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Maristella Lippolis ha esordito nella narrativa pubblicando racconti sulla rivista Tuttestorie diretta da Maria Rosa Cutrufelli. Nel 1999, con la raccolta di racconti "La storia di un’altra" ha vinto il Premio Piero Chiara.
Seguono i romanzi "Il tempo dell’isola", "Adele né bella né brutta" (finalista al Premio Stresa 2008), "Una furtiva lacrima", "Raccontami tu", "Non ci salveranno i Melograni", "Abbi cura di te". È componente del direttivo nazionale della Società italiana delle Letterate. Il suo ultimo romanzo è "La notte dei bambini", edito da Vallecchi Firenze.
Salvatore Basile svolge attività di sceneggiatore dal 1992. Tra le sue sceneggiature ricordiamo: Ultimo, San Pietro, Cime tempestose, La cittadella, Sarò sempre tuo padre, L’uomo sbagliato, Fuga per la libertà, Giovanni Paolo II, Sotto copertura, Il sindaco pescatore, I fantasmi di Portopalo, Gli orologi del diavolo, La fuggitiva, Il Commissario Ricciardi. È ideatore di serie tv come: Il giudice Mastrangelo, Il Restauratore, Un passo dal cielo e Una pallottola nel cuore. Il suo ultimo romanzo "Cinquecento catenelle d’oro" è uscito con Garzanti ad aprile del 2022.
Patrizia Carrano è una giornalista, scrittrice, autrice radiofonica e sceneggiatrice televisiva italiana. Ha lavorato frequentemente anche ai microfoni di Radio2, e per Raiuno ha scritto alcune fiction di grande ascolto fra cui "Assunta Spina" e "Rebecca", ambedue con la regia di Riccardo Milani, e infine la serie "Butta la luna", con otto puntate dirette da Vittorio Sindoni. Dopo diversi libri che affrontano i temi della condizione femminile e quelli storici, si presenta al pubblico col suo ultimo romanzo, edito da Vallecchi Firenze: "La Bambina che mangiava i comunisti".
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Fabula, trama e chiacchiere davanti al fuoco. Perché non proviamo a raccontare una storia come lo faremmo di notte, con degli sconosciuti, attorno a un fuoco? Perché non dimentichiamo le tecniche della fabula e dell'intreccio per trasformare la trama in una storia tatuata sulla pelle di chi legge o ascolta? È davvero così importante seguire uno schema e incanalarci nel modus operandi corrente?
Scrittori si nasce. Siamo operai della parola, oratori, arringatori di folle, tribuni dalla parlantina sciolta, con impresso nel DNA il dono della chiacchiera e la capacità di assumere le vesti di ignoti raccontastorie, sbucati misteriosamente dalla foresta. Siamo figli della dialettica, fratelli dell'ignoto, noi siamo gli agricoltori delle favole antiche e seminiamo di sogni l'altopiano della fantasia.
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Autore: Rossana Cilli
Titolo: L'Orecchio del Vate
Genere Romanzo
Lettori 555 7 8
L'Orecchio del Vate
Ogni mattina, da qualche tempo a questa parte, lo specchio gli confermava che era proprio ora di cominciare a fare qualcosina in più per quel suo aspetto ancora attraente e piacevole, ma tuttavia troppo caparbiamente sottratto a quei riti mattutini che un tempo furono vanto esclusivo delle donne e che si riassumono tutti nella semplice ma a lui sconosciuta parolina: cosmesi.
Infatti, non gli era certo sfuggito che finanche i suoi illustri colleghi tentavano di assomigliare sempre più a certi super palestrati della pubblicità, ai quali (va a capire come) già una sola applicazione di super crema scientificamente-testata-in-laboratorio bastava e avanzava per far capitolare la bellissima di turno.
Intendiamoci, non che la somiglianza fosse proprio "somiglianza", ma almeno qualche nobile sforzo loro lo facevano, Lui, invece, neanche ci provava.
E non parliamo dell'abbigliamento. Certamente il suo guardaroba era ragguardevole, tuttavia un'inesistente vanità induceva a pensare che possedesse solo due giacche, una per l'inverno, di buon taglio e pregiato cammello scuro, da portare sopra camice di flanella, pulloverini girocollo e pantaloni di velluto a coste, ed un'altra per l'estate di lino chiaro, sempre sullo sgualcito che fa un po' casual ma chic, su una polo anch'essa chiara e degli jeans.
Ai piedi portava sempre e solo classiche e pregiate calzature made in Italy. Naturalmente.
D'inverno, quando faceva molto freddo, indossava anche un intramontabile cappotto di vigogna inglese e di tanto in tanto spuntava persino un Borsalino.
Forse era per quello che la mattina, mentre si recava in aula per la sua lezione, si sentiva inadeguato, fuori posto, addirittura vecchio?
