo al momento.
Vi ho già detto che sono uno scrittore? Ah, ma sì, sì... certo che ve l'ho detto. Uno scrittore fallito. Ma, in passato, sono stato anche molte altre cose. Sono stato un impiegato, un manovale, un fattorino, un operaio alla catena di montaggio, un uomo di sogni e speranze. E, come tutti gli uomini di sogni e speranze, ho dato anima e corpo, e in cambio sono stato usato, fregato, sfruttato per pochi soldi. Sono uno dei più grandi perditori della storia. E la sconfitta mi ha reso col tempo solitario e aggressivo. Da uomo sono diventato un animale impazzito. Ho distrutto tutto quel che avevo. Ho cercato di uccidermi così tante volte... senza mai riuscirci. Sono stato tantissime cose, tutte sbagliate, è vero. Ma non sono un bugiardo. E vi giuro che tutto quello che sto per narrare in questa lunga notte, che spero diventi una scheggia d'infinito, se il mio corpo ferito e malato e la mia mente sconvolta resisteranno, insomma, tutto quel che infine saprete... è vero. Sono morte troppe persone. Alcune innocenti, altre colpevoli, ma tutto sta accadendo perché di mezzo ci sono tanti interessi. E anche il fanatismo di chi vuol vedere bruciare il mondo. Lei però non giudica. Non uccide per amore, per odio oppure per vendetta, né conosce la pietà, in nessuna delle sue molteplici forme. Lei uccide solo perché è affamata. E volete sapere dove vive?
Lei vive laggiù, giù... nel profondo...
D'accordo, calma. Calma. Bisogna procedere con ordine. Vi racconterò tutto in questo manoscritto, su questo libretto nero, suddividendo la storia in capitoli, diciamo venti, ventiquattro... forse venticinque. Il mio intento è quello di condurvi gradualmente alla verità, passo dopo passo, rivelazione dopo rivelazione, in modo che possiate accettarla più facilmente. Forse vi chiederete perché lo sto facendo. Semplice. Perché sono un padre. E voglio che mio figlio, Maxy, il piccolo Maxy, possa crescere forte e sano e libero in un mondo di luce. Non sarò io a seppellire mio figlio. Sarà mio figlio a seppellire me. Quindi vi imploro, a voi genitori, voi figli, voi amici... ascoltatemi. È importante ciò che vi sto per rivelare. Leggete pure i mie precedenti da uomo irascibile, da sbandato violento, dedito ai vizi, leggete tutto ciò che su di me è scritto nella fedina penale. Sono un povero idiota con una laurea in "ingegneria degli incasinamenti" e un master in "autodistruzione applica-ta". Sono un premio Nobel per Disastri e Puttanate Senza Speranza. Sì, è vero, sono tutto questo. Ma non sono un bugiardo.
Un momento... Cos'è stato?
Un rumore là fuori, nella notte... o solo una mia errata percezione causata dalla sofferenza, dall'emorragia e dall'orrore di cose che vivono nel buio, cose che sussurrano, che strisciano? Cose mostruose... Ecco, sì, di nuovo un rumore! Ma no, no... che stupido. Non sono dei rami spezzati da Lei, sono solo dei legni secchi che schioccano nel fuoco che ho acceso nella navata, per proteggermi. Per non lasciare che il buio entri. Per sentirmi un po' meno solo. Aspettate. E questo gocciolio, invece? Ah, no... non è niente. È solo il mio sangue che gocciola a terra. Nel corpo umano ce ne sono cinque o sei litri. C'è ancora tempo. Accidenti, a stento riesco a trattenere una risata che m'infiamma il costato mezzo rotto, smorzandola in un singulto isterico. Mi sembra di impazzire. Adesso, poi, dovrei andare in bagno, alzarmi... ma non ce la faccio. Resto seduto nella bolla di luce calda che mi accudisce. Mi urino addosso. Be', almeno mi riscalderà.
Sì. Sì, so cosa pensate. Ma voi non avete passato quel che ho passato io.
E ora sono stanco, tremante, con la vista annebbiata e il gelo nelle ossa. È lo shock ipovolemico: uno stato di gelido torpore causato dalla diminuzione di sangue nel corpo. Sono sfinito. Ed è solo l'inizio di ciò che mi accadrà. Dio! Chi potrebbe riconoscere, adesso, quello che nelle periferie più fetide e malfamate veniva chiamato con timore e rispetto"Mac, l'animale"? Già. Ma, in fondo, che cos'è un animale, cosa, se non una bestia inferocita, un essere abbrutito dalla sofferenza e dalla solitudine?
Ah, perdonatemi, sto di nuovo divagando. Ma è necessario. Perché ogni dettaglio mi aiuta a rimanere concentrato e a condurvi per mano in questo folle orrore. Per questo mi sono imposto di lasciare testimonianza di qualunque sensazione, o emozione, o pensiero, che vi aiuti a comprendere meglio cosa è accaduto, cosa accade e cosa accadrà. Il futuro non è più un mistero. E io vi dirò tutto quel che dovete sapere. La mia mente è ancora lucida e voglio approfittarne. Prima che arrivi la confusione per via del dolore, della febbre, del dissanguamento. Oh, Gesù! Quanto vorrei un goccio d'alcol! Avrei proprio bisogno di un goccio di scotch per tener duro nella notte più lunga e buia della mia vita. Ma, come ho già detto, con l'alcolismo ho chiuso. Nessuna sostanza che dia l'illusione della pace o della forza. Solo io, la notte nera e questa terribile verità da raccontare. Eppure, neanche nelle risse più violente per strada, o quando ero mezzo morto in un letto d'ospedale, oppure litigando in famiglia, in luoghi e tempi ormai così remoti da sembrare irreali, ho conosciuto momenti così difficili. Per tanti anni la mia vita è stata un viaggio notturno. Paura. Rabbia. Dolore. Il sapore metallico del sangue in bocca. Ero tornato qui, tra questi monti familiari, per rimettere insieme i pezzi della mia vita... e invece ho trovato l'inferno. Ma, d'altro canto, "la vita è ciò che ti accade", diceva John Lennon, "mentre sei occupato a fare altri progetti". La vita è tutto ciò che non hai programmato. È il mio ultimo rammarico. Avrei voluto che le cose fossero andate diversamente, una seconda chance per un uomo sconfitto, distrutto, prigioniero di una pericolosa zona d'ombra che gli specialisti della mente umana definiscono "depressione". Ma il Fato, quel gran figlio di puttana che i credenti si ostinano a chiamare Dio, be', ha deciso diversamente. E adesso ho un compito troppo importante e gravoso da assolvere, qualcosa che darà un senso, forse, a questo disastro naturale pieno di vittime sanguinanti che è la mia vita.