Oppure si trattava del suo fisico?
Perché, se per sua fortuna almeno era alto, il recente raggiungimento degli -anta lo aveva invero un tantino appesantito e la totale assenza di qualunque attività sportiva o di fitness, come usa dire adesso, a cui lui, per non far torto ai cosmetici, si era ugualmente sempre accuratamente sottratto, non gli aveva certo giovato.
Affermava che bastavano e avanzavano le due passeggiate quotidiane per andare e tornare dall'Università.
E sarebbe stato anche vero se la sua passione per il buon cibo non avesse puntualmente vanificato i benefici delle pur lunghe passeggiate.
In ogni modo, alle chiacchiere altrui, soprattutto se si trattava di quel genere di consigli, non prestava proprio la minima attenzione.
Però quando persino il nuovo Rettore, particolarmente giovane con i suoi quarant'anni, aveva cominciato ad insinuare nella testa dei suoi docenti la convinzione che un “sano aspetto sportivo” aiuta a catturare l'attenzione degli studenti e ad invitarli, quindi, a dedicarsi un po' di più allo sport, s'era sentito proprio perduto.
Del resto, le Università americane sono famose per aver da sempre legato la propria storia a quella dei grandi campioni dello sport, ma il nostro professore aveva origini italiane e in Italia l'Università, come concetto e come mondo, ha legami con tradizioni più intellettuali che fisiche e forse le portava nel suo DNA, così come portava il Borsalino, il suo nome “vero” Michele e non Mike, come tutti ovviamente lo chiamavano, e la passione per la cucina rigorosamente very slow.
Così ora il giro di boa dell'età lo costringeva a qualche “prova specchio” in più e a qualche (inutile) tentativo di dieta.
Un paio di occhialini rettangolari di tartaruga chiara che Mike portava su un viso regolare, dai tratti mediterranei e un incarnato chiaro, certo eredità di una madre bionda, e che nascondevano un poco i suoi occhi abbastanza grandi, castani, intelligenti e ai quali un'inevitabile lieve miopia dava un che di penetrante; la pipa che spuntava dal taschino della giacca e che talvolta rigirava con studiata noncuranza durante i consigli dei docenti, mettendo in risalto mani grandi ma non grossolane (che infatti sapevano con pari perizia occuparsi degli scavi così come delle minuziose ricostruzioni dei reperti, che ne erano il frutto, nonché la ragione della sua vita) e che spesso si passava tra i capelli appena ingrigiti ma tuttora folti, nonché il suo inseparabile orologio d'oro, a carica rigorosamente manuale, completavano il quadro.
Il quadro fisico, l'apparenza.
Perché l'animo e la mente di Mike erano tutta un'altra cosa.
Vivace, elastico, curioso, ricettivo, il suo cervello era uno scrigno di sapienza, le sue lezioni, uno stimolo continuo, il suo modo di parlare appassionato e coinvolgente, un vero motore da traino: altro che muscoli e pelle tirata! Un professore con la P maiuscola e i ragazzi se ne erano accorti subito, a parte i soliti testoni superficiali che continuavano a canzonarlo e a farlo oggetto delle loro stupide caricature, ma il professore ne soffriva e avrebbe voluto conquistare anche quello zoccolo duro di zucche.

Michele (Mike) Di Iorio era originario per parte di padre di un piccolo paese dell'Italia centrale appartenente alla provincia de L'Aquila, dal quale suo padre, ancora ragazzo, era partito in cerca di fortuna.
Come molti italiani, era sbarcato a New York e si era dato da fare per trovare la sua strada nel Nuovo Mondo e, alla fine, era riuscito a mettere su una piccola ma fruttuosa pizzeria, seguendo l'esempio di tanti suoi connazionali arrivati laggiù prima di lui. Poi aveva sposato la figlia del suo padrone di casa, una graziosa americana di nome Lucy, con la quale aveva messo al mondo tre figli. L'ultimo dei quali era appunto Mike.
I fratelli di Mike s'erano messi a lavorare col padre subito dopo le scuole medie e tutti si aspettavano che anche l'ultimo fratello, finite a sua volta le medie, si sarebbe unito a loro nella conduzione di quello che era ormai un affermato ristorante della Little Italy newyorkese.
Mike, invece, aveva deluso tutti annunciando la sua ferma intenzione di completare gli studi fino all'Università.
Per non pesare sulla famiglia e per non essere soggetto alle battute e ai rimproveri dei fratelli e del padre, se ne era andato via da New York appena licenziato dalle superiori e s'era iscritto ad un College lontano da casa con la sola approvazione della madre che gli aveva passato di nascosto anche un piccolo gruzzolo per mantenersi agli inizi.
Anche Lucy, da ragazza, aveva sperato di poter studiare, invece, il matrimonio e poi le tre maternità consecutive le avevano fatto percorrere un'altra strada, in vero una strada felice, ma diversa da quella che s'era immaginata.
Realizzare il desiderio di studiare di Mike le doveva perciò essere sembrato come coronare anche i suoi sogni: per questo fu l'unica ad appoggiarlo ed aiutarlo in quella sua determinazione.
Ma al tempo della nostra storia i genitori di Mike non c'erano più e i fratelli erano solo un indirizzo su una busta per gli auguri di Natale. Certo si volevano bene, ma la loro era una benevola lontananza, piuttosto che una fraterna vicinanza.

Un giorno, però, un avvenimento eccezionale aveva riportato all'improvviso Mike nel seno della famiglia, anzi, proprio alle origini della sua famiglia.
Un terribile terremoto, avvenuto in Italia la settimana precedente la Pasqua di quell'anno 2009 aveva, infatti, portato una non richiesta notorietà al suo paesino d'origine, in quanto uno fra quelli maggiormente devastati dalla catastrofe naturale, insieme al capoluogo della Regione e ad altre decine di paesini pressoché rasi al suolo.
Mike aveva cercato il contatto con i fratelli per condividere con loro quel terribile momento, ma aveva dovuto anche constatare la loro totale assenza di emozioni rispetto a quella notizia; del resto, come poteva rimproverarli per non riuscire a percepire la distruzione del paese d'origine come un lutto personale? Non lo avevano mai visto, ne avevano sentito parlare ogni tanto dal padre, ma dopo la sua morte nulla più li legava a quel nome, quindi, non potevano capire la costernazione del professore ed, anzi, quello fu per loro un nuovo motivo per usar dileggio nei confronti del fratello.
Mike, invece, sentiva forte il richiamo delle sue radici; con il padre era stato il più insistente dei figli nel farsi narrare storie della sua terra d'origine e aveva letto e imparato molto su di essa; per questo forse non si perdonava di aver mancato finora di andarla a visitare di persona e, forse, per questo, anche se in macerie, decise di andare a conoscere il suo paese proprio adesso.
Spinto da qualcosa che gli veniva da dentro e non si sapeva spiegare, chiese dunque le ferie al suo Rettore e partì alla volta dell'Italia.
Mike apparteneva a quella ristrettissima cerchia di appassionati che, nell'America delle super tecnologie avanzate e delle sperimentazioni d'ultra avanguardia, si dedicano ancora agli studi umanistici e all'arte classica. Mike aveva una tale inclinazione per queste discipline che sarebbe stato impossibile impedirgli di farne la sua ragione di vita, tanto che la sua passione lo aveva portato addirittura su una cattedra universitaria.
Povera Lucy, morta troppo giovane, non poté vederlo il giorno in cui salì sulla Cattedra di Ordinario di Scienza del Restauro e Storia dell'Arte dell'Università della California.

***

Il volo partito da New York lo stava portando a Roma per la terza volta e di nuovo, quando fece questa considerazione, Mike si diede dello stupido per essersi recato in Italia tre volte senza mai prevedere una sosta in Abruzzo.
Certo di tesori d'arte l'Italia ne ha una tale quantità ...e un professore ci viene sempre con i giorni contati: per fare qualche conferenza, visitare i siti d'arte più importanti e così resta poco spazio per gli impegni personali. “Tanto ci verrò ancora...”.
Insomma, c'era voluto un terremoto spaventoso per farlo volare laggiù, nel cuore montuoso dell'Italia, verso un paesino praticamente sconosciuto agli stessi italiani residenti, ma ora citato decine di volte al giorno nei telegiornali, alla radio, sui quotidiani.
Mike aveva portato con sé una fotografia del paese o meglio del padre che qualcuno aveva ritratto, poco più che bambino, assieme ad altri parenti sulla piazzetta principale e nella quale si riconoscevano una bella chiesa tardo romanica alle sue spalle e delle case di pietra di cui si distinguevano i portoni lavorati con i battenti di bronzo ed i semi capitelli in bassorilievo che impreziosivano gli archi di pietra che li delimitavano e le finestre con le persiane di legno.
La fotografia, sbiadita e in bianco e nero, invero non rendeva giustizia a quella piazza e a quelle case.
Eppure Mike riusciva a figurarsi con l'immaginazione le infaticabili mani delle donne che diligentemente avevano dipinto quelle persiane di verde. Alle donne toccava, infatti, quel compito, come pure quello di pitturare a latte di calce bianca le pareti delle stanze, alle quali sovente aggiungevano un'alta zoccolatura azzurra o marrone.
E ancora, immaginava la luce fioca dei lampioncini che pendevano dai bracci di ferro battuto fissati ai muri di quelle case e, alla domenica, lo “struscio” dei giovani lungo il corso, come si chiama in Italia la via principale del paese, di pietra rosata che si dipartiva dalla piazza della chiesa e lungo il quale chissà quante volte era passata la processione del Santo Protettore o la corale del luogo, in costume tradizionale, in occasione della fiera o per la sagra di qualche specialità gastronomica.