Ma ora dovete ascoltarmi!
Ascoltate, perché il male che si è appena risvegliato dal buio più profondo della terra, verrà da voi, nelle vostre città, nelle vostre case. Prestate fede a quanto sto scrivendo con una mano in questa notte infinita, tamponando l'emorragia sulla coscia con l'altra mano, perché vi racconterò la leggenda, vi parlerò del mito. E se qualcosa dovesse andar storto, prego che questo manoscritto, cui affido il segreto, finisca nelle mani giuste. Dio mio, se solo voi aveste visto ciò che ho visto io. La gente morire sbranata, dilaniata, inghiottita. La mente di un uomo può anche cedere. Ma impazzire è un lusso che ancora non posso concedermi. Sento l'abbraccio dell'ultimo sonno. Sarebbe bello, sì, davvero bello, poter chiudere gli occhi e sognare... un nuovo mondo... una nuova vita... una vita migliore... ma no! no! non ancora! Devo restare concentrato. Nella luce. Ma scommetto che... sì, scommetto che ora state ridendo di queste poche righe scritte con mano malferma. State pen-sando che io sia del tutto impazzito. Ma ciò che ho visto... Lei... il suo potere... voi non potete capire. È eterna come le pietre dei monti, inafferrabile come le sabbie dei deserti, misteriosa come i fondali oceanici. Era già antichissima quando il Figlio di Dio venne inchiodato sulla croce. La sua leggenda è stata narrata su dipinti rupestri da cacciatori vestiti di pelli. Veniva celebrata con riti di sangue da popoli ormai estinti da millenni. Avete presenti gli orrori impossibili nei film di Carpenter o nelle storie di Lovecraft? Ciò che ho visto, ciò che sta accadendo... oh, mio Dio... l'orrore, l'orrore, l'orrore...
L'orrore!
Ah, ma sì, sì... mi sembra quasi di sentirvi, ancora increduli, sarcastici, sospettosi davanti a tutto ciò che non fa parte della vostra banale esperienza di orari e cartellini, di poppate, di streaming sulla pay tv, di calcio il fine settimana e tante altre stronzate illusorie. Ma davvero credete che siano reali solo i vostri mobili Ikea o i minipimer o le carte Visa? Non avete più fantasia per credere in nulla. So già cosa state pensando, sì, pensate che Lei non esista, che non sia reale, che non possa farvi alcun male perché è solo nella fantasia allucinata di un povero ex alcolizzato.
Non credete che sia viva? Non credete nemmeno che abbia una casa?
Poveri illusi. Lei è viva, e il buio... il buio è la sua casa.
Ma adesso basta, prestate attenzione. Ascoltatemi. Vi giuro che non sono né un pazzo né un bugiardo. Fidatevi di me!
Voi che in questo momento siete lì seduti, magari sdraiati a letto, oppure su un comodo divano, voi che state leggendo, voi che presto saprete, mettetevi pure comodi e ascoltate... aprite le vostre menti... perché adesso io vi racconterò...
...dell'Abisso...

Chi vuole vivere per sempre...

Quando tornai nel vecchio quartiere, in sella alla mia moto, riconobbi all'istante il primo caseggiato che incrociai, basso, tozzo, dall'intonaco un po' scrostato. Era il complesso di cemento color giallo piscio di birra delle mie vecchie scuole, elementari e medie (con annesso campetto di calcio in terra battuta), dov'ero cresciuto azzuffandomi con altri ragazzini. Era una strana sensazione. Insomma, era come viaggiare a ritroso nel tempo. Come se stessi riavvolgendo i fotogrammi ingialliti di un vecchio film. Su ogni angolo d'asfalto e cemento avevo lasciato un bel ricordo. La Spina, il mio vecchio quartiere (così lo chiamavamo, perché piantato lungo e curvo nei primi campi della zona rurale), non era affatto cambiato; ed ecco stesi ai balconi i soliti panni colorati gonfiati dal vento come le vele di un galeone, il campetto di calcio polveroso e scalcinato dietro la scuola dove sbucciavamo gomiti e ginocchia, il bar sportivo del signor Edo dove prendevamo le prime sbronze... Tutto come allora, sì, ma anche un po' diverso, ingrigito giusto un po' dalla patina triste della vecchiaia.