Mike continuava a guardare la fotografia e ripensava ai racconti del padre; gli pareva di vederle quelle donne di statura bassina, con le lunghe gonne nere e i grembiuli a fiorellini fissati ai fianchi con le spille da balia, le spalle protette da uno scialle fatto ai ferri da loro stesse, chiacchierando sedute in circolo davanti alle case, il capo coperto da un fazzoletto nero, o acconciato con una treccia di capelli fatta su a crocchia, sopra la quale talvolta si aggiustavano un'altra treccia di stoffa chiusa in tondo per appoggiarvi una conca di rame piena d'acqua del fontanile, o la tinozza dei panni da portare a lavare.
Gli sembrava anche di vedere, nello sfondo della fotografia, i monti innevati e si figurava gli asinelli legati l'un l'altro con una corda e carichi di legna appena tagliata, diligentemente suddivisa sui due fianchi dell'animale che, guidati da un uomo a piedi, scendevano puntuali verso il paese scandendo con gli zoccoli un'ora tanto precisa da rivaleggiare con il tocco del campanile.

Rivelando al Rettore la destinazione delle sue ferie, Mike aveva aggiunto che, se gliene avesse dato facoltà, avrebbe volentieri assunto anche un compito ufficiale per conto dell'Università, perché, in quanto esperto d'arte e, in più, originario di quei luoghi, forse avrebbe potuto contribuire alla valutazione dei danni subiti dal patrimonio artistico della sua zona e degli eventuali interventi necessari per restituirlo al suo antico splendore.
Sapeva, naturalmente, che in Italia ce n'è da vendere di esperti d'arte e di restauratori, ma Mike aveva un motivo in più: era di lì e, non essendo capace di fare altro per la sua terra e la sua gente, non poteva fare che quello. Sentiva dentro di sé di volerlo con tutte le sue forze.
Il Rettore che, a parte la mania dello sport, era un uomo di grande sensibilità, aveva approvato l'idea di Mike senza condizioni e aveva perciò anche promesso il suo appoggio presso le Autorità competenti per ottenere i necessari benestare.

***

L'arrivo a Fiumicino avvenne puntualmente alle sette. Mike decise di noleggiare una macchina anche se sapeva che il transito verso la zona del terremoto era stato sconsigliato da L'Aquila ad Assergi ed oltre, ma si era fatto precedere da un telegramma indirizzato alla Protezione Civile in cui spiegava le ragioni ufficiali e personali della sua visita. Gli fu così rilasciato un permesso per raggiungere l'area del sisma.
Dall'aeroporto impiegò poco più di 3 ore a raggiungere L'Aquila e ciò che vide lo atterrì.
Aveva con sé un libro fotografico che ritraeva le bellezze della città, famosa per avere numerose chiese, piazze, palazzi, fontane e una celeberrima fontana con 99 cannelle (in ricordo dei 99 borghi originari che riuniti avevano formato la città), oltre a molti altri edifici di grande pregio, un museo, una università, un conservatorio, le mura medioevali, un centro storico che era un piccolo gioiello.
Con quel libro in mano Mike aveva pensato di aggirarsi per la città cercando di ritrovare quei posti e mentalmente cominciare a fare una valutazione dei danni.
Ma la realtà superava qualunque immaginazione e, inevitabilmente, l'Arte passò in secondo piano.

Era trascorso già più di un mese dal giorno del sisma, Mike pensava quindi che una specie di normalità fosse ormai stata raggiunta, ma un conto è sentire certe notizie stando dall'altra parte del mondo e un conto è starci dentro.
Davanti alle macerie delle case della gente e davanti alle interminabili file di tende-alloggio allestite dai volontari dentro lo stadio e sugli spazi aperti, l'uomo prese il sopravvento sul professore, lasciando spazio solo alle sgomente emozioni di chi finalmente comprende davvero, e per la prima volta, quanto sia precaria e incerta la nostra condizione umana se venti insignificanti secondi sono sufficienti a modificarla per sempre. Ma fu soprattutto davanti alle macerie di quella che una volta era stata la Casa, colpevolmente fragile e disarmata, degli studenti fuori sede dell'Università, che il professore pensò, da uomo e da padre, ai suoi studenti americani assai più fortunati di quegli otto ragazzi che il sisma, aiutato dall'umana stoltezza, s'era portato via con i loro sogni e il loro futuro spezzato.
Ugualmente soffrì quando apprese l'analoga sorte dell'ospedale della città.
Aggirandosi tra le macerie, Mike cominciò a pensare agli anni lontani della guerra, quando altri americani erano venuti a liberare il Bel Paese e avevano trovato uno scenario forse assai simile a quello: case distrutte, disperazione, bisogno di tutto, ma anche gente forte, determinata e desiderosa di uscirne presto per ricominciare la propria vita come e meglio di prima.