Se vi è mai capitato di rivedere i luoghi dove siete cresciuti, di rivederli di colpo invecchiati, come un parente che non frequentate da anni, allora sapete perfettamente cosa provai in quel momento. Lo ammetto: ero emozionato come un ragazzino che ritrova un vecchio giocattolo che credeva perduto. Sapete com'è. Era solo un po' di stronza nostalgia, che mi si rimescolava nello stomaco. Rivedevo la vecchia fermata del bus dove coi compagni di scuola ci scambiavamo pugni e scherzi feroci, o la piazzola dove un tempo c'era l'edicola Pescolla dove acquistavamo sottobanco le ultime edizioni della pornografia patinata, o ancora il parchetto in cui da adolescenti ci imboscavamo sulle panche di ferro battuto per infilare le mani nelle mutandine delle ragazzine o per condividere le prime cicche di dolcissimo fumo pakistano; e pensavo, Gesù cristo, io sono stato qui? ho fatto tutte queste cose? e ora che diavolo rimane? Un cazzo di niente. Solo ricordi, foto sfocate, immagini opache e ingiallite di una vita che non sembrava più nemmeno la mia. Era qualcosa di familiare ma al contempo sconosciuto. Era come rivedere il volto stanco e invecchiato della propria madre.
Cercai d'ignorarlo.
Intanto, più m'inoltravo nel vecchio quartiere, tra alberi secolari e sbilenchi che resistevano spaccando l'asfalto, tra vetrine di negozi sprangati dalle tante crisi economiche che si abbattono improvvise come tempeste, tra parrocchie e centri sociali sempre più somiglianti a orridi cinema multisala, e più avevo la sensazione di essere atterrato con un'astronave dopo un secolo di viaggi ai confini dell'universo. Ma dov'erano finiti tutti quanti? Dov'era la videoteca Cinecittà col suo comparto a luci rosse schermato dalle tendine (rosse, appunto)? Dov'era l'oratorio di San Giuseppe dove rompevamo i vetri a pallonate e tiravamo le sassate ai piccioni appollaiati sui cornicioni? Dov'era la maledetta Marilù coi brufoli e i fianchi larghi che ci aveva insegnato tutto lo scibile sull'uso della lingua nelle zone erogene? Tutto distrutto, spazzato via, sostituito da balordi minorenni con barbe da talebani e cre-ste da gallinacci, "Compro oro" per disperati in bolletta, negozi pachistani e distributori automatici di preservativi e alcolici. Il mio vecchio quartiere si era trasformato nella periferia degradata di una metropoli piena di gente incazzata. Gli anni della giovinezza, lo capii in quel preciso momento, erano morti e sepolti per sempre. Mac, amico mio, benvenuto nell'età adulta: una lunga gita in posti di merda affollati di stronzi. Il meglio era passato, conclusi, parcheggiando la moto in fondo al viale alberato, davanti alla vecchia casa rustica della mia famiglia. Tirai giù il cavalletto e poi smontai rivolgendo uno sguardo, all'orizzonte, ai fumi neri e oleosi dell'industria petrolchimica, la italo/tedesca Goliath, che da più di un secolo sfama (e avvelena) la nostra piccola città. Il contrasto tra il profilo fumoso e metallico del mostro petrolchimico e le vallate e i monti boscosi dell'Appennino era sempre piuttosto straniante, irreale, come una festicciola vegana in un mattatoio grondante di sangue. Non mi ci sarei mai abituato.
Avevo appena distolto lo sguardo, imboccando il viale d'ingresso, il casco ancora in mano, quando mi sentii chiamare da una voce vagamente familiare. Appena mi girai la riconobbi all'istante, nonostante il tempo e la forza di gravità l'avessero invecchiata e appesantita. La signora Morganti. La dolce e cortese signora Morganti. Quella vecchia stronza impicciona. La lasciai che era una sessantenne piacente e la ritrovai che era un'ottantenne bolsa e tremolante. Ma lo sguardo acceso e il sorriso fresco c'erano sempre.
- Come va, signora Morganti? - la salutai, andandole incontro mentre lei si avvicinava dalla sua proprietà, uscendo dal giardino ben curato all'inglese.
Ci scambiammo una stretta di mano e lei rispose allegra: - Oh, bene, giovanotto, bene. Dio mio... è tanto che non ci vediamo. Saranno passati... -
- Vent'anni, signora, sì. Saranno passati vent'anni. -
Lei sbarrò gli occhi acquosi e schioccò le mani, in un gesto tipico, di finta sorpresa. Sapevamo entrambi che era passata una vita.
- È vero, sì - , annuì pensierosa, - sono passati vent'anni. Tempo fa incontravo ancora tua madre. Poi l'ho persa di vista. Ma dov'è? Sta bene? Eh? E cosa fa adesso? -
La solita impicciona, pensai. A occhi estranei poteva sembrare una cortese dimostrazione d'interesse, ma a me, che la conoscevo, apparve per quello che realmente era: il solito bisogno femminile, più acuto in vecchiaia, di sapere quel tanto che basta per colmare i vuoti di un'arida quotidianità.
Mi limitai a riferire solo le informazioni essenziali, non coperte da "se-greto familiare". Dissi: - Sì, mia madre sta bene, che io sappia. Si è trasferita dal fratello, su a nord. Insieme almeno si aiutano a vicenda. Ormai non poteva più vivere da sola. -
- Capisco. E tuo padre? Lui sta bene? -
- L'ho perso di vista da parecchi anni. -
- Ah. Be', comunque... spero stia bene. Ma tu cosa fai? Ti trattieni? -
Mi stava sottoponendo a un classico terzo grado.
- Sì, credo di sì - , ammisi, - almeno per un po'. -
- E il lavoro? -
- Be', diciamo... che sono aperto a nuove possibilità. -
E poi sorrisi, sperando di placare l'invadenza della vecchia Morganti. Ma niente da fare. Lei tacque, sì, ma solo quel tanto che bastava per studiare la mia brutta faccia e preparare un'altra raffica di domande seccanti. La vecchia aveva assunto una disarmante espressione da babbuino curioso.