Adesso era finalmente giunto nella piazza principale de L'Aquila, quella del Duomo, famoso per il bellissimo Cupolino delle Anime Sante che lo sovrasta e che il terremoto ha ora gravemente lesionato, e del mercato di cui suo padre aveva tante volte narrato.
Ora, però, nulla ricordava più quei racconti.
Niente bancarelle ricolme di frutta e ortaggi appena colti, niente angolo degli antiquari, niente banchetti degli orologiai che riparavano i vecchi orologi della gente sul momento.
Niente banchi con esposti in bell'ordine i quarti di capretti dei monti abruzzesi da arrostire sulla brace e le faraone da cucinare a pezzi in tegame con l'alloro e il vino bianco e niente di quei prodotti tipici che, solo a parlarne, il padre ti faceva venire una voglia....
La ventricina, per esempio, un insaccato introvabile fuori dell'Abruzzo fatto con le carni scelte del maiale tagliate in pezzi e condite con sale, peperoncino rosso piccante aromatizzato con i semi di finocchio e infilate nella pelle delle viscere del maiale fino ad assumere la forma di una sfera di dieci, quindici o anche venti centimetri di diametro; le scamorze a fiaschetto e il caciocavallo affumicato; i peperoni rossi, quelli dolci, lunghi e sottili, infilati a grappolo dentro un filo da cucito e appesi come festoni colorati ai muri dei balconi ad essiccare in attesa d'essere gustati con le uova al tegamino e la salsiccia; i dolci ripieni di marmellata d'uva nera e le mandorle triturate; le ferratelle, quei dolci fatti con un apposito attrezzo di ferro con un lungo doppio manico che sorregge ad una estremità le due pesanti piastre incise a tipici decori nelle quali, una volta arroventate, si inserisce una pallina di impasto che col calore della fiamma diventa appunto la ferratella dall'inconfondibile aspetto a rombi; e poi ancora la tipica pasta alla chitarra o quell'altra pasta corta di forma fusolare che si faceva con un ferro simile ad una stecca d'ombrello ma a sezione quadra che in dialetto locale porta il nome curioso e quasi impronunciabile di ‘ndrocchie (o maccheroni al ferro); per non parlare dei robusti vini rossi di Montepulciano; i liquori amari dei frati che facevano un centerbe capace di farti digerire pure i sassi, l'impareggiabile liquore di genziana e tanto altro ancora.

Mike guardava quella piazza e avrebbe dato un anno di vita per vederla così, piena di quei sapori e di quei profumi, di quella vita e di quegli oggetti di rame lucido, scintillanti al sole, che testimoniavano una tradizione salda e tenace di gesti quotidiani.
Invece quella piazza era piena di macerie, di polvere, di distruzione e di gente, operosa e composta, ma che tradiva nel volto i segni della tragedia: sì, un altro dopoguerra.
Eppure qualcosa già si muoveva.
Poco lontano Mike vide, di fronte a quello che doveva essere stato un bel porticato settecentesco, alcune saracinesche di negozi alzate.
Riconobbe da lontano una farmacia, un negozio di generi alimentari e più lontano un'altra saracinesca aperta...
Si avvicinò a quella piccola libreria.
Col suo italiano stentato rivolse un saluto alla bruna signora, dall'aria simpatica e forse sua coetanea, che spuntava da dietro pile di libri impolverati e ammassati nella parte ancora sana del locale e con l'indice le indicò una guida che diceva in copertina The best of Abruzzo. Quando l'ebbe in mano l'aprì e trovò poche righe dedicate al suo paesino. Chissà perché, indicandolo sul libro, gli venne da dire alla signora: - My father was born here - .
- My father too - rispose lei.
La buona volontà di ricominciare c'era stata, ma non si poteva dire che ci fosse un gran lavoro da fare, così, poco dopo, la signora abbandonò il suo posto e il suo paziente lavoro di recupero dei libri e accompagnò l'americano a prendere un caffè in una tenda-bar.
L'origine comune aveva subito creato un legame, o feeling, come avrebbe detto Mike, fra i due che avevano naturalmente cominciato a parlare in un simpatico e improvvisato anglo-italo-abruzzese.
Lui le chiese di raccontargli la sua storia. Era il suo primo contatto non ufficiale e non professionale in Italia e gli sembrava d'essere tornato il bambino che chiedeva storie del passato al padre, ma questa volta lo faceva con una vera compaesana e a pochi minuti di strada dal suo paese!
Lei, uscita viva dal mostruoso terremoto, aveva voglia di parlare e di ripercorrere la sua storia: le sembrava che quella fosse la prima vera prova della sua esistenza ancora in vita ed anche la prima volta, da oltre un mese, che non dovesse parlare di terremoto e basta.

Erano anni importanti, di lunga preparazione che avrebbero dovuto porre le basi per una vita di sfolgoranti successi.
Ma cominciamo dal principio.
Dieci anni dopo la fine della guerra, la seconda del secolo scorso, tutti si davano ancora un gran da fare per la Ricostruzione; l'ottimismo scorreva vivace nelle vene di tutto il Paese, il Bel Paese, che allora mostrava ancora tante delle ferite inferte dalle bombe cadute fitte lungo tutto lo stivale e, tuttavia, era sempre un bellissimo scrigno ricolmo di tesori e di italiani fermamente intenzionati a far sparire nel più breve tempo possibile quelle ferite e rifare del loro Paese il cuore vitale di tutto il Mediterraneo e dell'Europa, come era stato per un paio di millenni di storia e civiltà senza eguali. Un faro acceso su tutto il mondo.
C'era anche un gran movimento su e giù per lo stivale di gente che si muoveva cercando, magari in città, qualche opportunità in più e qualcuno si spostava anche fuori dello stivale, spingendosi molto lontano, per cercare ancora altre opportunità grazie all'italico genio. (Mike ne sapeva di certo qualcosa).
Insomma, un gran fervore...
In questo clima effervescente, una giovane coppia proveniente da un piccolo paese delle montagne abruzzesi, giunta da alcuni anni nientemeno che nella capitale, mise in cantiere un paio di figlie che videro la luce nella seconda metà degli anni Cinquanta.
In verità la più piccola la vide quasi un mese prima del dovuto.
Forse tutto quel fervore che la circondava, mentre galleggiava oziosamente al buio, l'aveva spinta a venir fuori in tutta fretta a vedere non solo la luce, ma piuttosto, se c'era posto anche per lei in tutto quello slancio e quell'ansia di fare.
Purtroppo, dovette però rassegnarsi subito ad una lunga e faticosa gavetta.
Innanzitutto dovette imparare niente meno che a camminare.
Alla sua specie c'erano voluti qualche milione di anni per mettersi diritta in piedi. La bimba, invece, se la cavò con poco più di due, ciò nonostante in seguito le dissero che era stato un tempo abnorme: gli altri ce ne mettevano si e no uno, ma siccome aveva avuto troppa fretta prima, s'era dovuta rassegnare a gattonare come un animaletto qualunque per più del doppio del tempo normale poi.
E pazienza; ma la punizione per aver avuto fretta non era mica finita lì. No, macché: per dieci anni s'era dovuta far iniettare per via intramuscolare una mistura di chissà quanti centilitri di calcio oleoso per porre rimedio ad una carenza di quel prezioso minerale che la natura, bizzarra com'è, ha deciso di formare proprio in quelle residue settimanelle finali che s'era presa il capriccio di fare fuori: e si vendica eh! Eccome se si vendica: quattro settimane contro dieci anni! Con buona pace del robusto appetito con cui s'era presentata al mondo, se li era dovuti fare tutti e dieci. Con siringa in vetro e ago “non indolor”... e passi pure questa.
Come raccontare però lo sgomento della meschina quando si rese conto che prima di darsi da fare – ragione per la quale era uscita allo scoperto con tanta fretta ed ottimismo – bisognava studiare e che bisognava farlo quasi per un quarto di secolo?
Ma una che s'era fatta dieci anni di oleose, poteva spaventarsi davanti a diciotto di scuola e qualche corso supplementare? Ma andiamo...
Eccola, dunque, con un bel fiocco blu al collo e un grembiulino bianco, mentre arranca su per un centinaio di scalini di pietra per raggiungere, cartella in spalla, la sua prima scuola. È gracile, esile, quasi invisibile accanto a certe già quasi-donne; si scopre presto anche un po' talpa (eredità di una nonna, che però le passa anche una testardaggine non comune e una certa inclinazione per le pubbliche relazioni e il commercio), ma ce la mette tutta e, nonostante qualche incidente di percorso, arriva in fondo summa cum laude.
Così, piena di ottimismo e armata di uno smagliante sorriso a 32 denti, che dieci anni di dolorose ma efficaci oleose intramuscolari avevano trasformato in formidabili perle affilate, finalmente si presenta al mondo per darsi da fare a sua volta.
Certo sono ormai lontani i tempi della esuberante sicurezza con cui la gente aveva affrontato il dopo guerra ed il boom economico era già solo un ricordo. “Congiuntura” era la parola più ripetuta nei telegiornali (nel frattempo trasmessi a colori); timidamente si affacciavano anche “disoccupazione”, “crisi” e “scala mobile”.
(Mike inevitabilmente pensò subito alla crisi attuale che, partita dall'America, stava travolgendo l'Europa ed anche l'Italia, e si spingeva fino al Sol Levante).