L'anticipai al volo. Dissi: - Signora, mi perdoni, ma adesso dovrei portare la mia roba in casa. Magari più tardi passo da voi per un saluto. A presto. -
Mi mostrai subito indaffarato. Dal bauletto laterale della mia moto, una Cagiva Elefant, tirai fuori una sacca di tela verde militare e la portai in spalla verso casa. Feci un ultimo cenno di saluto alla Morganti, che, ormai sconfitta, scrollò le spalle e replicò col suo solito sorrisetto finto. La vidi far dietrofront e poi tornare nel suo bel giardino raso all'inglese.
Per me non fu così facile: dovetti attraversare una specie di sottobosco irto di sterpaglie, dove potevano essere annidati ragni tropicali, serpenti boa, caimani di palude, testimoni di Geova e chissà quali altre bestiacce pericolose, prima di mettere piede in casa. Una volta dentro, chiusi la porta alle mie spalle, provando un senso di mistica liberazione. Mi ritrovai così nella solitaria penombra e lasciai cadere la sacca. Il rumore risuonò nel silenzio. Mi avventurai in soggiorno, quasi in punta di piedi, come se temessi di risvegliare davvero chissà quale bestia feroce. Il Passato. O, perlomeno, così lo identificai io. Il mio sguardo cadde su alcune cose che riconobbi subito, con un misto di fastidio e tenerezza: il set completo d'argenteria di mia madre, la caravella Santa Maria assemblata con colla e legnetti di acero da mio padre, e il vecchio stereo Pioneer con mangianastri che avevo comprato rubando un po' alla volta i risparmi di mia nonna. Le altre cose rimasero sullo sfondo, i quadri alle pareti, la tappezzeria, il camino di pietra; eccetto, forse, il mobile bar zeppo di alcolici, comprato da mia madre per puro ornamento, fanatica dell'arredo compulsivo qual era. A colpirmi di più, in ultimo, fu la libreria dove, tra tanti tomi polverosi, riconobbi i romanzi di London, Hemingway, Orwell, Bukowski e altri. Fantasticherie cui da ragazzo mi rifugiavo, perché la realtà, ammettiamolo, è sempre una gran delusione del cazzo. Ma forse, pensai, è colpa loro, di questi sognatori e della fascinazione dei loro pensieri, se ho deciso di ripiegare nella scrittura per sfuggire alla mediocrità del reale. Peccato che, a differenza loro, io non ho mai avuto neanche un briciolo di gloria. Forse sono uno scrittore mediocre, pensai. O forse oggi c'è troppa concorrenza rispetto a cent'anni fa, perché ormai scrivono un po' tutti, chi per passione, chi per farne un lavoro, chi soprattutto per terapia psichiatrica. C'è più gente depressa e infelice che scriva di quanta ce ne sia che legga.
Comunque, continuando a girovagare per la casa, l'ambiente immutato, i dettagli pieni di storia, tutto lì intorno mi suggeriva un che di familiare. Era una continua reminiscenza, come annusare un odore conosciuto, o ascoltare una vecchia canzone. Era come tenere tra le mani una foto ingiallita dei bei tempi andati. Vagamente piacevole... ma anche avvilente.
Ah, fanculo, non c'è mai scampo dal passato.
Cercai di reprimere i brividi, quel genere di pelle d'oca che corre lungo la schiena se ti trovi a girovagare in un cimitero, di notte. Poi, raggiunsi il tinello, dove, secoli fa, mangiavamo tutti e tre, fingendo di essere una famiglia. Incrociai la mia brutta faccia nello specchio a parete, notando, come al solito, quello che la vecchia Morganti aveva avuto l'impulso di indagare. Le cicatrici. Per prima la più grande, un solco che scende dal sopracciglio sinistro, e riappare su zigomo e mascella. Poi le altre, sparpagliate, piccole, tipo indizi di un enigma insoluto. Di loro non ne ricordo più neanche l'origine – forse perché ero troppo sbronzo, o strafatto. Solo la più grande mi è rimasta impressa: che notte di follia, quella notte. I ricordi, però, sono un po' come le metastasi di un cancro, spore di un veleno, cui bisogna sfuggire.
Tornai in soggiorno, riservandomi di salire su, a controllare le camere, in un secondo momento. Avevo bisogno d'intimità e riflessione. Avevo bisogno di oblio. Così, allestendo un po' di legna secca, accesi un bel fuoco nel camino, se pure maldestramente – in questo la mia ex moglie era un uomo di casa più efficiente di me. Poi, recuperai una bottiglia di Gran Marnier dal mobile bar di mia madre (allestito però da mio padre) e avviai il Pioneer spingendo il tasto play. Attaccò Radio Ga Ga, dei Queen. Forse una musica troppo vivace, per quel momento, ma la voce di Freddy Mercury è sempre un bel sentire. Mi abbandonai sul divano, e continuai a sorseggiare il cognac, sentendomi sempre più spento, distaccato, davanti alla compagnia scoppiettante del fuoco, condotto pian piano nell'oblio da Fat bottomed girls, Innuendo, We will rock you, A kind of magic e la bella ma triste Who wants to live forever. Su quest'ultima mi soffermai a riflettere, seriamente, sul senso del testo, alla domanda "Chi vuol vivere per sempre?" Ci riflettei su, arrivando a metà della bottiglia, sorso dopo sorso. "Vivere per sempre". Infine mi diedi una risposta guardando il calore scottante del camino: no, cazzo, non saprei cosa farmene dell'eternità! Posso inventare qualcosa per mandare a puttane i prossimi otto, nove, dieci anni al massimo. Ma l'eternità... perdio, troppa fatica! Scoppiai in un accesso di tosse, forse per un goccio di traverso, o per il fumo acre del camino che non tirava bene. Abbandonai la riflessione sul senso ultimo dell'eternità, del vivere per sempre, suggerito dal vecchio Freddy. Ero un tipo da dannazione immediata, qui, ora, ma certo non eterna. Alzai lo sguardo e, sulla mensola del camino, notai una fila di vecchie foto, di cui mia madre era patita. Tante facce, in bianco e nero, oppure a colori. Tutti morti. Sessant'anni di storia della mia famiglia. Al centro del piccolo cimitero di cellulosa spiccava una foto incorniciata di argento. Eravamo noi, la famiglia Cupo al completo, io, mia madre e mio padre. In quella foto ero ancora un bimbo sorridente dalla zazzera nera, in braccio a mia madre. Un bimbo che trentanove anni dopo si era ridotto a un lupo rinsecchito e semialcolizzato col cuore a pezzi (il semi è un inganno semantico). Presi la foto e la gettai tra le lingue di fiamma. Arse bene, mentre l'argento anneriva. Il ricordo di un Natale, forse, o di un compleanno, di un anniversario, di qualche episodio convenzionale di vita familiare. Non potevo ricordare; alcol e farmaci, per fortuna, hanno il gran pregio di bruciare le cellule preposte alla memoria. Decisi di concludere quella incantevole serata da maniaco solitario con un altro lungo sorso di liquore, sulle note di Bohemian rhapsody. Ma, d'un tratto, con la bottiglia ancora a mezz'aria, il cognac pronto a tuffarsi in gola, vidi qualcosa muoversi fuori dalla finestra, nel buio fitto della boscaglia.
Be', non è esattamente così che andò.
Vidi muoversi qualcosa, è vero, ma non nell'oscurità. In realtà vidi muoversi l'oscurità stessa. Scoppiai a ridere, innaffiandomi la faccia di Gran Marnier. Era tardi e io ero semiubriaco – ma sì, il solito inganno semantico. Lasciai la bottiglia, spensi il Pioneer e abbandonai il fuoco ancora vivo e scoppiettante. L'oscurità poteva anche continuare a vorticare e a muoversi, nella mia immaginazione da semialcolista (ma sì, sì, è solo semantica!), mentre io salivo al piano di sopra per crollare sul primo letto disponibile.

Ogni momento è un nuovo inizio...

Un paio di giorni dopo, riposato e sobrio, uscii di casa a piedi e iniziai a vagare per le strade della città. Partii dal quartiere Spina addossato ai campi e feci una lunga camminata fino in centro. Strada facendo, ritrovai luoghi che avevano la vaga familiarità di un parente malamente invecchiato. E ogni scorcio conosciuto alla memoria, era un vicolo abbandonato, un palazzo scalcinato, file di negozi sbarrati e scritte spray inneggianti al degrado e alla ribellione giovanile; quella che non serve a nulla, tranne sfogare gli ormoni.
Dovunque percepivo un senso di vuoto e smarrimento. Era come se l'anima della città fosse morta; e, al suo posto, fosse rimasto solo il cemento decrepito e l'asfalto consumato. Dopo un'ora circa di vagabondaggio mi ritrovai sulla direttrice principale. Camminando sul marciapiede, incrociavo gente frettolosa e dall'aria incupita, concentrata su qualcosa d'invisibile, come sulla soluzione di un complicato problema algebrico. Raggiunta la Città vecchia (il centro storico serrato tra le mura medievali, fatto da viuzze scure, piazzole, palazzine in arenaria) mi ritrovai di fronte l'insegna rosso sanguigna di un locale dei miei tempi. Il Bloody Mary's pub. Oh, Gesù. In quel cesso di posto io ci ero cresciuto, tra strong lager, patate fritte e tutto il repertorio musicale del rock anni '70 e del pop anni '80.
E magari era ancora di un vecchio amico.
Preso da un fremito di curiosità, attraversai l'incrocio verso il Bloody, in-cappando in uno straniero che mi sbarrò subito la strada.
- Fumo, erba, amico - , mi propose impastato, con un'aria guardina, e poi proseguì con - hashish, meta, crack o coca? Eh? Eh? -
- Cristo - , esclamai, - ma la tieni tutta in tasca, 'sta roba? -
Lo straniero mi squadrò. Poi, s'incupì e ripropose duro: - Be', allora che vuoi, culo bianco? Ero? Ho ero bianca di Pakistan. O goccio di fentanyl. -
Sorrisi e feci allegro: - Per me una pepsi diet, grazie. -
Allora il tizio, visibilmente stranito, mostrò il manico di un coltello da 3 miseri pollici che spuntava dal taschino dei jeans. Mi minacciò con un rin-ghio basso da pitbull: - Tu fa' spiritoso? Eh? Eh? Vedi coltello? Ti buco! -
Replicai, calmo e sornione: - Hai mai visto Mister Crocodile Dundee? Quello non è un coltello, amico. Questo è un coltello. -
Dalla tasca, tirai fuori un bestione di serramanico in acciaio inox, con lama ricurva ad artiglio da 5 pollici e mezzo. Glielo sventolai sotto il naso con una faccia da matto uscito dal gabbio dei matti; e poi, mi avvicinai appena, e il tizio arretrò guardandomi con occhi assassini, maledicendomi in qualche oscuro idioma dei deserti sud-orientali. Terminato lo sproloquio, si riunì a un gruppetto di suoi pari, altri commercianti del narcotico al dettaglio, confabulando, rivolgendomi insulti e giurando vendetta. Rimasero lì, all'angolo opposto, tutti torvi e incazzati, mentre riponevo in tasca l'artiglio in acciaio inox ed entravo nel Bloody Mary. Ero pronto per un tuffo nel passato.