La guerra delle bombe straniere era stata sostituita da una guerra persino più odiosa: quella di certe brigate bicolori che l'avevano dichiarata nientemeno che allo Stato, alle Istituzioni e alla Democrazia. Ma che per lo più colpiva – nel senso letterale del termine – la gente onesta e laboriosa che si muoveva inerme e innocente dentro le banche, le stazioni, le strade, le piazze. Facendone scempio.
La scuola aveva vissuto la sua prima rivoluzione copernicana.
Quando la nostra libraia l'aveva cominciata, ai professori si dava del Lei, si stava seduti composti ai banchi, si indossava un grembiule e la condotta valeva come una materia qualsiasi. Meschini! Ma alla fine del percorso si andava a scuola in jeans, piumini di plastica e scarpe di gomma, si stava a grappolo attorno alle cattedre e se non si dava del tu ai professori, poco ci mancava. Il 6 e il 18 politico si erano ormai affermati assieme al diritto allo studio e alle altre grandi lotte sociali di quegli anni.
Così, a forza di scioperi, mozioni e referendum, anche il bigotto Paese, bello, ma tutto casa e chiesa, si emancipò ed ottenne il divorzio e l'aborto e cominciò a somigliare alla Svezia, dalla quale importò, oltre ai disinvolti e finalmente liberi costumi, anche degli impossibili kit di montaggio spacciati per arredamento e assemblati per essere poi accostati alle carte da parati a fioroni colorati.
E questa mania dei kit ancora dura!
Le gonne avevano subito un progressivo e vertiginoso attacco di forbici, i pantaloni li indossavano oramai abitualmente anche le donne mentre il collant spodestava il femminile reggicalze in nome dell'emancipazione.
Comunque l'economia, tra salite e discese per le scale mobili, ancora tirava e intanto, un sempre crescente numero di persone, giovani soprattutto, nonostante fossero indiscutibilmente figli del blocco occidentale e si copiasse tutto dalla mitica America (sognando California), simpatizzavano per quello orientale, forse persuasi che, dietro il mitico Muro, nondimeno abbattuto da ormai vent' anni, l'erba del vicino fosse più verde.
Tutto sommato, però, tra una turbolenza e l'altra, nel Bel Paese si viveva ancora con ottimismo, fiducia e benessere, sia pure quest'ultimo fosse già sovente raggiungibile solo in comode cambiali.
Si vestiva ancora in modo mirato e con una lodevole percentuale di fibra naturale e, dal vestito, si capiva persino se una persona si accingeva ad andare a lavorare, a zappare la terra o ad assistere ad un concerto, perché ancora ci si andava ai concerti, e la Rai aveva ancora delle magnifiche orchestre in tutte le più grandi città; ma poiché forse era cosa poco d'avanguardia, alcuni anni dopo le eliminò. Ben altre fonti di cultura (anch'esse ispirate da di là dell'oceano) si sarebbero infatti affacciate all'orizzonte (assieme al 100% acrilico e alle zampe d'elefante): le telenovelas, i reality, le fiction, i film d'azione a effetto super speciale, fin su su su al Grande Fratello. Vuoi mettere. Poco dopo anche il pregevole terzo programma radiofonico, per non essere da meno, smise si mandare musica (classica) e cominciò a parlare.
Incessantemente, a parte qualche stacchetto di noiosa musica seria o, più volentieri, postmoderna, che fa tanto intellettuale.
Grazie sempre all'avanzatissima America, il telefono cellulare faceva la sua prima timida, costosissima apparizione in formato scaldabagno e il personal computer già cominciava a rivoluzionare la vita negli uffici, mandando in pensione le gloriose Olivetti, con i loro nastri rosso-neri (ogni riferimento calcistico è puramente casuale) e le impalpabili veline multicolori (intanto sostituite da quelle di ben altro spessore di Striscia la notizia).
L'uomo era riuscito ad arrivare addirittura sulla luna ma, siccome era americano, non c'era arrivato l'uomo, ma "un uomo" e mezzo pianeta diceva che non era vero.

In questo clima euforico e ottimista, sia pur venato da qualche riga di sangue e malcontento, la nostra libraia finalmente iniziò la sua carriera in una importante Azienda.
Cominciò a girare in lungo e in largo proprio il Bel Paese, ormai totalmente risanato dalle ferite della guerra e alacremente ricostruito – direi fin troppo (ri)costruito – ma sempre magnifico, per organizzarvi nientemeno che simposi di medici; di grandi medici di tutto il mondo, che venivano qui a presentare i risultati delle loro importanti ricerche.
Lei faceva sfoggio della sua apprezzata efficienza, della sua instancabile operosità – forse da bravo mulo abruzzese – e delle sue conoscenze linguistiche.