Dentro, pazzesco ma vero, in vent'anni non era cambiato nulla. Un vasto locale tutto in legno, con tavoli, panche e sgabelli, e un massiccio bancone di noce con impressi indelebili stampigli di bicchiere. Tutto intorno, alle pareti, erano appiccicate foto, poster e cimeli del ventennio '70-'80. D'improvviso tornai ragazzo, un liceale con la testa fumata e l'alito puzzolente di birra. Diedi una scorsa ai poster di film come Blade runner, la Cosa, Alien e poi sexy pin up nel pieno fulgore giovanile, due paia di guantoni da 10 once, magliette e calzoncini dei migliori club di rugby e altre foto ancora, dei nostri tempi, di serate e bevute, in cui cercai vanamente di riconoscermi. Mi accostai alla parete rivestita in pannelli di cedro e, tra tanti cimeli, tra foto, poster e tanti ricordi, mi colpii una frase del poeta T. S. Eliot.
Lessi: "Ogni momento è un nuovo inizio".
Ma dai, pensai, tra le tante di Eliot, questa è davvero la più grossa...
- Ehi, tu, coso! - mi sentì rimbrottare da dietro il bancone. - Il locale è ancora chiuso. Smamma! -
Mi girai e lo riconobbi subito, minaccioso, tarchiato, solo più grigio e appesantito. Il tempo fa il suo sporco lavoro con tutti, ma Noah, il proprietario del Bloody Mary's pub, più vecchio di me di una decina di anni, in fondo era rimasto lo stesso di sempre. Mi avvicinai per farmi riconoscere.
Funzionò.
Dopo aver schioccato una manata sul bancone, Noah mi squadrò con un sorriso pieno, e strepitò: - Gran figlio di puttana, coso! Sei proprio tu! Mac! -
Alzò il braccio tatuato e ci stringemmo la mano; e poi mi tirò a sé, sopra il bancone, strizzandomi con un abbraccio pesante da ex rugbista. Mi diede un paio di pacche e dopo mi mollò, facendomi riatterrare sul pavimento.
Lo guardai, ricambiando il sorriso. Diedi poi una scorsa in giro per il locale. Era tempo di tornare alle vecchie abitudini.
Mugugnai: - Che cazzo, questo cesso è identico a vent'anni fa. Si sente la stessa puzza di piedi e sudore di allora. E poi il legno. Cristo. C'è più legno qua dentro che in una bara. Ma soprattutto il nome... ancora Bloody Mary?! -
Noah mi ammonì con un dito minaccioso e un ghigno da ex rugbista rissaiolo. Strarnazzò ruvido: - No, eh! Sta' attento a te! Al nome ci tengo. Porta rispetto, o ti fiondo fuori dalla porta. -
Alzai le mani in segno di resa. In effetti, Bloody Mary, per un pub di genere old style, per un ritrovo di giovani perditempo amanti di cannabis e birra, non era poi così male. Non rappresentava solo un richiamo al famoso drink a base di succo di pomodoro e vodka, ma anche un riferimento alle leggende nordiche delle streghe assassine, a un bel fumetto di Garth Ennis, e anche alla famigerata regina Maria di Inghilterra. Il nome Bloody Mary poteva evocare tante cose, a seconda del gusto, di un'interpretazione personale. Allusivo e affascinante. E poi, tutti cerchiamo di dare un senso profondo alle cose che facciamo. È una potente suggestione dell'anima.
- Ehi, coso - , riprese Noah, riportandomi al momento, - è magnifico rivederti da queste parti. Dio mio, saranno passati... -
- Vent'anni, sì. Venti lunghi anni. -
- E cosa ti ha riportato in questa noiosa cittadina tra i monti? -
- Mi andava di rivedere vecchie facce e posti familiari. -
- Bene. E ti fermi o sei di passaggio? -
- In questa vita, dici? Siamo tutti di passaggio. -
All'ennesima battuta trita e ritrita, Noah scosse la testa, senza omettere di darmi - dell'incorreggibile coglione senza speranza - , come ai vecchi tempi.
Lo ringraziai, poi chiesi come stavano sua moglie e sua figlia. Lui non rispose. Puntò invece le grosse mani carnose sul bancone e mi guardò attentamente, studiando il mio volto scarno e spigoloso, le occhiaie infossate, le cicatrici sparse, in particolare quella lunga che tagliava mezza faccia.
- Mi spiace deluderti, Noah - , lo provocai, - ma non sei il mio tipo. -
Fece una smorfia schizzinosa e disse: - Ehi, coso, sai che a guardarti bene fai proprio schifo. Cazzo, ma che t'è successo? Cosa hai fatto alla faccia? -
- Un incidente. Ho urtato il coltello di uno che voleva scannarmi. -
- Ah, però. Ti ricordavo un tipo tranquillo. -
- Non sono io che sono cambiato. È il mondo che è cambiato. -
Allora Noah, soddisfatto dallo scambio di battute, e indaffarato a pulire il bancone, tagliò corto e disse: - Okay, coso, il passato è un morto che puzza. Lasciamolo sepolto dov'è. Dimmi che posso offrirti. -
Mi accomodai su uno sgabello e chiesi: - Oste, per me una guinness e una ciotola di noccioline da sgranocchiare. -
- Una guinness alle undici del mattino? -
- È la "colazione dei campioni". -
- Be', allora una "colazione dei campioni" in arrivo. Resta lì, coso! -
Coso, coso, coso, per Noah eravamo tutti dei cosi. Ci chiamava sempre così: così. Ma eravamo tutti dei cosi che trattava con grande amicizia.
Mentre ricordavo aneddoti vari sui cosi, Noah si mise ad armeggiare dietro il bancone, sul distributore, per spillare una guinness color nero petrolio. Lo guardai disporre una manciata di arachidi nella ciotola e poi posare la birra schiumosa sul banco. Con un gesto mi invitò a cominciare la mia "colazione dei campioni". Tracannai un sorso di birra irlandese, amara e pungente sul palato. Poi, ripensando allo spiacevole incontro di prima, in strada, raccontai: - Sai, ho scambiato due chiacchiere con un simpatico spacciatore di narcotici al dettaglio, qui davanti. Una volta non erano così molesti. -
- È il bello del multiculturalismo progressista. Italiani e stranieri che col-laborano per smerciare droga davanti a scuole e locali. -
- Ti hanno mai dato noie? -
- Che ci provino. Gli presento un mio vecchio amico, Il Battista. -
Da sotto il bancone, Noah tirò fuori un grosso piede di porco, di circa 3 spanne e mezza, con su verniciato in rosso la scritta IL BATTISTA. Un chiaro riferimento a San Giovanni Battista. Un residuo colorito, immagino, della formazione religiosa impartitagli dalla madre, una severa cristiana avventista, o forse una fanatica testimone di Geova, non ricordo bene. Per questo Noah aveva il nome del patriarca biblico nella sua forma arcaico-ebraica. Comunque, tra le sue mani, quel pezzo di acciaio temprato era sicuramente capace di ficcare giudizio anche nelle testaccia più dura. O quello, oppure un bel trauma cranico.
Lo accusai di essere diventato un - gran bel fascista reazionario, compli-menti - , ma senza crederci veramente.
Lui si limitò a ribattere: - È come hai detto tu prima, coso. Non sono io a esser cambiato. È il mondo che è cambiato. -
- Attento, che ti faccio pagare il copyright delle cazzate che dico. Comunque, che significa? Cosa intendi? -
- Che se oggi non sei un africano dei barconi, un gay discriminato, o una donna molestata, nessuno ti caca. Ci hanno dimenticato, coso. -
Scoppiai a ridere, e approvai le chiacchiere da bar di Noah, rifilandogli una pacca. Per l'appunto: erano solo chiacchiere da bar. In rari momenti di sincerità, dalle bocche pudiche dei cosiddetti progressisti, avevo sentito uscire di peggio. Stavamo solo cazzeggiando. Nessuna discriminazione, nessun vero razzismo. Era un modo come un altro per esorcizzare la frustrazione.
Mandai giù un altro sorso di guinness scura e sgranocchiai una manciata di noccioline, mentre Noah sistemava, sugli scaffali dietro al bancone, delle file di boccali da mezzo litro, di pilsner da terzo e di kölsch da quarto. Bevendo, sfogliai distrattamente un quotidiano locale, soffermandomi sulla pagina della cronaca. L'articolo centrale parlava di due tizi che si erano massacrati a calci e pugni per una lite condominiale. Entrambi morti. E l'occhiello in alto riportava ben chiaro che non era il primo caso. In effetti, anche nei tiggì nazionali dei mesi precedenti, la nostra ridente città tra i monti si era distinta spesso per casi molto cruenti di cronaca nera. Si trattava per lo più di sparizioni inspiegabili e di violenti scontri per futili motivi. Leggendo quelle righe, sembrava quasi che tutta la brutalità del mondo si fosse concentrata tra le mura della nostra città. Ovviamente non era così. Bastava allargare un po' lo sguardo, per rendersi conto che il mondo intero sprofonda da tempo in un inferno d'insensata violenza.
E, di sicuro, io ero l'ultimo che poteva dare giudizi in merito.
Mentre spulciavo l'articolo di giornale, per capire se conoscessi i soggetti coinvolti, Noah si accorse della mia curiosità.
- Non penso che li conosci - , m'informò, leggendomi nel pensiero.
- No, per fortuna no. Però sono stati tanti negli ultimi anni. -
- Che cosa? -
- I casi di violenza. Che gli piglia a questa gente? -
- Alla gente di questa città, intendi? E a quella di altre città? E del mondo intero? E a te, coso? -
- A me? Che c'entro io? -
- Basta guardarti per capire che, qualsiasi cosa sia, ha preso anche te. -
- Spiegati. -
- Parlo di quello che capita là fuori ogni giorno. A un incrocio due tizi litigano e uno pesta l'altro fino ad ammazzarlo. E capita in tutto il mondo civilizzato. Non in una giungla, ma qui, nel nostro mondo. -
La saggezza da bar di Noah era incontestabile. Avrei affrontato volentieri un bel dibattito sociologico con lui. Ma dovevo ancora fare dei giri per negozi, comprare cose utili per la casa, e, soprattutto, per il giardino, che sembrava sempre più una specie di foresta pluviale.
Mi congedai schioccando una manata sul bancone. Dissi: - Be', vecchio mio, ti ringrazio per la deliziosa colazione e per la lezione sul senso d'inciviltà del moderno primate urbano, di cui anch'io, mio malgrado, faccio parte. E forse anche tu, con quella faccia... -
Mi beccai una pacca che quasi mi lussò una spalla. Prima di lasciarci, io e Noah condividemmo un'altra risata leggera, distensiva. Dopo tanti anni non era cambiato nulla. Era una magia. Un miracolo. Oppure, il magnifico potere della mente umana di compiere prodigiosi salti temporali.
Smontai dallo sgabello su cui mi ero appollaiato e poi salutai Noah. Era stata una mezz'ora piacevole. Feci per pagare ma lui mi frenò con la mano.
- Sta' buono, coso - , disse. - Offro io, in onore dei vecchi tempi. -
Lo ringraziai. Poi, indicai la bacheca affissa accanto all'ingresso e chiesi: - Senti, per caos è ancora valido l'annuncio appeso là fuori? -
- Quello della massaggiatrice tantrica con happy end a sessanta euro? -
Come solito, Noah attaccò a ridere della sua battutaccia, incrociando le braccia muscolose e tatuate.