Approfondite, alcune di queste, proprio di là dal Muro, dove una consuetudine universitaria degli anni Settanta la spediva ogni anno con borse di studio che tentava inutilmente di farsi assegnare al di qua; ma grazie alle quali s'era fatta un'idea assai più precisa della situazione di là di quanto avrebbero mai sognato di avere i suoi compagni che rimanevano di qua e andavano a fare i campi scuola in Inghilterra e le vacanze a Cortina, con la C maiuscola.
E anche se qualche volta era stanca, sempre, invece, si sentiva soddisfatta della sua vita.
Ma Eldorado finì. Qualcuno dall'estero venne qui, comprò l'Azienda e la trasferì. La ragazza non si perse d'animo: centrò ancora un paio di buoni colpi lavorativi, ma niente, il destino ce l'aveva proprio con lei ed anche l'ultimo sfumò in una crisi: una certa guerra del Golfo.
E non si perse d'animo neppure stavolta.
Partecipò alle selezioni dell'allora ambita compagnia di bandiera (la deregulation ancora non c'era, la Compagnia sembrava una felice Isola dell'IRI e niente pareva più sicuro di un posto lì dentro).
Si trattava di un posto per cento concorrenti. Arrivò in finale con un'altra. Stava concludendo l'assunzione, penna in mano pronta a sottoscrivere il contratto, quando una telefonata all'improvviso la fece fuori. (L'altra naturalmente la fecero dentro).
Poi partecipò ad un pubblico concorso. Recidiva, lo affrontò di nuovo senza “aiutini” per un posto niente meno che nella seconda istituzione dello Stato! E, incredibilmente, tra 30.000 arrivò con le sue forze ad un passo dal portone già semiaperto, che però un magistrato sgrammaticato le chiuse in faccia perché doveva pulire le mani dei grandi corrotti d'Italia.
Ma che c'azzeccava lei, che s'era imparata a memoria tre anni di materie impossibili solo per spostare fogli di carta avanti e indietro per i corridoi di quel Palazzo, con le "pulizie di Stato"?
Alla fine il destino ebbe un colpo di genio che la portò, finalmente donna in carne e già quarantenne, dietro il bancone di un esercizio commerciale. Questa volta nel ruolo di “padrona”.
La proposta le era giunta un po' inaspettata da un lontano parente de L'Aquila che, ormai in età, aveva deciso di vendere l'attività.
Che curioso destino: i suoi s'erano spostati dal paese in città per cercar miglior fortuna; Lavinia, questo era il suo nome, ripercorreva la strada al contrario, ubbidendo ad una legge di corsi e ricorsi che la riportava alle origini, sempre per cercar miglior fortuna.
Ecco perché quella mattina era lì.

C'era anche il giorno del terremoto, anzi, la notte.
Dormiva nella sua vecchia ma bella casa non lontana dal centro vero e proprio della città, con i soffitti a volta alti cinque metri, punteggiati da piccoli rombi rossi che gli conferivano l'aspetto di una volta stellata, i pavimenti a scacchi rossi e grigi, lo scalone di marmo che univa i tre piani della casa e il tetto di coppi antichi, che sua madre, e prima ancora i suoi nonni, s'erano sempre rifiutati di buttar giù e rifare “moderna”.
Ora quella casa resisteva, sia pure con qualche danno superficiale, integra in fondo ad un corso di case che non c'erano quasi più, come buona parte del centro storico e della vicina chiesa, venute giù come tessere di un domino.
Ma la sua però sorgeva isolata dalle altre case; era molto solida e rinforzata non da molto tempo con degli interventi antisismici provvidenzialmente effettuati in occasione dei lavori fatti da lei poco prima di trasferirvisi e che l'avevano di fatto salvata dal terremoto.

- E la chiesa del nostro paesino? - domandò Mike.
- Anche quella è malconcia, ma qualcosa in piedi c'è rimasto. Se vuoi ci andiamo insieme - .

Mancava ancora un po' all'ora di pranzo.
La “signora dei libri”, Lavinia, aveva informato Mike di avere a casa già pronte le melanzane ripiene: una prelibatezza del posto che si prepara svuotando le melanzane (quelle di forma allungata e di colore viola scuro) di tutto il loro contenuto bianco il quale, dopo essere stato battuto a lungo su un tagliere e unito a pangrattato, parmigiano, pomodorini, prosciutto, mozzarella, uova, prezzemolo, olio e spezie, ne costituisce la farcitura con la quale si riempiono fino all'orlo.
Si cucinano poi in casseruola per una ventina di minuti in un semplice sugo di pomodoro fresco.
Mike non si fece certo ripetere due volte l'invito ad assaggiarle.
Ma solo dopo un primo doveroso sopralluogo al suo paese che desiderava con impazienza di effettuare, tanto più ora che aveva constatato con i suoi occhi le devastazioni nel capoluogo.
Rossana Cilli
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