- No - , dissi, - non mi riferivo al secondo lavoro di tua sorella. A proposito, sembra ancora un lottatore di sumo abbronzato? -
Lui sventolò il dito medio e io ripresi il discorso. Dissi che volevo sapere se era ancora valida l'offerta di lavoro come aiuto barista.
- Ah, sicuro - , annuì lui, - ma a chi interessa? -
- A me. -
Allora Noah scoppiò a ridere, di gusto, sbattendo un paio di manate sul bancone. Smise quando si accorse che dicevo sul serio.
- Ehi, coso - , farfugliò, un po' imbarazzato, - guarda che quell'annuncio è rivolto a studenti volenterosi e a ragazze con belle tette. E tu davvero non mi sembri né l'uno... né tanto meno l'altra. -
Decisi di confessarlo, senza tanti indugi né giri di parole, cercando di non sembrare troppo patetico. Feci un bel respiro e poi vuotai il sacco.
- Noah, senti... ho avuto tempi difficili. Tu sai cosa intendo, senza che la cosa diventi troppo imbarazzante, vero? Cerco solo di rimettermi in sesto. -
Non entrai nel dettaglio e lui non chiese altro. Capì al volo. Il rispetto, lo stile, la vera classe, non hanno a che vedere con i soldi o il livello culturale. Il mondo è pieno di stronzi laureati ad Harvard o alla Bocconi che ti squadrano come se fossi cacca di cane. La classe è più una questione di animo e sensibilità, qualcosa che non puoi comprare, e che nemmeno l'istruzione può trasmettere. È semplicemente una cosa innata.
E la vidi uscir fuori quando Noah rispose: - D'accordo, coso, affare fatto. Quando puoi cominciare? -
- Quando preferisci. Ma, se non hai tanta urgenza, riprenderei fiato ancora qualche giorno. Sono appena tornato. Devo rimettere a posto la casa. -
- Nessun problema. A proposito, come sta tua madre? -
- Bene, che io sappia. Si è trasferita su al nord dal fratello. Mio padre, invece, sono anni che è sparito dai radar. -
Con un cenno d'assenso Noah considerò conclusa la nostra chiacchierata. Siglammo l'accordo lì su due piedi, con una stretta di mano. In seguito, ne ero sicuro, avremmo pattuito tutte le questioni riguardanti orario e paga giornaliera.
- Okay, Noah - , dissi, raggiungendo la porta, - ti lascio finire le tue cose. Ci vediamo fra un paio di giorni. -
- Ehi, coso - , mi chiamò prima che uscissi, indicando il goccio di guinness rimasto nel boccale, - la "colazione dei campioni" non la finisci? -
Accadde proprio così. Senza squilli di tromba o cori di angeli che cantano "Oh, alleluia!" Decisi di smettere di bere. Così, di punto in bianco."Ogni momento è un nuovo inizio." Cazzo. Vuoi vedere che aveva ragione Eliot?
- No, meglio di no - , risposi sorridendo.
Di rimando, Noah mi rivolse un sorriso indulgente, di complicità. Versò il fondo nero di guinness nello scarico del lavello e disse: - Ehi, sai chi ho visto ieri, proprio qui, dov'eri seduto tu? -
- Chi? -
- La professoressa Sansone. Tu te la ricordi? Pensa, ha insegnato sia a me che a te, al liceo. Ha insegnato a un sacco di gente che conosciamo. -
- La Sansone? Vuoi dire... Emma Sansoni? -
- Ah, giusto, Sansoni. È ancora viva e parecchio arzilla. Viene spesso qui la sera a farsi qualche birra. Giusto la settimana scorsa mi ha chiesto di te. -
- Dio mio, la Sansoni... è tanto che non ci pensavo. Ricordo che era una grandissima stronza. Però giusta. -
- Sì, è una gran brava persona. Ai tempi ne aiutò parecchi a non finire nei guai. Ora vive sola. Il marito è morto anni fa e la figlia si è trasferita all'estero per lavoro. -
- Be', se la vedi, salutamela. -
- Magari la rivedi tu stesso quando ripassi. A presto, coso. - Poi, Noah mi ammonì puntandomi il dito contro. - E mi raccomando, non fare casini. -
- Scherzi? Ti sembro il tipo che attacca briga o che porta un coltello a lama ricurva da 5 pollici e mezzo in tasca? Non sono mica matto. -
Salutai e poi uscii fuori, in strada, prima che Noah potesse replicare qualcosa di profetico. La mattina era ancora grigia e triste, proprio come l'avevo lasciata. C'era silenzio. Le vetrine dei negozi falliti erano vuote e buie. I muri delle palazzine, tappezzate di offerte di lavoro con strisce di numeri telefonici appese sotto. Richieste d'aiuto che nessuno avrebbe ascoltato. Anche il gruppetto di spacciatori di narcotici al dettaglio era ancora lì, sul suo angolo di marciapiede, alla postazione di lavoro. In quel momento stavano trattando con delle minorenni che avevano l'aria di avere pochi soldi ma una disperazione e un'incoscienza tali da saldare i conti in altro modo. Che mondo di merda, pensai, quelle ragazzine dovrebbero stare a scuola. Poi mi dissi che, se fossi andato lì, col mio artiglio in acciaio inox di 5 pollici e mezzo, e la volontà assurda di cambiare il mondo, sarebbe scoppiato un gran casino. E io, di casini, ne avevo già avuti fin troppi. Avevo casini cicatrizzati su tutto il corpo.
Meglio girare per negozi e poi tornare a casa. Avevo bisogno di fare una lunga pisciata e una bella doccia calda. Così, tirai diritto e feci quel che fanno tutti di fronte a una realtà sgradevole e totalmente sbagliata.
Voltai la testa e me ne andai... fregandomene alla grande.
Matthew Arkham
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